S. EZECHIELE MORENO Y DIAZ (1848-1906)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque ad Alfaro Tarazona in Spagna il 9 aprile 1848. Il 3 giugno 1871 venne ordinato sacerdote a Manila e trascorse nelle Filippine i suoi primi 15 anni di sacerdozio veramente pieni di ardente zelo apostolico. Dal 1888 fino a pochi mesi prima della sua morte, devotissimo del Sacro Cuore di Gesù, esplicò in Colombia la sua attività missionaria. Dal 1896 fu vescovo di Pasto. Il 19 agosto 1906 morì nel convento di Monteacuto (Navarra, Spagna) dove aveva emesso la sua professione religiosa e del quale era stato superiore. Paolo VI lo beatificò il 1° novembre dell'Anno Santo 1975.

Eremita Recolletto di S. Agostino, Ezechiele nacque il 9-4-1848 ad Alfaro (Logrono), nella Vecchia Castiglia (Spagna), terzo dei sei figli che Felice, modesto sarto, ebbe da Giuseppina Diaz. Appena fu in grado di balbettare le prime parole il padre prese a condurlo con sé nella chiesa delle Domenicane per la recita del rosario. Il piccino corrispose alla buona educazione ricevuta in famiglia. Crebbe difatti ubbidiente ai genitori, diligente nella scuola, amabile con i coetanei. La portinaia del convento delle Domenicane un giorno gli chiese che cosa da grande intendesse diventare. "Frate!" le rispose senza esitare. "Tu Frate?" gli obiettò. "Sei troppo piccolo perché ti ammettano in un convento". Anziché adontarsene Ezechiele affermò: "Mi metterò un cappello a tuba perché sia più alto".
Quando suo fratello maggiore, Eustachio, si fece eremita recolletto di S. Agostino a Monteagudo (Navarra), il collegio più importante che l'Ordine possedeva in Spagna, Ezechiele lo sostituì nel compito di sacrestano nel convento delle Domenicane. Fu anche cantore nella cappella musicale di Alfaro perché possedeva una voce molto bella. Il vescovo di Tarazona e la madre, rimasta vedova, avrebbero voluto avviarlo alla vita sacerdotale, ma egli preferì raggiungere il fratello nel collegio di Monteagudo dove il 21-9-1864 vestì l'abito religioso e il 22-9-1865 emise la prima professione.
Benché fosse di salute cagionevole, il santo attese con impegno allo studio della filosofia a Monteagudo. Poiché dopo gli atti comuni, quali la ricreazione e il passeggio, amava ritirarsi o in coro o in cella, i confratelli erano soliti chiamarlo "il silenzioso". Fra Ezechiele fu mandato a studiare teologia per due anni nel collegio di Marcilla, e quindi nel convento di San Nicola da Tolentino a Manila (1870) conforme al giuramento che aveva fatto nel giorno della professione religiosa di recarsi nelle missioni delle Filippine qualora i superiori glielo avessero ordinato. Fu consacrato sacerdote il 3-6-1871.
P. Ezechiele fu avviato al lavoro missionario e allo studio del tàgalo dal fratello, P. Eustachio, che lo aveva preceduto in missione e che era stato nominato parroco di Calepàn, capitale dell'isola Mindoro. Dopo un anno il beato fu nominato cappellano castrense e missionario dell'isola Paragua, ma al principio del 1873 febbri perniciose lo costrinsero a fare ritorno a Manila. Appena ricuperò le forze fu nominato Vicario Provinciale e parroco dell'isola di Mindoro, e dopo tre anni parroco di Laspinas, nella baia di Manila. Nei vari luoghi in cui esercitò il ministero fu instancabile sul pulpito, assiduo al confessionale, sollecito nel visitare gl'infermi e nell'amministrare i sacramenti pur conducendo sempre una vita molto ritirata. Dopo tré anni i superiori lo nominarono curato di San Tommaso con grande rincrescimento dei suoi antichi fedeli che ne apprezzavano lo zelo e la virtù. Dopo appena un anno fu trasferito a Manila nella parrocchia di Santa Croce, in qualità di predicatore conventuale (1880).
