Lo sviluppo dello Stato moderno in Italia

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 4. 1 Gli Stati italiani fino alla pace di Lodi. 4. 2 La politica dell’equilibrio dopo la pace di Lodi. 4. 3 Lorenzo il Magnifico. 4. 4 Girolamo Savonarola (1452-1498). 4. 5 La conquista d’Italia di Carlo VIII. 4. 6 Cronologia essenziale. 4. 7 Il documento storico. 4. 8 In biblioteca


Cap. 4 Lo sviluppo dello Stato moderno in Italia



Quando Huizinga scriveva l‘Autunno del medioevo in qualche modo si proponeva di ridimensionare la tesi sostenuta nel secolo precedente dal Burckhardt nel suo noto lavoro La civiltà del Rinascimento in Italia. Il Burckhardt trovava nella cultura italiana del XV secolo le novità culturali che chiudevano il medioevo inaugurando l’età moderna. Sia la tesi di Huizinga sia quella del Burckhardt appaiono eccessive e vanno sfumate, ma non hanno perduto tutto il loro valore. La distanza tra l’Italia e il resto d’Europa non era così abissale come sembrava al critico di Basilea, ma rimane vero che in Italia si ebbe maggiore consapevolezza culturale della fine di un’epoca e del sorgere di una nuova.


Sul piano delle idee e della prassi politica in Italia si raggiunse un’estrema spregiudicatezza: lo Stato davvero era concepito come un’opera d’arte, ossia come frutto di un progetto razionale il cui raggiungimento avrebbe coonestato qualunque mezzo impiegato per conseguirlo.


Nel Quattrocento italiano non ci furono più seri tentativi per stabilire l’egemonia di uno Stato sugli altri, e finì per trionfare la politica dell’equilibrio, attribuita in particolare a Lorenzo il Magnifico che, pur essendo un privato cittadino, indirizzava la politica della repubblica di Firenze nella direzione desiderata.


Il commercio e la produzione per mercati lontani furono razionalizzati, e la cultura favorita in ogni modo anche per tentare la giustificazione della politica dei prìncipi in quegli aspetti che la morale giudicava riprovevoli.


Lo sviluppo delle arti figurative e l’invenzione della stampa a caratteri mobili estesero la possibilità di accesso al sapere, così come lo sfruttamento della scienza mediante una più efficiente tecnologia rimetteva in movimento energie rimaste sopite da tanto tempo.



4. 1 Gli Stati italiani fino alla pace di Lodi



Dopo la morte di Ladislao di Napoli, avvenuta nel 1414, l’unificazione italiana non rientra più nel progetto politico di alcuno dei prìncipi posti a capo delle potenze italiane. Filippo Maria Visconti riconobbe i diritti di Venezia su Verona e Vicenza, ammettendo che i fiumi Magra e Panaro segnassero il limite della zona di influenza lombarda nei confronti della Toscana. Firenze aveva raggiunto il culmine della sua espansione e della sua prosperità. Dopo aver conquistato Pisa (1406) e Livorno (1421) essa era in grado di commerciare agevolmente la sua produzione di tessuti.


Riforma costituzionale a Firenze Nel 1415 a Firenze fu attuata la revisione della Costituzione. La città fu divisa in quartieri, in luogo dei più antichi sestieri, e ogni quartiere fu diviso in quattro gonfaloni che inviavano al consiglio comunale un ugual numero di rappresentanti. Il potere politico era esercitato dalle ventuno corporazioni, quattordici arti minori e sette maggiori, presenti nelle magistrature nella proporzione di uno a quattro. Come si vede, il peso politico dei maggiorenti tendeva a crescere. La signoria, ossia il potere esecutivo, era composto dal gonfaloniere di giustizia e da otto priori estratti a sorte tra i rappresentanti dei quartieri e delle corporazioni nella proporzione stabilita dalla signoria. Questa, a sua volta, rimaneva in carica due mesi con poteri assoluti, ma prima di prendere decisioni importanti doveva consultarsi mediante una pratica con i cittadini più autorevoli. Gli organi legislativi erano formati dal Consiglio del popolo e dal Consiglio del comune: solo quest’ultimo organismo non era costituito da membri delle corporazioni e la sua funzione si limitava a votare senza discussione le proposte presentate dalla signoria. Con frequenza la Costituzione era sospesa mediante una balìa, una commissione di riforma che durava in carica il tempo necessario per risolvere una grave necessità. In teoria la Costituzione fiorentina era abbastanza democratica, ma in realtà essa era manipolata da un ristretto numero di cittadini ricchi che facevano coincidere i loro interessi con la salvezza della patria.


Maso degli Albizzi All’inizio del Quattrocento la città di Firenze era guidata con accortezza da Maso degli Albizzi, il maggiore produttore di tessuti di lana. Maso degli Albizzi morì nel 1417 e quattro anni dopo morì anche Gino Capponi, un altro magnate che con la sua abilità era riuscito a tenere unito il fronte dei grandi capitalisti, impedendo il sorgere di spinte radicali. In seguito, capo della famiglia degli Albizzi divenne Rinaldo, un idealista.


Guerra tra Firenze e Milano Nel 1423 scoppiò la guerra tra Firenze e Milano che mise in luce la debolezza del governo fiorentino, l’esiguità delle sue risorse finanziarie, l’assenza di un progetto politico. Nel 1427 Firenze dovette approvare un sistema di tassazione più efficiente: fu istituito il catasto, ossia la dichiarazione obbligatoria di tutte le proprietà mobili e immobili con l’obbligo di pagare una tassa pari allo 0,5% del capitale accertato. Il sistema non piacque ai maggiori contribuenti ed ebbe l’inconveniente di rendere pubblica l’entità del loro patrimonio.


