S. ANNIBALE MARIA DI FRANCIA (1851-1927)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Sant’Annibale Di Francia nacque a Messina il 5 luglio 1851. Bruciato dall’amore di Dio e del prossimo, spende la sua vita affinché si obbedisca al comando di Gesù: Pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Perciò compone, stampa e diffonde preghiere a tale scopo in varie lingue. Sollecita Papi e Vescovi a farsene maggior carico. Logorato dalle fatiche e pieno di meriti, si spense a Messina il 1° giugno 1927, confortato dalla visione della Vergine Maria, sempre da lui amata, lodata e venerata. Giovanni Paolo II lo ha dichiarato “autentico anticipatore e zelante maestro della moderna pastorale vocazionale”, e il 16 maggio 2004 lo ha iscritto nell’albo dei Santi.

Negli anni dell\’unità d\’Italia la società meridionale, fin dalla più remota antichità crocevia di popoli, era economicamente povera a causa prima del malgoverno borbonico, e poi della mancanza di una mentalità di investimento, tipica del capitalismo, negli abitanti ancora analfabeti in stragrande maggioranza. In Sicilia, nel 1861, su una popolazione di 2.392.414 abitanti, ben 1.112.776 erano senza professione e 33.890 indigenti. La classe politica dirigente, liberale, in lotta contro il potere temporale della Chiesa, si mostrò impreparata a risolvere i gravi problemi del momento. Anche tra gli ecclesiastici, più amanti del quieto vivere che del bene dei fedeli, pochi si erano preoccupati del problema e della questione operaia.
        Ricordiamo: il Ven. Ludovico da Casoria (+1885) a Napoli; il B. Giacomo Cusmano (+1888) a Palermo; il B. Giuseppe Benedetto Dusmet (+1894) a Catania; il B. Bartolo Longo (+1926) a Pompei e il B. Annibale Maria di Francia (+1927) a Messina. Senza la pretesa di risolvere la questione sociale, essi svolsero attività che rappresentavano una soluzione o un rimedio per lo meno temporaneo per tante sventure.
        Il beato nacque a Messina il 5-7-1851, terzo dei quattro figli che il Cav. Francesco, dei Marchesi di S. Caterina, viceconsole pontificio e capitano onorario della Marina, ebbe dalla nobildonna Anna Toscano (+1888), dei marchesi di Montanaro, da parte della madre. Due giorni dopo la nascita fu battezzato nella chiesa parrocchiale di S. Lorenzo martire con il nome di Maria Annibale. A quindici mesi rimase orfano di padre. A sette anni fu posto dalla madre nel collegio S. Nicolò dei Gentiluomini, tenuto dai Cistercensi, dove fece la prima comunione, frequentò le scuole e crebbe pio e pieno di compassione per gli orfani. A quattordici anni Annibale dovette fare ritorno in famiglia, per l\’abolizione da parte del governo italiano degli ordini religiosi e la liquidazione dell\’asse ecclesiastico (1866-67). Continuò gli studi per una carriera civile, ma visse con tanta pietà che a diciassette anni il confessore gli concesse di fare la comunione quotidiana.
        Il Di Francia ebbe la prima ispirazione di consacrarsi alla preghiera, per ottenere alla Chiesa dei sacerdoti santi, mentre in S. Giovanni di Malta stava adorando il SS. Sacramento esposto per le Quarantore. In seguito restò sorpreso e compenetrato delle parole lette nel Vangelo: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate, perciò, il padrone della messe che mandi operai alla sua messe" (Mt. 9,37). In quel tempo non aveva ancora maturato in sé l\’idea di farsi sacerdote, benché amasse la lettura di opere ascetiche e di vite di santi, e frequentasse i Padri di Maria SS. di Porto Salvo. Una notte, mentre pregava, sentì forte l\’impulso di abbandonare il mondo e di consacrarsi del tutto al Signore. All\’alba corse alla chiesa in cui stava esposto il SS. Sacramento per le Quarantore, e così pregò: "Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta" (I Sm, 3,10). E inferiormente percepì tali voci ed ebbe tanta luce nella mente, tanto incendio nel cuore, che egli stesso non sapeva esprimere. Rimase, comunque, convinto che la sua vocazione gli veniva da Dio in modo improvviso, irresistibile e sicuro.
