S. GABRIELE dell’ADDOLORATA (1838-1862).

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Quando si sentiva triste o abbattuto dalla malattia, confidava le sue pene alla Madonna che salutava con un inchino nel passare davanti a qualche sua immagine, o leggeva un tratto delle Glorie di Maria di S. Alfonso dei Liguori. Ogni giorno recitava la coroncina dell’Addolorata e lo Stabat Mater, la coroncina dell’Immacolata e il Rosario. Osservava inoltre la “Quaresima della Madonna” privandosi della frutta durante i quaranta giorni che precedevano l’Assunta. Si sarebbe anche inciso il nome della Vergine SS. sul petto con un ferro arroventato se gli fosse stato permesso. Era convinto, però, che “la nostra perfezione non consiste nel fare cose grandi e straordinarie, ma nel fare bene quelle ordinarie di regola, nell’osservanza del proprio ufficio, imposto dalla santa ubbidienza”.

Il compatrono della Gioventù Cattolica
Italiana (1926), al secolo Francesco Possenti, in religione Gabriele
dell’Addolorata, nacque ad Assisi il 1-3-1838, undicesimo dei tredici figli di
Sante, governatore civile della città e, dal 1841, giudice assessore al
tribunale di Spoleto. Orfano di madre a quattro anni, Francesco, fin
dall’infanzia incline all’ira, crebbe alla scuola del padre, il quale ogni
giorno ascoltava la Messa e, la sera, di ritorno dall’ufficio, recitava il
rosario con i figli ai quali rivolgeva sagge esortazioni. A sette anni fu
cresimato e cominciò a confessarsi con frequenza. I suoi primi maestri furono i
Fratelli delle Scuole Cristiane che lo prepararono alla prima Comunione (1848).
  In seguito, il Santo frequentò come
esterno il Collegio dei Gesuiti, sotto la direzione dei quali riuscì ad evitare
gravi scogli, grazie alla spiccata devozione alla SS. Vergine che attinse dalla
Congregazione Mariana cui si iscrisse. Malgrado ciò verso i sedici anni si
lasciò trascinare, per leggerezza, a letture frivole, mode, festini, cacce e
balli, fino a far temere assai di sé. Di carattere generoso, intollerante delle
ingiustizie, facile ad amare con nobiltà, si affezionò a una giovane che
abitava di fronte al suo palazzo, ma appena s’accorse che quella relazione
prendeva voga, provò un misterioso spavento e se ne liberò. Il suo cuore,
caritatevole verso gl’indigenti e dedito alla pietà, che alimentava con la
Comunione festiva, aspirava a mete superiori.
  Verso gli undici anni si era ammalato
gravemente e allora aveva promesso a Dio di consacrarsi al suo servizio se
fosse guarito. Riacquistata la sanità ben presto si dimenticò del proposito
fatto. Quattro anni dopo, colpito da una grave infiammazione alla gola, provò
rimorso per la sua infedeltà, propose di nuovo di abbandonare il mondo se
Andrea Bobola SJ., da poco beatificato, lo avesse guarito. Il gonfiore alla
gola scomparve (1855) e allora si presentò al superiore dei Gesuiti per dirgli
che si sentiva disposto ad entrare nella Compagnia di Gesù. Suo padre, che
aveva già figli avviati al sacerdozio, vi si oppose. Francesco "ritornò
all’amore del mondo" e i Gesuiti, nel vederlo fumare come i suoi fratelli
maggiori, amare le allegre brigate, frequentare i convegni serali e il teatro,
sia pure sotto la sorveglianza del padre, non lo ritennero adatto alla
Compagnia.
  Una saggia consigliera per Francesco
fu la morte per colera della sorella Maria, la quale tante volte aveva saputo
temperargli l’asprezza dei rimproveri paterni. Colpito come da folgore, propose
di abbracciare la vita religiosa. Il Padre, che lo prediligeva, gli fece
osservare che avrebbe fatto meglio a sposarsi, dato che la vita del chiostro
era troppo dura per la sua precaria salute. Per compiacerlo, Francesco
accompagnò il babbo in casa di colei che si presumeva sua fidanzata, ma
volitivo e tetragono alle seduzioni del mondo, sotto l’eleganza del vestito
seppe nascondere un aspro cilicio.
  Durante l’ottava dell’Assunta
(22-8-1856) attorno alla cattedrale di Spoleto fu portata in processione
l’antica icone bizantina, donata da Federico Barbarossa, alla città. Francesco
vi partecipò per pura curiosità perché un anno dopo la scomparsa della sorella
molti suoi buoni propositi erano già sfumati. Volgendo lo sguardo al quadro,
gli parve che la Vergine lo fissasse in modo singolare mentre una voce
imperiosa gli diceva: "Francesco, il mondo non è per te; devi entrare in religione!".