Guerra di Lucca Dopo la guerra contro Milano ci fu la guerra contro Lucca (1429-1433), un’avventura militare discutibile ai danni della città più fedele a Firenze, ma sempre fiera della sua indipendenza. Rinaldo degli Albizzi era stato il più tenace assertore di questa guerra e quando le fortune dei fiorentini volgevano al peggio cercò di far cadere la colpa sui Medici. Questi, Giovanni de’Medici e il figlio Cosimo, erano personaggi influenti, ma si erano tenuti al margine della politica senza nascondere le loro simpatie popolari. Giovanni de’Medici non si era opposto al catasto, per non perdere il favore popolare, ma non era lieto di versare il maggiore contributo a un governo che non riusciva a influenzare in senso favorevole ai propri interessi. Giovanni de’Medici morì nel 1429 dopo aver consolidato la potenza economica della sua famiglia. Il figlio Cosimo appariva ostile alla guerra contro Lucca, ma prestò ugualmente il suo denaro alla signoria. Rinaldo degli Albizzi dalla guerra aveva raccolto solo biasimi, mentre i Medici avevano accresciuto la loro popolarità.


Esilio di Cosimo de’Medici Nel 1433 Rinaldo degli Albizzi accusò Cosimo d’aver tentato di prendere il potere: Cosimo fu imprigionato in Palazzo Vecchio per un mese e poi fu esiliato. Rinaldo degli Albizzi non seppe sfruttare la cacciata dell’avversario, che fu accolto prontamente da Venezia dove continuò a dirigere i suoi affari. Dopo un anno di esilio una balìa contraria agli Albizzi decretò l’esilio per Rinaldo e il richiamo di Cosimo.


Il ducato di Milano Morto Gian Galeazzo Visconti nel 1402, gli successe il figlio Giovanni Maria, assassinato nel 1412: quello che era apparso il più potente degli Stati italiani si trovava ridotto a una costellazione di città tenute in conto pagamento dai capitani di ventura, mentre i nemici esterni cercavano di dividersi la preda. Gli Svizzeri erano entrati in Valdossola e in Val Levantina; il marchese del Monferrato si era impadronito di Vercelli; il marchese di Ferrara aveva occupato Parma e Reggio; l’imperatore Sigismondo meditava di ristabilire il suo potere diretto su tutta la Lombardia.


Filippo Maria Visconti Il fratello del duca assassinato, Filippo Maria Visconti, ventenne, dette prova di risolutezza. Cominciò col recuperare Pavia, poi proseguì occupando una città dopo l’altra, ricostituendo il ducato tra i fiumi Sesia e Mincio, ricacciando gli Svizzeri oltre il Sempione e il Gottardo. La conquista di Genova, avvenuta nel 1421, e la conferma del titolo ducale ottenuta da Sigismondo nel 1426, coronarono la rinascita del ducato di Milano.


I mezzi della politica viscontea I mezzi impiegati furono i più vari, compresa la fortuna che fece morire al momento giusto Facino Cane, il più importante dei capitani di ventura a capo di Alessandria, Tortona e Novara, giusto in tempo perché Filippo Maria ne sposasse la vedova Beatrice di Tenda. Dopo il 1440 Filippo Maria cercò di reprimere ogni autonomia locale, mentre cresceva la ricchezza, la popolazione e l’ampiezza delle attività economiche di Milano. La tassazione era esosa, ma Filippo Maria capiva quando era opportuno alleviare il carico fiscale per non ridurre a disperazione i sudditi.


Tensioni tra Firenze e Milano L’occupazione di Genova guastò i buoni rapporti intrattenuti fino a quel momento con Firenze. Infatti, la marineria di Genova faceva concorrenza a quella di Pisa che smerciava la produzione di Firenze. La penetrazione dei Visconti in Romagna minacciava l’altra zona cruciale per Firenze: per questo motivo, dopo il 1423 e fino alla pace di Lodi del 1454 tra le due città ci fu guerra quasi di continuo.


I capitani di ventura Questi furono gli anni d’oro del sistema dei capitani di ventura. Alberico da Barbiano, con la vittoria del 1379 sulle truppe francesi che minacciavano Roma, fu il fondatore della tradizione italiana, divisa in due scuole: quella di Fortebraccio da Montone che sosteneva la tattica dello sfondamento mediante una decisa azione a cuneo contro lo schieramento avversario; e quella di Muzio Attendolo, soprannominato lo Sforza, che mirava a fiaccare l’avversario mediante una serie di marce e contromarce che dovevano esasperarlo fino a indurlo all’attacco da una posizione sfavorevole. Il mestiere delle armi rendeva bene: se il capitano di ventura possedeva capacità politiche, poteva divenire signore di uno Stato. I casi più noti sono quelli dei Gonzaga a Mantova, degli Este a Ferrara e dei Montefeltro a Urbino, ma soprattutto di Francesco Sforza, figlio di Muzio Attendolo, che si impadronì del ducato di Milano.