I suoi sermoni piacevano per la semplicità dello stile, la chiarezza della dizione, la convinzione e l'unzione con cui spargeva nei cuori il seme della parola di Dio. Nel 1887 P. Ezechiele fu nominato presidente della fattoria che la provincia dell'Ordine possedeva a Imus. Per tre anni la diresse con piena soddisfazione sia dei religiosi che delle famiglie dipendenti. In quel tempo propugnò la vita comune nelle parrocchie dell'Ordine giacché l'antica organizzazione con curati proprietari non era certo favorevole alla religiosa osservanza.
Nel capitolo provinciale tenuto a Manila (1885), al P. Ezechiele fu affidato l'ufficio di rettore del collegio e della casa di noviziato di Monteagudo. Fattovi ritorno dopo quindici anni di fatiche missionarie si guadagnò l'affetto dei sudditi con la dolcezza del tratto, la frequenza al coro e l'accurata predicazione.
Gli Agostiniani Recolletti oltre che nelle Filippine, nel 1602 si erano stabiliti anche in Colombia o Nuova Granada, e avevano dato origine alla Provincia della Candelora, nella diocesi di Tunja. Nel 1860 dal governo liberale salito al potere furono costretti ad abbandonare i loro conventi, e a sottoporsi nel 1876 all'ubbidienza del Commissario Apostolico della Spagna per non scomparire. Nel 1888 fu deciso l'invio in Colombia di sette agostiniani spagnuoli perché facessero risorgere la Provincia della Candelora. L'invito fu rivolto anche al P. Ezechiele ed egli lo accettò con entusiasmo. Avrebbe voluto recarsi in Colombia come dipendente, i superiori invece lo nominarono Presidente della Missione con sede a Bogotà perché ne apprezzavano l'indole mite ed energica a un tempo.
In Colombia gli Agostiniani Recolletti avevano fondato molte missioni in Los Llanos de Casanare, tra gli affluenti dell'Orinoco. Il santo le percorse e le riattivò con l'aiuto di alcuni confratelli nonostante i pericoli dei serpenti, delle tigri, dei caimani e delle febbri malariche proprie del clima equatoriale. I fedeli accorrevano a udirlo molto numerosi perché erano da anni privi di sacerdoti e molti non sapevano neppure farsi il segno della croce. Nove sacerdoti d'ordinario erano insufficienti per attendere alle loro confessioni. Quando i missionari si disponevano a partire da un villaggio era loro estremamente difficile montare a cavallo poiché una moltitudine di selvaggi in lacrime facevano ressa attorno ad essi per baciare l'abito bianco che portavano.
Poiché il santo era riuscito a costituire nel Casanare cinque missioni facenti parte della provincia civile di Boyacà, Leone XIII le eresse in Vicariato Apostolico e ne affidò la direzione al P. Ezechiele il quale il 1-5-1894 ricevette a Bogotà la consacrazione episcopale. Appena fece l'ingresso in Tàmara, capitale del Vicariato, Mons. Moreno consacrò il Casanare al S. Cuore di Gesù, fondò un'associazione per meglio onorarlo e moltiplicò le visite pastorali per meglio istruire i fedeli e impedire gli scandali pubblici. In quei primi cinque anni di permanenza in Colombia, egli aveva avuto modo di conoscere le condizioni politiche, sociali e religiose della nazione, e di costatare le rovine causate dal partito liberale al potere nel suo furore anticlericale.
Nel 1895 la Santa Sede nominò Mons. Moreno vescovo di Pasto, al confine con l'Ecuador. Il santo ne prese possesso il 10-6-1896 e per dieci anni la resse a prezzo di lotte e di sacrifici indicibili con generale soddisfazione dei fedeli. La diocesi contava allora circa 570.000 abitanti, quasi tutti indigeni, sparsi su un territorio di 160.000 km2. Per visitarli a cavallo o in barca lo zelante pastore doveva superare immense distanze, salire sulle gelide alture delle Cordigliere o scendere nelle afose pianure dell'Amazonas.
