SACERDOZIO E MINISTERO (IV)

Sacerdozio e vita religiosa

LIBRO TERZO


Il campo del ministero



CAPITOLO I
DONDE LA NECESSITÀ DEL MINISTERO ECCLESIASTICO

L’autorità ecclesiastica come l’autorità civile, e, conseguentemente tutta l’economia del santo ministero, hanno la loro ragione di essere dopo la caduta originale.
Se Adamo non fosse caduto, l’umanità fedele a Dio avrebbe goduto di una felicità così grande che avrebbe avuto al di sopra di se stessa soltanto la felicità della vita eterna.

L’uomo sottomesso a Dio avrebbe attinto direttamente la vita dalla grazia; non avrebbe avuto bisogno di una guida per trovare Dio, e con la santa e divina grazia sarebbe andato a Lui senza inciampare e senza venir meno.
Ma l’umanità non è più così; il peccato è entrato nel mondo e ha mutato in un modo sorprendente tutte le condizioni di questa terra. Per difenderci contro gli iniqui, Dio volle che nella società vi fosse l’autorità dei re e per ricondurci al bene e alla vita eterna volle che ci fosse un’autorità ecclesiastica e un ministero ecclesiastico e infine volle che le sue grazie giungessero agli uomini attraverso mezzi proporzionati ai bisogni degli uomini decaduti.
Adamo, dimentico di ciò che doveva a Dio, considero cosa buona piacere ad Eva, come Eva aveva considerato cosa buona ubbidire a Satana; e Dio volendo che il rimedio rispondesse alla natura della colpa, da parte sua considero cosa buona che l’uomo fosse assoggettato all’uomo, sottomesso ai sacramenti, sottomesso a un minuzzolo di pane, a una goccia d’acqua.
Cioè Dio umilio la sua creatura orgogliosa e qui il nostro ministero ha la sua ragione di essere; per essere i ministri della salvezza degli uomini, noi siamo i ministri dell’umiliazione degli uomini.

Quanto queste prospettive devono umiliarci se abbiamo gli occhi per vedere la profondità dell’umana caduta, la vera natura dei rimedi dei quali siamo ministri e, per conseguenza, la vera natura del nostro ministero!


Oh! Non abbiamo certamente nulla per gloriaci dell’autorità che Dio ci ha dato, dal momento che questa autorità è essa stessa una prova sempre parlante, una testimonianza sempre irrevocabile della caduta dell’umanità, della nostra caduta in essa e con essa. Ora che siamo caduti abbiamo il duplice obbligo di rialzarci e di lavorare a rialzare gli altri.


Il primo sta al di sopra delle forze dell’uomo; che diremo dunque, che faremo noi che con questo primo obbligo dobbiamo rispondere anche al secondo?


Siamo dei caduti: è qui, nell’attuale condizione dell’umanità, la ragione del ministero ecclesiastico.


CAPITOLO II
LA NATURA DEL MALE PRESENTE

Il male presente è semplicemente il peccato originale e le sue conseguenze. Qualunque sia il nome col quale si chiama, il male presente non è, non può essere un’altra cosa. Il peccato è entrato nel mondo per mezzo di Adamo; il peccato di Adamo è diventato il peccato dell’intero genere umano: è da quest’unica sorgente, ma fecondissima, troppo feconda, da dove sono venute tutte le sventure delle anime.


Il peccato originale, anche là dov’è stato cassato dal battesimo, ha lasciato la triplice concupiscenza: l’orgoglio, l’avarizia, la voluttà.


La nostra maggior disgrazia sta nel fatto che queste infelici concupiscenze hanno ripreso il sopravvento nei battezzati; e in questo modo vi regnano così potentemente che il battesimo, la cresima e la comunione sembrano aver perduto la loro efficacia sulle anime d’oggi.


Molti cristiani aihmè! sembrano battezzati soltanto per diventare degli apostati; molti sembrano stati cresimati per rinunciare allo Spirito Santo piuttosto che per riceverlo; non ci sono quelli che partecipano all’Eucarestia solo per calpestare più autenticamente il Figlio d’Iddio?