La questione delle truppe mercenarie Per giudicare l’opera dei condottieri e delle compagnie di ventura occorre liberarsi del giudizio troppo partigiano del Machiavelli, che aveva motivi tutti suoi per denigrare quel sistema: Non è vero che le compagnie di ventura fossero solo bande di saccheggiatori, terribili con i contadini, pusillanimi sul campo di battaglia. È vero che si trattava di un sistema costoso e politicamente sbagliato perché favoriva il moltiplicarsi delle compagnie di ventura che i maggiori Stati dovevano assoldare per evitare l’ingaggio da parte degli avversari. Sempre vivo rimase il problema dell’alloggio dei soldati tra una guerra e l’altra: Filippo Maria Visconti risolse il problema affidando ai capitani di ventura una città che diveniva sede delle loro truppe, ma da quel momento il condottiero si trovava diviso tra la difesa di due Stati, il proprio e quello del datore di lavoro.


La vicenda del Carmagnola Esaminiamo alcune vicende famose per comprendere i limiti del sistema delle compagnie di ventura. Nel 1425 il conte di Carmagnola ebbe un violento diverbio con Filippo Maria Visconti in seguito al quale passò al servizio della repubblica di Venezia. Nel corso di due guerre condotte negli anni successivi, egli conquistò il territorio di Brescia e di Bergamo (battaglia di Maclodio, 1427), giungendo fino all’Adda, ma fallendo la conquista di Cremona che avrebbe permesso l’occupazione di tutto il territorio lungo l’Adda fino alla confluenza col Po. Nel corso di questa guerra dalla parte milanese combatterono, contro il Carmagnola, Nicolò Piccinino e Francesco Sforza. Entrambi i governi in conflitto ebbero sospetti sulla fedeltà dei loro capitani di ventura. Francesco Sforza fu imprigionato per due anni, mentre il conte di Carmagnola fu richiamato a Venezia, accusato di tradimento e giustiziato. Francesco Sforza, al contrario, fu liberato e gli fu promessa la mano della figlia naturale di Filippo Maria, Bianca Maria Visconti. Nel 1438 la guerra tra Milano e Venezia divampò nuovamente: Nicolò Piccinino guidava i milanesi; il Gattamelata (Erasmo da Narni) e il Colleoni erano a capo delle truppe al soldo dei Veneziani. Nel 1439 il comando generale delle truppe al servizio di Milano fu assegnato a Francesco Sforza, dopo aver costretto il marchese di Mantova a passare al servizio di Milano. Il Piccinino, caduto in disgrazia, tentò un colpo di mano contro Firenze al soldo di un gruppo di fuoriusciti, ma fu sconfitto da una coalizione fiorentino-papale ad Anghiari (1440), una vittoria che rafforzò la posizione di Cosimo de’Medici perché fruttò l’annessione a Firenze di Borgo San Sepolcro e del Casentino.


Ascesa politica di Francesco Sforza Nel 1441 avvenne il matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria che ricevette in dote le città di Cremona e Pontremoli. In cambio, lo Sforza doveva fare da mediatore tra Venezia e Milano. In seguito Filippo Maria tentò di revocare quella concessione e di occupare le due città, mentre i Veneziani riprendevano la guerra contro Milano. Lo Sforza accorse a difesa dello Stato del suocero, morto prima del suo arrivo (1447).


La questione di Milano L’imperatore Federico III d’Absburgo reclamò per diritto di devoluzione il ducato di Milano; truppe al soldo di Alfonso V d’Aragona occuparono il castello di Milano asserendo che il loro signore figurava nell’ultimo testamento del duca defunto; Carlo VII di Francia aveva occupato Asti asserendo che il cugino Carlo d’Orléans, figlio di Valentina Visconti, era l’erede legittimo. Tutti questi pretendenti furono delusi dalla proclamazione della Repubblica Ambrosiana attuata dai Milanesi che assoldarono Francesco Sforza per difenderli. In seguito i difensori della libertà milanese vollero disfarsi di Francesco Sforza facendo la pace con i Veneziani, ma questi decise di proseguire la guerra a sue spese contro i Veneziani e contro i Milanesi. Quando l’assedio cominciò a provocare i solidi disagi i cittadini insorsero e acclamarono Francesco Sforza signore di Milano (1450).


Francesco Sforza duca di Milano Il primo problema affrontato da Francesco Sforza fu di ottenere la pace con i nemici esterni e interni, col riconoscimento da parte degli altri Stati italiani. Venezia e Napoli si allearono contro Milano, al contrario di Cosimo de’Medici che si accostò a Francesco Sforza. La caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi obbligò i Veneziani a cercare la pace in Italia e così si giunse alla pace di Lodi del 1454.


Si rafforza la pace di Lodi Nel 1458 morì Alfonso il Magnanimo che, come si è detto, lasciò i regni iberici al fratello Giovanni, mentre il regno di Napoli fu affidato al figlio naturale Ferrante. Nel 1459, ospiti del marchese Lodovico di Mantova, si riunirono in quella città i rappresentanti delle maggiori potenze europee per rilanciare l’idea di una crociata contro i Turchi. Non se ne fece nulla, ma almeno fu rafforzata la stabilità italiana decisa a Lodi.


Morte di Cosimo il Vecchio Nel 1464 morì Cosimo de’Medici e due anni dopo fu la volta di Francesco Sforza. La scomparsa dei due principali artefici degli accordi di Lodi creò inquietudini, soprattutto perché gli eredi, Piero il Gottoso a Firenze e Galeazzo Maria Sforza a Milano, si rivelarono politicamente inetti.


