S. GIUSTINO DE JACOBIS (1800-1860)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Giustino de Jacobis, conosciuto come Abuna Jacob dalle popolazioni etiopi, nacque a San Fele (Potenza) nel 1800. Nel 1824 divenne prete nella Congregazione della missione di san Vincenzo de' Paoli. Dopo aver curato i colerosi a Napoli, partì per l'Etiopia dove eresse un seminario per preti locali, il Collegio dell'Immacolata. Entrò in dialogo con i cristiani copti, ma quando venne ordinato vescovo sorse un contrasto con il vescovo copto. Giustino, espulso, si spense a Zula (Eritrea) il 31 luglio 1860. Quando Paolo VI lo proclamò santo nel 1975, l'episcopato di quel Paese lo definì «il padre della Chiesa d'Etiopia».

Questo primo Vicario Apostolico dell'Abissinia nacque a San Fele (Potenza) il 9-10-1800, settimo tra i quattordici figli che Giovanbattista ebbe dalla piissima consorte Giuseppina Muccia. Giustino, sotto la guida della mamma, crebbe tanto giudizioso che i familiari lo chiamavano "il vecchietto". Ogni volta che riusciva a fare per mezz'ora la meditazione sulla passione del Signore, dalla pia genitrice veniva ricompensato con piccoli doni. Egli si formò al sapere a Napoli, dove il padre, nobile decaduto, aveva stabilito la sua dimora. Per fare più grandi progressi nella virtù scelse come padre spirituale un religioso carmelitano.
A diciotto anni Giustino capì che non era fatto per il mondo. Chiese di fare parte della Congregazione della Missione (1818) nel noviziato della quale sorprese tutti per la regolarità di vita, la sete di umiliazioni e la condiscendenza verso tutti. Stentava ad apprendere per la mediocrità dell'ingegno, motivo per cui si sarebbe fatto volentieri fratello coadiutore.
Ritenendosi indegno del sacerdozio diceva: "Io sarò sempre un missionario molto piccolo". Vi si preparò invece nella casa di Oria (Lecce) in ubbidienza ai superiori. Chi gli fu compagno attestò di averlo sempre veduto fervoroso, mortificato e umile, occupato a leggere,a scrivere, a pregare.
Dopo l'ordinazione sacerdotale, che ricevette a Brindisi (1828) con la dispensa dell'età, il santo si mise subito a predicare le missioni al popolo in numerose città delle Puglie. Ovunque raccolse abbondanti frutti spirituali. Anche quando fu mandato dai superiori a Monopoli ( 1829) per la fondazione di una casa, non trascurò il pulpito, il confessionale e la cura dei malati a diversi dei quali ottenne la guarigione con un segno di croce. Una sera d'inverno, prima della predica, gli fu annunziato che un suo penitente stava per morire. Al termine del sermone egli partì subito a cavallo in compagnia del giardiniere del morente, ma la lanterna che costui portava si spense a una raffica di vento. Come orizzontarsi nel buio pesto della notte? Invece di perdersi d'animo P. Giustino intonò l'Ave Maris Stella. All'istante una luce straordinaria l'avvolse e lo accompagnò fino al capezzale del penitente. Lo confessò e, con grande meraviglia e consolazione dei familiari, gli assicurò che sarebbe presto guarito. Interrogato poi riguardo alla strana luce che gli aveva rischiarato il cammino, il Santo rispose che forse si trattava di una meteora.
