S. GIOVANNA di VALOIS (1464-1505)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Un giorno, mentre supplicava Maria SS. ad insegnarle la maniera di piacerle di più, sentì rispondersi: “Figlia mia, non piangere. Verrà il tempo in cui fuggirai da questo mondo di cui temi i pericoli, istituirai un Ordine di religiose intento a cantare le lodi di Dio e a camminare sulle mie orme”. Dopo la celeste locuzione, alla giovane principessa parve di gustare la felicità soltanto standosene in solitudine. Non lasciava i suoi appartamenti che per recarsi in chiesa a pregare. Con volontari sacrifici cercava di corrispondere ai disegni di Dio su di lei e di acquistare la forza di resistere ai rudi colpi delle avversità.

Giovanna di Valois, o Giovanna di Francia, nacque a Nogent-le-Roi (Eure-et-Loir) il 23-4-1464 dal crudele e assolutista re Luigi XI, e da Carlotta di Savoia, seconda moglie di lui. Conforme alla pessima consuetudine del tempo, a due mesi dalla nascita, Giovanna fu destinata dal padre, per motivi politici, ad essere la futura sposa del cugino Luigi II, duca di Orléans. Non stupisce perciò che il sovrano si opponesse agli esercizi di pietà in cui la figlia cresceva, sotto la guida della genitrice, nel castello di Amboise. Per impedire una probabile vocazione religiosa in lei, la separò dalla madre e l’affidò al cugino Francesco di Beaujeu, signore del castello di Linières nel Berry, benché non avesse che cinque anni.
 Giovanna, piccola di statura e deforme di corpo, vi trascorse quattordici anni nella preghiera e nell’esercizio di tutte le virtù. Le spiaceva di non potere recarsi in chiesa tanto sovente come avrebbe voluto. Un giorno, mentre supplicava Maria SS. ad insegnarle la maniera di piacerle di più, sentì rispondersi: “Figlia mia, non piangere. Verrà il tempo in cui fuggirai da questo mondo di cui temi i pericoli, istituirai un Ordine di religiose intento a cantare le lodi di Dio e a camminare sulle mie orme”.
 Dopo la celeste locuzione, alla giovane principessa parve di gustare la felicità soltanto standosene in solitudine. Non lasciava i suoi appartamenti che per recarsi in chiesa a pregare. Con volontari sacrifici cercava di corrispondere ai disegni di Dio su di lei e di acquistare la forza di resistere ai rudi colpi delle avversità. Giovanna avrebbe desiderato monacarsi per consacrare a Dio la sua verginità, ma la volontà del padre, le impedì di consumare il suo sacrificio. Consultando gl’interessi della politica, anziché le inclinazioni della figlia che non amava, Luigi XI la obbligò, a nove anni, a sposare con atto civile l’undicenne duca di Orléans, primo principe del sangue (1473) .
 Dopo che il papa concesse le dovute dispense (1476), fu celebrato il matrimonio religioso nella cappella di Montrichard senza alcun apparato e in una specie di costernazione.
 Il re non si era neppure preso la briga di assistervi e il duca si era ritenuto in dovere di protestare contro la violenza che gli veniva fatta. Lungi dal portare pregiudizio all’intemerata verginità della sposa. Luigi d’Orléans non si studiò, come già il suocero, che di darle attestati d’indifferenza e di disprezzo.
 Dopo il matrimonio Giovanna, senza conservare avversione per nessuno, ritornò a riprendere la sua vita di preghiera e di nascondimento nel castello di Linières. Suo padre aveva chiamato presso di sé S. Francesco da Paola, in fama di taumaturgo, per ottenere la salute corporale e la tranquillità di coscienza, dopo tanti misfatti perpetrati per assicurare l’unità della Francia. Il fondatore dei Minimi, ad un ordine espresso del papa Sisto IV, si era recato in Francia, ma invece di guarire il re, lo aveva indotto a morire cristianamente (1483). Il santo non si era più allontanato dalla corte francese dalla quale ottenne aiuti per diffondere la sua famiglia religiosa in tutta Europa.
