S. Tommaso D’Aquino (1225-1274)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

I contemporanei lo avevano chiamato Dottore comune, i posteri lo dichiararono Dottore angelico. Papi e re si contesero l’onore di ospitarlo, ma egli preferì una vita semplice, umile e casta che gli meritò carismi speciali, locuzioni e rapimenti. Soltanto riconoscendogli una speciale illuminazione dall’alto possiamo comprendere come abbia potuto unire ad una produzione cosi copiosa, tanta lucidità, precisione e accuratezza. Visse sempre astratto nel mondo delle idee, senza sovrabbondare in macerazioni corporali. Il suo segretario, Reginaldo da Piperno, asserisce che fece di tutta la vita un continuo atto di unione con Dio, da cui non lo distolsero le assillanti occupazioni e neppure le controversie durante le quali non venne mai meno alla virtù della pazienza e della mitezza.

Questo massimo esponente
della Scolastica è nato nel 1225 nel castello di Roccasecca presso Aquino, nel
regno di Sicilia, dal conte Landolfo, di origine lombarda e da Teodora di
Chieti, di origine napoletana. Come figlio cadetto, a cinque anni il padre lo
destinò alla vita religiosa nel monastero di Montecassino, con la segreta
speranza che “l’oblato” ne diventasse un giorno abate. Ma a
quattordici anni, quando l’imperatore Federico II, scomunicato da Gregorio IX,
fece trasformare il monastero in fortezza, Tommaso dovette deporre l’abito
benedettino.
Passò allora all’università
di Napoli per completare gli studi letterari e iniziare quelli filosofici
aristotelici. Essendo venuto a contatto dell’Ordine Domenicano per opera del
predicatore Giovanni di S. Giuliano, decise di entrarvi. In previsione
dell’atteggiamento contrario degli Aquino, i superiori lo inviarono a Roma, nel
convento di S. Sabina, da dove nel maggio 1244 fu fatto partire per il
settentrione. La pia, ma autoritaria Teodora riuscì a farlo catturare dai
fratelli, che militavano nell’esercito imperiale, presso Acquapendente. Fatto
oggetto di violenze fisiche e morali, fu condotto nel castello di Monte San
Giovanni Campano, presso Frosinone, dove una sera i fratelli tentarono di
corromperlo introducendogli in camera una cortigiana, che egli prontamente mise
in fuga brandendo un tizzone acceso. L’angelico giovane fu allora trasferito a
Roccasecca, dove rimase prigioniero un anno. Senza perdersi d’animo continuò a
studiare, a pregare e a istruire nella Scrittura le sorelle, la maggiore delle
quali, Maretta, fu convinta a prendere il velo in Santa Maria di Capua.
Tommaso stesso poté
riprendere contatto con i suoi confratelli di Napoli, fare il noviziato,
iniziare gli studi filosofici nel convento di San Giacomo a Parigi, e poi
quelli teologici a Colonia, in preparazione al sacerdozio, sotto il ministero
di S. Alberto il Grande (+1280), il quale presagi “i muggiti” di quel
suo discepolo “grande, grosso e bruno” chiamato dai suoi compagni
“il bue di Sicilia”. In seguito alle insistenze di S. Alberto, che
sollecitò i buoni uffici del cardinale Ugo di S. Caro, legato pontificio, il
Maestro Generale dell’Ordine, Giovanni il Teutonico, nel 1252 chiamò il giovane
Tommaso a Parigi affinchè occupasse il posto vacante di baccelliere in teologia
della cattedra domenicana.
Il santo inaugurò allora una
vita scientifica e letteraria delle più intense, feconde e innovatrici. Non si
riesce infatti a comprendere come in ventidue anni abbia potuto produrre un
materiale scientifico tanto vasto e di così alto valore. I suoi successi
scolastici aggravarono un conflitto sorto tra i maestri secolari e quelli
religiosi durante l’assenza del loro re crociato, S. Luigi IX (+1270). Benché
non si potesse impugnare il diritto dei Mendicanti all’insegnamento,
gl’invidiosi dottori secolari dell’università, capeggiati soprattuto dal
canonico Guglielmo di S. Amore, pretesero che i Mendicanti non potessero
occupare più di una cattedra e trascesero fino a contestare l’eccellenza dello
stato religioso, sostenendo che Gesù Cristo aveva bensì istituito i sacerdoti,