Giuliano e Lorenzo de’Medici Nel 1469 a Piero il Gottoso successero i figli Giuliano e Lorenzo. La pace era assoluta, il solo pericolo proveniva dalla sorda ostilità tra Milano e Venezia. Lorenzo il Magnifico si sforzò di rinnovare la pace di Lodi, riuscendo nel 1474 a far sottoscrivere accordi di pace tra Milano, Firenze e Venezia. Napoli, invece, e lo Stato della Chiesa preferirono stringere accordi tra loro, a causa del persistere della pressione francese che mirava a spaccare la lega degli Stati italiani per ricavare vantaggio dalla loro disunione.


Congiura de’Pazzi La crisi più grave scoppiò il giorno di Pasqua 1478 quando a Firenze la famiglia dei Pazzi ordì la congiura ai danni dei due Medici: Giuliano rimase ucciso, mentre Lorenzo fu solo ferito. La folla inferocita ritenne Francesco Salviati, vescovo di Pisa, mandante dei Pazzi e lo impiccò. Il papa Sisto IV scagliò l’interdetto contro Firenze cui seguì una breve guerra tenuta sotto controllo dalla diplomazia milanese guidata da Lodovico il Moro.


Lodovico il Moro A Milano erano avvenuti importanti cambiamenti. Verso il 1476 il debole Galeazzo Maria Sforza era stato ucciso. Il fratello Lodovico soppiantò la cognata come reggente per il nipote minorenne Gian Galeazzo, poi prese accordi con Lorenzo il Magnifico e Ferrante di Napoli per mantenere la pace in Italia che in quel momento appariva vantaggiosa per tutti.


Guerra di Ferrara Una nuova crisi scoppiò nel 1482 a proposito del ducato di Ferrara: Venezia si alleò col papa Sisto IV e attaccò il duca di Ferrara Ercole I, sostenuto da Napoli, Milano e Firenze. Nel 1484 anche questa crisi fu superata con la cessione del Polesine di Rovigo a Venezia (pace di Bagnolo). Ancora per qualche anno la pace fu conservata dall’abilità diplomatica di Lorenzo il Magnifico, ma nel 1492 la rottura tra Napoli e Milano affrettò i tempi dell’intervento francese: Lorenzo il Magnifico, anche se fosse vissuto più a lungo, non avrebbe potuto impedirlo e la morte gli risparmiò di assistere alla rovina della sua politica.



4. 2 La politica dell’equilibrio dopo la pace di Lodi



Sul piano politico la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi affrettò in Italia i tempi per stabilire la pace sulla base dello statu quo.


Conseguenze della pace di Lodi Il principale artefice della pacificazione fu Francesco Sforza, il nuovo duca di Milano che aveva bisogno di consolidare il suo potere ancora recente. Molto operò anche il papa Nicolò V che aveva bisogno della pace in Italia per indurre i prìncipi cristiani alla crociata contro i Turchi. A Lodi, nel 1454, gli Stati italiani si impegnarono a non estendere il loro territorio a danno degli altri; a tenere relazioni diplomatiche mediante ambasciatori residenti; a ritenere l’equilibrio delle forze la migliore garanzia di pace. Avendo accettato il principio della pari dignità tra ducato di Milano, Repubblica di San Marco, Stato della Chiesa, Repubblica di Firenze e regno di Napoli, cadeva la possibilità di unificazione della penisola sotto un unico governo, perché ogni rafforzamento unilaterale provocava l’alleanza difensiva degli altri Stati. Per primo Lorenzo il Magnifico comprese le possibilità del sistema dell’equilibrio.


L’ago della bilancia Firenze, o meglio la famiglia de’Medici, aveva il controllo di un ingente capitale finanziario ramificato in Europa. Lorenzo era in grado di bloccare ogni indebito accrescimento da parte di uno degli Stati italiani, negandogli prestiti o concedendoli alla seconda potenza italiana che coi denari fiorentini poteva arruolare mercenari e mettersi a capo di una coalizione tanto potente da sconsigliare alla prima ogni avventura militare. Il sistema poteva funzionare fin tanto che non fosse intervenuta in Italia una grande potenza europea.


La congiuntura internazionale In quel momento la Francia era occupata da problemi di politica interna dopo la guerra dei Cento anni; l’Inghilterra era travagliata dalla guerra civile; la Spagna stava completando la sua unificazione interna; il Sacro Romano Impero era paralizzato dalle autonomie locali e da problemi finanziari che rendevano difficile l’intervento in Italia anche se l’imperatore per gran parte ne era il sovrano. In quegli anni di vigoroso sviluppo culturale ed economico maturò una dottrina politica che rompeva drammaticamente con la tradizione del passato.


Machiavelli Nicolò Machiavelli (1469-1527) scrisse il Principe tra il giugno e il dicembre del 1513, in un momento di ozio forzato della sua attività preferita: consigliare ai dirigenti della Repubblica di Firenze le decisioni da prendere. Il ritorno della famiglia de’Medici a Firenze lo aveva privato della carica di segretario della seconda cancelleria e lo aveva confinato a Sancasciano senza denari, senza onori, ma soprattutto lontano dagli affari politici che sapeva analizzare con lucida intelligenza.


La nuova scienza della politica In quei mesi stava redigendo i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, per dare una risposta al problema che appassionava gli umanisti: come poterono i Romani antichi conseguire il potere che sottomise tutti gli altri popoli? Il problema del Machiavelli concerne il potere, di cui scopre il volto nascosto, fatto di inganno, di crudeltà, di simulazione e di violenza che gli studiosi antichi e medievali avevano cercato di isolare, facendo rientrare la politica nella categoria della morale.