Nel 1834 P. Giustino fu eletto superiore della casa di Lecce. Egli però non voleva essere chiamato con tale titolo, ed era felice quando poteva prestare un servizio ai sudditi. Gli abiti nuovi che il sarto gli portava nella stanza li concedeva al primo confratello che ne aveva bisogno. A tavola mangiava appena quanto necessario per non morire; di notte dormiva pochissimo per attendere allo studio e alla preghiera; di giorno si disciplinava a sangue e faceva uso di cilici e di altri strumenti di penitenza. Ogni domenica faceva ai chierici una conferenza la quale, se non era ben concatenata, era per lo meno densa di pensiero. Tal ora diceva loro: "Figliuoli miei, chi non è chiamato da Dio allo stato ecclesiastico, è meglio che faccia il soldato anziché il prete". Benché fosse superiore non rifuggiva dallo scopare la casa, lavare le stoviglie, rifare i letti degli esercitanti, suonare la sveglia, assistere i malati. Benché amasse il ritiro e fosse cagionevole di salute non trascurò le missioni al popolo, il ministero delle confessioni e la direziono spirituale.
Iddio benedisse le sue fatiche apostoliche con straordinari miracoli. A Monteroni una brava donna assisteva gl'infermi, accompagnava i morti alla sepoltura e insegnava il catechismo ai bambini, ma siccome era disprezzata dai paesani fu tentata di lasciare simili atti di carità. Nel corso di una missione P. Giustino la esortò a disprezzare i motteggi degli stolti in vista del regno dei cieli e, ispirato da Dio, finì col prometterle che, tre giorni prima della morte, egli sarebbe andato a confortarla da qualunque luogo si fosse trovato. La donna perseverò nelle opere di misericordia ancora per una ventina d'anni. Nel 1854 cadde malata e pregò il figlio di avvertire il P. De Jacobis che l'aspettava conforme alla promessa fatta. Ma come fare ad avvertirlo se in quel tempo si trovava in Abissinia? La speranza della morente non rimase delusa. Una notte difatti una gran luce le sfolgorò dinanzi nella quale ella vide il missionario. Alle sue grida accorse il figlio al quale disse: "È venuto il P. Giustino secondo la promessa, mi ha consolata, mi ha benedetta e mi ha lasciato sotto il cuscino dieci tari per le esequie". Il figlio prese l'involto, lo aprì e, per mettere alla prova la madre, le disse: "Sono otto". Gli rispose la morente: "Su, figlio mio, non mentire; io credo di più alla parola del Padre che alla tua".
Da Lecce il santo fu trasferito a Napoli perché assumesse la direziono del noviziato (1836). Ai suoi discepoli egli poteva dire come S. Paolo ai primi cristiani da lui convertiti dal paganesimo: "Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo". In quell'anno a Napoli scoppiò il colera, ed egli si prodigò fino al limite delle forze per confortare i morenti. Cessata l'epidemia il santo fu eletto superiore della Casa delle Vergini, centro della provincia napoletana. Sua ambizione fu di promuovere l'osservanza della regola, umiliare se stesso e servire gli altri. Sempre raccolto in Dio, uniforme di umore, predicava, confessava, componeva liti, assisteva infermi, soccorreva i poveri, faceva scuola ai ragazzi e interveniva a pie adunanze.
A Napoli P. Giustino ricevette l'invito dal cardinale Franzoni, Prefetto di Propaganda Fide, di recarsi in Etiopia come Prefetto Apostolico. Egli lo accolse perché si sentiva spinto a recarsi dove maggiore era il bisogno di operai evangelici e più grande la fatica. Dopo quattro mesi di penoso viaggio in compagnia di P. Luigi Montuori, fu ricevuto a Massaua (1839) dal P. Giuseppe Sapete, che era riuscito a stabilirsi in Abissinia insegnando arabo allo scienziato ed esploratore Antonio d'Abbadie (11897).
In Etiopia De Jacobis lavorò in principio ad Adua, con il permesso del re del Tigre, Ubié. Non essendogli però concesso il pubblico esercizio del culto cattolico, fu costretto a celebrare la Messa di notte, chiuso in casa, perché dal secolo XVII vigeva la legge che minacciava la pena di morte ai preti cattolici residenti nel paese.