ma non i frati. Ne nacque una lunga e aspra controversia, che si assopì
alquanto con la confutazione che ne fecero S. Tommaso e S. Bonaventura, i
quali, per volere di Alessandro IV furono ufficialmente ricevuti tra i maestri
il 15-8-1257.
Verso la fine dell’anno
scolastico S. Tommaso scese in Italia, dopo aver partecipato nella Pentecoste
del 1259 al capitolo generale di Valenciennes, in cui collaborò con S. Alberto
e Pietro di Tarantasia, futuro papa Innocenzo V, alla compilazione della Ratio
studiorum
dell’Ordine. Durante il suo soggiorno italiano, che si protrasse
tranquillo fino al 1268, egli insegnò presso lo studio della Curia a Viterbo, e
poi ad Orvieto, chiamatevi da Urbano IV che lo incaricò della composizione
dell’Ufficio della festa del Corpus Domini di prossima istituzione;
partecipò a diversi capitoli provinciali, approfondì lo studio della filosofia
aristotelica e neoplatonica a contatto del confratello fiammingo Guglielmo di
Moerbeke, che gli preparò in latino ottime traduzioni di Aristotele; terminò la
Somma contro i Gentili e iniziò il suo capolavoro rimasto incompiuto, la
Somma Teologica; rifiutò nel 1265 l’arcivescovato di Napoli; ebbe fino
al 1267 l’incarico di riordinare lo Studio generale dell’Ordine nel convento di
S. Sabina a Roma.
Per ordine forse di Clemente
IV, nel 1268 ritornò a fare scuola a Parigi. Il suo arrivo fu provvidenziale
dovendosi affrontare i rigidi averroisti che ammettevano per tutti gli uomini
un unico intelletto possibile; i seguaci dell’agostinismo dominanti nella
facoltà di teologia sotto l’ispirazione di S. Bonaventura; i nemici dei
Mendicanti che risollevavano rabbiosi la testa.
Nel 1272 il santo ricevette
dai superiori l’incarico di riordinare, in seguito all’invito del re Carlo
d’Angiò, l’insegnamento di teologia nell’università di Napoli. Oltre che
all’insegnamento, S. Tommaso attese con alacrità alla Somma, alla composizione
di commenti ad Aristotele e persino alla predicazione quaresimale al popolo in
lingua volgare, il 6-12-1273 mentre celebrava la Messa andò in estasi, e da
allora cessò d’insegnare e di scrivere. Ebbe il chiaro presentimento della sua
prossima fine.
Convocato il II Concilio di
Lione, Gregorio X gli ordinò di parteciparvi come teologo. Il santo si mise in
viaggio, ma colto da insolito malore, prima si rifugiò nel castello di Maenza,
presso la nipote Francesca, contessa di Ceccano, poi, presagendo la fine,
chiese ospitalità ai cistercensi di Fossanova. Morì il 7-3-1274. Giovanni XXII
lo canonizzò ad Avignone nel 1323; S. Pio V lo dichiarò 5° Dottore della Chiesa
nel 1567 e Leone XIII lo proclamò patrono delle scuole cattoliche nel 1880. I
suoi resti furono trasferiti a Tolosa il 28-1-1368. A tale data è fissata la
sua memoria.
I contemporanei lo avevano
chiamato Dottore comune, i posteri lo dichiararono Dottore angelico. La figura
dell’Aquinate emerge dalla biografia del suo confratello Guglielmo di Tocco.
All’imponente sua corporatura faceva da contrappeso la vastità e profondità
della dottrina. Papi e re si contesero l’onore di ospitarlo, ma egli preferì
una vita semplice, umile e casta che gli meritò carismi speciali, locuzioni e
rapimenti. Soltanto riconoscendogli una speciale illuminazione dall’alto
possiamo comprendere come abbia potuto unire ad una produzione cosi copiosa,
tanta lucidità, precisione e accuratezza. Visse sempre astratto nel mondo delle
idee, senza sovrabbondare in macerazioni corporali. Il suo segretario,
Reginaldo da Piperno, asserisce che fece di tutta la vita un continuo atto di
unione con Dio, da cui non lo distolsero le assillanti occupazioni e neppure le
controversie durante le quali non venne mai meno alla virtù della pazienza e
della mitezza.
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Sac. Guido Pettinati
SSP,

I Santi canonizzati del giorno, vol. 1, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 358-360.

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