La politica autonoma dalla morale Il Machiavelli affermò risolutamente che l’attività del politico è autonoma rispetto alla morale: se il principe sembrerà ossequiente alle leggi e alla morale, tanto meglio, ma non deve esitare a ricorrere ai mezzi più terribili se sarà necessario per conseguire il suo fine, conservare o accrescere il suo potere. Gli eventi futuri dipendono in parte dalla sua capacità di previsione e di calcolo politico, in parte dalla fortuna, ossia da quegli eventi come malattie e morti improvvise che non è possibile prevedere, ma che, quando accadono, occorre volgere a proprio vantaggio mediante un rapido calcolo delle conseguenze politiche di quegli eventi fortuiti. Il Machiavelli sapeva che la religione cristiana predicava una concezione opposta alla sua, ma riteneva che anche il papa, nell’esercizio delle funzioni di sovrano temporale, non potesse agire in modo diverso dagli altri prìncipi se voleva aver successo. Il Machiavelli ammirò per qualche tempo il frate domenicano Girolamo Savonarola, impressionato dalla sua capacità oratoria, ma quando il Savonarola cadde, il segretario fiorentino scrisse la sua massima più amara circa i profeti armati, che vinsero sempre, mentre quelli disarmati rovinarono, travolgendo i loro seguaci.


Antropologia del Machiavelli Il Machiavelli approda così a un’amara concezione dell’umanità: gli uomini sono creduloni e si possono imbrogliare a piacere, purché si sappiano presentare i fatti; essi sono pavidi e se si impiega bene il terrore si possono piegare alle esigenze del potere; gli uomini hanno corta memoria e sono preoccupati solo del loro patrimonio, tanto che dimenticano più facilmente l’uccisione del loro padre che un’aggressione ai loro averi; ma soprattutto gli uomini non cambiano mai e perciò la storia, antica e moderna, fornisce esempi per analizzare i casi analoghi. Possiamo citare due esempi ricavati dall’opera politica del duca Valentino.


Il Valentino Il primo riguarda una congiura ordita da alcuni capitani di ventura come Vitellozzo Vitelli, Paolo Orsini, il Gravina e altri ai danni del Valentino. Questi, avuto sentore del complotto, li convocò a Senigallia a una conferenza paritetica, ma durante il pranzo li fece strangolare tutti, sbarazzandosi degli avversari con una sola operazione.


Ramiro de Lorqua L’altro esempio riguarda Ramiro de Lorqua, impiegato dal Valentino per domare la turbolenta Romagna. Il capitano eseguì fedelmente gli ordini del Valentino, abbondando in condanne a morte che atterrirono i romagnoli, ma quando il Valentino si accorse che occorreva concedere qualcosa ai nuovi sudditi, il giorno di Natale, sulla piazza di Cesena fece trovare il cadavere di Ramiro squartato in due, un orribile spettacolo che stupì i romagnoli rallegrandoli per un verso, ma per un altro rendendoli ancor più timorosi del duca.


Astuzia e forza Per esercitare il potere la situazione migliore è quella del leone, l’animale più forte che non teme nessuno; se non si può esser leone bisogna farsi volpe, l’animale che trionfa mediante l’astuzia, nonostante l’esilità delle forze. Una volta conquistato il potere, ogni cura del principe deve esser rivolta a conservarlo o accrescerlo mediante un esercito. L’esercito non deve esser composto di mercenari, perché questo tipo di soldati sono temibili quando il pericolo è lontano, pavidi quando il pericolo è vicino. Le milizie devono esser formate di cittadini ben armati e addestrati. Tale fine si consegue se ci sono denari nelle casse dello Stato; occorrono perciò i tributi dei sudditi che devono lavorar sodo per pagare alte tasse. Ma ancora una volta tale fine si consegue se la guerra è portata sul territorio del nemico. Perciò il primato di importanza in politica appartiene alla politica estera, alla conquista di nuovi territori bloccando le pretese di ogni potere emergente che minacci il proprio Stato.


Lo Stato Lo Stato, per il Machiavelli, è tutto: è la fonte della verità e del diritto, dell’arte e della letteratura; della scienza e dell’economia le quali devono risultare funzionali alla prosperità dello Stato. Il Machiavelli, nella storia del pensiero politico, occupa un posto importante: col Ritter possiamo dire che egli è il teorico della concezione continentale del potere, dominante fino a tempi recenti. Il significato dell’espressione “politica continentale” sarà chiarito per confronto quando si esaminerà la concezione della “politica insulare” proposta da Thomas More.



4. 3 Lorenzo il Magnifico



La famiglia de’Medici aveva acquistato grande potenza economica durante il XV secolo al punto che da metà di quel secolo le principali cariche della Repubblica fiorentina erano assegnate solo a persone vicine alla famiglia de’Medici o di loro completa fiducia. Altre famiglie potenti come gli Albizzi e i Pazzi riuscirono a far esiliare Cosimo il Vecchio che per un anno si trasferì a Venezia, ma in seguito, a furor di popolo, fu richiamato perché, senza il denaro dei Medici, Firenze rischiava la stagnazione economica.


Cosimo il Vecchio Cosimo il Vecchio morì nel 1464 dopo aver fatto erigere il palazzo di Via Larga dalle dimensioni di una reggia e dopo aver riedificato la chiesa di San Lorenzo immaginata come mausoleo di famiglia, a opera di Filippo Brunelleschi, che con la cupola di Santa Maria del Fiore e l’Ospedale degli Innocenti raggiunse il culmine dell’architettura rinascimentale.