Il 1840 fu per il santo un anno di ritiro, diviso tra lo studio delle tre lingue etiopiche, qualche opera di carità e la preghiera. Gustava talmente la Messa che impiegava talora un'ora e mezzo nel celebrarla. Per riportare gli abissini, caduti nell'eresia del monofisismo eutichiano, all'unità della fede, egli riteneva necessario condurne un buon numero a vedere gli splendori di Roma papale e vivere in tutto conforme ai loro usi. Vestiva perciò di bianco come un monaco del paese, dormiva per terra sopra una pelle di vacca o sopra un canapè di paglia e mangiava riso, polenta, legumi, raramente carne di capra. Nella casa in cui dimorava cominciò a tenere delle conferenze a chi lo voleva ascoltare con grande soddisfazione dei preti di Adua. In una di esse espose così il programma della sua vita di missionario:
"La porta del cuore è la bocca, la chiave del cuore è la parola. Quando apro la bocca e parlo, vi mostro il mio cuore. Venite e vedete il grande amore che lo Spirito Santo ha posto per gli abissini nel mio cuore. "Io ero nel mio paese, e ivi seppi che vi erano dei cristiani in Etiopia.
Concepii grande amore per essi, e mi venne desiderio di vederli ed esternare loro il mio amore. Parenti e amici piansero allorché partii, pensando al lungo e pericoloso viaggio che difficilmente mi avrebbe permesso di vederli di nuovo e abbracciarli. Chiusi gli occhi per non vedere quelle lacrime, chiusi gli orecchi per non udire quei gemiti, asciugai le mie lacrime, e partii.
"In mezzo ai percoli del mare e del deserto, dicevo sovente nel segreto del cuore: 'Signore, fa' che io veda prima i miei fratelli abissini,e poi muoia!'. Il Signore mi ha esaudito, ed eccomi in mezzo a voi. E posso ora, quando a Dio piacesse, morire contento. Spenderò per voi i giorni che Dio mi accorderà di vita, procurando il vostro bene. Per voi pregherò, per voi studierò, per voi lavorerò, per voi sopporterò fatiche e pene. Se sarete afflitti vi consolerò in nome di Gesù Cristo; se sarete poveri vi soccorrerò; se sarete nudi vi coprirò con le mie vesti; se avrete fame vi darò fino all'ultimo mio tozzo di pane; se sarete malati verrò a visitarvi e ad assistervi; e se vorrete che io v'insegni quel poco che so, lo farò con gran piacere. Non ho più niente sulla terra, essendo lontano dai parenti, dagli amici, dalla patria: qui non ho più che Dio e il popolo d'Abissinia. Per essi vivo, per essi batte questo cuore!
"Sono pronto a fare tutto ciò che a voi piace. Se volete che io dimori nel vostro paese, vi dimorerò; se volete ch'io parta, partirò. Se volete ch'io predichi, confessi e celebri nelle vostre chiese lo farò; se volete che io me ne astenga, me ne asterrò. Io sono cristiano e prete di Roma, e amo i cristiani e i preti dell'Abissinia più dei parenti e degli amici, che ho lasciati per venire qui da voi.
"Sono già quattro mesi che mi trovo nel vostro paese. Voi mi avete visto, mi avete conosciuto, avete conversato con me. Dite se ho recato scandalo o danno ad alcuno. Non lo credo; ma finora non ho fatto niente di bene per voi. D'ora in avanti voglio mutare sistema; e sarò il vostro amico, anzi il vostro servo. Quando avete bisogno venite da me: e se questo v'incomoda, chiamatemi da voi; e io volerò in tutte le ore, in tutti i momenti. Sarò tutto vostro, sempre vostro. O Signore, in presenza di cui mi trovo, tu sai che non mentisco".
La pietà e la mitezza del santo fecero pensare a Ubié che soltanto lui sarebbe stato la persona più adatta per condurre una delegazione al Cairo allo scopo di ottenere un nuovo abuna copto monofisita, essendo morto l'ultimo nel 1828. Il P. Giustino prima esitò, poi accettò a condizione che l'ambasciata, tra cui figurava il dotto monaco B. Ghébrè-Michael, sarebbe stata autorizzata a recarsi pure a Roma e a Gerusalemme. Al Cairo l'eletto fu Abba Andreas, giovane allievo dei metodisti che volle chiamarsi Abuna Salama II (+1867), empio, avido, ignorante e intransigente. Il ritorno del P. De Jacobis ad Adua, dopo molti mesi di assenza, fu un trionfo e, ben presto, numerosi eretici si convertirono tra cui il B. Ghébrè-Michael +1855).