Perciò i rimedî che dovevano salvare si mutano in veleno mortifero: i sacramenti, che sono i canali della grazia, troppo spesso diventano i sigilli del peccato.


In troppi luoghi l’apostasia è lo stato generale delle anime, un’apostasia sovente più stupida che voluta: si vive fuori di Dio, di nostro Signore, dello Spirito Santo, fuori da tutto ciò che è soprannaturale.


E nonostante ciò si è dei battezzati! Quale oltraggio alla grazia divina! Quale oltraggio allo Spirito Santo! Quale ingratitudine verso Dio, verso l’adorabile persona del Salvatore, verso lo Spirito Santo!


CAPITOLO III

COME SI PROPAGA IL MALE PRESENTE

La sorgente del male, l’abbiamo detto, è il peccato originale. Questa sorgente, pero, è segretissima, e proprio dal segreto che l’avvolge trae maggior facilità per propagare i suoi veleni.


Il peccato originale è poco conosciuto, e spesso mal conosciuto. Poiché ha gettato le anime nell’ignoranza, sembra impegnarsi a nascondere soprattutto la sua malizia che essenzialmente consiste in due cose: la perdita della giustizia originale e il deterioramento della natura: ma oggi, pur ammettendo la perdita della giustizia originale, si vorrebbe tuttavia non riconoscere che la natura è stata deteriorata.


Questa conoscenza così monca del peccato originale lascia campo libero ad una folla di errori, ed è assolutamente impotente nella salvezza di alcunché, seguendo la massima assai conosciuta: “Bonum ex integra causa: malum ex quocunque defectu”.


Da questo non saper e non voler riconoscere il deterioramento della natura causato dal peccato originale derivano conseguenze funestissime.


La natura diventa orgogliosa di sé stessa nonostante la solenne espressione dell’Apostolo: “Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto” (1 Cor. 4,7).


La natura, essendosi fetta cieca sul suo male, è portata ad abusare del suo proprio bene. Ne abusa col farsene una arma contro Dio e nello stesso tempo per ferire sé stessa con nuove ferite. Possiede la ragione, la libertà e i sensi e ne abusa. La sua insolente rivolta contro Dio l’imprigiona nel naturalismo; e con uno strascico di inevitabili conseguenze la sua ragione sprofonda nel razionalismo, la sua libertà nel liberalismo e i suoi sensi nella sensualità.


Eppure dopo tutte queste spaventose conquiste nel male, la natura, essendo rimasta insoddisfatta, si volta contro il Salvatore; nega la sua divinità, l’umanità, la grazia, la sua Chiesa, per finire col negare tutto. Poi dice a se stessa come l’antica Babilonia: “Io e nessuno fuori di me” (Is. 48,8).


È vero che il male non è grande in tutte le anime; ma negli stessi credenti le verità sono singolarmente diminuite. Esiste per essi un naturalismo addolcito che non si preoccupa di esser elevato a dogma, ma che si contenta perfettamente di esser accettato come dottrina pratica. C’è un razionalismo mitigato che non condanna la fede, ma che spesso si riserva il diritto di giudicarla; c’è anche un liberalismo cattolico; e benché non si sia ancora osato di pronunciare il nome di un sensualismo cattolico, si deve tuttavia ammettere che il sensualismo ha già invaso molte anime cattoliche nelle quali la vita sensuale è giunta a soffocare la conoscenza della stessa mortificazione cristiana, senza la quale, pero, secondo la testimonianza dell’Apostolo non esiste la vita davanti a Dio: “Poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l’aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del vostro corpo, vivrete” (Rm. 8,13).


