S. LUCIA FILIPPINI (1672-1732)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...


La Filippini, non contenta di dedicarsi alla scuola, alla formazione delle aspiranti alla vita religiosa, agli esercizi di pietà, estese il suo zelo anche alle donne di Montefiascone. Per abituarle a vincere il rispetto umano, le radunava nei giorni di festa percorrendo le vie della città con un crocifisso in mano e facendo suonare ogni tanto un campanello da chi l’accompagnava. Al canto delle Litanie le conduceva in chiesa per la spiegazione della dottrina cristiana, e in duomo per la recita del rosario e il canto dei Vespri. Compiva così quanto il cardinale le aveva scritto pensando alle rovine della sua diocesi: “Lucia, Lucia, andate per tutte le strade e per tutte le piazze, e cercate storpi, zoppi e deboli, e fate che questo luogo sia pieno”.


Corneto, dal 1922 Tarquinia (Viterbo), famosa per la sua
necropoli etrusca, diede i natali il 13-1-1672 a questa santa, l’ultima dei 5
figli del genovese Filippo. Ella fu battezzata lo stesso giorno in cui nacque
dal canonico Michele, suo zio e preposto della cattedrale, con il nome di Lucia.
A 7 anni la piccina rimase orfana dei genitori. Si presero cura di lei gli zii
materni, e ramarono per la singolare modestia e la soavità di temperamento.
Quando ne provocava lo sdegno, era commovente vederla inginocchiarsi davanti a
loro e ripetere, fino ad infastidirli; “Perdonatemi, per amore di
Dio”.
 La Filippini imparò presto ad accostarsi al sacramento
della confessione frequentando il monastero di Santa Lucia, in cui le
benedettine educavano le fanciulle di buona famiglia. Tutte le domeniche
prendeva parte in parrocchia alle spiegazioni del catechismo e fu tanto grande
il profitto che ne ricavò, che il curato la incaricò d’insegnarlo alle più
piccine. A esse parlava con tanta persuasione delle sofferenze di Gesù da
muovere sovente alle lacrime. Chi indicò a Lucia la via sicura da seguire fu il
cardinale Marcantonio Barbarigo (+1706), nominato dal Beato Innocenzo XI
(+1689) vescovo di Montefiascone e Corneto, Quando costui fece la prima visita
pastorale in quest’ultima città (1688), la Filippini contava sedici anni.
Avendo saputo che nutriva in sé un grande ideale di perfezione, la fece entrare
come educanda nel monastero di Santa Chiara in Montefiascone, fondato nel 1630
da un cappuccino, con 5 penitenti senza clausura.
 Sotto la direzione del cardinale, che pensava servirsi di
lei per la riforma di quel monastero rilassato nella disciplina. Lucia si diede
all’acquisto delle virtù con la fuga dell’ozio e il disprezzo delle vanità
femminili. Essendosi accorta che alcune religiose non sapevano né leggere né
scrivere, e che altre facilmente cadevano nello scoraggiamento, si accinse ad
ammaestrare le une, e a consolare le altre con pazienza e con amore. Non
stupisce perciò che esse la considerassero come “un angelo”. A 20 anni
Lucia, pur non pensando a sposarsi come sua sorella Elisabetta, non sapeva
ancora a quale partito appigliarsi. Talora pensava di farsi monaca, ma nel
prendere siffatta risoluzione non provava pace e tranquillità di spirito.
 Il cardinale Barbarigo aveva pensato di erigere, in tutti i
paesi della diocesi, delle scuole per l’educazione della gioventù femminile.
Quando seppe che in Viterbo la Beata Rosa Venerini (+1728), con l’aiuto dei
Gesuiti, aveva già attuato quanto egli stava progettando, la chiamò a Montefiascone
perché avviasse delle giovani a diventare Maestre Pie, e aprisse delle
scuole nella sua diocesi. La Venerini lo accontentò per 2 anni, ma quando la
sua istituzione a Viterbo fu dilaniata dallo scisma, ella si vide costretta a
farvi ritorno (1704). La direzione delle scuole fondate fu affidata a Lucia
Filippini per volere del cardinale, che le sosteneva, e per suggerimento della
Venerini, che continuava a visitarle periodicamente. Lucia fu costretta ad
abbandonare il monastero di Santa Chiara e a rivestire l’abito di Maestra Pia
che il porporato stesso aveva ideato, ma fu tanto il turbamento e la ripugnanza
che provò nell’assumere quel compito, che perse ben presto l’appetito, gonfiò
come un otre e fu assalita da una febbre lenta e continua per oltre un anno.