Per l’affetto da lui portato alla Passione di Gesù e ai dolori della Madonna,
prese la decisione di abbracciare la regola penitente di San Paolo della Croce.
La sera continuò ad accompagnare il babbo a teatro, ma col pretesto di salire
con gli amici al loggiato superiore, se ne andava a pregare sotto il portico
della cattedrale, nello stesso luogo in cui la Madonna gli aveva fatto sentire
la sua voce misteriosa. Quando manifestò al babbo il suo segreto, questi gli
obiettò che la vita dei Passionisti non era adatta alla sua condizione di
giovane avvezzo agli agi. Francesco, irremovibile, gli si buttò ai piedi
singhiozzando, deciso a non rialzarsi di là se prima il genitore non avesse
approvato la sua risoluzione.
  Il signor Sante, impressionato delle
parole del figlio, non osò opporsi ai disegni che Dio aveva su di lui. Dispose,
però, che la sua vocazione fosse ulteriormente esaminata a Loreto dallo zio
canonico, e a Morrovalle (Macerata) dalla zio cappuccino. Ad entrambi Francesco
rispose che aveva riflettuto molto prima di lasciare la casa paterna e che si
sentiva sicuro di sé. Gli spoletani, quando conobbero la sua partenza, ne
fecero le meraviglie. Il P. Pincelli SJ., suo insegnante di retorica, agli
allievi che lo interrogavano in proposito, disse scherzosamente: "Avete
inteso del ballerino? Chi lo avrebbe detto?"
  L’allenatore spirituale del Possenti
nel convento passionista di Morrovalle doveva essere il P. Norberto,
vicemaestro del noviziato. Il 21-9-1856 Francesco rivestì il saio della
passione col nome di Gabriele dell’Addolorata. Nel darne l’annunzio al padre
gli chiese perdono "di tutte le disubbidienze e dispiaceri troppo
gravi" che gli aveva dato. Deciso a raggiungere in breve la santità, egli
divenne un perfetto figlio della croce, e fu di esempio anche ai professi che
lo consideravano come la "regola vivente". Un mese dopo la vestizione
scrisse al padre: "La contentezza e la gioia che provo tra queste sacre
mura sono quasi incredibili a paragone dei vani e leggeri passatempi mondani…
Credete a un figlio che vi parla con il cuore sulle labbra: che non baratterei
un quarto d’ora passato dinanzi alla nostra consolatrice e speranza Maria SS.,
con un anno trascorso tra gli spettacoli e i divertimenti del mondo".
  Eppure la vita dei Passionisti non era
scevra di asprezze. Al suono della battola, Gabriele, nel cuore della notte,
doveva troncare il sonno e prendere il vestito sopra un saccone di foglie, per
la recita in coro del Mattutino; dopo l’ufficio divino doveva darsi la disciplina
il mercoledì, venerdì e sabato; di giorno gli toccava attendere sia al mattino
che alla sera alla meditazione per la durata di un’ora; ordinare la sacrestia;
spazzare i corridoi; lavare le stoviglie in cucina; servire a mensa i
connovizi; fare colazione con una fetta di pane inzuppata nel vino; lavorare
nel giardino, passeggiare da solo dentro il recinto del convento, o conversare
nelle ricreazioni soltanto con il compagno assegnato dal maestro di noviziato.
Nonostante che, al dire del P. Norberto, fosse "un modello di
Passionista", fratel Gabriele, timoroso di venir meno, fece voto alla
Madonna di suffragare le anime del Purgatorio con Messe se fosse stato ammesso
alla professione. Avrebbe pure voluto macerare il suo corpo con il cilicio, ma
il direttore lo esortò ad accontentarsi di rinnegare la propria volontà. Prese
allora a mortificarsi nei suoi gusti, a coltivare lo spirito di raccoglimento e
di continua unione con Dio.
  Gabriele dell’Addolorata, dopo la
professione religiosa emessa il 22-9-1857, rimase ancora un anno a Morrovalle,
per lo studio della filosofia. All’anno successivo passò a Pievetorina, presso
Camerino, dove s’ammalò di una bronchite, che gli lasciò un’ostinata raucedine.
Nel 1859, assai magro e pallido per le penitenze e la tisi che lo consumava
inesorabilmente, fu mandato con gli altri studenti all’Isola del Gran Sasso
(Teramo), dove ricevette gli ordini minori, e in tre anni raggiunse la vetta
della santità. P. Norberto, timoroso che la stima di cui era da tutti circondato,
lo facesse insuperbire, lo umiliava spesso. Il santo giovane ne soffriva, pur
sforzandosi di chiudere nel suo cuore "ogni adito a qualunque turbamento,
rancore, dispiacere o tristezza". Sempre vigile e attento, si privava di
ogni diletto nel mangiare, nel bere, nel riposare, nel leggere, nel
passeggiare. Non cercava la sua legittima soddisfazione neppure nel compimento
dei doveri di stato secondo il suo proposito: "Signore, non voglio far ciò
per mio gusto, ma perché voi lo volete".
