S. GIUSEPPE, SPOSO DI MARIA VERGINE

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Il Vangelo dà grande risalto al suo matrimonio verginale con Maria SS., avvenuto in età giovanile. La Madonna si determinò a contrarre le nozze con Giuseppe forse perché figlia ereditiera, cioè senza fratelli. In tal caso essa era obbligata a sposarsi “soltanto agli uomini della propria tribù” (Num., 36,6). Maria si decise a quel passo, nonostante il voto di verginità, perché quella era l’usanza comune alla quale nessuna giovane ebrea poteva moralmente sottrarsi, e perché aveva fiducia che il Signore le avrebbe fatto trovare un giovane disposto a rispettare la sua integrità.


Sull’origine e i primi anni del Patriarca S. Giuseppe, il cui nome significa in ebraico
“Jahve dia incremento” non abbiamo notizie. Discendeva dal re Davide,
come Maria SS., ma non sappiamo in quale grado fossero tra loro consanguinei.
Secondo S. Matteo (1,16) il padre di Giuseppe si chiamava Giacobbe; secondo S.
Luca (3,23) si chiamava Eli, forse per una specie di adozione. Egesippo, uno
dei più antichi scrittori ecclesiastici, a cui attinse Eusebio, ricorda un
fratello di lui di nome Clopa o Cleofa (Storia Eccl., 3, 11).
 S. Giustino, martire del secondo secolo, nel Dialogo
con Trifone
(78,10) ritiene che fosse oriundo di Betlemme, ma non è
improbabile che sia nato a Nazareth, secondo la tradizione più antica, dove si
sposò. Esercitava la professione manuale di falegname o carpentiere e,
all’occorrenza, è probabile che si dedicasse pure a mestieri affini, come
succede nei villaggi palestinesi ancora oggi. Secondo Giustino, Gesù
nell’officina di S. Giuseppe costruiva “aratri e gioghi di buoi” (l.c.,
88).
 Il Vangelo da grande risalto al suo matrimonio verginale
con Maria SS., avvenuto in età giovanile. La Madonna si determinò a contrarre
le nozze con Giuseppe forse perché figlia ereditiera, cioè senza fratelli. In
tal caso essa era obbligata a sposarsi “soltanto agli uomini della propria
tribù” (Num., 36,6). Maria si decise a quel passo, nonostante il
voto di verginità, perché quella era l’usanza comune alla quale nessuna giovane
ebrea poteva moralmente sottrarsi, e perché aveva fiducia che il Signore le
avrebbe fatto trovare un giovane disposto a rispettare la sua integrità.
 Gli apocrifi, per salvaguardare la verginità di Maria e
spiegare l’origine dei “fratelli del Signore”, hanno favoleggiato di
un Giuseppe vecchio e vedovo con figli. Gli artisti dei primi secoli lo hanno
invece rappresentato nel pieno vigore degli anni. Un vecchio come avrebbe
potuto apparire agli occhi dei contemporanei padre di Gesù? Come avrebbe potuto
sostenere la Sacra Famiglia e affrontare i duri viaggi dell’esilio?
 I “Fratelli del Signore” sono detti
“cugini” da Egesippo (Storia Eccl., 4, 22) o per parte di
Clopa o per parte della sorella di Maria (Gv., 19, 25), ovvero di entrambi. Il
matrimonio di S. Giuseppe con la Madonna precedette l’Incarnazione perché egli,
prima di questa, è detto “sposo” e Maria “fidanzata” (Mt.,
1, 16; Lc., 1, 27). Il Vangelo chiamando Maria “vergine promessa” si
attiene al diritto matrimoniale giudaico, che distingueva gli sponsali, considerati
già vero matrimonio, dall’introduzione, dopo circa un anno, della sposa in casa
dello sposo, tra suoni e lieti canti, sul far della notte.