Quando guarì era libera dalle ripugnanze e dalle desolanti aridità. Poté
riprendere gli esercizi della scuola con un metodo rinnovato dallo stesso
cardinale.
 La Filippini, non contenta di dedicarsi alla scuola, alla
formazione delle aspiranti alla vita religiosa, agli esercizi di pietà, estese
il suo zelo anche alle donne di Montefiascone. Per abituarle a vincere il
rispetto umano, le radunava nei giorni di festa percorrendo le vie della città
con un crocifisso in mano e facendo suonare ogni tanto un campanello da chi
l’accompagnava. Al canto delle Litanie le conduceva in chiesa per la
spiegazione della dottrina cristiana, e in duomo per la recita del rosario e il
canto dei Vespri. Compiva così quanto il cardinale le aveva scritto pensando alle
rovine della sua diocesi: “Lucia, Lucia, andate per tutte le strade e per
tutte le piazze, e cercate storpi, zoppi e deboli, e fate che questo luogo sia
pieno”. Del resto, quando egli doveva recarsi in qualche parrocchia per la
visita pastorale, voleva esservi preceduto dalla Santa perché si adoperasse a
comporre le inimicizie, e lo informasse degli abusi colà esistenti. A quegli
ordini la Santa, nemica dichiarata della propria libertà, ubbidiva sempre con
prontezza, senza mai discutere.
 Benché ancora giovane, Lucia Filippini dimostrò di
possedere uno speciale intuito nel distinguere chi, tra le aspiranti, era
adatta alla vita religiosa e chi no. Coloro che non sapevano morire alla
propria volontà, le rimandava alle loro famiglie. Coloro che ammetteva alla
vestizione religiosa, le conduceva con sé nelle scuole perché si formassero al
loro specifico apostolato. Sovente diceva ad esse piangendo; “Ah, sorelle,
che grande ufficio ha dato il Signore a noi povere donnicciuole”. Perché
fossero all’altezza della loro missione, una volta l’anno convocava tutte le
suore a Montefiascone perché facessero gli esercizi spirituali sotto la
direzione dei Pii Operai, fondati a Napoli nel 1606 dal Ven. Carlo Carata
(+1633) senza voti. A tutte raccomandava di imparare a guadagnarsi il pane con
le proprie mani, e a tutte imponeva l’uso di vesti confezionate senza lusso e
ricercatezze.
 Dopo che la Venerini aveva lasciato Montefiascone, il
Barbarigo cercò di stabilire il centro delle Maestre Pie nel conservatorio di
Santa Chiara fondendo insieme le due istituzioni sotto la guida di Lucia
Filippini, ma il progetto fallì sia perché le monache aspiravano alla vita
contemplativa, e sia perché Lucia Filippini con le sue compagne aspirava alla
vita attiva dell’insegnamento. Quando il cardinale morì (1706) la Santa fu
confermata superiora generale di tutte le Maestre Pie dal nuovo Vescovo,
Sebastiano Pompilio Bonaventura, il quale si prese cura delle loro scuole e le
mantenne a proprie spese rendendole indipendenti da Rosa Venerini. La prima
casa fuori diocesi fu aperta a Roma nel 1707, vicino alla chiesa di San
Lorenzolo ai Monti, retta dal Padre Tommaso Falcoia (+1743), Pio Operaio, più
tardi vescovo di Castellamare e direttore spirituale di San Alfonso de’ Liguori
(+1787). Lucia la diresse per oltre 6 mesi con tanta abilità che quando fu
costretta ad affidarla alla Venerini perché la sua presenza era richiesta a
Montefiascone, le fanciulle per protesta la disertarono in massa.
 Sotto la sapiente direzione della Filippini le Maestre Pie
di Montefiascone si moltiplicarono, cosicché fu loro possibile estendere la
loro azione apostolica in altre diocesi degli Stati pontifici, e anche in
Toscana per volere del granduca Carlo III. Lucia però non si limitava ad aprire
le scuole, ma le sorvegliava, le sosteneva in mezzo alle difficoltà e le
provvedeva del necessario. Sovente andava a chiedere aiuto alla sua facoltosa
sorella, Elisabetta. Se costei le domandava che cosa avesse fatto di quello che
le aveva dato in precedenza. Lucia le rispondeva sorridendo: “Ah, mia
buona sorella! Io ho mandato tutto in Paradiso!” Due volte l’anno visitava
tutte le scuole a costo di indicibili sofferenze. Una volta fu sbalzata a terra
dal somarello che cavalcava e si slogò un braccio. Un’altra volta rimase per
strada sotto l’infuriare della tempesta perché il somarello si era rifiutato di
camminare. Quando smarriva la strada si rifugiava in povere capanne, e non
sempre riusciva a sottrarsi ai morsi dei cani.