        La mamma per il figlio pregustava una nobile carriera di letterato o di professionista. Non comprendeva come potesse sognare uno stato tutt\’altro  che brillante in quei tempi, lui, così incline alla poesia, alla declamazione e alla pubblicistica. L\’opposizione di lei fu ancora più ostinata quando anche Francesco, il figlio minore, le espresse il desiderio di farsi sacerdote. Entrambi aggirarono l\’ostacolo chiedendo direttamente a Mons. Luigi Natali (+1875), arcivescovo di Messina, il permesso di vestire l\’abito clericale F8-12-1869, nella chiesa dell\’Immacolata, lo stesso giorno cioè in cui a Roma Pio IX apriva il Concilio Vaticano I. La mamma accolse in casa i due ribelli soltanto dopo che il confessore ebbe interposto i suoi buoni uffici.
        In quel tempo, essendo chiuso il seminario, la formazione dei chierici, cosiddetti esterni, era demandata ai parroci. Nelle scuole private, da loro improvvisate, riusciva difficile la formazione spirituale dei candidati al sacerdozio. Annibale vi si adattò, come meglio poté, tra momenti di fervore e di scoramento, tra freddezze di spirito e incertezze riguardo al futuro. Essendo la mamma passata a seconde nozze, per mantenersi agli studi senza pesare sulla famiglia, il 26-8-1870, conseguì il diploma di maestro elementare, poi, col permesso dei superiori, si diede anche alla predicazione in forma più catechistica che oratoria. Parlava di preferenza  dell\’Immacolata di Lourdes.
        Era solito ripetere: "Non ama Gesù chi non ama Maria, e più si ama Maria più si ama Gesù". Al termine degli studi Mons. Giuseppe Guarino, nuovo arcivescovo di Messina, il 26-5-1877  lo ordinò diacono nella chiesa del monastero di Montevergine, fondato da S. Eustochia Calafato (+1491), clarissa, e il 16-3-1878 lo consacrò sacerdote nella chiesa dello Spirito Santo. Il Signore per lui aveva già preparato un vasto campo di apostolato. Da diacono, passando in un vicolo alla periferia della città, si imbatté un giorno in un povero cencioso, Francesco Zancone, ancora giovane, che gli tese piagnucolando la mano. Dopo averlo soccorso gli venne spontaneo di chiedergli: "Dove abiti? ". Gli rispose: "Alle case Avignone". "Verrò a trovarti" lo rassicurò nell\’accomiatarsi da lui.
      P. Annibale mantenne la parola. Si recò a visitare le varie file di casette a pian terreno che il marchese Antonio Avignone aveva fatto edificare ai margini della città, e che affittava per due o tre soldi al giorno ai più miserabili mendicanti di Messina.
      Dopo l\’ordinazione sacerdotale, con il permesso del vescovo, il beato tutti i giorni si recò in quella zona maledetta per catechizzare e soccorrere le  poche centinaia di uomini, di donne e di bambini, che vi vegetavano nel sudiciume e nella più degradante promiscuità. Due caporioni di quegli sventurati un giorno gli dissero: "Padre, ve ne potete andare; per convertire tutta questa razza di gente ci vogliono due Cappuccini, con tanto di barba; non è roba vostra". Il beato, che aveva individuato il campo della sua missione, non si perdette di animo. In lui la redenzione delle Case Avignone divenne un\’idea fissa.