 Nell’intervallo tra gli sponsali e la coabitazione cadde
l’annunciazione e la visita di Maria alla cugina S. Elisabetta. E’ probabile che
ella non abbia atteso la nascita del Battista onde trovarsi in tempo a Nazareth
per la solenne cerimonia della coabitazione. Giuseppe si accorse allora della
gravidanza della sua sposa. Ignorando il mistero dell’Incarnazione, o, se, lo
conobbe, come pare più probabile, ritenendosi indegno di vivere con la Madre
del Messia, poiché era “uomo giusto”, decise di ridonarle
segretamente la libertà. Non avendo il minimo sospetto della fedeltà di lei,
per salvaguardarne l’onore non trovò altra soluzione migliore. Avrebbe potuto
denunciarla di adulterio, e allora Maria sarebbe stata lapidata secondo la
legge di Mosè; avrebbe potuto darle il libello del ripudio, e allora sarebbe
stata umiliata al cospetto dei suoi compaesani. In mezzo all’angoscia mortale,
Dio, a cui la Vergine si era sempre affidata completamente, mandò in sogno un
Angelo a Giuseppe che gli disse: “Figlio di David, non temere di prendere
con te Maria, tua sposa, perché ciò che in lei è stato concepito è opera di
Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu gli porrai il nome di Gesù, perché
egli salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Appena si destò dal sonno,
Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé
Maria, sua moglie e, senza che l’avesse conosciuta, ella diede alla luce il
figlio (Mt. c. 1).
 L’ordine di Ottaviano Augusto che fosse fatto il
censimento in tutto l’impero portò S. Giuseppe a Betlemme, distante 130
chilometri da Nazareth. E’ probabile che in quel paesetto possedesse qualche
campicello magari in comune con i parenti, perché la legge prescriveva di farsi
censire dove si avevano terreni. Non trovando conveniente soggiornare nel
lurido caravanserraglio si ritirò con la sposa in una grotta di animali. Là,
Maria, diede alla luce Gesù, lo fasciò e lo adagiò in una mangiatoia. Dai
pastori accorsi ad adorarlo, i suoi genitori appresero l’apparizione degli
angeli che cantavano: “A Dio gloria! Agli uomini pace!”. Dopo otto
giorni, il Bambino fu circonciso da un chirurgo. Giuseppe inaugurò la sua
missione paterna imponendogli il nome di Gesù, che vuol dire Salvatore com’era
stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito (Lc. c. 2).
 Nella cerimonia della presentazione ai Tempio di
Gerusalemme, Giuseppe offrì per il riscatto del primogenito cinque steli, pari
allo stipendio mensile di un modesto operaio e un paio di tortore, l’offerta
dei poveri. Nel tempio s’incontrò con il vecchio Simeone al quale lo Spirito
Santo aveva rivelato che non sarebbe morto prima di vedere il Messia del
Signore. Dalla profezia di lui intravide, meravigliato, le future sofferenze
del Redentore e di sua Madre. Quando ebbe adempiuto tutte le cose secondo la
legge di Mosè, con la benedizione di Simeone, ritornò forse a Nazareth per
sistemare le sue faccende. Dopo alcuni mesi, però, fece ritorno a Betlemme. Al
tempo della venuta dei Magi dall’Oriente, quantunque il racconto evangelico non
faccia menzione di lui, è fuori dubbio che egli fu presente all’adorazione del
Bambino Gesù da parte di quei sapienti e che ricevette nelle sue mani i loro
doni.
 Subito dopo, avvertito in sogno dall’Angelo, Giuseppe
dovette mettere in salvo il Bambino dalle insidie del re Erode fuggendo in
Egitto. I tre profughi per una decina di giorni dovettero marciare faticosamente
il dorso di un asino o di un cammello sulle sabbie mobili del deserto e
sopportare arsure e passare la notte stesi a terra, facendo assegnamento solo
su quel poco d’acqua e di cibo che si portavano appresso. In Egitto rimasero
diversi mesi, fino alla morte dell’empio re Erode avvenuta nel marzo-aprile del
750. I doni dei magi furono provvidenziali e resero eccellenti servizi
all’esule Famiglia.
 Avvertito di nuovo in sogno dall’angelo, Giuseppe prese il
Bambino e la Madre sua e ritornò nella terra d’Israele. Avrebbe voluto
stabilirsi definitivamente nella Giudea, a Betlemme, luogo originario del
casato del re David, ma avendo saputo che, al posto di Erode, regnava suo
fìglio Archelao, temette di andare là, per la pessima fama che godeva il nuovo
monarca. Decise quindi di trasferirsi per sempre a Nazareth dando così
compimento alla profezia che di Gesù diceva; “Sarà chiamato Nazareno (Mt.
2,19-23).
 S. Giuseppe, nel Vangelo, compare per l’ultima volta in
occasione dello smarrimento di Gesù nel Tempio di Gerusalemme. I suoi genitori,
come tutti i buoni israeliti, vi si recavano in occasione delle “feste di
pellegrinaggio” e cioè della Pasqua, della Pentecoste e dei Tabernacoli.