Qui bisogna sottolineare un fatto capitale sul quale il razionalismo ha singolarmente falsificata le idee delle stesse anime buone. Se si studiassero gli autori che hanno trattato della grezia fino al secolo XV o XVI e si confrontassero con essi gli autori dei tempi moderni, si potrebbe osservare che esiste tra loro una differenza considerevole. In quella si riconosce in tutta la sua potenza la grazia medicinale del Redentore, la gratuità e l’efficacia. Nei moderni, invece, l’efficacia della grazia per lo più è attribuita alla volontà della creatura mentre anticamente la si considerava come un dono della stessa grazia. Riteniamo perciò che gli uomini, anche quelli cristiani, del nostro tempo non sono in grado di leggere il trattato di San Bernardo: “De gratia et libero arbitrio” senza smarrirsi, e, forse, senza scandalizzarsi. L’Abate Rohrbacher non ha forse scritto che San Bernardo non seppe fare distinzione della natura e della grazia? Voi pigmei del secolo XIX, voi avete scritto ciò riguardo San Bernardo; voi avete scritto lo stesso di Sant’Agostino.


I piccoli uomini del tempo presente non hanno ricevuto dalla grazia le percezioni che ricevettero gli antichi, perciò non ritengono di aver tanta necessità di pregare per chiedere, ottenere e conservare la grazia. Che cos’è la preghiera oggi? Dove le anime che pregano? Non è forse vero che la maggior parte dei cristiani che ancora pregano fanno consistere la preghiera nella recita di formule? Oh quanto sono lontani dal cristianesimo di nostro Signore e dei suoi Apostoli che è spirito e vita!


CAPITOLO IV

COME PUÒ ESSERE GUARITO IL MALE PRESENTE

Nostro Signore è l’unico Salvatore degli uomini, perciò fuori di Lui non si trova assolutamente alcun rimedio ai mali che ci affliggono: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At. 4,12).


Se la natura è ammalata del male chiamato naturalismo, per essere guarita deve sottomettersi a Gesù, altrimenti conserverà il proprio male che la perderà senza posa e per sempre.


Bisogna pero osservare che la sottomissione necessaria per la guarigione dev’essere totale e affettuosa: è necessario abbandonarsi al medico celeste per ricevere l’intera efficacia dei suoi divini rimedî: ogni riserva nella sottomissione non solo compromette la guarigione, ma spesso la fa diventare impossibile: “Io voglio essere battezzato, disse l’eunuco della regina d’Etiopia”. Si, gli rispose Filippo, se tu credi con tutto il tuo cuore; “si credis ex toto corde tuo” (Atti ,8,37). La salvezza si compie a questa condizione.


La ragione ha il suo male che è il razionalismo. Anch’essa per guarire ha bisogno di sottomettersi, di sottomettersi alla fede. Che cosa di più giusto! La ragione creata si deve tutta intera alla ragione increata, la ragione umana alla ragione divina.


Erra la ragione umana quando crede di farsi grande studiandosi di mostrare la sua indipendenza da Dio. Proprio come il figlio prodigo nell’abbandonare la casa paterna. Che cosa trovo egli lontano da suo padre? L’indigenza e la vergogna. La ragione che si scosta dalla fede non può sognare altro. La sua salvezza sta nella parola del figlio prodigo: “Mi alzerò e andrò da mio padre” (Lc. 15,18).


Qui bisogna sottolineare un’altra illusione grandemente funesta nella quale sono cadute molte persone sebbene di rispetto. Poiché è necessario che la ragione umana cammini con la fede, queste persone reputarono di far bene diminuendo la fede; cioè attenuarono le divine esigenze della fede e diminuirono i suoi diritti imprescrittibili, con lo scopo, dicevano a se stessi. di farla più facilmente accettabile. Ma perché fare per le anime ciò che non farebbero per i corpi i medici degni di questo nome? Essi conoscono la dose necessaria perché un farmaco faccia guarire e non si lasciano indurre a prescrivere una dose minore col pretesto che sarà più facile a prendersi; sanno bene che a questa condizione noi vi sarebbe guarigione, e non faranno mai questo. Medici delle anime, perché saremo noi sacerdoti meno abili dei medici dei corpi? “I figli di questo mondo verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc. 16,8).