Lorenzo il Magnifico A Cosimo successe Piero il Gottoso, morto nel 1469, lasciando due figli, Giuliano e Lorenzo. La congiura ordita da un membro della famiglia Pazzi tolse di mezzo Giuliano riuscendo solo a ferire Lorenzo (1478). Fino alla morte, avvenuta nel 1492, Lorenzo rimase il padrone incontrastato di Firenze. Le attività finanziarie di Lorenzo raggiungevano tutta l’Europa, in particolare la Francia, e comprendevano il cambio di valute, il commercio della lana grezza e dei tessuti; assicurazioni e trasferimento di metalli preziosi.


Potenza dei Medici La rete di informazioni e la posta celere nacquero o si svilupparono al servizio dei grandi mercanti che mantenevano un referente di fiducia su ogni piazza di commercio. La diplomazia ne è la naturale conseguenza per esplorare le intenzioni del governo in cui gli ambasciatori erano accreditati; per riferire sull’andamento dei prezzi correnti; per valutare la capacità di assorbimento di merci da parte della popolazione; per conoscere le proposte e i prezzi dei concorrenti ecc. Il mecenatismo dei Medici e delle altre famiglie rinascimentali era anche celebrazione del principe e giustificazione del suo potere e del suo denaro, oltre che espressione di un gusto educato sui classici. Tra i giovani che scolpivano alle sue dipendenze, Lorenzo ebbe Michelangelo che fece le sue prime prove copiando marmi antichi e che più tardi riceverà l’incarico di costruire la sagrestia nuova di San Lorenzo con le tombe di Lorenzo e di Giuliano.


La civiltà fiorentina Lorenzo stesso fu poeta finissimo, cantore della giovinezza che fugge. Nel giro di pochi anni l’ambiente spirituale fiorentino sembrava essersi paganizzato. Perfino l’arte sacra pareva aver dimenticato la sua originaria destinazione al culto, e aveva assunto come compito principale la celebrazione della bellezza, della gloria, della ricchezza.


Umanesimo e rinascimento La nuova sensibilità, la nuova visione del mondo che nell’epoca di Lorenzo il Magnifico ebbe il suo culmine, era iniziata fin dal tempo del Petrarca. In questa sede occorre ribadire che gli umanisti attribuivano alla loro cultura una sorta di autosufficienza: solo sul piano religioso, ma non tutti, ammettevano che rispetto al mondo antico ci fosse stato un progresso, ma a patto che la Chiesa abbandonasse i modi e le forme della cultura monastica e fratesca.


Chiesa e Rinascimento I papi di questo periodo avvertirono la potenziale pericolosità di un atteggiamento che poteva divenire anticristiano e per circa un secolo, fino alla metà del XVI secolo, tentarono di cristianizzare l’Umanesimo. Da Nicolò V che fece acquistare codici in tutta l’Europa per la Biblioteca Vaticana, fino a Leone X, il protettore di Raffaello e Michelangelo, la Chiesa cercò di indurre gli umanisti e gli artisti a celebrare il mistero cristiano a preferenza dei miti pagani. Alcuni papi furono umanisti essi stessi; furono decisi lavori colossali come la ricostruzione della basilica di San Pietro che segnarono la stagione romana dell’arte rinascimentale, ma il prezzo pagato risultò eccessivo.


Crisi religiosa Anche lo stile della curia romana assunse un aspetto fastoso, con papi che trovavano il latino del Vangelo troppo disadorno rispetto al latino di Cicerone: fecero ogni sforzo per catturare la nuova cultura umanistica, per mantenerla nell’alveo della tradizione cristiana. Fu avviata perciò una vasta azione di politica culturale che non mancò di produrre risentimenti specie da parte di uomini autenticamente religiosi e di popoli urtati dagli elementi paganeggianti che apparivano nella nuova cultura. Proprio a partire da questo momento si comincia a impiegare in senso forte la parola “riforma” da attuare in capite et in membris, ossia nella persona del papa, dei vescovi e infine di tutti i fedeli.



 


4. 4 Girolamo Savonarola (1452-1498)



Il Savonarola nacque in una famiglia di Ferrara che seppe educarlo cristianamente. A sedici anni raggiunse il convento domenicano di Bologna dove compì gli studi. In seguito fece le prime esperienze di predicatore in alcune città dell’Italia settentrionale. Infine fu mandato a Firenze.


Savonarola a Firenze Correvano gli ultimi anni della signoria di Lorenzo il Magnifico: era difficile che la città si commuovesse per le prediche di un frate qualsiasi. Un poco alla volta il Savonarola seppe far nascere nei Fiorentini il dubbio circa il valore della vita che conducevano: predicava con un tono profetico come se già vedesse il castigo divino abbattersi sulla città. Il Magnifico lo lasciò fare, solo si informava se il frate attaccava la sua persona.


La crisi italiana Lorenzo morì nel 1492 all’età di appena 44 anni e nel 1494 Carlo VIII di Francia discese in Italia travolgendo il fragile equilibrio mantenuto fin dal tempo della pace di Lodi. L’Italia divisa e senza valide forze armate, visse l’incubo di una conquista totale. In quell’atmosfera, in Firenze alcune migliaia di persone pendevano dalle labbra del Savonarola che, di fatto, divenne signore della città, perché il Comune si atteneva ai consigli del predicatore.