Anche da vescovo Mons. Morene fu un innamorato del suo abito e della sua cella. Non usciva dall'episcopio che per grave necessità. Amava trascorrere la giornata nella preghiera, nello studio e nel disbrigo degli affari. Alle quattro del mattino era già in piedi per fare un'ora di meditazione, celebrare la Messa e ascoltarne un'altra in ringraziamento. Nella mattinata protraeva per tre quarti d'ora la visita al SS. Sacramento e ogni giovedì, dalle ventitré a mezzanotte, praticava l'esercizio dell'Ora Santa. La sua preghiera sovente era accompagnata da un certo tremore in tutto il corpo, da lacrime, da singhiozzi e da ardenti aspirazioni. Durante la giornata dedicava non meno di sei ore allo studio perché non saliva il pulpito e non scriveva le lettere pastorali senza un'adeguata preparazione. Numerose erano le persone che si rivolgevano a lui per consiglio o per la direzione spirituale. A coloro che gli promettevano preghiere rispondeva: "Domandino per me al nostro buon Gesù una grazia soltanto: che mi faccia perfetto e santo; a null'altro aspiro, nient'altro desidero".
Il popolo e il clero di Pasto idolatravano il loro pastore perché era intransigente nella difesa dei principi religiosi, era buono e paziente con tutti, anche con gli erranti, e soprattutto perché era un vero padre dei poveri. Ad essi donava la maggior parte delle sue rendite. Per soccorrerne il maggior numero possibile portava indumenti rappezzati, non mangiava che due volte al giorno, non beveva vino e non fumava. Per la conversione dei peccatori il mercoledì e il venerdì faceva uso di discipline di corda, di cilici e di catenelle di ferro.
Finché visse il santo ebbe la preoccupazione di conservare intatta la fede tra il popolo e di difendere i diritti della Chiesa continuamente conculcati dai liberali. Già due giorni dopo l'ingresso in diocesi egli aveva indirizzato al clero e ai fedeli la prima lettera pastorale per metterli in guardia dagli errori del razionalismo e del liberalismo. Due mesi dopo emanò altri due scritti per denunciare certi periodici liberali, pubblicati nell'Ecuador e diffusi nella sua diocesi, perché gettavano il discredito sui dogmi e sulla morale della religione cattolica.
Verso la fine del 1896, senza volerlo, Mons. Moreno provocò un clamoroso incidente. Prima della sua venuta nella diocesi, era stato fatto rettore del collegio di Ipiales, città situata presso il confine con l'Ecuador, un certo Rosendo Mora, ex-Fratello delle Scuole Cristiane, apostata pubblico e fervente liberale. Il vescovo di quel tempo, Mons. Emanuele Giuseppe de Cayzedo y Cuero, vietò ai genitori, pena la scomunica, di mandare i loro figli nel suddetto collegio perché correvano il pericolo di perdere la fede. Il Mora frattanto non si vergognò di oltraggiare in pubblico la religione cattolica, il nome di Dio e della Madonna. Fu citato in tribunale e condannato, ma egli si sottrasse alla giustizia fuggendo in Ecuador. Il governo liberale del paese non solo lo accolse a braccia aperte, ma lo nominò rettore del collegio nazionale di Tulcàn, città situata a meno di due chilometri da Ipiales. Siccome il collegio era frequentato anche da giovani della diocesi di Pasto, Mons. Morene ritenne suo dovere rinnovare la proibizione, pena la scomunica, del suo predecessore (4-2-1897). Il fìloliberale vescovo di Ibarra, Mons. Federico Gonzales y Suàrez, alla cui diocesi apparteneva Tulcàn, se ne adontò e tanto fece e tanto scrisse d'intesa con le autorità governative, che la S. Sede dovette intervenire. Mons. Morene era accusato d'ingerirsi negli affari interni di un'altra diocesi e di fomentare la divisione tra i fedeli con pericolo di scisma. Nell'attesa del responso crebbe a dismisura il chiasso contro il vescovo di Pasto, ma costui non disse e non scrisse nulla in propria difesa.
