S. ALBERTO DA TRAPANI (1212-1307)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nacque a Trapani probabilmente nel 1212 nella nobile famiglia Abati. Si distinse per la predicazione mendicante, operando anche numerosi miracoli. Nel 1296 governò la provincia carmelitana di Sicilia come padre provinciale. Egli, con la sua instancabile predicazione, convertì molti ebrei. Morì a Messina nel 1307. Venne considerato patrono e protettore dell'Ordine carmelitano. Nel secolo XVI fu stabilito che ogni chiesa carmelitana avesse un altare a lui dedicato. Furono a lui particolarmente devote anche santa Teresa di Gesù e Maria Maddalena de' Pazzi.

La vita di questo santo carmelitano, scritta circa ottant'anni dopo la sua morte, pur essendo stata abbellita da leggende, non è priva di notizie sicure. Alberto nacque a Trapani, probabilmente nel 1212, dalla nobile famiglia fiorentina degli Abbati, al tempo quindi di S. Domenico di Guzmàn (+1221), S. Francesco d'Assisi (+1226), S. Luigi IX, re di Francia (+1270), S. Giacinto Odrovaz (+1257), S. Margherita da Cortona (+1297), S. Filippo Benizzi (+1285), S. Chiara di Montefalco (+1308), S. Agnese di Montepulciano (+1317), Innocenzo III (+1216) e l'imperatore svevo, Federico II (+1250), in continua lotta contro la Chiesa.
I genitori lo avevano ottenuto da Dio dopo venti anni di preghiere e di elemosine. La mamma promise, quando concepì, che se il nascituro fosse stato un maschio, lo avrebbe consacrato al servizio della Vergine SS. nell'Ordine del Carmelo. A otto anni Alberto, secondo la consuetudine del tempo, fu richiesto al padre da un principe della Sicilia come fidanzato della propria figliuola. La madre ricordò al marito, desideroso di provvedere all'avvenire del figlio con un contratto tanto vantaggioso per il casato, che non se la sentiva in coscienza di venire meno alla promessa fatta alla SS. Vergine. Palesò anzi il suo voto al figlio il quale, già prevenuto dalla grazia, ratificò con gioia la decisione dei genitori.
I Carmelitani di Trapani furono felici di accogliere il santo nel loro noviziato, formarlo negli studi e nella osservanza delle regole in cui eccelse talmente da edificare non solo i confratelli, ma anche i superiori.
Il diavolo, nemico di ogni autentica santità, concepì un odio mortale contro Fra Alberto. Durante il noviziato cercò di fargli abbandonare la via intrapresa apparendogli sotto le sembianze di una giovane avvenente e insinuandogli con voce melliflua l'impossibilità per lui di restare in quello stato così poco adatto alla delicatezza del suo corpo e alla nobiltà dei suoi natali. Alberto in principio rimase meravigliato di quella strana visione, ma appena si accorse che si trattava di una illusione di Satana, si segnò, supplicò la SS. Vergine di proteggerlo, e subito il nemico dell'umano genere disparve. Da quel giorno il fervente novizio intensificò le mortificazioni, portò il cilicio tre volte la settimana, non bevve vino e, il venerdì, per meglio ricordarsi del fiele e dell'aceto con cui era stato abbeverato in croce il Figlio di Dio, non consumò che pane ed assenzio. L'ozio gli riusciva sempre insopportabile. Lungo il giorno egli o pregava o studiava o si dedicava alle opere di carità. Oltre il breviario di ogni giorno, egli recitava di notte l'intero salterio inginocchiato davanti al crocifisso. Una volta il demonio tentò di impedirgliene la recita con lo spegnergli il lume, ma il Signore gli apparve per impedire che il suo servo buono e fedele patisse distrazioni nella preghiera.
Alberto fu costretto ad ascendere al sacerdozio per ubbidienza tanto se ne riteneva indegno. I superiori gli affidarono il compito della predicazione non solo nella città di Messina, dove stabilì la sua residenza, ma in tutta la Sicilia. Con la parola persuasiva Alberto riportò grandi frutti spirituali non solo tra i fedeli, ma anche tra gli ebrei, numerosi allora nell'isola. Il Signore confermò con i miracoli gl'insegnamenti di lui. A Trapani una giovane sposa da sei giorni pativa le doglie del parto. Fu chiamato al suo capezzale Alberto, il quale la liberò dai mali e le ottenne di dare subito alla luce il figlio, somministrandole solamente un po' di olio benedetto e dicendo: "Nostro Signore ti guarisca per i meriti della SS. Vergine".
Non minore era il potere che il santo predicatore aveva sugli spiriti infernali. Una madre lo supplicò un giorno di andare a cacciare il demonio dal corpo di sua figlia, di cui si era impossessato da molto tempo. Appena il santo le si avvicinò, l'ossessa gli diede uno schiaffo sulla guancia destra. Il servo di Dio, senza scomporsi, le offerse subito anche la sinistra. Quel gesto di mansuetudine e umiltà confuse l'orgoglio di Satana che si sentì costretto ad abbandonare la sua preda.
