SAN GIOVANNI de BRITTO (1647-1693)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nel 1668 Giovanni chiese al generale della Compagnia di essere inviato missionario in Oriente. La sua aspirazione fu soddisfatta, ma prima fece il suo tirocinio come professore nel collegio di Sant’Antonio di Coimbra, quindi studiò teologia in vista del sacerdozio che ricevette nel 1673. Nonostante l’opposizione della madre, e l’intervento del Nunzio Mons. Francesco Ravissa, il P. de Britto ottenne di partire per la difficile missione del Madura (15-3-1673), nell’India sud-orientale. Passando per le Canarie e il Mozambico, egli percorse lo stesso cammino che oltre un secolo prima aveva percorso il Saverio, davanti al cui sepolcro, in Goa, egli rinnovò il voto di dedicarsi in perpetuo alla conversione degl’indiani.

Questo missionario e martire portoghese della Compagnia di Gesù, nacque il 1-3-1647 a Lisbona da una nobile famiglia che risiedeva a corte, ed era imparentata con il beato Nuno Alvarez Pereira (1431), eroe nazionale, ritenuto il capostipite della casa di Braganza, morto in concetto di santità, fratello laico carmelitano scalzo. Poco dopo la nascita di Giovanni, il padre fu inviato a Rio de Janeiro come viceré del Brasile dove poco dopo morì (1650).
          Il Santo fu allevato alla corte del Portogallo come paggio e compagno del principe Pietro, figlio del re Giovanni IV di Braganza. Per la pazienza e il buon umore con cui sopportò le birichinate dei compagni nel servizio del palazzo si meritò il soprannome di “martire”. Undicenne appena si ammalò gravemente. La mamma, Donna Brites Pereira, promise a San Francesco Saverio che, se gli avesse restituito la salute, per un anno lo avrebbe vestito con l’abito dei figli di Sant’Ignazio di Loyola. Fu esaudita. Nel tempo che andò vestito dell’abito dei gesuiti, Giovanni si merito la fama di “piccolo apostolo”, tanto era esemplare nell’adempimento dei suoi doveri e zelante nel richiamare i suoi compagni al senso del dovere. Quando prese parte alla tradizionale processione delle Quarantore, che si svolgeva solennemente ogni anno nella chiesa di San Rocco, egli lasciò il posto che gli spettava tra i nobili per andare a mettersi, con il cero in mano, tra i novizi della Compagnia di Gesù. Allo scadere del voto Giovanni si sentì spinto a farsi gesuita. Poté appagare il suo sogno il 17-12-1662, non ancora diciassettenne, entrando nel noviziato della Compagnia di Gesù, stabilito allora nella località detta “Cotovia”. Emessi i voti perpetui, fu trasferito all’università di Evora per lo studio delle lettere e della filosofia. Essendosi ammalato gravemente per ben due volte, i superiori lo trasferirono a Coimbra, nel primo collegio aperto dai gesuiti.
         Nel 1668 Giovanni chiese al generale della Compagnia di essere inviato missionario in Oriente. La sua aspirazione fu soddisfatta, ma prima fece il suo tirocinio come professore nel collegio di Sant’Antonio di Coimbra, quindi studiò teologia in vista del sacerdozio che ricevette nel 1673. Nonostante l’opposizione della madre, e l’intervento del Nunzio Mons. Francesco Ravissa, il P. de Britto ottenne di partire per la difficile missione del Madura (15-3-1673), nell’India sud-orientale. Passando per le Canarie e il Mozambico, egli percorse lo stesso cammino che oltre un secolo prima aveva percorso il Saverio, davanti al cui sepolcro, in Goa, egli rinnovò il voto di dedicarsi in perpetuo alla conversione degl’indiani.
         Raggiunse il suo campo di apostolato forse nel 1675, dopo aver completato gli studi di teologia e aver rifiutato la cattedra di filosofia offertagli, dicendo che era venuto in missione per studiare i mezzi proporzionati e convenienti a convertire gl’idolatri, e non per fare scuola. Dopo essersi iniziato alla lingua tamul, propria di quelle regioni, stabilì la sua dimora a Tattuvancheri, nel regno di Tanjore; visitò i cristiani del Madura settentrionale, nel regno di Gingi, tra grandi fatiche e pericoli per le continue guerre civili e le accanite persecuzioni dei Bramini. Si trasferì poi a Cuttur presso Coley. A misura che ampliava la sua azione evangelizzatrice, fondava chiese e case per i missionari, e operava tra gl’indiani prodigi che riempivano tutti di meraviglia. A tanti infermi restituì la salute facendo invocare S. Francesco Saverio. Egli stesso guarì improvvisamente da una grave e fastidiosa malattia agli occhi, dopo aver rinnovato il voto di perseverare nelle missioni fino alla morte.
          Per potersi occupare dei paria senza nuocere al suo apostolato presso gl’indiani di casta, il Santo, imitando il suo confratello P. Roberto de’ Nobili (+1656), adottò il genere di vita dei “saniassi” o asceti indù. Andò vestito quindi di una tunica di cotone tinta di rosso; si avvolse il capo in un panno della stessa stoffa a modo di turbante; invece di scarpe calzò una suola di legno fornita sul davanti di un pezzo di legno che entrava tra le dita più grandi; camminò con una canna di bambù in mano e un’anfora di rame al braccio contenente l’acqua con cui dissetarsi in quelle regioni bruciate dal sole.