      Al P. Annibale interessavano soprattutto i bambini, che rischiavano di perdersi in quel mare di fango. Affittò una di quelle casupole, la trasformò in cappella e, in essa, organizzò il catechismo serale a turno per i bambini e le bambine. Al termine della lezione a tutti faceva recitare la prima preghiera che aveva composto per ottenere da Dio le vocazioni di cui la Chiesa aveva bisogno. Le difficoltà e le contraddizioni che incontrava erano tante e tali che, a poco a poco, cominciò a diradare le sue visite ad Avignone. Si recò a Napoli, e al P. Ludovico da Casoria confidò l\’amarezza che provava nel costatare quanto fossero restii i suoi protetti a rimettersi in pace con Dio mediante la confessione. Il santo francescano lo ammonì: "Quando voi avrete accolto un povero e l\’avrete ripulito, vestito e rivestito dalla testa ai piedi, e l\’avrete soccorso almeno per un mese, allora potrete cominciare a parlargli di confessione".
      Per la rigenerazione delle Case Avignone l\’arcivescovo affiancò al P. Annibale anche il fratello, Francesco, che aveva ordinato sacerdote nel 1880, e altri due zelanti sacerdoti. Il beato pensò di mettere al corrente di quanto voleva compiere, a favore dei poveri, i suoi concittadini inaugurando solennemente il 19-3-1881 la cappellina, che Caterina Maria Marchesa di Cassabile aveva fatto costruire, dando un pranzo a oltre 200 indigenti e facendo appello alla generosità delle famiglie più facoltose. L\’iniziativa diede i suoi frutti. P. Annibale, integrando le offerte con i suoi beni patrimoniali, riuscì ad acquistare alcune casette per l\’impianto di laboratori, l\’apertura di un orfanotrofio femminile (1882) e, quindi, (1883) di un orfanotrofio per i "ributtanti e discoli monelli. "Essi, naturalmente, – confidò il beato al Can. Celona che stava per fondare la congregazione della Ancelle Riparatrici, – mi ripugnano immensamente, e mi furono per tanti anni di un sofferenza continua, indescrivibile!". Dei vecchi si presero cura le Piccole Suore dei Poveri, che Mons. Guarino aveva chiamato a Messina in seguito al suggerimento del beato.
      L\’arcivescovo, alla "perla" del suo clero, dimostrò tutta la sua riconoscenza per  l\’opera che stava avviando, nominandolo Prefetto e Responsabile della Sorveglianza  dei "chierici esterni", ispettore delle scuole di catechismo nelle chiese della città, conferenziere nel seminario, a volte anche predicatore di esercizi spirituali e, soprattutto, canonico statutario della cattedrale. I suoi colleghi borbottarono quando lo videro, per la prima volta, in abiti canonicali comperati di seconda mano, ma egli si limitò a dire loro: "Lasciatemi in pace, io ho i miei poveri". Il popolino lo chiamò sempre P. Francia, perché sapeva che non voleva essere chiamato canonico.
       Per attuare il risanamento del quartiere P. Annibale fu costretto ad affrontare enormi difficoltà. I benestanti e un parte del clero, disapprovavano che un  bel giovane sacerdote, alto e magro come lui, perdesse il suo tempo tra i rifiuti della società. Per mantenere orfani e poveri fu costretto a contrarre debiti e andare a mendicare di porta in porta per le vie della città, a costo di umilianti insulti e rifiuti. Nel 1884 concepì persino l\’idea di fondere la sua opera con quella del P. Giacomo Cusmano, chiamata dai palermitani-Boccone del Povero. L\’Idea non giunse in porto, perché entrambe le istituzioni non avevano rendite fisse. Per moltiplicare le entrate il P. Annibale pensò allora di impiantare la prima tipografia che, insieme alla sartoria e alla calzoleria, avrebbe anche aiutato gli orfani a inserirsi nel tessuto della società. In essa stampò, nel 1885, la prima preghiera che aveva scritto per ottenere dal Signore buoni operai alla sua messe.
