S. VINCENZO PALLOTTI (1795-1850)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il Pallotti visse sotto il burrascoso pontificato di sei papi. La massoneria imperava e i patrioti provocavano sollevazioni per affrettare l’unificazione d’Italia. Quando, con l’assassinio di Pellegrino Rossi, Pio IX si trovò solo, il nostro santo fu tra i pochi che ebbero il coraggio di andarlo a confortare e confessare. Quando il papa fuggì a Gaeta, egli, cercato a morte, si ritirò nel Collegio Irlandese da dove scrisse lettere animatrici a Ferdinando II, re di Napoli, ai cardinali, agli studenti del Collegio Urbano, al presbiterato inglese e ai suoi figli spirituali: D. Raffaele Melia e D. Giuseppe Faà di Bruno, che a Londra lavoravano per l’erezione della chiesa di San Pietro per gl’italiani.

Colui che dai contemporanei fu salutato l’apostolo di Roma e il padre dei poveri, nacque nell’Urbe, il 21-4-1795, terzo di dieci figli che Pietro-Paolo ebbe da Maria Maddalena de Rossi. Alla scuola degli ottimi genitori, agiati pizzicagnoli, Vincenzo crebbe molto pio e devoto della Madonna. A tre anni fu visto battersi il petto esclamando: “Maria SS., fatemi buono”. Suoi maestri nelle elementari furono gli Scolopi di San Pantaleo. Il fanciullo incontrò difficoltà per la scarsa intelligenza, ma le superò con una novena allo Spirito Santo.
Con l’età crebbe in Vincenzo uno sviscerato amore per i poveri, ai quali donava volentieri cibo e vestito; un ardente bisogno di pregare, che andava a soddisfare all’altare di S. Filippo Neri a Santa Maria in Vallicella; una cocente sete di penitenze, che appagava usando un tronco per cuscino, limitando il cibo, flagellandosi e dormendo per terra. Durante le vacanze estive, che trascorreva presso una zia a Frascati, radunava i coetanei analfabeti per istruirli nelle verità della fede. Anche i suoi fratelli accettavano da lui lezioni di religione, perché riconoscevano che aveva una innata capacità di governo.
Vincenzo, che i vicini avevano cominciato a chiamare “il piccolo santo”, frequentò gli studi secondari al Collegio Romano. Prendendo parte ogni giorno con il padre alla messa nella chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini desiderò di unirsi a loro. Il confessore gli fece comprendere, invece, che il suo apostolato si sarebbe svolto per le vie di Roma. Nel 1814 proseguì gli studi alla Sapienza, sede dell’Università, dove si diplomò in lingue classiche, moderne e orientali, e si laureò in filosofia e teologia. A vent’anni fece voto di castità perpetua, di povertà e ubbidienza al suo confessore, di cercare in ogni azione quello che gli sembrava più perfetto. Nel diario annotò: “Non il mondo, ma Dio! Non le ricchezze, ma Dio! Non la gloria, ma Dio!” S’iscrisse a trentadue confraternite ed emise la professione dei Terz’Ordini Trinitario, Francescano, Minimo, Carmelitano e Domenicano.
Ordinato sacerdote nei 1818, Don Vincenzo svolse subito il ministero sacro tra i ragazzi dei quartieri più popolari, specialmente a Santa Maria del Pianto e a Santa Maria della Scala. Per il bene della gioventù si fece promotore di scuole serali di religione e di oratori notturni, organizzò scuole di arti e mestieri, e fondò la prima scuola agraria nella campagna romana. Per potere dedicare tutte le energie ai poveri, agli infermi, ai carcerati, ai militari, ai condannali a morte, ai penitenti, rifiutò il canonicato di Santa Maria ad Martyres (Pantheon) e il beneficio parrocchiale di San Marco a piazza Venezia. Quando, senza concedersi un momento di riposo, il tempo gli venne a mancare rinunciò pure alla cattedra della Sapienza dove dirigeva le dispute di teologia per i laureandi. Bramava sovraspendersi nelle missioni popolari e nel confessionale “per la gloria infinita di Dio, per la distruzione del peccato e per la salvezza delle anime”. S. Gaspare del Bufalo gli si mise al fianco e gli comunicò la sua fiamma di amore per il preziosissimo Sangue di Gesù.