La libertà ha il suo male che è il liberalismo. La libertà è una bellissima e degnissima facoltà dell’anima; il liberalismo è un modo di essere della libertà, ma un modo di essere falso e forzato. Perché la libertà si è data per il bene e per il merito, mentre il liberalismo è una libertà che si compisce fuori del bene e del merito. Come il razionalismo è un abuso della ragione, il liberalismo è un abuso della libertà: abuso che consiste nel fare della libertà stessa la regola della libertà. Ma Dio solo è regola a sé stesso e ogni creatura che vuole imitare Dio in questo non fa che imitare Satana, il primo fra i ribelli. La ragione ha la sua regola nella ragione di Dio che è la fede, e la libertà ha la sua regola nella volontà di Dio che è la carità.


La carità illumina, dirige, sostiene, fortifica la libertà e le fa compiere meravigliosi progressi: perché più l’uomo progredisce nel bene e nel merito, più è libero. Ascoltiamo la grande voce della Chiesa: “Populum tuum, quaesumus Domine, coelesti dono prosequere ut et perfectam libertatem consequi mereatur et ad vitam proficiat sempiternam” (Orazione del lunedì di Pasqua prima della riforma liturgica).


Ciò ci porta a citare nuovamente, per meglio comprenderla e ammirarla, la sublime frase di Sant’Agostino: “Libertas est charitas” (De natura et gratia, lib. I, cap. LXV).


Se poi ci inoltriamo nello studio del male presente, troviamo il sensualismo, l’amore del benessere materiale, l’amore della soddisfazione dei sensi; l’impulso di Eva verso il frutto che le sembrava bello a vedersi e buono a mangiarsi.


Il rimedio a questo male tanto comune e così profondamente radicato nella natura è la penitenza. Fate penitenza, diceva nostro Signore ed era la prima parola della sua predicazione. La penitenza è così necessaria che un giorno egli disse: “Se non farete penitenza, perirete tutti allo stesso modo” (Lc. 13,3).


La parola penitenza è diventata poco gradita a intendersi e vi è una specie di pudore, di nuovo genere, a pronunciarla.


Ci si è allontanati dalla strada della penitenza che una specie di sant’uomo spacciò gravemente questa massima: “Il digiuno non appartiene più allo spirito della Chiesa; oggi è l’orazione, è l’orazione”. Ecco: col pretesto della spiritualità si è giunti a cancellare una buona parte del Vangelo: se poi qualcosa ne ha tratto un guadagno, ci si dica che non è sensualismo?


CAPITOLO V
IL VERO STATO DELLE ANIME

L’umanità è passata per tre stati successivi, il primo dopo la caduta fino a Mosè e si chiama stato della legge di natura; il secondo da Mosè a nostro Signore ed è lo stato della legge scritta; il terzo da nostro Signore fino a noi, lo stato di grazia che durerà fino alla fine dei tempi.


Sant’Agostino li riassume in tre parole: “Ante legem, sub lege, sub gratia” e, andando più lontano, osserva che questi diversi stati della umanità s’incontrano facilmente nelle anime le quali possono stare “Ante legem”, o “sub lege” o “sub gratia”. Un’anima sta “Ante legem” quando sta nell’ignoranza, sia perché non le fu data l’istruzione, sia perché l’ha trascurata, non conoscendone il valore.


Un’anima è “sub lege” quando conosce il bene che deve fare e il male che deve evitare; ma o perché non ha ancora ricevuto la fede, o perché ha trascurato il vivere secondo la fede, sta in peccato pur sapendo che cos’è il peccato.


Un anima è “sub gratia”, quando, con conoscenza, ha ricevuto il dono della fede e la grazia di vivere secondo la fede che opera per mezzo della carità: “La fede che opera per mezzo della carità” (Gal. 5,6).


In questo felice stato d’anima cammina in pace nella via dei santi comandamenti: ama le leggi di Dio e soprattutto Dio; è libera nel bene che ama e avanza con fiducia verso la ricompensa che Dio le promette. Bisogna fare questa distinzione nelle anime per proporzionare le istruzioni alla loro necessità e per non esigere da esse ciò che sorpasserebbe le loro forze. Cosi un’anima che sta ancora “ante legem” ha maggior bisogno di ricevere di quanto non è capace di dare; in essa la buona volontà consiste nel ricevere la luce nella misura che le è data, e non le si deve chiedere di più.