       Dopo due anni di ardente attesa e di intensa preparazione, il 1-7-1886 l\’arcivescovo permise che, nella prima cappella delle Case Avignone, fosse conservato il SS. Sacramento. Gesù vi fu accolto come re, buon pastore e divino agricoltore. Da allora il beato stabilì che, ogni anno, negli ultimi due giorni di giugno, si rinnovasse l\’amorosa aspettativa di Gesù sacramentato, con metodo adatto a rinnovare il fervore della anime, cioè con nuovi cantici e nuovi nomi. Quel giorno dal P. Annibale fu considerato storico nella fondazione della sua opera. Difatti scriverà: "Si deve sapere e ritenere ora e in perpetuo, che questa Pia Opera ha avuto per suo vero, effettivo e immediato fondatore Gesù in sacramento". Di essa egli si considerava semplicemente l\’iniziatore. Potrà, quindi, con ragione, confidare ad un suo amico professore: "Se io non amassi Gesù Cristo, mi annoierei ben presto a stare in mezzo ai poveri più abietti, e spogliarmi del mio, e perdere il sonno e la mia propria quiete per i poveri e per i bambini".
       Nel mese di luglio 1887 a Messina scoppiò una tremenda epidemia di colera. P. Annibale si dichiarò disposto a prestare assistenza ai contagiati raccolti  nel Lazzaretto, se l\’arcivescovo glielo avesse permesso. Invece del suo aiuto, l\’ordinario del luogo accettò quello del fratello. Il beato aveva già la sua famiglia a cui badare. Una pia vedova, colpita dal morbo, fece voto di offrire del pane agli orfani del P. Annibale, se la sua famiglia, per intercessione dei S. Antonio di Padova, fosse uscita indenne dall\’epidemia.
      Cessato il colera, nel mese di ottobre il beato si vide recapitare le prime 60 lire. Iniziava così la provvidenziale istituzione del pane di S. Antonio per gli orfanelli delle Case Avignone. P. Annibale pose i suoi orfanotrofi sotto la protezione del santo e, per farli conoscere, per diffondere i suoi ideali e ottenere alla sua Opera i mezzi finanziari di cui aveva bisogno, nel 1908 stamperà nelle sue tipografie il periodico "Dio e il Prossimo" che in pochi anni raggiungerà le 700.000 copie.
        Per una più corretta formazione delle orfanelle, il beato pensò di affidarle a qualche congregazione di suore, ma nessuna ne accettò l\’offerta, non avendo i mezzi per retribuirle. Allora, con la licenza dell\’arcivescovo, il 18-3-1887 diede l\’abito religioso alle prime quattro novizie che si sarebbero chiamate Figlie del Divin Zelo, e si sarebbero stabilite prima nel vasto palazzo dei nobili Brunaccini con le orfane e i laboratori per attività femminili (1891), poi nell\’ex-monastero dello Spirito Santo (1895). Per l\’inesperienza delle prime dirigenti e la poca osservanza delle regole, tra le suore serpeggiò ben presto malcontento, motivo per cui, quattro di loro, si ritirarono a Roccalumera, sotto la guida del P. Francesco di Francia (+1913) col pretesto di vivere una vita più regolare. La separazione, sostenuta da alcuni canonici che consideravano il  P. Annibale un pazzo, riuscì un disastro per l\’Opera incipiente e ancora minuscola, ma il fondatore, animato da grande fede nella Provvidenza,  la considerò "una prova squisitissima" permessa dal Signore.
       Nella formazione delle suore rimaste, una decina in tutto, che correvano il pericolo di essere sciolte dai voti e rimandate in famiglia, P. Annibale ottenne per un anno di esser coadiuvato dalla veggente di La Salette, Melania Calvat (+1904), che in quel tempo dalla Puglia era in procinto di tornarsene in Francia. Le Figlie del Divin Zelo furono salve. Mons. Letterio D\’Arrigo (+1922), nuovo arcivescovo di Messina, ne beneficò e favorì il fondatore quantunque per quasi tutto il suo episcopato, abbia ritenuto che il P. Annibale gli fosse contrario.