Nel 1827, poiché possedeva una spiccata attitudine a coltivare il dono della vocazione alla vita sacerdotale, il Pallotti fu incaricato della direzione spirituale nel Seminario Romano, e poi nel Collegio di Propaganda Fide; in quello Inglese, Scozzese e Irlandese, Greco e in numerosi altri Istituti. Furono dirette da lui anche la serva di Dio Madre Maria Luisa Maurizzi (+1831), cofondatrice del Monastero delle Mantellate in Roma, e la serva di Dio Elisabetta Sanna (+1857). vedova, terziaria francescana. Lo stesso abate Antonio Rosmini fece ricorso a lui, e ne ebbe ottimi consigli. Suo grande confidente fu il Ven. Bernardo M. Clausi (+1849), mistico dell’Ordine dei Minimi, col quale sovente si ritirava in meditazione nell’eremo di Camaldoli sopra Frascati. Furono della cerchia del nostro santo la B. Maria De Matthias ( +1866), fondatrice delie Adoratrici del Preziosissimo Sangue, la B. Anna Taigi (+1837), madre di famiglia e terziaria trinitaria.
Tra tante occupazioni aveva un solo rammarico: che la giornata fosse troppo breve per poter comunicare a tutti un po’ del fuoco che lo consumava. Al calar della notte riprendeva la strada delle varie chiese, dove si tenevano le adunanze delle confraternite alle quali apparteneva. Al suono della campana, anch’egli indossava il saio dei sacconi, e partecipava alle processioni di penitenza. A chi gli faceva le meraviglie per tanta attività, nonostante la salute cagionevole rispondeva: “La carità di Cristo ci sospinge”. Praticava questa virtù sotto tutti gli aspetti, non escluso quello materiale. Difatti visitava le famiglie povere, distribuiva buoni-merce da prelevarsi nella bottega del padre, e dava fino all’ultimo spicciolo, o capo di vestiario, a quanti lo incontravano per strada o andavano ad aspettarlo alla porta di casa. Suoi generosi collaboratori furono le famiglie del patriziato romano, di cui si era guadagnato la stima e l’affetto. Sono circa 400 le lettere di carità che ancora si conservano. I suoi amici avevano ormai fatto l’abitudine a visite di sconosciuti, con un biglietto firmato da lui e richiedente una generosa offerta a vantaggio del latore. Nei casi più disperati andava egli stesso a bussare alla porta dei benefattori. Divenne così emulo di S. Giovanni de Matha, fondatore dell’Ordine della SS. Trinità, del quale si fece Terziario.
Per accrescere, difendere e diffondere la fede e la carità tra i fedeli e propagarle nel mondo, nel 1835 concepì durante le notturne adorazioni nella chiesa dello Spirito Santo dei Napoletani, di cui era diventato rettore, la Pia Società dell’Apostolato Cattolico, composta di sacerdoti e laici viventi in comunità senza voti, di cooperatori con la preghiera e l’offerta, vincolati solo dal desiderio di diffondere la buona stampa, di assistere gl’infermi, i militari, i carcerati, i convertendi e i missionari. All’apostolato Cattolico si iscrissero venticinque cardinali, quasi tutti i parroci della città e laici di ogni condizione. Non per nulla Pio XI, riconoscendo le virtù eroiche del Pallotti, lo chiamò “provvido e prezioso antesignano” dell’Azione Cattolica.
Con l’aiuto dei suoi congregati nel 1836 il santo organizzò, per la prima volta, la solenne celebrazione dell’ottavario dell’Epifania. L’unità e l’universalità della Chiesa venne esaltata con lo splendore della liturgia latina e orientale, la predicazione nelle principali lingue, la partecipazione dell’episcopato e dei collegi esteri e nazionali. Nel 1847 Pio IX volle intervenire alla funzione di chiusura per premiare lo zelo dell’organizzatore.
Roma nel 1837 fu colpita dal colera. Il nostro santo si prodigò fino all’esaurimento nel soccorrere e confortare i morenti. Ai suoi seguaci smarriti infuse coraggio, assicurandoli che nessuno avrebbe contratto quel morbo. Cessato il flagello, provvide alla sistemazione delle orfane, fondando nel 1838 m Borgo Sant’Agata la Pia Casa di Carità, diretta dalle Suore dell’Apostolato Cattolico da lui istituite definitivamente nel 1843 con l’aiuto di Benedetta Gabrielli, la quale si era affidata a lui dopo che l’aveva visto passare asciutto per la strada mentre pioveva a dirotto.
