S. STEFANO di THIERS (1048-1124)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Il principale redattore della raccolta degli insegnamenti del Santo fu Ugo di Lacerta, un cavaliere quarantenne dei dintorni che, verso il 1109, si era unito al piccolo gruppo di Stefano e ne era diventato il confidente. Il suo Liber Sententiarum ci fa conoscere l’ideale religioso del Santo, preoccupato più dell’osservanza dell’evangelica povertà che della organizzazione claustrale, nella pratica di una vita di preghiera e di lavoro. L’elemosina dei beni materiali e spirituali, indifferentemente dati e ricevuti, costituiva un aspetto importante della sua vita eremitica, che in seguito fu trasformata in cenobitica.

Questo austero fondatore di un Ordine, che è passato alla storia con il nome di Grandmont, nacque nel 1048 dal visconte Stefano di Thiers, nell’Alvernia (Francia) e dalla signora Candida, che ottenne il figlio dopo molte preghiere, digiuni ed elemosine. Fin dall’infanzia Stefano diede chiari segni di amore alla solitudine e al silenzio. In quel tempo alla tomba di S. Nicola da Mira, le cui ossa erano state trafugate e trasportate a Bari da alcuni mercanti (1087), accorrevano molti pellegrini da ogni parte d’Europa. Anche il visconte di Thiers le volle andare a venerare, ma mentre ritornava in Francia, il figlio dodicenne che lo accompagnava, a Benevento si ammalò. Dovette lasciarvelo sotto la guida dell’arcivescovo Milone, originario anche lui dell’Alvernia e risoluto sostenitore della riforma del papa S. Gregorio VII (+1085) contro il concubinato del clero e l’investitura laica dei benefici ecclesiastici.
Per dodici anni Stefano ricevette un’accurata formazione in tutte le scienze. Secondo diversi autori Milone avrebbe conferito al suo discepolo l’ordine del diaconato. E certo che, per umiltà, il santo non volle mai accedere al sacerdozio. Un giorno, sentendo il suo maestro fare gli elogi di certi religiosi che in Calabria vivevano una vita più angelica che umana, li volle andare a visitare. Ne fu così bene impressionato che concepì il desiderio di imitarli appena Iddio gliene avesse indicato la maniera.
Dopo la morte dei genitori e del suo benefattore, Milone, Stefano trascorse quattro anni a Roma presso un cardinale. A contatto di dotti ecclesiastici ebbe modo di conoscere le regole delle famiglie religiose che fiorivano allora nella Chiesa. Nessuna gli piacque tanto quanto quella che aveva conosciuto tra i monti della Calabria. Con il permesso di Gregorio VII (1073) risolvette di stabilirne una in Francia. Dopo aver rinunciato a tutti i beni paterni, fatta eccezione di un anello, andò a seppellirsi per i restanti cinquant’anni di vita in una foresta sul Monte Muret, presso Ambazac (Hte-Vienne), per darsi alla preghiera, alla contemplazione ed alla penitenza (1076).
Stefano iniziò quella durissima vita consacrando se stesso al servizio di Dio pronunciando e scrivendo nello stesso tempo le seguenti parole: “Io, Stefano, rinuncio al demonio e a tutte le sue vanità, mi offro e mi dono a Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, solo Dio vero e vivente in tre persone”. Sigillò lo scritto con l’anello che costituiva tutta l’eredità dei genitori, se lo pose sul capo ed esclamò: “Dio onnipotente, che vivi eternamente e regni solo in tre persone, io prometto di servirti in quest’eremo nella fede cattolica, in segno di che io metto questo scritto sulla mia testa, e questo anello al mio dito, affinchè, nell’ora della morte, questa solenne promessa mi serva di difesa contro i miei nemici”. Si rivolse quindi alla SS. Vergine e la supplicò: “Santa Maria, Madre di Dio, io raccomando al vostro Figlio e a voi stessa la mia anima, il mio corpo e i miei sensi”.
Dopo questo voto Stefano si rinchiuse in una stretta cella, in cui sopportò i calori dell’estate, e i rigori dell’inverno, andando sempre vestito nella stesa maniera, e facendo uso per camicia di un giaco o maglia di ferro. Prendeva un breve riposo su due assi affondati nella terra, sprovvisti di pagliericcio e di coperte. Suo cibo abituale era la farinata di segale, e sua bevanda, l’acqua. Ogni giorno, oltre l’ufficio del Breviario, il santo eremita recitava in ginocchio, a testa scoperta, prostrato sovente con la faccia a terra, salmi, preghiere alla SS. Trinità e a Maria SS., e suffragava i defunti. Per il frequente ripetersi e prolungarsi di quei gesti, la pelle del suo corpo divenne livida e callosa alle ginocchia e ai gomiti, alla fronte e al naso. Benché estenuato da tante austerità, Stefano appariva sempre ai frequenti suoi visitatori lieto e affabile. Il gaudio dello spirito gli traspariva dal volto.