       Nel trambusto della fondazione a Roccalumera della Suore Terziarie Cappuccine del S. Cuore per l\’educazione delle orfane, P. Annibale volle dare l\’avvio ai Rogazionisti del Cuore di Gesù (1897), per l\’istruzione e l\’educazione degli orfani, con tré fratelli laici, e istituì la Sacra Alleanza per promuovere tra i vescovi, i sacerdoti e i religiosi la preghiera per le vocazioni. All\’associazione diedero la loro adesione il B. Andrea Ferrari (+1921), Arciv. di Milano; il B. Michele Rua (+1910), primo successore di Don Bosco (+1888); il B. Filippo Rinaldi (+1931), Rettore Maggiore dei Salesiani; il Ven. Guido Conforti (+1931), fondatore della Pia Società di S. Francesco Saverio per le Missioni e il B. Luigi Orione (+1940), fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza. Nel suo zelo il P. Annibale non trascurò i semplici fedeli. Per invogliare anche loro a pregare, e a fare sacrifici perché si moltiplicassero gli operai evangelici, istituì la Pia Unione della Rogazione Evangelica. Frattanto si sviluppava l\’incipiente famiglia religiosa dei Rogazionisti.
Il 6-5-1900 il fondatore fu in grado di emettere la prima professione religiosa insieme a tre sacerdoti e ad alcuni chierici. Mons. D\’Arrigo, però, considerava quella piccola comunità più un collegio ecclesiastico da cui prelevare operai per le necessità delle parrocchie della diocesi che una congregazione. Il beato, che quando si trattava di ubbidire ai superiori "non camminava, ma volava", non protestò mai di quelle sottrazioni, e a chi gli faceva notare il sopruso, diceva subito: "Tacete, tacete; il Signore parla per mezzo dei superiori, anche se la congregazione fosse distrutta, sarei ugualmente contento, per ubbidire".
      Per le difficoltà continuamente risorgenti, pareva che l\’Opera del P. Annibale dovesse dissolversi, eppure ogni tanto sopravvenivano certi aiuti inaspettati e incoraggianti che la tenevano in vita. Nel 1902 cominciò a diffondersi a Taormina. Dopo il terrificante terremoto del 28-12-1908,  che fece 80.000 vittime tra cui si annoverarono pure 13 Figlio del Divin Zelo, P. Annibale trasferì a Oria (Brindisi) i suoi orfanotrofi, ben accolto dal vescovo Mons. Antonio Di Tommaso il quale, in seguito, ebbe modo di rendergli questa bella testimonianza: "Io ritengo che il can. Di Francia stia alla presenza di Dio e che tutto quello che fa, lo fa per Dio e con Dio. Dal modo con cui agisce si vede che per lui stare a pregare dinanzi al tabernacolo o predicare, o confessare, o spidocchiare un povero ributtante, o dare da mangiare o vestire un fanciullo derelitto è la stesa cosa".
       È questo il motivo per cui tra tribolazioni e incomprensioni di ogni genere, il beato conservò sempre una pace inalterabile nel pieno dominio di sé. Interiormente, però, ne soffriva. Mentre si industriava per moltiplicare le  fondazioni di case nel mezzogiorno d\’Italia scrisse al suo amico, Don Luigi Orione,  dal 28-6-1909 vicario generale della diocesi di Messina per volontà di Pio X: "Ella mi ha scritto augurandomi che l\’amore alla croce di Gesù mi crocifigga, ed io lo desidero… Preghi per me… Il Signore mi va togliendo dagli Istituti… le persone utili e mi crescono quelle che hanno bisogno di aiuto e di direzione! Che mistero! Come si potrà andare avanti? In trent\’anni sempre così mi è avvenuto, ma ora più di prima! Che sarà? Forse il Signore non vuole che le cose vadano nelle mie mani? Sono certo i miei peccati causa di tutto! Oh, se potessi sapere che cosa vuole l\’Altissimo". Ciononostante aveva il coraggio di scrivere ai suoi figli spirituali: "La croce è sostegno e fortezza". "La croce contiene un miele squisito e beato chi lo gusta!".