  Quando si sentiva triste o abbattuto
dalla malattia, confidava le sue pene alla Madonna che salutava con un inchino
nel passare davanti a qualche sua immagine, o leggeva un tratto delle Glorie
di Maria
di S. Alfonso dei Liguori. Ogni giorno recitava la coroncina
dell’Addolorata e lo Stabat Mater, la coroncina dell’Immacolata e il
Rosario. Osservava inoltre la "Quaresima della Madonna" privandosi
della frutta durante i quaranta giorni che precedevano l’Assunta. Si sarebbe
anche inciso il nome della Vergine SS. sul petto con un ferro arroventato se
gli fosse stato permesso. Era convinto, però, che "la nostra perfezione
non consiste nel fare cose grandi e straordinarie, ma nel fare bene quelle
ordinarie di regola, nell’osservanza del proprio ufficio, imposto dalla santa
ubbidienza". P. Norberto depose al processo canonico che "durante i
cinque anni in cui aveva avuto la direzione spirituale di lui non ricordava
ch’egli avesse commesso neppure una venialità deliberata". Seguiva la
massima di S. Giovanni Berckmans: "Adempirò scrupolosamente ogni regola,
benché minima". Quando il suo direttore, per la cagionevole salute, lo
dispensava dall’alzarsi di notte per l’Ufficio divino, oppure dai digiuni di
regola, egli insisteva per seguire la stretta osservanza.
  Indebolito com’era dal male, anche
Gabriele conobbe le terribili lotte della carne ribelle. Allora egli moltiplicò
le mortificazioni dei propri gusti, non mise mai le mani addosso ad alcuno, né
volle essere toccato neppure per scherzo. Avvicinava più volentieri
confratelli, naturalmente meno simpatici, e nell’incontrarsi durante il
passeggio con donne, non le fissava mai in volto. Una volta, timoroso di cadere
nella tentazione, chiese a Dio la morte piuttosto di peccare.
  Benché nella primavera del 1861 Gabriele
dell’Addolorata si fosse sottoposto a una cura ricostituente, il suo
deperimento organico continuava. Esortato quindi a pregare per la propria
salute, egli rispose al P. Norberto, che "lo lasciasse piuttosto domandare
al Signore una buona e santa morte, perché i pericoli di disgustare Iddio erano
molti". Fin dal noviziato aveva pregato il Signore di farlo morire giovane
e di essere consumato dalla tisi per potere fino all’ultimo fare atti di amore
divino. Fu esaudito. Difatti, osserva il suo primo biografo, "per la
tenace sua attenzione e l’assiduo studio di vincere e dominare se stesso, per
rendersi perfetto, si affievolirono le sue forze fisiche e si sviluppò quel
germe che lo portò al sepolcro".
  Gabriele cominciò a dimagrire a vista
d’occhio, a sudare di notte, a vomitare sangue, a tossire convulsamente e a
delirare per la febbre. Prima di morire avrebbe voluto rivedere il caro papa
abbandonato cinque anni prima, ma tale desiderio non fu soddisfatto. Al P.
Norberto raccomandò di togliere da un cassetto il "diario" su cui
aveva registrato le grazie ricevute dalla Madonna e di non mostrarlo ad alcuno.
Il P. Norberto, impulsivamente, senza neppure aprirlo, lo gettò tra le fiamme
del caminetto. Temeva proprio che il demonio se ne servisse per tentare il
morente di orgoglio? Gabriele prima di morire fu tentato di presunzione, ma
vinse la prova esclamando con S. Bernardo: "Le tue piaghe, o Gesù, sono i
miei meriti". La cella un giorno gli sembrò pure invasa da fantasmi
muliebri. Il Santo gemette fremendo: "Qui non possono entrare… Maria,
mamma mia, cacciateli voi!" Baciando e stringendo al petto il crocifisso e
l’immagine dell’Addolorata che egli teneva al coro, sul leggio, durante il
canto dell’Ufficio, sospirò al pensiero della morte: "O Maria, mamma mia,
fa’ presto!" Le sue ultime invocazioni furono: "Gesù, Maria,
Giuseppe!" Morì il 27-2-1862. S. Pio X lo beatificò il 3-5-1908; Benedetto
XV lo canonizzò il 31-5-1920; Giovanni XXIII lo proclamò patrono principale
dell’Abruzzo nel 1959. Le sue reliquie sono venerate all’Isola del Gran Sasso,
nel santuario omonimo.
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Sac. Guido Pettinati SSP,

I Santi canonizzati del
giorno
, vol. 2, Udine: ed. Segno,
1991, pp. 291-297.

http://www.edizionisegno.it/