In premio delle fatiche apostoliche, Alberto ottenne dai superiori il permesso di recarsi in pellegrinaggio in Terra Santa. Durante quel viaggio egli guarì un giudeo dal male caduco. Il miracolato e tutti i suoi parenti, testimoni del prodigio, abbracciarono la fede e ricevettero il battesimo dalle mani del santo. Un giorno Alberto, mentre si recava ad Agrigento, vide alcuni ebrei in procinto di annegare sulla riva opposta di un torrente in piena. Li esortò a fare un atto di fede nella divinità del Signore promettendo loro la liberazione da quel mortale pericolo. In preda al terrore della morte quegli ebrei non esitarono ad accogliere l'invito del santo. Egli allora si slanciò sulle acque, e corse in loro aiuto senza bagnarsi neppure i piedi.
In seguito ai prodigi che operava nel corso delle sue predicazioni, molta gente ricercava e venerava Fra Alberto. Nella sua umiltà egli rimaneva infastidito della lode degli uomini. Chiese perciò ai superiori il permesso di ritirarsi nella solitudine di Lentini (Siracusa) per vivere nel nascondimento. Ma Iddio, che si compiace di innalzare coloro che si umiliano, si servì di lui per fargli operare meraviglie ancora più grandi con la sola sua ombra. Un giovanotto di nobile famiglia, spacciato dai medici, fu guarito a contatto degli abiti di Alberto che la madre era andata a prendere in convento un giorno in cui egli era assente. Un ragazzo di Palermo, al quale la sorella aveva accecato un occhio, fu guarito dal santo che gli apparve in visione e gli stropicciò l'occhio con dell'olio.
I prodigi che Alberto operava continuamente erano noti a tutti i Carmelitani. Il Generale dell'Ordine ne concepì così grande stima che lo costrinse ad accettare la carica di Provinciale della Sicilia. Con molta ripugnanza il santo ubbidì e adempì il suo dovere con grande senso di responsabilità. Fece sempre a piedi le visite dei conventi che erano sotto la sua giurisdizione, provvisto soltanto di pane e acqua. Un giorno, il fratello che lo accompagnava si lasciò sfuggire di mano il vaso di acqua che portava. Alberto, appena costatò che si era rotto, ordinò al compagno di viaggio di tornare sui suoi passi e di portargli i cocci. Costui obbedì, ma con grande sorpresa ritrovò il vaso intatto e pieno di acqua. Dio concesse ad Alberto anche il dono della scrutazione dei cuori. Una volta nella visita ad un convento impedì a un religioso di cadere in un peccato di impurità che si era proposto di commettere, e lo indusse a farne penitenza.
Al tempo di Alberto la Sicilia era dominata, dopo il tramonto della casa sveva, dall'esoso Carlo I d'Angiò (+1285), fratello di S. Luigi IX e, dopo la sollevazione dei Vespri Siciliani (1282), da Pietro III d'Aragona il quale, per avere sposato Costanza, figlia di Manfredi, figlio naturale di Federico II, era in grado di rivendicare i diritti degli Svevi. Quando, alla morte di Pietro III (+1285), il figlio di costui, Giacomo, si mostrò disposto a cedere la Sicilia agli Angioini in compenso della Sardegna, che il nuovo pontefice Bonifacio VIII gli offriva, i siciliani, memori dell'oppressione francese, non ne vollero sapere. Elessero perciò loro re Federico III di Aragona (+1337), terzogenito di Pietro III, il quale accettò la corona e per cinque anni la difese con le armi contro Carlo II lo Zoppo (+1309), e lo stesso Bonifacio VIII (+1303).
In quegli anni di lotte, di oppressioni e di sofferenze, Alberto non si curò mai di questioni politiche e militari, ma soltanto di fare del bene al prossimo. Nel 1301 era ancora provinciale dei Carmelitani quando rifornì miracolosamente di viveri la città di Messina assediata e affamata da Roberto d'Angiò, duca di Calabria, figlio e successore di Carlo II. Per le preghiere di Alberto tre galere cariche di viveri erano riuscite a forzare il blocco navale. Il miracoloso intervento gli attirò la riconoscenza della popolazione e dello stesso re.
Nella sua vecchiaia Alberto si era ritirato a vivere nella solitudine presso Messina. Un giorno cadde gravemente malato e Dio gli rivelò il giorno e l'ora in cui sarebbe morto. Egli ne avvertì i confratelli e si preparò al grande passo nell'unione con il Signore. Spirò il 7-8-1307. Ai suoi funerali imponenti prese parte, con il re, la nobiltà e una moltitudine di popolo. Callisto III canonizzò P. Alberto da Trapani nel 1457, ma la bolla fu pubblicata da Sisto IV nel 1476. La maggior parte delle reliquie del santo furono trasportate nella chiesa dei Carmelitani di Trapani.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 8, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 48-52
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