 Giovanna poté quindi approfittare della presenza di lui per consultarlo e farsi dirigere spiritualmente. Crebbe così con un carattere nobile, un orrore istintivo per il peccato, un cuore compassionevole per i miseri, un animo forte che le permise di soffrire i più grandi mali senza un lamento. Carlo VIII, suo fratello, era successo al padre sotto la tutela della sorella Anna de Beaujeu. Il duca d’Orléans, insofferente dell’autorità della cugina, si rifugiò a Nantes e con altri signori iniziò una guerra folle contro lo stato. Fu sconfitto e fatto prigioniero a St-Aubin-du-Cormier dal valente capitano Luigi La Tremoille. Dopo tre anni di carcere, Giovanna intervenne presso il fratello per farlo liberare. Quando diventò re di Francia col nome di Luigi XII (1498), la prima sua preoccupazione fu di fare annullare da Alessandro VI il matrimonio che aveva contratto con lei. Giurò davanti a testimoni che era stato costretto a compiere quel passo e che non aveva mai coabitato con Giovanna, la quale, oltre tutto, era incapace di maternità. Persuasa della legittimità della sua unione, in principio la santa difese coraggiosamente la sua causa. Quando il 17-XII-1498 le dichiararono nella chiesa di San Dionigi d’Amboise che non era più regina, diede prova di una singolare grandezza d’animo. Accettò, come un beneficio, la dichiarazione di nullità del suo matrimonio da parte della commissione papale, esclamando: “Benedetto il Signore che ha permesso questa separazione per aiutarmi a servirlo meglio di quanto non abbia fatto finora”.
 Col titolo di duchessa di Berry, Giovanna si ritirò nel castello di Bourges, che il re le aveva dato per appannaggio con altre terre e una pensione di 12.000 scudi, non senza avergli prima chiesto perdono dei torti che aveva potuto fargli, e promesso che avrebbe pregato per lui e per la Francia. La duchessa fu ricevuta dagli abitanti della città, tra cui avrebbe vissuto gli ultimi anni di sua vita, come una benefica protettrice. Difatti rivelò ben presto qualità di saggia amministratrice. Tra le sue realizzazioni figurano la cura a domicilio dei malati poveri e degli appestati, la ricostruzione delle case incendiate, il riassetto dei salari dei modesti lavoratori, la rieducazione delle giovani cadute, il rifiorimento del collegio di Santa Maria, la creazione di borse per gli studenti bisognosi e la riforma dei conventi.
 La Francia fu soprattutto edificata dalla santità di vita di Giovanna. Ella macerava il suo fragile corpo con cilici e vestiti grossolani. Non mangiava che cibi molto ordinari e, nei giorni di magro, si asteneva del tutto dalle carni, dal burro e dalle uova. Dio le concesse il dono dei miracoli. Tanti malati a contatto delle sue mani ricuperavano la salute corporale.
 Alla corte del padre Giovanna aveva avuto per direttore spirituale S. Francesco da Paola (+1507). Da Bourges continuò a consultarlo con lettere soprattutto quando pensò di istituire l’Ordine dell’Annunziata. Appena il santo cosentino ne approvò il disegno, la virtuosa contessa lo sottopose pure all’approvazione del suo confessore, il francescano Gilberto Nicolas (+1532). Questi le suggerì di fondare piuttosto un monastero di Clarisse, come aveva fatto Carlotta, madre di lei, a Parigi. La santa si limitò a rispondergli: “Se è volontà di Gesù Cristo e della Vergine Maria, essi mi assisteranno in tutte le opposizioni e le difficoltà che nell’opera incontrerò”. Dopo due anni Giovanna cadde gravemente ammalata. Ella capì che bisognava ricercarne la causa nell’opposizione del confessore alla fondazione dell’Ordine. Glielo disse apertamente ed egli le permise allora di seguire l’ispirazione della grazia.
 A poco a poco la santa ricuperò la salute. L’Ordine dell’Annunziata sorse, e il P. Gilberto ne fu costituito primo superiore, con il compito di fare ricerca di buone vocazioni. In principio le giovani Annunziatine furono dieci. Giovanna assunse il titolo non di superiora, ma di ancella e, d’accordo con il suo confessore, scrisse le regole per indicare alle sue Figlio il modo di imitare la B. Vergine Maria in dieci principali virtù. A Roma incontrò difficoltà per la loro approvazione, ma con l’aiuto del cardinale Giambattista Ferrier, vescovo di Modena e amico di Alessandro VI, ne venne a capo il 15-2-1501.