 Al suo arrivo la scuola diventava l’asilo anche delle
donne sposate perché la Santa le convocava per addestrarle con gli esercizi
spirituali alle opere buone. Parlava loro con tali accenti che a volte chi
l’ascoltava la supplicava a terminare il suo discorso perché diversamente “avrebbero
finito la vita per il tanto piangere”. Mentre dava gli esercizi alle donne
di Corneto, 5 di esse caddero a terra svenute per l’eccessivo singhiozzare.
Ovunque giungeva, tutti bramavano ascoltarla. Nello sguardo, nel gesto, nel
comportamento di lei c’era qualcosa di straordinario che colpiva e affascinava.
Le donne di Veroli (Frosinone) furono tanto scosse dai suoi ragionamenti che
dicevano: “Questa donna ci ha rubato il cuore. Noi staremmo senza mangiare
e senza dormire solamente per sentirla e rimanere con lei”.
 Nella conversione dei peccatori ella contese la palma a
San Leonardo da Portomaurizio (+1751). Ovunque giungeva, si recava a visitare i
malati e a soccorrere i poveri. A contatto della sua anima tutta fuoco non
c’erano disperati che non si aprissero alla fiducia. Per non vedere offeso Dio,
Lucia avrebbe dato volentieri la vita. Quando sapeva che in qualche casa c’era
una tresca, vi si recava senza timore, metteva in fuga gli uomini, rampognava
le donne, e rompeva gli strumenti musicali o li portava con sé nelle scuole.
Durante i suoi viaggi in Toscana le capitava d’incontrare eretici ed ebrei. Se
aveva modo di avvicinarne qualcuno non si tratteneva dal dirgli: “Figlio,
riconosci il tuo Dio! Abbi pietà dell’anima tua! O, quanto ho compassione del
tuo misero stato!”. Sovente fu udita sospirare: “Io bramerei
moltiplicarmi in ogni angolo della terra per potere gridare dappertutto, e dire
a tutte le genti; Amate Iddio! O mio Dio! e perché non fai tu che io diventi
tante Lucie, sicché moltiplicandomi possa altresì dappertutto dilatare la tua
gloria?”.
 Alla base di tanto ardore apostolico, c’era una intensa
vita di preghiera e di mortificazione. Di notte Lucia Filippini dormiva
pochissimo, per fare continui atti di amore di Dio. A mensa era talmente parca
nel cibo che le suore non sapevano spiegarsi come potesse sobbarcarsi tante
fatiche. Tre giorni la settimana e nelle vigilie delle feste del Signore e
della Madonna, digiunava a pane nero, erbe o fave cotte senza condimento, nonostante
la malferma salute. Più volte la settimana faceva scempio dei proprio corpo con
i flagelli. Se le suore le nascondevano gli strumenti di penitenza, allora, pur
di patire qualcosa per amore di Gesù, si dava degli schiaffi, si strappava i
capelli o sbatteva con violenza le mani.
 L’esistenza di Lucia era una continua elevazione a Dio.
Quando udiva parlare della Passione di Gesù, dei benefici del Signore e della
triste sorte degl’infedeli, prorompeva tanto di frequente in pianto che le
religiose, ignare del dono delle lacrime da lei ricevuto dal Signore, dicevano
che la loro superiora stava sempre cantando “i treni” di Geremia. In
Chiesa, davanti al Santissimo Sacramento, Lucia si abbandonava talora a tali
atti di ebbrezza spirituale “da sembrare impazzita”. Quando la
mattina non poteva fare la comunione, restava tutto il giorno immersa nella
tristezza. A Pitigliano (Grosseto), essendo entrata un giorno in chiesa per
ascoltare la Messa, provò grande pena al vedere che il sacerdote si recava a
celebrarla ad un altare in cui non era conservato il Santissimo Sacramento.
Iddio ricompensò con un prodigio l’ardente desiderio che aveva di riceverlo
nella comunione. Difatti, alla frazione dell’ostia, la particella che il
celebrante stava per lasciare cadere nel calice, andò a posarsi sulla lingua di
lei con grande meraviglia di chi l’accompagnava.