Dopo d'allora il santo estese il suo apostolato al nord-est del Tigre, popolato da tribù selvagge. A dorso di un mulo visitò pure diversi monasteri, ai quali era affidata l'istruzione pubblica, per animarli alla riunione con Roma. Tra il popolo ottenne molte conversioni propagando la devozione del rosario. In tale maniera riuscì a fondare cinque o sei piccole cristianità che alla sua morte contavano 7.000 cattolici. Dove si fermava, si trasformava in muratore, falegname e cuoco. Andava persino a fare legna nei boschi con grande sorpresa degl'indigeni, essendo simile fatica riservata alle donne e agli schiavi. Per confortare un malato non esitava a intraprendere una marcia pericolosa di notte. Nel 1845 si stabilì a Guala, presso l'Addigrat, dove fondò il Collegio dell'Immacolata per la formazione del clero indigeno. L'Abuna Salama ne fremeva e mal sopportava che il re Ubié proteggesse i missionari.
La Prefettura Apostolica di Etiopia aveva un campo immenso da coltivare. Mancando gli operai, la Congregazione di Propaganda Fide nel 1846 nominò il P. Guglielmo Massaia (11889), cappuccino, Vicario Apostolico dei Galla, cioè della parte meridionale del paese. Le due missioni si svilupparono quasi parallelamente, con alterne vicende, secondo gli umori dei principi delle varie regioni, sempre in lotta tra loro per il sopravvento e sempre in balia del loro nemico, l'abuna Salama II.
A Guala il Massaia fece gli esercizi spirituali con il santo prima di procedere alle ordinazioni dei giovani che stava preparando al sacerdozio. Nelle sue memorie così parla di lui: "Vedere quell'uomo sempre grave e piacevole ad un tempo, parco nel vitto e semplice, modesto e disadorno nel vestito, cortese e caritatevole nelle maniere, nel discorso sempre pronto a dire una parola edificante, inseparabile dai suoi allievi, ch'egli trattava con la dolce autorità di padre e con l'affettuosa familiarità di fratello; sempre con essi nelle faccende, nel lavoro, nelle refezioni, nella preghiera; vederlo celebrare la santa Messa come un estatico, assistere alle orazioni comuni con un raccoglimento e una pietà angelica; vederlo insomma vivere una vita in cui era sposata la ritiratezza dell'anacoreta con lo zelo dell'apostolo, era per noi una predica vivente".
A parere di tutti era giunto il momento che anche la Prefettura Apostolica dell'Etiopia settentrionale avesse il suo Vicario Apostolico. Il Massaia propose a Roma per quel compito il P. Giustino perché lo riteneva il più idoneo, e perché era stimato e consultato persino dagli scismatici. Pio IX lo nominò vescovo di Nicopoli e Vicario Apostolico dell'Abissinia il 6-7-1847, ma il Massaia dovette lottare sei mesi per convincerlo ad accettare l'ufficio di cui si considerava indegno e incapace.
La cerimonia dell'ordinazione fu compiuta il 7-1-1849 di notte, durante la persecuzione che aveva costretto il santo a ritirarsi a Massaua. Due casse sovrapposte in una casa formavano l'altar maggiore, due preti abissini che non capivano il latino fungevano da testimoni, una sola mitra e un solo pastorale servivano successivamente ad entrambi.