L’anima, poi, che è “sub lege” ha bisogno di essere illuminata intorno alla natura della fede, ai misteri dell’Incarnazione, della redenzione, della grazia medicinale del Salvatore, e della natura della carità. Ha bisogno di essere portata alla preghiera e soprattutto al desiderio di una grazia maggiore e più abbondante.


L’anima che sta “sub gratia” chiede di essere ben istruita sulla natura della grazia, della sua gratuità, della sua necessità e sulle sue meravigliose operazioni, e così rimettendosi ad essa con amore, possa camminare nelle strade di tutte le buone opere. Tale anima ha pur bisogno di essere istruita e affermata nell’umiltà onde non esporsi alle cadute: “Chi crede di stare in piedi guardi di non cadere” (I Cor. 10,12). “Tu resti li in ragione della fede. Non montare in superbia, ma temi” (Rm. 11,20). Da qui la necessità che l’istruzione sia proporzionata allo stato delle anime, e che da parte loro l’azione risponda all’istruzione: sarebbe grande sventura chiedere loro più di quanto possono davanti a Dio: per esempio se si volesse condurre alla comunione chi non è neppure “sub lege” o chi stesse “ante legem” in una deplorevole ignoranza Il male fatto alle anime, agendo in questo modo, è incalcolabile e tanto più deplorevole in quanto si sono usati i sacramenti che sono stati ricevuti senza conoscenza, senza preparazione, senza frutto e senza gusto: per cui i sacramenti ricevuti in tal maniera spesso sono gli ultimi sacramenti.


CAPITOLO VI
ANCORA SUL VERO STATO DELLE ANIME

Siccome nei paesi detti cristiani generalmente si esercita il ministero verso persone battezzate, i sacerdoti potrebbero essere indotti a considerare quei battezzati “sub gratia” o almeno “sub lege”, ma si sbaglierebbero pesantemente. Perché? Perché c’è un’infinità di anime che hanno smarrito la grazia e, spesso, anche la fede, e alle quali certamente si farebbe un torto considerevole trattandole come si trattano i fedeli, e cercando di ricondurle alle pratiche religiose prima di essersi adoperati di far nascere o rinascere in esse la fede. Si potrebbe far loro credere che la religione è questione di forme e di cerimonie e in questo modo sarebbero gettate in uno stato peggiore del precedente.


Il padre Faber diceva che gli inglesi dovevano essere trattati con la stessa circospezione che in antico i padri usavano verso i pagani. Eppure gl’inglesi sono dei battezzati; e benché protestanti, sono spesso più religiosi di molti cattolici francesi per i quali ultimi noi chiederemmo volentieri ciò che il padre Faber chiedeva per i suoi compatrioti. Oh si, certamente si farebbe a loro un grande beneficio insegnando ad essi la fede e insegnandola in modo che non fossero mai esposti a credere che accontenteranno Dio con delle sole formalità e che la religione consiste nelle cerimonie.


Ciò è detto per le anime sviate, ma ce ne sono altre, quelle cioè che pur servendo Iddio non hanno sempre gli aiuti spirituali necessarî: bisogno di lui e di discernimento delle loro vie e dell’operato di Dio in esse. Anime che raramente trovano ciò di cui hanno bisogno: per esempio quante anime sprofondano negli scrupoli, quante perdono il coraggio nelle difficoltà, quante languiscono per la mancanza d’un’istruzione basata sulla fede, e che potrebbero dire come il paralitico del Vangelo: “Signore non ho nessuno che mi immerga” (Gv. 5,7).


I sacerdoti troppo facilmente pensano di saperne sempre abbastanza per confessare i contadini. Si sbagliano perché le anime dei contadini hanno lo stesso valore delle anime dei cittadini, e non vi è meno necessità di luce e di discernimento per aiutare un’anima in un villaggio come un’anima in una grande città.


