Perché un Dio uomo (X)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Sant’Anselmo.  17 – In DIO non c’è necessità o impossibilità. Significato dei termini: necessità obbligante e necessità non obbligante.

17
IN DIO NON C’È NECESSITÀ O IMPOSSIBILITÀ. SIGNIFICATO DEI TERMINI: NECESSITÀ OBBLIGANTE E NECESSITÀ NON OBBLIGANTE
ANSELMO – Abbiamo già detto che parliamo impropriamente quando affermiamo che Dio non può fare una cosa o che la fa necessariamente, perché ogni necessità e impossibilità è sottoposta alla sua volontà, e la sua volontà non è sottomessa a nessuna impossibilità o necessità.
Nessuna cosa infatti è necessaria o impossibile se non perché egli la volle tale; che poi egli voglia o non voglia una cosa per necessità o impossibilità è contrario al vero. Quindi dal momento che fa tutto ciò che vuole e solamente ciò che vuole, nessuna specie di necessità o di impossibilità previene il suo volere o non volere, il suo fare o non fare, sebbene voglia e faccia immutabilmente molte cose.
Quando Dio compie una cosa, dopo che essa è compiuta, non può fare che non sia compiuta e rimane sempre vero che è stata fatta; tuttavia parlando rettamente non si dice che a Dio è impossibile far sì che ciò che è passato non sia passato. Qui infatti non agisce la necessità di non fare o la impossibilità di fare, ma la sola volontà di Dio che, essendo la stessa verità, vuole che la verità sia sempre immutabile come effettivamente lo è.
Allo stesso modo, se egli si propone in modo immutabile di fare una cosa, sebbene ciò che egli si propone non possa non essere futuro, prima che avvenga, tuttavia in lui non c’è alcuna necessità di fare o impossibilità di non fare, perché solo la volontà agisce in lui. Ogni volta che si dice “Dio non può” non si nega a Dio alcun potere, ma si indica una insuperabile potenza e forza. Dicendo ch’egli non può fare una cosa s’intende solamente dire che nulla può indurlo a farla.
E’ usuale il dire che una cosa ha un dato potere, non perché lo ha essa ma un’altra; o che una cosa non ha un dato potere, non perché l’impotenza sia in essa ma altrove. Così diciamo: “Quest’uomo può essere vinto”, invece di “qualcuno può vincerlo”; e “quello non può essere vinto” invece di “nessuno può vincerlo”. A rigor di termini il poter essere vinti non è un potere ma una impotenza; e il poter non essere vinti non è impotenza ma potenza. Se diciamo che Dio fa qualcosa per necessità non è perché in lui ci sia qualche necessità, ma perché essa c’è in un altro, come ho detto a proposito dell’impotenza parlando della frase “Dio non può”. Infatti ogni necessità è o una coazione o un impedimento, e queste due forme di necessità si scambiano fra di loro a titolo contrario, come il necessario e l’impossibile.
Tutto ciò che esiste per forza è impossibilitato a non esistere e tutto ciò che non esiste per forza è impossibilitato a esistere; come del resto ciò che necessariamente esiste è impossibile che non esista e ciò che necessariamente non esiste è impossibile che esista. Dicendo che necessariamente questa cosa è o non è in Dio, non intendiamo dire che ci sia in lui una necessità che lo obbliga o lo impedisce, ma che in tutte le altre cose c’è una necessità che impedisce loro di agire e le costringe a non fare qualcosa di contrario a ciò che s’è detto di Dio.
Così quando affermiamo che necessariamente Dio dice sempre la verità e che mai dice il falso, non s’intende esprimere altro che in lui v’è tale impegno nel rispettare la verità che necessariamente nulla può far sì che egli non dica la verità o dica il falso. E quindi quando affermiamo che quell’uomo, il quale, come abbiamo detto, per l’unità della persona si identifica con il Figlio di Dio, con Dio, non poté non morire o voler non morire dopo essere nato dalla Vergine, non intendiamo asserire in lui l’esistenza d’una impossibilità a conservare o a voler conservare la sua vita immortale, ma piuttosto l’immutabilità della sua volontà per la quale spontaneamente si fece uomo e attraverso la perseveranza in essa poté morire senza che nulla potesse cambiare tale volontà.
Se potesse voler mentire o ingannare o cambiare un volere che antecedentemente volle immutabile, si dovrebbe parlare piuttosto di impotenza che di potenza. E se, come ho già detto, quando uno si propone di far spontaneamente una cosa buona e in seguito con la stessa volontà compie ciò che si è proposto, sebbene possa esservi costretto nel caso che si rifiuti di mantenere la promessa, non si deve affermare che compie ciò che fa per necessità, ma piuttosto per quella libera volontà con cui ha promesso. Infatti non si deve dire che una cosa è compiuta per necessità o non è compiuta per impossibilità, quando né la necessità né la impossibilità compie qualcosa ma la sola volontà. E se così avviene per l’uomo, molto più la necessità o l’impossibilità non si devono neppure nominare nei riguardi di Dio, il quale fa solamente quello che vuole, e la cui volontà non può essere costretta o impedita da alcuna forza.