 Col permesso del re fece costruire a Bourges un monastero adiacente al suo palazzo. Il 20-10-1502, attorniata dalle dame di compagnia, ella diede il velo alle cinque prime Annunziatine. Una di esse si trovava quel giorno a letto con febbre alta. Appena le fu posto il libro delle Regole sulla testa, ella ricuperò all’istante la salute. Per dare a tutte l’esempio di sacrificio, Giovanna stessa pronunciò i voti il giorno di Pentecoste del 1503, e assunse il nome di Suor Gabriella Maria. Da quel momento volle dipendere in tutto dal confessore.
 La fondatrice non ebbe il tempo di costruire altri monasteri perché le penitenze, i digiuni e il mal di cuore le diminuirono ben presto le forze. Il suo amore per Gesù sacramentato non venne meno mai. Talora fu creduta malata per i languori cui andava soggetta. Durante l’orazione sovente fu favorita da estasi. Un giorno, durante la Messa, le furono mostrati dal Signore e dalla Madonna sopra un piatto due cuori. Esortata ad aggiungervi il suo, la santa lo cercò ma, con sua grande sorpresa, ebbe la sensazione di esserne priva tanto era misticamente unito a quello di Gesù.
 Alla morte, che sentiva ormai vicina, Giovanna volle prepararsi intensificando l’istruzione alle sue figlio spirituali. Nell’ultima visita che fece loro, tenne un ardente discorso sulla necessità dell’imitazione di Gesù e di Maria. Confessarono coloro che la seguirono di non aver mai inteso nulla di più ispirato. L’indomani, dopo aver fatto a tutte e a ciascheduna le sue ultime raccomandazioni, Giovanna si fece ricondurre nel suo palazzo, ordinò che fosse murata la porta di accesso al monastero, giacché riteneva di non averne più bisogno e, dalla festa di S. Agnese fino alla morte, volle che tutti i giorni le fosse portata la comunione.
 Il 5-2-1505, all’istante del suo decesso, una straordinaria luce apparve nella sua camera per lo spazio di un’ora e mezza. Nello stesso tempo numerosi testimoni affermarono di aver visto sospesa sul monastero una specie di nuvola estremamente chiara. Mentre Giovanna andava spegnendosi, una sinistra cometa trascinava la sua coda fiammeggiante sul palazzo di Luigi XII che, assalito da un tardivo, ma sincero pentimento, si affrettò a scrivere agli abitanti di Bourges una lettera per invitarli agli splendidi funerali preparati, per suo ordine, alla sua nobile vittima.
 Dopo la morte, il corpo di Giovanna fu trovato cinto di una catena di ferro che le aveva provocato diverse piaghe, e rivestito di un ruvido cilicio su cui erano sovrapposti, dalla parte del cuore, cinque chiodi d’argento.
 Fu rivestita, come le religiose, di veste grigia, scapolare scarlatto, zimarra azzurra, manto bianco, ma il re le fece mettere sul capo la corona regale, e sulle spalle un mantello di velluto violetto, cosparso delle armi di Francia. Il corpo rimase esposto dodici giorni nella cappella ardente. A palazzo si continuò a servire la sua tavola di nascosto, come se fosse ancora viva e, mattina e sera, la sua dama d’onore e il suo confessore andavano ad assidervisi per alcuni istanti in silenzio. Poi facevano distribuire le pietanze ai poveri che attendevano alla porta.
 Il feretro, trainato da quattro mule bardate a lutto, protetto da un padiglione sorretto da quattro baroni del Berry, fu deposto sotto il coro della chiesa delle religiose dell’Annunziata. Vi restò cinquantasei anni, senza alcuna traccia di corruzione, finché gli ugonotti, nel 1562, ne violarono il sepolcro sul quale si erano verificati molti miracoli, ne bruciarono il corpo e ne dispersero le ceneri al vento. Pio XII il 28-5-1950 canonizzò Giovanna di Valois. Il 21-4-1742 Benedetto XIV ne aveva confermato il culto. L’Ordine dell’Annunziata alla vigilia della Rivoluzione Francese contava 45 case. Oggi ne possiede ancora 6.

Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 2, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 88-93.
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