       Convinto di essere nella volontà di Dio, per diversi anni il P. Annibale cercò di sistemare meglio i Rogazionisti del Cuore di Gesù. Il 1-7-1900 inaugurò la chiesa-baracca che Pio X gli aveva donato. Sulla facciata aveva fatto scrivere: Rogate Dominum messis. Era la prima chiesa che veniva dedicata alla preghiera per ottenere da Dio buone vocazioni. La guerra mondiale, che scoppiò in Europa nel 1914, ne arrestò in parte il cammino perché diversi giovani che aspiravano a farsi Rogazionisti furono costretti a raggiungere il fronte. Al termine del flagello, il beato continuò a formulare progetti. Nel mese di aprile del 1919 un misterioso incendio distrasse la chiesa-baracca, che Pio X gli aveva donato. Senza perdersi di coraggio, due anni dopo, al posto del quartiere Avignone, egli fece porre la prima pietra del magnifico tempio dedicato alla Rogazione Evangelica del Cuore di Gesù, alla presenza di Mons. Letterio D\’Arrigo.
        Mentre la sua Opera cresceva, il P. Annibale si industriò per ottenere dall\’ordinario di Messina l\’approvazione dei suoi due Istituti, in conformità al nuovo codice di diritto canonico entrato in vigore il 12-5-1918. La Santa Sede il 25-2-1926 incaricò Mons. Francesco Parrillo, uditore di Rota, di recarsi a fare la visita apostolica alle famiglie religiose del canonico Di Francia. Il visitatore, che era giunto a Messina con l\’intenzione di fare abolire i Rogazionisti e le Figlie del Divin Zelo, ritornò a Roma con la persuasione che Dio era con il loro fondatore. Mons. Angelo Paino, nuovo arcivescovo della diocesi, il 6-8-1926 dichiarò erette in congregazioni di diritto diocesano le due istituzioni del P. Annibale le quali, ai soliti tre voti, aggiunsero anche quello di fare, tutti i giorni, speciali preghiere perché nella Chiesa si moltiplicassero le vocazioni sacerdotali e religiose.
      Il canonico Di Francia poteva ormai ripetere con il vecchio Simeone: "Ora lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace" (Lc 2, 29). Nel novembre del 1924, mentre visitava i locali umidi e freddi di una casa acquistata a Roma per una nuova fondazione, fu colpito da pleurite diffusa, che divenne cronica, da cui più non guarì nonostante che, nel suo dinamismo, continuasse a visitare le tre case maschili e le dodici femminili, che aveva aperto. Nell\’inverno del 1926 giunse a tale stato di debolezza da non riuscire più a celebrare la Messa nel suo studiolo, all\’altare domestico. Nella primavera del 1927 dal Monastero dello Spirito Santo in cui risiedeva, fu trasferito in una casa di campagna dell\’Istituto che sorgeva presso la chiesetta della Madonna della Guardia.
       Fu udito mormorare: "La mia vita è al tramonto; questa è l\’ultima malattia". Si preparò alla morte in una più intima unione con Dio. Spirò il 1-6-1927 a causa di una congestione cerebrale. Appena se ne diffuse la notizia il popolo esclamò: "Si è chiusa la bocca che non disse mai no!". I poveri furono difatti la regola della sua vita. Don Orione lo chiamò: "Vero S. Vincenzo della Sicilia".
       Ai funerali del P. Annibale, celebrati da Mons. Angelo Paino in lacrime, partecipò un folla immensa con insegne e vessilli. La sua salma fu tumulata nel Tempio della Rogazione Evangelica. Nel 1934 Don Orione mandò il seguente telegramma al canonico Francesco Vitale, successore di lui nel governo dei Rogazionisti: "Urge che scriviate la vita e affrettiate la causa del can. Di Francia. Caro canonico, andate troppo lento! Perché volete andare in purgatorio? Coraggio, dobbiamo andare subito con il Padre in paradiso".       Giovanni Paolo II ne riconobbe l\’eroicità delle virtù il 21-12-1989 e lo beatificò il 7-10-1990.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 6, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 21-30
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