Il primo anno egli lo trascorse solo nella più squallida solitudine. Il secondo anno si unirono a lui i due primi discepoli. Per diverso tempo più nessuno lo seguì, perché chi lo avvicinava rimaneva spaventato dell’austerità della sua regola. Tuttavia la sua virtù finì con l’imporsi. Diversi giovani accorsero alla sua sequela accettando di vivere in mezzo ai boschi una vita comune di preghiera, di lavoro manuale, di mutua ubbidienza e carità fraterna sotto la guida di lui, che invece di superiore o di abate, voleva essere chiamato semplicemente “correttore”. A ciascuno di loro lasciava la determinazione del cibo, del sonno e del vestito. Essi potevano pure abbandonarsi a edificanti intrattenimenti, e fare assegnamento sulle elemosine dei visitatori che venivano a raccomandarsi alle loro preghiere, e a chiedere consigli al fondatore. Dio sovente rivelò a lui le colpe segrete dei suoi compagni, le tentazioni ed i pericoli ai quali andavano soggetti. Egli, che possedeva il dono di spingere tutti alla virtù, li riprendeva con pazienza e con amore. Da parte sua possedeva la purezza ad un così alto grado che per tutta la vita non sentì mai una tentazione carnale.
La fama di santità di Stefano attirò a Muret persino due famosi cardinali romani, legati del papa in Francia: Gregorio dei Papareschi, futuro papa Innocenzo II (+1143), riconosciuto tale in seguito all’arbitrato di S. Bernardo di Chiaravalle, e Pietro dei Pierleoni, per otto anni antipapa di lui con il nome di Anacleto II (+1138). Essi domandarono al penitente che genere di vita egli conduceva in quella solitudine, se di monaco, se di canonico o se di eremita. Egli rispose loro: “La grazia di Gesù Cristo ci ha condotti in questa solitudine per menarvi una vita di povertà e di ubbidienza. Dal momento che la nostra debolezza non ci permette di raggiungere la perfezione degli eremiti, noi cerchiamo d’imitare in qualche modo i fratelli che servono Dio nella Calabria, nell’attesa della misericordia di Gesù Cristo nel giorno del giudizio”. I due cardinali lo benedissero e, dopo essersi raccomandati alle sue preghiere, se ne ritornarono molto edificati a Limoges.
Otto giorni dopo quella visita, il santo, mentre pregava, conobbe che si avvicinava l’ora della sua morte. Ne diede avviso ai discepoli i quali, sgomenti, gli chiesero come avrebbero potuto vivere in così grande povertà. Per animarli alla perseveranza e alla pratica della regola disse loro: “Figli miei, vi lascio Dio solo, al quale tutto appartiene, e per il cui amore voi avete lasciato tutto, compreso voi stessi. Sì, amando la povertà, voi vi unite costantemente a Lui, senza mai allontanarvi dalla via della verità, la sua provvidenza avrà cura di voi, e vi darà tutto ciò che giudicherà essere di vostro vantaggio. Ma se, al contrario, vi allontanerete da Lui per andare in cerca dei beni temporali, io non voglio lasciarvi ciò che vi farebbe sussistere, e vi fornirebbe delle armi per combatterlo”. Il quinto giorno di malattia (8-2-1124) Stefano si fece portare in chiesa. Dopo aver ricevuto la santa unzione e il Viatico morì mormorando: “Nelle tue mani, o Signore, raccomando il mio spirito”.
La notizia della sua morte attirò a Muret una grande folla di ammiratori. Anche i due cardinali, appena ne vennero a conoscenza, a Chartres, in un’assemblea di chierici, esaltarono le eroiche virtù di lui. Il corpo di Stefano fu sepolto in segreto nella chiesa di Muret, perché si temeva che i visitatori della tomba turbassero la quiete degli eremiti. Essendo sorte delle contese tra i religiosi di Ambazac e quelli di Muret, questi ultimi si ritirarono sulla montagna vicina, chiamata Grandmont, nella parrocchia di S. Silvestro, portando con sé il corpo del fondatore.
Il principale redattore della raccolta degli insegnamenti del Santo fu Ugo di Lacerta, un cavaliere quarantenne dei dintorni che, verso il 1109, si era unito al piccolo gruppo di Stefano e ne era diventato il confidente. Il suo Liber Sententiarum ci fa conoscere l’ideale religioso del Santo, preoccupato più dell’osservanza dell’evangelica povertà che della organizzazione claustrale, nella pratica di una vita di preghiera e di lavoro. L’elemosina dei beni materiali e spirituali, indifferentemente dati e ricevuti, costituiva un aspetto importante della sua vita eremitica, che in seguito fu trasformata in cenobitica.
Il quarto Priore di Grandmont, Stefano di Liciac (+1163), diede all’Ordine una regola strettissima, soprattutto in materia di povertà collettiva, ispirata agl’insegnamenti tradizionali del fondatore. Nella seconda metà del secolo XII i Grandmontani conobbero una rapida espansione in Europa, simile a quella dei Cistercensi di cui seguivano la regola. Erano difatti 1.500 sparsi in 150 case. I conversi, responsabili dei beni materiali dell’Ordine, ne arrestarono lo sviluppo con sollevazioni a difesa dei loro privilegi. Papa Clemente III nel 1189 ricondusse momentaneamente la pace tra loro confermandone la regola e canonizzando il fondatore. Nel 1787 l’abbazia di Grandmont fu unita alla mensa episcopale di Limoges.
 
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 130-133.
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