La S. Sede, che non aveva una conoscenza esatta della personalità di Mons. Suàrez, ne prese le difese con grande soddisfazione dei liberali imponendo al vescovo di Pasto di desistere "dalla sua attitudine bellicosa contro l'Istituto di Tulcàn" (27-4-1898). Il santo ruppe allora il silenzio a sollievo dei buoni cattolici "costernati nel vedere che i nemici della Chiesa si vantavano di avere ottenuto il trionfo", e dichiarò: "Nulla deve venire dalla S. Sede che ridondi a nostro pregiudizio giacché se ci consigliano, se ci riprendono, se ci castigano, tutto ha da avere per scopo il bene dell'anima nostra e di altre anime, e la maggior gloria di Dio".
Il clero secolare e regolare di Pasto, mentre Mons Moreno era in viaggio per la visita ad limina, a Roma, il 21-7-1898 scrisse una lettera a Leone XIII per dimostrare le deleterie conseguenze della decisione della S. Sede e il male che il liberalismo produceva negli animi. Concludevano la lettera dichiarandosi pienamente solidali con il loro "integerrimo", "vigile", "energico" pastore. Il papa ricevette in cordiale udienza il santo e, invece di accettare la rinunzia che gli aveva presentato, gli disse, dopo avere ordinato la revisione della spinosa questione: "Torna, torna a Pasto, perché di tali vescovi necessita il mondo". Il 6-2-1899 la S. Congregazione dei Vescovi e Regolari in seguito a più esatte informazioni riconobbe che Mons. Morene aveva agito rettamente, e ordinò che il Mora o fosse rimosso dalla direzione del collegio o desse una soddisfacente riparazione al vescovo di Pasto. Quando il santo ritornò nella sua sede fu accolto in trionfo.
Finché visse Mons. Moreno condusse una lotta a fondo, senza tregua e senza compromessi, contro gli errori del liberalismo colombiano. Nella lettera pastorale che scrisse per la quaresima del 1897 indicò ai fedeli i mezzi principali che dovevano usare contro le invadenze del liberalismo radicale, e quando a Riobamba (Ecuador) i nemici della Chiesa perpetrarono un abominevole sacrilegio contro il SS. Sacramento, scrisse una lettera pastorale straordinaria (12-6-1897) per stigmatizzare i liberali come veri responsabili del delitto. Nello stesso anno pubblicò un opuscoletto dal titolo: "O con Gesù Cristo, o contro Gesù Cristo; o Cattolicesimo o Liberalismo" per dimostrare, contro le asserzioni della rivista Repertorio Colombiano, l'impossibilità di una intesa, ideologica e reale politica, fra Chiesa e Liberalismo. Secondo il santo, la lotta contro i liberi pensatori di quel tempo era necessaria, doveva essere decisiva e concorde, in considerazione della propagazione dei loro errori anche tra i cattolici con grave pregiudizio della loro fede. Il concilio nazionale sud-americano convocato a Roma da Leone XIII (1899), al quale il vescovo di Pasto non partecipò per i gravi inconvenienti derivanti da una sua prolungata assenza dalla sede, trattò la questione del liberalismo politico sud-americano in modo praticamente conforme a quanto il beato andava inculcando e proclamando con tanta insistenza.
