PLINIO E IL SACRAMENTUM DEI CRISTIANI

Apologetica

di Marta Sordi
Anno 112 dopo Cristo. Dalla Bitinia, Plinio scrive all’imperatore Traiano.
E parla del sacramentum dei cristiani. Ecco che cosa intendeva dire.

Nella sua famosa lettera a Traiano sui Cristiani, del 112 d.C. dalla Bitinia, Plinio (Ep. X, 96, 7) dice di avere appurato, dall’interrogatorio di due “ancillae, quae ministrae dicebantur” (“che venivano chiamate ministre”), che essi erano soliti riunirsi prima dell’alba in un giorno stabilito (“stato die”), cantare a voci alterne un canto a Cristo “quasi deo” e impegnarsi a non commettere delitti: “seque sacramento non in scelus aliquod obstringere, sed ne furta, ne latrocinia, ne adulteria committerent, ne fidem fallerent, ne depositum abnegarent” (“si costringevano con giuramento – sacramento – a non compiere nessun delitto, a non commettere furti, nè rapine, nè adulteri, a non venir meno alla parola data e a restituire il deposito”). Compiuti questi riti, essi avevano il costume di separarsi e poi di riunirsi di nuovo per prendere un cibo, peraltro comune e innocente.


Gli studiosi sono concordi nel riconoscere nella prima assemblea, quella antelucana (= che precede la luce del giorno), l’assemblea eucaristica, nella seconda l’agape. Resta però da capire che cosa Plinio abbia inteso col termine sacramentum all’interno della celebrazione eucaristica.


In latino il termine era utilizzato sia nel linguaggio sacrale giuridico, per indicare la cauzione che i contendenti versavano in un tempio testimoniando sotto giuramento, sia nel linguaggio militare, per indicare il sacramentum militiae, il giuramento dei soldati. In ambedue i casi, sacramentum è collegato con il concetto di giuramento, ma rimane distinto dal normale ius iurandum; esso si limitava originariamente all’impegno a rispondere alla leva indetta dai consoli e a non allontanarsi senza il loro comando; una volta arrivati alla loro decuria o centuria i soldati coniurabant (giuravano insieme) spontaneamente di non lasciare i loro ranghi. Questo impegno dice Livio (XXII, 38) fu imposto a tutti dai tribuni nel 216 a.C. Proprio perché il sacramentum militiae era una sorta di iniziazione alla vita militare e sboccava in una coniuratio, il termine sacramentum copre spesso negli autori latini pagani, sempre nei primi autori latini cristiani, il concetto greco di mysterium. Nel sacramentum della legio linteata (cioè vestita di lino), usata dai Sanniti contro i Romani nel 293 a.C., nel sacramentum degli aderenti al culto bacchico, condannato dai Romani nel 186 B.C., nel sacramentum degli Italici contro Roma a Ascoli prima della guerra sociale, il sacramentum e la coniuratio implicano un sacrificio che fonda un foedus, un patto di alleanza, la cui violazione attira terribili maledizioni. La clandestinità, l’orrore dei riti che accompagnavano il giuramento e impegnavano al silenzio creano una atmosfera sinistra intorno a queste coniurationes “in omne fadnus” (per ogni delitto), come dice Livio per i Baccanali (XXXIX, 13, 17).


Applicando ai cristiani il concetto di sacramentum, Plinio intende dire che essi costituiscono una coniuratio, ma con la precisazione, a loro difesa, che in questo caso la coniuratio non era, come Livio aveva detto nei Baccanali, in omne fadnus (per ogni delitto), ma proprio per evitare il male (non in scelus aliquod). Come, appunto, la coniuratio per eccellenza, il sacramentum militiae. L’idea di impegno, di alleanza fondata su un sacrificio, poteva essere una lettura corretta dell’assemblea eucaristica, che Paolo (1 Cor 11, 25), riprendendo le parole di Cristo al momento dell’istituzione, definisce “nuova alleanza nel mio sangue” e la cui violazione rendeva “colpevoli del corpo e del sangue del Signore” (ib. 27), come nelle execrationes che accompagnavano per i pagani il sacramentum. Si capisce pertanto perché, mentre i Greci, fra cui Giustino martire ed Eusebio di Cesarea, mostrano di non avere capito il sacramentum del testo pliniano, Tertulliano lo abbia capito benissimo e lo abbia accolto tranquillamente, quando, citando Plinio (Apol. 11,6) dice che egli «nihii aliud de sacramente eorum comperisse, quam coetus antelucanos ad canendum Christo ut deo et ad confoederandam disciplinam… » («non aveva appreso nient’altro sui loro “sacramentis” se non che facevano degli incontri antelucani per cantare a Cristo come a un dio e per consolidare la loro “disciplinam”»). L’insistenza sul foedus e l’omissione del sacrificio, che con il foedus era parte integrante del sacramentum e della coniuratio, sono destinate, forse, nelle intenzioni di Tertulliano, a non volgarizzare tra i pagani ciò che i Cristiani avevano di più sacro. Anche nella descrizione che egli da in Apol. XXXIX dell’assemblea liturgica cristiana, egli omette infatti il momento eucaristico, di cui aveva invece parlato Giustino martire nella sua prima Apologia. L’interpretazione dell’Eucaristia come sacrificio che fonda un foedus, che il pagano Plinio colse nell’interrogazione dei Cristiani di Bitinia agli inizi del II secolo d.C., mi sembra resa attuale dalle discussioni sulla nozione di sacrificio che occupano ancora liturgisti e teologi cattolici e protestanti e su cui richiama l’attenzione, in un articolo pubblicato proprio su Il Timone, nel novembre-dicembre 2002, il cardinale Joseph Ratzinger (pp. 32/40). Dopo aver contestato il giudizio di molti, che, facendo proprie le conclusioni di Lutero, secondo cui parlare dell’Eucaristia come sacrificio sarebbe uno spaventoso errore, ritengono che la nozione di sacrificio nella Messa sia, nel migliore dei casi, una nozione che si presta facilmente a malintesi (p. 34), egli ribadisce che la nuova Pasqua Cristiana è espressamente interpretata nei racconti della Cena come un avvenimento sacrificale e, riprendendo un passo di S. Agostino nella Città di Dio (X, 6), ricorda che “tutta la comunità umana riscattata, cioè l’unione e la comunità dei Santi, è offerta a Dio in un sacrificio dal Gran Sacerdote che si è offerto Lui stesso” (p. 37).


È la thusia come loghikè latreia di cui parla Paolo in Rom. 12,1 (p. 39). Ci ritroviamo al sacrificio che fonda un foedus nella descrizione pliniana della coniuratio dei Cristiani. Con la lettera di Plinio a Traiano nel 112 il termine sacramentum ha cominciato così il suo cammino cristiano.


Bibliografia


G. Bornkamm, s. v. Mysterion, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, trad. it., Brescia 1971, col. 660 sgg.
A. N. Sherwin White, The Letters of Pliny, Oxford 1966, p. 702/3.
M. Sordi, Il sacramentum in Plin. Ep. X, 96, 7, in Vetera Christianorum, 19,1982, 97 sgg. e, ora, in Da mysterion a sacramentum, in corso di pubblicazione.