Un’anima è dovunque un’anima; le necessità delle anime sono grandi ovunque e lo Spirito Santo non opera meno nei luoghi più umili che nei grandi centri.


Parecchie volte abbiamo constatato l’angoscia di cui soffrono le anime mancanti d’aiuto, di luci e di sicura direzione.


Vi sono di quelli che ritengono di rimediare a tutto, prendendo il tono dell’autorità sulle anime: “Fate questo, ve lo comando: obbedite…” Tali modi di comportarsi non sono e non portano luce. L’autocrazia del sacerdote non è accettabile, là dove lo Spirito Santo vuole avere la sua parola.


A parte il caso, d’altronde assai raro, d’uno scrupolo che proviene dalla timidezza, l’autorità non è un mezzo efficace di direzione: “Non dominamur fidei vestrae” (1 Cor. 2, 23).


Il vero modo consiste soprattutto nella premura d’illuminare il cammino, d’istruire solidamente nella fede, sulle operazioni dello Spirito di Dio, dello spirito proprio, e qualche volta anche dello spirito maligno.


CAPITOLO VII

L’ADORAZIONE IN SPIRITO E VERITÀ

L’abbiamo detto: vi è un grandissimo pericolo nel far consistere la religione nella osservanza e negli atti esterni. Se fosse concentrata lì, la religione dei cristiani sarebbe poco dissimile dall’antico paganesimo, perché diventerebbe un esercizio fisico, piuttosto che un fatto dell’anima.


Nostro Signore ha insegnato agli uomini che Dio è spirito, vuole che Dio sia adorato dallo spirito, o in spirito; ed egli chiama ciò adorare Dio nella verità.


Perciò se il culto che diamo a Dio, non fosse dato in spirito o dallo spirito, non gli sarebbe dato nella verità.


Considerato sotto questo aspetto, il male attuale è grandissimo, e presso i nostri cristiani è il frutto disgraziato d’una disgraziata ignoranza.


I nostri cristiani non conoscono, o almeno non abbastanza, le tre cose che costituiscono il culto di Dio in spirito: la fede, la grazia di Dio e il grande comandamento.


Nono conoscono la fede, non diciamo l’oggetto della fede, dono gratuito d’Iddio per mezzo del quale il nostro spirito, aderendo alla verità d’Iddio, è posto sulla strada della vita soprannaturale. C’è un immenso lavoro da fare per ristabilire la fede, la fede completa, luminosa nei cristiani dei nostri tempi.


Essi allo stesso modo non conoscono la grazia d’Iddio; parola molto vaga per essi e che non dice loro alcunché di preciso e di determinato. Hanno bisogno d’imparare che cos’è la grazia, la sua gratuità (pensano spesso che se Dio non la donasse indifferentemente a tutti, non sarebbe giusto). Abbiamo dovuto persino renderci conto che certi grandi dottori in Israele avevano essi stessi bisogno d’imparare ciò che è la grazia: e se i maestri stanno a questo punto, a che punto staranno i discepoli?


I nostri cristiani hanno anche urgente bisogno d’imparare il grande comandamento di Dio.


Siccome oggi si pretende di sostituire la fede al sentimento religioso (spesso là dove i nostri dottori dovrebbero usare la parola “fede” usano o scrivono “sentimento religioso”) benché fra i due termini vi sia una distanza incommensurabile, essendo il sentimento religioso una disposizione naturale e la fede un dono soprannaturale; si crede pure di aver trovato un mezzo da sostituire all’amor di Dio; si crede di poterlo sostituire con una certa sensibilità, o pia sensibilità, che ci lascerebbe credere che veramente abbiamo ancora qualche cosa “per il buon Dio”.


C’è una grande lontananza da questa disposizione all’amore di Dio come Egli lo intende; amore che raccoglie tutti i nostri affetti alle cose di quaggiù e li orienta integralmente a Dio, amore che libera l’anima dalle tre concupiscenze, che regola la vita intiera e tutta intiera la ordina al solo scopo di piacere a Dio.


Oh! Quanto c’è da fare per insegnare ai cristiani la fede, la grazia e l’amore di Dio!