Nel 1899 la guerra civile scatenata dai liberali della Colombia con l'aiuto dell'Ecuador e del Venezuela contro i conservatori (cattolici) al potere, costrinse l'intrepido pastore di Pasto a vigilare e ad agire contro i nemici dichiarati della Chiesa affiancando i combattenti con la preghiera, i sussidi e gli scritti. Nel 1900 egli diresse al clero tre lettere per aggiornarli sugli errori propalati dalla stampa avversa nella diocesi. Con una presunta lettera pastorale del vescovo di Pamplona (Colombia), inventata di sana pianta, i liberali cercarono di giustificare le loro idee di conciliazione e di collaborazione pacifica con i cattolici, e d'inculcare al clero la completa astensione dalla politica e da qualsiasi partito. Con documenti pontifici alla mano, che padroneggiava con rara perizia, Mons. Moreno mise in guardia tutti sia contro un falso spirito di conciliazione tra liberalismo e cattolicesimo, che si sarebbe risolto a danno della causa di Dio, sia contro un falso patriottismo, nascosto sotto il pretesto di una unione e coalizione fra tutti i cattolici, che sarebbe stato sfruttato unicamente dai liberali.
Nella guerra civile che insanguinò la Colombia e in modo particolare la diocesi di Pasto per tre anni (1899-1902), ebbe una parte considerevole il governo liberale dell'Ecuador, capeggiato dall'anticlericale EloyAlfaro. I cattolici della Colombia ne rimasero indignati e, all'inizio del 1900, concepirono il disegno di unirsi compatti con i cattolici dell'Ecuador per aiutarli a scrollare il giogo persecutorio di Alfaro, salito al potere con la rivoluzione. Anche Mons. Morene condivise quel disegno adducendo come motivo la legittima difesa. Il 30 novembre dello stesso anno lanciò un appello di fuoco all'unione compatta per annientare il nemico, e protestò solennemente contro il governo massonico ecuadoriano, aperto fomentatore della guerra civile colombiana.
Mentre con tanto zelo il santo esplicava il suo ministero, da Roma gli giunse il monito di astenersi da ogni parola o atto che potesse risuonare ostile al governo ecuadoriano. La stampa liberale ne gongolò, il santo tra le angustie confidò a Mons. Pietro Schumacher, vescovo di Portoviejo (Ecuador), esiliato nella sua diocesi: "Se avessi denaro farei un secondo viaggio a Roma per essere riabilitato in qualche modo o rinunciare alla diocesi. Che faccio ormai da vescovo di Pasto?". La sua sottomissione agli ordini ricevuti fu pronta e generosa benché i capi delle operazioni belliche lo scongiurassero di parlare e di scrivere per scuotere gli animi intorpiditi. Il 19-7-1901 il cardinale Rampolla, segretario di Stato di Leone XIII, reiterò la richiesta e aggiunse: "È opportuno che lo stesso Mons. Moreno comunichi privatamente lo stesso ordine al clero regolare e secolare della sua diocesi. Questa propaganda bellicosa da parte del clero della diocesi di Pasto contro il governo ecuadoriano non solamente disdice al carattere sacerdotale, ma potrebbe compromettere gravemente gl'interessi della Chiesa nella repubblica dell'Ecuador, e deve quindi cessare completamente". Il santo il 25-11-1901 comunicò a Mons. Antonio Vico, Delegato Apostolico in Colombia, che gli ordini della S. Sede erano stati eseguiti.
Non si peritò tuttavia di aggiungere: "Mentre la S. Sede ci ordinava di tacere ed era ubbidita, il governo dell'Ecuador forniva al generale Avelino Rosas, famoso massone, ogni specie di elementi affinchè con la sua gente saccheggiasse i nostri paesi, assassinasse j buoni cattolici e cacciasse Gesù Cristo dai nostri altari". Se non insisté molto per lasciare la diocesi fu soltanto per il timore di opporsi alla volontà di Dio e per non dare maggiore ansa ai liberali.
La guerra civile non poté durare a lungo sia perché i liberali erano ormai sconfitti e sia perché il governo voleva attendere alle opere di pubblico interesse. La pace fu firmata il 21-11-1902 sulla nave Wisconsin.