 Accesa in volto, talora Lucia diceva: “Mio Dio, ti amo
tanto che vorrei che le mie ossa fossero lampade, il mio sangue olio e la mia
carne stoppino, e vorrei come una lampada accesa abbruciare e consumarmi tutta
nel tuo amore. Vorrei che tutte le mie vene e arterie fossero tante catene
d’oro, e con esse vorrei legarmi talmente a te da non potermi affatto
disciogliere per tutta l’eternità”.
 Una prova del suo grande amore per il Signore era
costituita dagli atti che faceva per conformarsi alla volontà di lui. “Mio
Dio – annotava – non si faccia mai la mia volontà perché è sempre perversa, e
solo cerca il comodo suo, ma si faccia la tua in me, che è solamente 1a buona,
la Santa, e che cerca il mio vero bene. – Volentieri accetto questo poco patire
dalle mani di Dio, mi metterei persino in croce e mi lascerei crocifiggere per
Gesù Cristo, come tanto volentieri fece Lui per me, non essendo conveniente che
goda la sposa, quando lo sposo sta fra le spine e i tormenti. – Accetto
volentieri tutte le aridità di spirito, tutte le tribolazioni interne ed
esterne, l’essere privata di qualsiasi consolazione celeste e umana, perché non
è degna d’essere consolata quella creatura, che tante volte amareggiò il suo
Creatore coi suoi peccati. – Se sapessi che fosse volontà di Dio che io stessi
eternamente nell’inferno, volentieri eleggerei luogo, mi ci butterei persino da
me stessa per fare la divina volontà, e benché patissi, non vorrei uscire da
quel luogo di tormenti, per compiacere al mio Dio, purché però ci dovessi
andare senza peccati, né ivi avessi da odiarlo, ma benedirlo e
ringraziarlo”.
 Nonostante l’esercizio eroico di tante virtù Lucia amava
chiamarsi ‘povera’, ‘miserabile’, ‘infame’, ‘scellerata’, capace soltanto di
guastare l’opera di Dio. Non voleva essere chiamata con il titolo di
“Maestra” perché considerava la carica di superiora troppo nobile e
ardua per una “donnicciuola” come lei. Quasi fosse l’ultima della
Congregazione, non si vergognava di attendere ai compiti più umili, dimostrando
con i fatti di reputarsi la serva delle Maestre. Quando si recava a visitare le
scuole voleva sempre baciare la mano alla superiora del luogo e, se doveva fare
delle ammonizioni, chiedeva scusa alle suore dei cattivi esempi dati e si
mostrava riconoscente delle correzioni che a loro volta le facevano.
 Dio ricompensò tanta umiltà dando a Lucia il dono delle
guarigioni, dei miracoli e della conoscenza delle cose occulte. Difatti è
umanamente impossibile spiegare come facesse a svelare peccati occulti, a
conoscere gli inconvenienti che sorgevano o le mancanze che si commettevano
nelle scuole, a prevedere che il Monte di Pietà di Montefiascone sarebbe stato
derubato e, quindi, che era necessario per le Maestre Pie ritirare il denaro
che vi avevano posto.
 Negli ultimi 5 anni di vita un cancro al seno cagionò alla
Santa spasimi indicibili. A Roma fu visitata da medici valenti, ma le cure che
le ordinarono a nulla giovarono. Durante la malattia ella non cessò di compiere
i suoi doveri di superiora e di visitatrice delle scuole. Per i suoi viaggi si
serviva di un somarello nonostante le proteste dei parenti, nobili, che non
erano in grado di comprendere come lei il valore del disprezzo dei beni e delle
comodità terrene. Incapace di stare in ozio, anche quando fu costretta a
rimanere a letto, faceva entrare nella sua stanza, attigua alla scuola, le
fanciulle e le donne per insegnare loro il catechismo o dare gli esercizi con i
soliti frutti spirituali.
 Lucia Filippini morì il 25-3-1732 a Montefiascone dopo
avere più volte invitato le suore che l’assistevano a cantare con lei il Te
Deum
ed il Benedicite, in ringraziamento a Dio dell’incurabile
morbo. Due donne gravemente inferme, l’una alla gola e l’altra ad un braccio,
riacquistarono improvvisamente la salute a contatto di un lembo del vestito
della defunta. La cofondatrice delle Maestre Pie fu seppellita nella
cattedrale.
 Nel 1858, a 126 anni dalla morte, il suo corpo fu
riesumato e trovato ancora intatto. Pio XI, beatificò la Filippini il 13-6-1926
e la canonizzò il 22-6-1930. Il suo corpo è esposto alla venerazione dei fedeli
nella cripta del duomo di Montefiascone.
 ___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 274-280.

http://www.edizionisegno.it/