Benché vescovo, Mons. De Jacobis continuò a condurre una vita del tutto simile a quella degli abissini. Un giorno il Massaia lo esortò a usare modi più dignitosi e vesti più ricche, ma egli continuò a conservare forma di servo per condurre tutti, fanciulli, malati, poveri, monaci all'unità della fede e della salvezza. Alla notizia che Mons. De Jacobis era stato ordinato vescovo, l'abuna Salama intensificò le sue ostilità. Il collegio della missione da Guala si dovette trasferire ad Alitiena. Il santo, appena lo seppe, vi accorse da Massaua per condividere le sorti dei collegiali e soprattutto per istruirli e formarli conducendoli con sé nelle peregrinazioni apostoliche. Il suo fermo proposito di preparare un clero indigeno non era condiviso dai confratelli, ma il suo esempio fu approvato e seguito dal Massaia tra i Galla. Nella prima ordinazione che questi fece (1-1-1851) impose le mani anche a Ghébré-Michael il quale, incatenato con altri ad Adua, aveva detto al suo persecutore, l'abuna Salama: "Mi sento straziato a causa dell'iscuria, ma preferisco il dolore e la morte alla colpa e alla vergogna dei rinnegati".
Nel 1854 Kasa, signore di Guarà, approfittando dell'anarchia imperversante in Abissinia, riuscì a sconfiggere i capi rivali e a proclamarsi a Gondar unico imperatore con il nome di Teodoro II. Mons. De Jacobis concepì allora l'audace progetto di recarsi alla corte di lui per trattare dei cattolici perseguitati a morte dall'abuna Salama. Difatti era stato proclamato questo editto: "Chiunque non si convertirà alla religione del nostro Abuna Salama sarà raccorciato in alto e in basso, cioè della testa e dei piedi: Gesù Cristo con la sua umanità ha la medesima scienza del Padre e dello Spirito Santo!". A Gondar il Santo fu gettato in prigione con diversi cattolici tra cui il B. Ghébré-Michael, che in seguito morì per le sofferenze patite, e si salvò dalla pena capitale soltanto perché l'abuna Salama aveva rifiutato di assumersi dinanzi a Dio la responsabilità della sua morte. Scrisse in verità a Teodoro II: "Caccia via l'abuna Jacob, ma non l'uccidere: è un santo e nessuno osserva meglio di lui la legge del Signore".
Espulso e condotto verso il Sennar, il santo riuscì a guadagnarsi l'animo della sua scorta e a rifugiarsi in Halai, dove era stato trasferito il collegio. Ivi attese alla formazione dei giovani aspiranti e appoggiò la ribellione di Neguré, un nipote del vinto Ubié, contro l'imperatore; e verso Neguré cercò di condurre un inviato di Napoleone III, il conte di Russel, ma costui dovette fuggire sull'altipiano e riparare di notte verso Massaua. Poco dopo il santo stesso dovette ripiegare verso la costa.
Appena poté cercò di riguadagnare l'altipiano, ma la morte lo colse il 31-7-1860, alle ore quindici, come aveva predetto, in Eidale, nella vallata dell'Alighedé (Eritrea), con la testa appoggiata ad un sasso, circondato da pochi fedelissimi discepoli ai quali aveva detto: "Vi raccomando di sperare molto, di essere forti nella fede, di crescere continuamente nella carità e di evitare la maldicenza. Pensate che dovete essere la luce dell'Etiopia".
Nella sua vita di missionario oltre che di un continuo mal di testa e di stomaco, aveva sofferto sovente di dissenteria, il che non gli aveva impedito di addizionare ai digiuni della Chiesa romana anche quelli della Chiesa abissina, e di cedere ad altri per via l'uso delle proprie scarpe o del proprio mulo.
Pio XII beatificò Mons. De Jacobis il 25-6-1939 e Paolo VI lo canonizzò il 26-10-1975. Le sue reliquie sono venerate a Hebo, dove furono tumulate le sue spoglie mortali. Il Massaia salutò in lui "il fondatore della missione abissina, l'apostolo infaticabile dell'Africa Orientale, il maestro dei missionari, il tipo del coraggio e della abnegazione indispensabile alla buona riuscita del ministero sacro tra quella gente".
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 342-349
http://www.edizionisegno.it/