Nell'animo di molti si fece strada l'idea di una possibile conciliazione tra liberalismo e cattolicesimo, ma il vescovo di Pasto ripetutamente la condannò, esortando i cattolici a stare uniti per difendere i loro diritti e quelli della Chiesa. Egli avrebbe preferito che il partito conservatore sfruttasse la vittoria riportata per ridurre al massimo il micidiale influsso dei liberali nel paese. All'inizio del 1903 egli diede alle stampe un opuscolo in 23 articoli contenente le sue "Istruzioni al clero sulla condotta da tenersi con i liberali dal pulpito e in certi casi nel confessionale" che riscosse le approvazioni dello stesso Delegato Apostolico. Coloro che, per motivi politici, erano interessati a una conciliazione, considerarono Mons. Moreno come intransigente e quasi fanatico, mentre egli considerava la questione unicamente dal punto di vista soprannaturale.
Appena il governo indisse le elezioni generali, il santo nella lettera pastorale per la quaresima del 1903 trattò della "pacificazione generale" che non si poteva aspettare dalla realizzazione delle "libertà moderne". Nell'estate dello stesso anno a Tumaco, nella diocesi di Pasto, era stato perpetrato un nefando sacrilegio contro il SS. Sacramento e un'immagine molto venerata della Madonna. Mons. Moreno se ne occupò subito in una lettera pastorale straordinaria e ne attribuì la colpa al dilagare della propaganda liberale, radicale e anticattolica.
Nonostante l'opposizione di Mons. Moreno, l'idea della "concordia nazionale" si fece strada. Il santo il 15-1-1904 pubblicò un lettera pastorale sulla regalità di Gesù Cristo per ricordare ai cattolici liberali i danni che avrebbero provocato al regno divino. Malgrado ciò la concordia nazionale fu ugualmente promulgata. Il vescovo di Pasto protestò energicamente con grande soddisfazione dei buoni i quali ammettevano una certa concordia a condizione però che fosse riconosciuta la dottrina dogmatica, morale e sociale della Chiesa nella costituzione della repubblica che si voleva riformare. Dai liberali costoro furono chiamati "seminatori di zizzania".
Il generale Raffaele Reyes, il candidato numero uno dei cattolici, vinse le elezioni. Il 7-8-1904 nel prendere possesso dell'ufficio di Presidente della Repubblica proclamò la Concordia Nazionale e diede ai liberali posti di non comune responsabilità. La voce del Vescovo di Pasto si fece più accorata perché in tutta l'impostazione vide un travisamento del concetto di carità e il grande pericolo di dare "all'errore i medesimi diritti che alla verità". I liberali non risparmiarono al vescovo di Pasto insulti volgari, lettere offensive e cercarono persino di farlo allontanare dalla diocesi.
Nel marzo del 1905, di ritorno dalla visita pastorale, il santo ricevette dal generale Reyes copia dei cablogrammi scambiati con la S. Sede nei quali si esternava la sua soddisfazione per l'operato del nuovo Delegato Apostolico in Colombia, Mons. Francesco Ragonesi, "in favore dell'armonia e concordia che cercano tutti i colombiani e specialmente il clero". Nella risposta del 27 marzo Mons. Moreno, mentre si associava ai sentimenti del cardinale Merry del Val, segretario di stato di Pio X, faceva notare: "La parola concordia ha già un senso ambiguo, almeno in questi luoghi. I liberali hanno dato ad intendere qui che questa parola concordia significa che ci si deve conciliare con il liberalismo e condanna coloro che insegnano che non è possibile questa riconciliazione. Protesto con tutta l'anima mia contro questa interpretazione, come ingiuriosa per la Santa Sede, e credo e confesso una volta di più, in faccia al mondo, che il Romano Pontefice non può, ne deve transigere con il moderno liberalismo".