Perché ai volenterosi giovani italiani fosse data la possibilità di diventare missionari come gli studenti stranieri del Collegio Urbano, il Pallotti nel 1837 concepì l’idea di un Collegio per le Missioni Estere in Roma. L’iniziativa fu però disapprovata da Gregorio XVI, perché si temeva facesse concorrenza all’opera della Propagazione della Fede, istituita nel 1822 a Lione dalla ven. Paolina Jaricot (+1862).
D. Giuseppe Marinoni, che fu il primo a rispondere all’appello del Pallotti, sarà il primo superiore del Collegio delle Missioni Estere di Milano, che Mons. Angelo Ramazzotti fonderà a Saronno nel 1850.
Per tante iniziative di bene e l’inesauribile carità, i romani quando vedevano il Pallotti passare frettoloso per strada, a capo scoperto per rispetto alla presenza di Dio e in preghiera, gli si avvicinavano riverenti per baciargli la mano. Egli sorrideva benedicente ma invece della mano, dava loro a baciare la miniatura della Madre del Divino Amore che portava sempre al braccio, assicurata ad una catenella di metallo. Era questa la Madonnina alla quale attribuiva quanto di straordinario avveniva attorno a lui, e che supplicava specialmente quando si trattava della conversione dei peccatori. Il suo zelo lo rendeva ingegnoso. Almeno due volte si travestì da donna per assistere di notte malati impenitenti, e prepararli al grande passo.
Il Pallotti visse sotto il burrascoso pontificato di sei papi. La massoneria imperava e i patrioti provocavano sollevazioni per affrettare l’unificazione d’Italia. Quando, con l’assassinio di Pellegrino Rossi, Pio IX si trovò solo, il nostro santo fu tra i pochi che ebbero il coraggio di andarlo a confortare e confessare. Quando il papa fuggì a Gaeta, egli, cercato a morte, si ritirò nel Collegio Irlandese da dove scrisse lettere animatrici a Ferdinando II, re di Napoli, ai cardinali, agli studenti del Collegio Urbano, al presbiterato inglese e ai suoi figli spirituali: D. Raffaele Melia e D. Giuseppe Faà di Bruno, che a Londra lavoravano per l’erezione della chiesa di San Pietro per gl’italiani. Un servo infedele ne rivelò la presenza nel Collegio Irlandese, ma per quanto la Guardia Civica lo mettesse a soqquadro, il Pallotti, in preghiera al suo posto, miracolosamente non fu scorto. Perché alla sua città, dopo il ritorno di Pio IX da Gaeta, fossero risparmiati più gravi flagelli, egli si offerse vittima di riparazione. Frattanto i fenomeni prodigiosi continuavano a moltiplicarsi in lui. Durante la celebrazione della Messa fu visto più volte sollevato da terra. Fu persino notato al capezzale dei moribondi, in bilocazione, mentre ascoltava le confessioni nella chiesa di San Salvatore in Onda, di cui aveva preso possesso nel 1846.
L’ottavario dell’Epifania del 1850 gli procurò un lavoro sproporzionato al suo fisico mingherlino, minato dalla tisi, prostrato dai digiuni e dalle catenelle. Tra i penitenti che assiepavano il suo confessionale vide un vecchio che batteva i denti per il freddo. Don Vincenzo, ancora sudato per la predica, si tolse di dosso il mantello per ricoprire il poveretto. Nel tornare a casa fu assalito dalla tosse. Ai suoi discepoli che lo esortavano a chiedere al Signore ancora alcuni anni di vita, rispose: “Fatemi fare la volontà di Dio!”
La Congregazione che aveva fondato contava soltanto dodici membri, ma era talmente convinto che fosse voluta dal cielo che, già morente, disse agli astanti: “Essa andrà avanti e sarà benedetta da Dio”.
Il Pallotti morì a Roma il 22-1-1850 e fu pianto dai poveri e dai ricchi, dai cardinali e dai sacerdoti, dai soldati e dai carcerati. Appena spirò, apparve abbracciato al crocifisso e tutto risplendente a Elisabetta Sanna. Nella sua stanza per circa un mese fu percepito un profumo di balsamo. Pio XII lo beatificò il 22-1-1950 e Giovanni XIII lo canonizzò il 20-1-1963. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di San Salvatore in Onda.
 
 Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 271-276.
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