Per questo c’era in Cristo la diversità delle nature e l’unità della persona, perché ciò che era necessario per la restaurazione dell’uomo fosse compiuto dalla natura divina, se non lo poteva l’umana, e ciò che era indegno della natura divina fosse realizzato da quella umana; così pure che non ci fossero due individui distinti, ma uno solo che esistendo perfettamente in ambedue le nature pagasse con la natura umana ciò che questa doveva e con la divina potesse fare ciò che era utile.
La stessa Vergine infine, che venne purificata per la fede affinché l’umanità dell’uomo-Dio potesse essere assunta da lei, credette ch’egli sarebbe morto perché lo volle, come aveva imparato dal profeta che aveva detto di lui: ” E’ stato offerto perché volle ” (Is 53, 7). Quindi, essendo la sua fede vera, era necessario che l’avvenimento futuro fosse conforme alla sua fede. E se ti turba ancora la parola “era necessario”, pensa che la verità della fede della Vergine non fu la causa per la quale egli spontaneamente morì, ma piuttosto quella fede fu vera perché quello doveva avvenire.
Se perciò dico: ” Era necessario che morisse per la sua sola volontà perché la fede e la profezia, che precedettero, furono vere” è come se dicessi: “Fu necessario che così avvenisse perché così sarebbe avvenuto”. Ora una necessità di tale specie non costringe una cosa all’esistenza, ma l’esistenza d’una cosa pone la necessità di esistenza.
C’è infatti una necessità antecedente che è causa dell’esistenza di una cosa, e c’è una necessità susseguente che è causata da una cosa. Indichiamo una necessità antecedente e causante quando diciamo che il cielo è mosso perché è necessario che venga mosso; indichiamo al contrario una necessità susseguente e non causante quando dico che parli necessariamente perché parli. Infatti quando dico questo, intendo dire che nulla può far sì che tu non stia parlando mentre stai parlando, e non che ci sia qualcosa che ti costringe a parlare. Infatti la violenza della condizione naturale costringe il cielo a girare, mentre nessuna necessità ti costringe a parlare. Dovunque c’è una necessità antecedente ce n’è anche una susseguente; però dove ce n’è una susseguente non ce n’è per ciò stesso una antecedente. Possiamo infatti dire che è necessario che il cielo giri perché di fatto gira; ma non è ugualmente vero che tu parli necessariamente per il fatto che parli. Questa necessità susseguente corre attraverso ogni tempo in questo modo: ciò che è stato è necessario che sia stato; ciò che è, è necessario che sia e che abbia dovuto essere. Questa è quella necessità di cui parla Aristotele nel trattato sulle proposizioni singolari e future, e che sembra distruggere una delle proposizioni contrarie e stabilire che tutto esiste per necessità.
E siccome furono vere la fede e la profezia che riguardavano il Cristo, il quale doveva volontariamente e non necessariamente morire, bisognava che così avvenisse in virtù di questa necessità susseguente e non causante. Per questa si fece uomo; per questa compì e patì tutto quello che fece e patì; per questa volle tutto quanto volle. Quindi questi fatti avvennero necessariamente perché sarebbero avvenuti perché avvennero; avvennero perché avvennero.
Se vuoi conoscere la vera necessità di tutto ciò che fece e patì, sappi che tutto avvenne necessariamente perché lo volle. Però la sua volontà non fu preceduta da alcuna necessità. Se dunque questi fatti si compirono perché lui volle, se egli non avesse voluto non si sarebbero verificati. Conseguentemente nessuno gli tolse l’anima, ma lui stesso se ne spogliò e di nuovo la prese, perché aveva il potere “di dare la sua anima e di riprenderla” come egli stesso dice (Gv 10, 18).
BOSONE – Mi hai accontentato, dimostrandomi che non si può provare che egli abbia subito la morte per necessità, e non mi pento d’essermi mostrato importuno per fartelo fare.
ANSELMO – Penso d’avere mostrato con una ragione sicura come Dio abbia assunto dalla massa peccatrice una natura umana senza peccato. Ma, a mio avviso, non si deve negare che ne esiste un’altra oltre quella che abbiamo esposto, tenendo pure presente che Dio può fare ciò che l’intelligenza dell’uomo non può comprendere.
Ma siccome la ragione esposta mi sembra sufficiente e siccome, se ne volessi cercare un’altra, dovrei di necessità spiegare che cosa è il peccato originale e come si propaga dai primi uomini a tutto il genere umano – eccezion fatta per l’uomo di cui parliamo – e sfiorare certe altre questioni che da sole reclamano un trattato, accontentiamoci di quella esposta e proseguiamo a spiegare quanto ci rimane dell’opera cominciata.
BOSONE – Come vuoi, ma a condizione che un giorno, con l’aiuto di Dio, riprenderai, come cosa dovuta, la spiegazione di questa ragione che ora non vuoi esporre.
ANSELMO – Non rifiuto ciò che chiedi, perché coltivo anch’io questo desiderio. Ma poiché non sono certo del futuro, non oso promettere e mi affido al volere divino.