          L’alimento per quel nobile portoghese che aveva rinunciato agli agi della vita per guadagnare anime a Cristo, si riduceva a riso, latte ed erbe, una volta il giorno. I primi lavori del P. de Britto furono coronati da successo. Dal 1679 al 1685 egli discese verso il sud del paese in cerca di un territorio meno turbato dalle guerre e meno sfruttato dalla tirannide e le esazioni dei principi. Nel regno di Madura, in cui non era ancora penetrato il missionario, predicò il Vangelo per le piazze e per le case non possedendo una residenza propria. Fin dall’inizio egli operò un grande numero di conversioni. I pagani ne furono talmente irritati che una notte in cui stava battezzando duecento catecumeni, lo assalirono e lo staffilarono ferocemente insieme ai catechisti che lo aiutavano.
         Ritornato nei suoi antichi posti di lavoro, l’eroico missionario fu nominato superiore (1685). Avendo saputo che, da diciotto anni, nessun missionario aveva raggiunto il regno di Marava, si decise a quella pericolosa impresa (1686). Fu talmente intensa l’azione pastorale da lui svolta che, dopo pochi mesi, era già riuscito a battezzare più di 2.000 indiani. Ricercato e fatto prigioniero con i catechisti dal primo ministro del regno, fu schiaffeggiato, sputacchiato e flagellato perché non aveva voluto invocare l’idolo Xiven. In seguito lo fecero sdraiare nudo sopra un masso di pietra pomice irto di punte acute e infuocato al sole. Per tormentarlo di più lo voltarono e rivoltarono saltandogli addosso. Condannato a morte, il P. de Britto se ne rallegrò. Per ottenere la grazia della perseveranza finale, con i suoi compagni di prigionia recitò il rosario. Già tutto era pronto per l’esecuzione capitale quando il re decise di sospenderla per un’improvvisa rivolta nel regno.
         In seguito a un nuovo ordine del sovrano il martire fu condotto alla corte e trattenuto in una scuderia nella quale si presentarono per discutere con lui molti savi pagani. Poiché nessuno riusciva a resistere alla sua sapienza, anche il re desiderò di ascoltarlo. P. Giovanni gli spiegò il decalogo e i principali misteri della fede. Il re non si convertì. ma fu indotto a revocare la sentenza di morte dopo aver dichiarato alla presenza dei cortigiani: “In verità non c’è, né vi può essere legge più santa di questa, perché fa fare tutto quello che è virtù e fuggire tutto quello che è peccato”.
          Essendogli stata interdetta la predicazione, P. Giovanni si ritirò dal Marava. Poco dopo (1687) ricevette dal suo Provinciale l’ordine di recarsi in Europa come Procuratore della Provincia di Malabar. Da Lispona non poté continuare il suo viaggio fino a Roma per l’opposizione ai Pedro II, re del Portogallo, allora in contrasto col B. Innocenzo XI a causa del Patronato. Il Generale della Compagnia s’accontentò di un suo rapporto scritto sullo stato della missione. Il P. de Britto approfittò della sua permanenza in Portogallo per predicare un po’ ovunque e reclutare nuovi missionari. Il re tentò invano di trattenere il suo amico d’infanzia in qualità di membro del Consiglio delle Indie e di precettore dei suoi figli.
         Dopo aver salutato la mamma per l’ultima volta, il santo s’imbarcò (1689) alla volta della sua missione dove, appena arrivato, fu incaricato della visita alle residenze del Madura. Poi penetrò di nuovo nel Marava a costo d’incorrere nelle ire di quel sovrano ostile alla predicazione cristiana. Un principe dell’antica casa reale gli manifestò il desiderio di farsi cristiano. Avendo consentito a ritenere con sé una sola delle cinque donne che aveva sposato, P. Giovanni lo battezzò. La più giovane delle ripudiate, parente del re, si rifugiò a corte e accusò il missionario di aver ammaliato suo marito. Il sovrano, istigato dai bramini, ordinò che fossero subito arse le chiese dei cristiani e saccheggiate le loro case, e che il de Britto fosse arrestato (8-1-1693).
         Il prigioniero di Cristo, carico di catene, che gli ridussero il corpo a una piaga, fu costretto ad attraversare tutto il paese a piedi per comparire davanti al re, nonostante il generoso intervento del principe convertito.
        Dopo averlo coperto d’insulti e fatto battere selvaggiamente, il tiranno avrebbe voluto farlo fucilare, ma siccome temeva le conseguenze di quell’atto, decise d’inviarlo a suo fratello, governatore di Oreisur, perché lo uccidesse nel modo che gli pareva migliore. Dal carcere il martire scrisse al sacerdote Francesco Lainez: “Essendo virtù la colpa di cui mi accusano, il soffrire per essa è grande gioia”. Il 4-2-1693 P. Giovanni salì raggiante la collina di Oreisur, chiese ai carnefici un momento per raccogliersi in preghiera, poi disse: “Potete fare adesso di me quello che volete”. Lo denudarono, lo fecero sedere, lo decapitarono e lo impalarono dopo che gli ebbero tagliate le mani e i piedi. Le sue carni probabilmente furono date in pasto alle fiere. Pio IX lo beatificò il 18-5-1859 e Pio XII lo canonizzò il 22-6-1947.
 
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 97-100.
http://www.edizionisegno.it/