Alessandro VI Il papa era Alessandro VI, un personaggio discusso dalla vita poco edificante, i cui figli, prima Rodrigo e poi Cesare, cercavano di formare un dominio personale a spese dei tiranni presenti nello Stato della Chiesa, ricorrendo ai mezzi descritti dal Machiavelli.


Azione del Savonarola Il Savonarola indusse i Fiorentini a cacciare da Firenze i Medici, a far proclamare la signoria di Cristo sulla città, a bruciare i simboli della vanità (carte da gioco, quadri immorali, unguenti preziosi, libri di magia…) per mondare Firenze da ciò che l’aveva contaminata. Fino al 1496 la città fu dominata dai seguaci del Savonarola che ricevettero l’epiteto di “Piagnoni”.


Piagnoni e arrabbiati Non era facile far trionfare la virtù in una città divenuta famosa per i costumi goderecci: se la vita sobria e virtuosa è imposta dall’alto con mezzi violenti produce una recrudescenza del vizio, al punto che qualcuno cominciò a dire che occorreva sbarazzarsi del frate. Si formò il partito degli “arrabbiati” che in tutti i modi avversava le riforme, anche politiche, suggerite dal Savonarola. Era inevitabile che l’irruente predicazione del riformatore attraversasse la strada ad Alessandro VI che in quel momento aveva bisogno soprattutto di assestare la situazione politica della penisola per mantenerla indipendente. Il ritorno di Piero de’Medici il Giovane in Firenze appariva la decisione politicamente più opportuna.


I palleschi Intanto gli scontri tra piagnoni e arrabbiati nelle strade fiorentine fecero sorgere anche il partito dei moderati, ostili sia al Savonarola sia ai suoi avversari: poiché favorivano il ritorno dei Medici: dal loro stemma furono chiamati “palleschi”. I nemici del Savonarola inviarono al papa Alessandro VI relazioni sfavorevoli al frate, presentandolo come un fanatico, ostile al papa e alla sua politica. La signoria di Firenze per qualche tempo difese il predicatore, memore del fatto che aveva contribuito a evitare il saccheggio della città da parte di Carlo VIII.


Morte del Savonarola Al papa che gli ordinava di recarsi a Roma per discolparsi dalle accuse, il predicatore rispose che era troppo occupato dagli affari fiorentini e perciò fu scomunicato. In seguito alle pressioni di Alessandro VI, dopo breve resistenza, la signoria accettò che il frate fosse arrestato e processato. Secondo la prassi del tempo il Savonarola fu torturato, strangolato e poi bruciato (23 maggio 1498). Prima di morire accettò dal papa un indulto che lo assolveva dalle sue colpe: morì dunque riconciliato con la Chiesa, non da ribelle. Morì da profeta disarmato, ma lasciando un grande insegnamento, ossia che la riforma della Chiesa non doveva avvenire a costo di distruggere la Chiesa e la disciplina ecclesiastica.



4. 5 La conquista d’Italia di Carlo VIII



Pretesto della calata in Italia di Carlo VIII re di Francia era il recupero del regno di Napoli che era stato usurpato dagli Aragonesi. I re cattolici di Spagna, Fernando e Isabella, opposero alla Francia i loro diritti di eredi del regno di Napoli.


La conquista d’Italia Carlo VIII aveva preparato la spedizione con una serie di trattati internazionali. Conduceva un esercito di trentamila uomini che non faticarono molto nella prima parte dell’impresa tanto che il Guicciardini affermò che l’Italia era stata conquistata col gesso con cui si dichiaravano requisiti gli alloggi per la truppa. Gli ufficiali al seguito di Carlo VIII rimasero conquistati da ciò che vedevano, dall’oro che circolava e dalla bellezza degli edifici che non aveva paragone con ciò che avevano lasciato in patria. Naturalmente i Francesi non mancarono di prendersi ciò che poteva decorare i loro castelli. Sul piano politico la spedizione fu un fallimento. Infatti, Inghilterra, Impero, Genova, Venezia, Mantova formarono una lega per bloccare Carlo VIII che dovette abbandonare in fretta Napoli, combattendo a Fornovo nella valle del Taro una dura battaglia di sfondamento (1495).


Vuoto di potenza L’Italia apparve alle corti europee come un vuoto di potenza che il primo occupante poteva sfruttare, dopo aver attizzato i conflitti interni tra i piccoli Stati italiani sfruttandone la litigiosità e la debolezza.


Il ducato di Milano La situazione confusa che si era creata a Milano in seguito all’usurpazione di Lodovico il Moro ai danni del nipote, si poteva sfruttare rimovendo l’usurpatore e poi reclamare i diritti di eredità di Valentina Visconti. È quanto fece il successore di Carlo VIII, morto molto giovane e senza figli: Luigi XII del ramo Valois-Visconti era nipote di Valentina Visconti. Senza fatica, Luigi XII occupò il ducato di Milano nel 1499.


Crisi di Venezia Tuttavia il ducato di Milano era un feudo imperiale e perciò sarebbe toccato all’imperatore Massimiliano d’Absburgo deciderne la sorte. Venezia ritenne il momento adatto per riprendere la sua espansione e oltrepassò l’Adda per aggiudicarsi un compenso di fronte all’espansione francese, ma ancora una volta il sistema dell’equilibrio italiano, questa volta con interferenze straniere, scattò favorendo la formazione della cosiddetta Lega santa che ad Agnadello ridimensionò le mire egemoniche dei Veneziani (1509). Venezia, sostenuta dalla fedeltà delle popolazioni di terraferma, si riprese abbastanza prontamente, favorita dal disaccordo dei nemici, ma a partire da quel momento scelse una politica di contenimento di ogni espansione degli avversari per conservare quanto possedeva. Infatti, il mantenimento dei mercenari necessari a far fronte agli eserciti dei grandi Stati era superiore alle finanze di potenze così piccole come erano gli Stati italiani.