Secondo le prescrizioni legali Maria, come donna, non era obbligata a quel
viaggio, ma accompagnava volentieri il suo sposo per dare a Dio maggior gloria.
 Neppure Gesù vi era obbligato prima dei tredici anni, ma il
suo padre putativo e verginale, molto religioso e osservante delle prescrizioni
legali, quando Gesù ebbe dodici anni lo condusse con sé alla Città Santa
distante 120 chilometri da Nazareth, per la festa principale dei Giudei, la
Pasqua.
 Però, “trascorsi quei giorni, al momento del ritorno,
il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme e i suoi genitori non se ne accorsero.
Pensando che egli fosse nella carovana fecero una giornata di cammino, per
andarlo a cercare tra i parenti e i conoscenti. E non avendolo trovato,
ritornarono a Gerusalemme in cerca di lui. E dopo tre giorni lo trovarono nel
Tempio, seduto in mezzo ai dottori, ad ascoltarli e interrogarli. E quanti lo
udivano, erano fuori di sé dallo stupore per l’intelligenza e le risposte di
lui. E vedendolo si stupirono, e gli disse sua madre: “Figlio, perché ci
hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angustiati, ti cercavamo”. E rispose
loro: “E perché mi cercavate? Non sapevate che io devo attendere alle cose
del Padre mio?”. Ma essi non capirono la parola che aveva loro detto. Poi
scese con loro. E venne a Nazareth e stava loro sottomesso. La madre sua
conservava tutte queste cose in cuor suo. Gesù intanto cresceva in sapienza, in
statura e grazia presso Dio e gli uomini” (Lc. 2, 41-52).
 Della vita trascorsa da Gesù a Nazareth fino a trent’anni
non sappiamo altro. Nella bottega di carpenteria e in alcune stanzucce scavate
nella roccia, il Figlio di Dio trascorse con Giuseppe e Maria un’esistenza
esteriormente simile a quella degli altri ebrei. Dopo i fatti dell’infanzia di
Gesù, non si trova più alcuna menzione di Giuseppe, né la figura di lui
s’intravede minimamente durante la vita pubblica. Tutto induce a credere che il
padre legale di Gesù morisse durante i trent’anni di vita nascosta del Figlio,
quando cioè questi poteva bastare col lavoro al sostentamento della Madre sua.
Difatti, se fosse sopravvissuto a quei trent’anni, qualche accenno di lui si
sarebbe facilmente conservato nell’antica catechesi e quindi anche nei Vangeli,
che da essa dipendono.
 Di lui rimase ufficialmente soltanto l’appellativo
paterno, che egli lasciò con il mestiere al figlio legale. I Nazaretani, dopo
avere ascoltato Gesù nella loro sinagoga e visto ad operare miracoli,
esclamarono meravigliati: “Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria
e fratello di Giacomo, di Giuseppe, di Giuda e di Simone? E non sono forse le sorelle
di lui qui tra noi?” (Mt. 6, 1-3)
 S. Giuseppe non appare mai durante il ministero pubblico
di Gesù, né con Maria o con i fratelli (Mt. 12,46), né ai piedi della croce
(Gv., 19,27). Il Vangelo e la tradizione tacciono del tutto sulla sua sepoltura
e sulla sua pretesa risurrezione. Sua principale grandezza consiste nell’essere
vero sposo di Maria, padre verginale di Gesù, suo nunzio e custode. Nella sua
vita rifulse la perfetta osservanza della legge, la castità, la laboriosità
silenziosa e amorosa, l’abbandono fiducioso alla volontà di Dio, la modestia.
La Chiesa Orientale fu la prima a celebrare, la domenica precedente il Natale,
una festa degli “antenati” di Gesù, tra cui S. Giuseppe occupava il
primo posto.
 In occidente s’incominciò a venerarlo a cominciare dal
secolo XI. La devozione verso di lui fiorì quando Gregorio XV rese la sua festa
di precetto (8-V-1621); il suo nome fu inserito nelle Litanie dei Santi
(29-12-1726); la festa del suo Patrocinio fu estesa a tutto il mondo (10-9-1847);
fu dichiarato Patrono della Chiesa universale (8-12-1870); furono composte le
Litanie in suo onore (18-III-1909) e il Prefazio proprio (9-4-1919); fu
istituita la festa di S. Giuseppe artigiano (1955); fu inserito il suo nome nel
canone della Messa (1962).
___________________
Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 3, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 213-218.

http://www.edizionisegno.it/