Il presidente si ritenne offeso dalla lettera del santo. Mons. Ragonesi chiamò a Bogotà il vescovo di Pasto (11-5-1905), ma in cinque drammatici colloqui, se riuscì a fargli scrivere una lettera di chiarimento al presidente Reyes, non riuscì a farlo deflettere dal proprio punto di vista sulla natura della concordia. Difatti riteneva in coscienza di dovere agire come aveva sempre agito nella propria sede. Sarebbe stato disposto a cambiare immediatamente il suo modo di procedere se il Delegato Apostolico, invece di un consiglio, gliene avesse fatto un comando. Mons. Ragonesi appoggiava incondizionatamente il governo perché non conosceva ne la vera fisionomia del santo, ne la vera natura della concordia, ne le interpretazioni che le due parti ne davano. Mons. Moreno, invece, profondo conoscitore del popolo colombiano, coglieva la vera essenza della situazione sia per il presente che per il futuro, e aveva l'appoggio di altri sette vescovi, di sacerdoti e di religiosi, di giornali e di numerosi laici. Egli non escludeva ogni concordia, ma l'ammetteva solo nel campo economico e amministrativo per la ricostruzione della Colombia e la pace dei popoli. I liberali, indignati, minacciarono di farla finita con "la bestia feroce di Pasto". Il santo avrebbe voluto recarsi a Roma, ma il Delegato Apostolico glielo proibì e lo invitò ad essere più riservato per la sua origine straniera.
Dopo due mesi di permanenza a Bogotà Mons. Moreno poté ritornare in sede. Durante il tragitto la simpatia che il popolo nutriva per lui, "martello del liberalismo colombiano", si trasformò in trionfo. La stampa anticlericale riprese allora a insolentire contro il santo per ottenere almeno che fosse allontanato dalla diocesi. Mons. Pietro Brioschi, vescovo di Cartagena, trovandosi a Roma, fece conoscere a S. Pio X il bene che Mons. Moreno aveva fatto e continuava a fare nella propria diocesi, e lo supplicò di non permettere che i cattivi ne provocassero un ritiro forzato. Il papa gli assicurò che il buon vescovo, di cui aveva grande stima, non sarebbe stato toccato.
Mentre Mons. Moreno si disponeva a riprendere con la solita lena il lavoro pastorale, forti dolori di testa gl'impedirono di studiare e di scrivere. I medici gli riscontrarono alle narici i primi sintomi di un cancro. Alla triste notizia il santo conservò, come al solito, la calma di spirito, la fortezza di carattere e il desiderio della sofferenza. Il 4-11-1905 a una persona amica scrisse: "Quanto è dolce abbandonarsi nelle braccia di Gesù in queste circostanze! Gli dico ch'Egli faccia ciò che vuole, e me ne sto tranquillo".
Dovendo sottoporsi a un'operazione il santo fu esortato dal clero a trasferirsi in Spagna. Nei primi mesi del 1906 a Madrid subì due interventi chirurgici, ma risultarono inutili. I tentacoli del cancro a poco a poco gli invasero la testa e gli offuscarono la vista, gl'impedirono quasi di parlare e lo privarono dell'udito. Avendo perso ogni speranza di guarigione si trasferì a Monteagudo dove morì il 19-8-1906 dopo aver dato ai confratelli, tra indicibili dolori, eroici esempi di pazienza, di orazione e di fiducia in Dio.
I riti funebri, i discorsi, gli articoli di giornali che si moltiplicarono nella Colombia alla morte di Mons. Moreno cominciarono a rischiarare l'orizzonte dalle impressioni suscitate dalla sua azione antiliberale e proporlo all'ammirazione e all'imitazione di tutti. Paolo VI il 1-2-1975 ne riconobbe l'eroicità delle virtù e il 1-11 dello stesso anno lo beatificò. Le reliquie del vescovo di Pasto sono venerate nella chiesa del convento di Monteagudo (Navarra), Spagna. Giovanni Paolo II lo canonizzò l'11-10-1992 a Santo Domingo.
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Categoria: Vite di Santi.
Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 203-213
http://www.edizionisegno.it/