La potenza dell’Impero Dopo Agnadello risultò chiaro che la politica italiana era decisa fuori d’Italia. La politica di alleanze matrimoniali praticata dagli Absburgo aveva prodotto un fatto nuovo. Filippo il Bello, figlio di Massimiliano d’Absburgo, aveva sposato Giovanna, erede dei re di Spagna Fernando e Isabella. Dal matrimonio erano nati quattro figli nel volgere di pochi anni. Filippo il Bello morì ancor giovane e Giovanna impazzì. Erede era Carlo, nato a Gand nel 1500, che alla morte dei nonni avrebbe ricevuto il trono di Spagna con l’America che si cominciava a esplorare; i Paesi Bassi in cui era nato; i territori ereditari della famiglia d’Absburgo e la probabile elezione a imperatore. Si profilava il conflitto tra Francia e Impero per il controllo dell’Italia di cui si era intravista la ricchezza insieme con la debolezza sul piano militare.



4. 6 Cronologia essenziale



1412 Giovanni Maria Visconti è assassinato a Milano. Gli succede il fratello Filippo Maria.


1423 Nel corso della guerra di Firenze contro Milano appare evidente la fragilità finanziaria della prima.


1429-1433 Guerra di Firenze contro Lucca.


1435 Muore Giovanna II d’Angiò, regina di Napoli, dopo un regno turbolento.


1442 Alfonso V d’Aragona conquista Napoli scacciandone Renato d’Angiò, erede di Giovanna II.


1447 Muore Filippo Maria Visconti: i Milanesi proclamano l’effimera Repubblica Ambrosiana durata fino al 1450.


1450 Francesco Sforza occupa Milano e si fa proclamare duca.


1454 A Lodi è firmata la pace tra i principali Stati italiani: si afferma il principio dell’equilibrio.


1464 A Firenze muore Cosimo il Vecchio.


1466 A Milano muore Francesco Sforza.


1478 Congiura de’Pazzi a Firenze: Lorenzo il Magnifico si salva.


1492 A Firenze muore Lorenzo il Magnifico. Girolamo Savonarola per alcuni anni risulta la personalità prevalente in città.



4. 7 Il documento storico



La caduta della città di Costantinopoli in mano ai turchi, il 29 maggio 1453, fu l’avvenimento centrale del XV secolo, raccontato da numerose fonti: abbiamo scelto parte di una lettera di Leonardo da Chio, un frate domenicano, vescovo di Mitilene, che racconta le ultime ore di Costantinopoli.



“Nel giro di un’ora soltanto tutta la città viene investita per mare e per terra. Prima fanno tuonare le bombarde, poi scagliano frecce fino a oscurare il cielo; si levano grida altissime, subito si spiegano i vessilli. I turchi cadono colpiti dai proiettili di pietra, molti trovano la morte e calpestandosi l’un l’altro cercano di salire sulle mura passando per le rovine. I nostri li ricacciano indietro con coraggio, ma molti di essi feriti abbandonano il combattimento. Il comandante Giovanni Giustiniani resiste, e resistono anche gli altri comandanti sulle fortificazioni, mentre corrono in loro aiuto i comandanti della città a ciò destinati. A questo punto, ahimè, per un avverso destino, Giovanni Giustiniani viene trafitto sotto l’ascella da una freccia. Egli, ancor giovane e poco esperto, preso da panico al veder scorrere il proprio sangue, subito ha il terrore di perdere la vita e così, perché non venga infranta la strenua resistenza dei combattenti che non sapevano nulla della sua ferita, abbandona di nascosto la linea del combattimento per andar a cercare un medico. Certo, se avesse lasciato un altro al suo posto, la patria si sarebbe salvata.


Intanto i turchi scatenano una battaglia micidiale. Quando l’imperatore si accorge che il capitano era scomparso, chiede col pianto in gola dove se n’era andato. I nostri, quando si rendono conto di non aver più una guida, cominciano a indietreggiare dalle loro posizioni. I turchi si fanno baldanzosi; tra i nostri invece si diffonde il panico: tutti infatti cercano di sapere che cosa sia successo in quel punto pericoloso. I nostri dunque, spossati oltre ogni dire, abbandonano per un po’ di tempo, sotto la pressione del nemico, quel muro Baccatureo che essi avevano restaurato. I turchi, accortisi, pensano allora che sia venuto il momento di passare le mura servendosi della via spianata che si era venuta a formare attraverso il riempimento del fossato con le rovine del crollo e come un turbine violento d’un sol balzo scalano le mura e piantati su di esse i vessilli pieni di gioia gridano subito vittoria”.



Fonte: A. PERTUSI (a cura di), La caduta di Costantinopoli, vol. I: Le testimonianze dei contemporanei, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, Milano 1976, pp. 159-163.



4. 8 In biblioteca



Per le interpretazioni del Rinascimento si può consultare di AA.VV., Il Rinascimento. Interpretazioni e problemi, Laterza, Bari 1979; A. PRANDI, Interpretazioni del Rinascimento, il Mulino, Bologna 1980; E. GARIN, Umanesimo e Rinascimento. Profilo storico, Laterza, Bari 1954.