Liberalismo e crisi nella teologia morale

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Cardinale Ratzinger: Il liberalismo economico si traduce sul piano morale nel suo esatto corrispondente: il permissivismo

CAPITOLO SESTO
(J. Ratzinger, “Rapporto sulla fede”, ed. Paoline 1985, tratto dal sito: http://utenti.tripod.it/armeria/Rap_fede_06.htm )
IL DRAMMA DELLA MORALE


Dal liberalismo al permissivismo


C’è dunque – e sembra anch’essa grave – una crisi della morale proposta dal magistero della Chiesa. Una crisi che, lo dicevamo, è strettamente legata a quella contemporanea del dogma cattolico.


È una crisi che riguarda per ora soprattutto il mondo così detto ” sviluppato “, in maniera particolare l’Europa e gli Stati Uniti; ma si sa che i modelli elaborati in queste zone finiscono con l’imporsi al resto del mondo, con la forza di un ben noto imperialismo culturale.


Comunque, stando alle parole stesse del Cardinale, “in un mondo come l’Occidente, dove denaro e ricchezza sono la misura di tutto, dove il modello del mercato liberista impone le sue leggi implacabili ad ogni aspetto della vita, l’etica cattolica autentica appare ormai a molti come un corpo estraneo, remoto, una sorta di meteorite che contrasta non solo con le concrete abitudini di vita, ma anche con lo schema base del pensiero. Il liberalismo economico si traduce sul piano morale nel suo esatto corrispondente: il permissivismo”. Dunque, “diventa difficile, se non impossibile, presentare la morale della Chiesa come ragionevole, troppo distante com’è da ciò che è considerato ovvio, normale, dal la maggioranza delle persone, condizionate da una cultura egemone alla quale hanno finito per accodarsi, come autorevoli fiancheggiatori, anche non pochi moralisti “cattolici””.


A Bogotá, alla riunione dei vescovi presidenti delle commissioni dottrinali e delle conferenze episcopali dell’America Latina, il Cardinale ha letto una relazione che cercava di individuare i motivi profondi di quanto sta avvenendo nella teologia contemporanea; compresa la teologia morale alla quale, in quel rapporto, è stato dedicato uno spazio adeguato alla sua importanza. Sarà dunque necessario seguire Ratzinger nella sua analisi per capire il suo allarme davanti a certe strade imboccate dall’Occidente e, al suo sèguito, da certe teologie. E soprattutto sulle questioni familiari e sessuali che intende attirare l’attenzione.


Una serie di fratture


Osserva dunque: “Nella cultura del mondo ” sviluppato ” è stato spezzato innanzitutto il legame tra sessualità e matrimonio. Separato dal matrimonio, il sesso è restato senza una collocazione, si è trovato privo di punti di riferimento: è divenuto una sorta di mina vagante, un problema e insieme un potere onnipresente”.


Dopo questa prima frattura, ne vede un’altra, conseguente: “Compiuta la separazione tra sessualità e matrimonio, la sessualità è stata separata anche dalla procreazione. Il movimento ha finito però coll’andare pure nel senso inverso: procreazione cioè, senza sessualità. Da qui conseguono gli esperimenti sempre più impressionanti – dei quali è piena l’attualità – di tecnologia, d’ingegneria medica, dove la procreazione è appunto indipendente dalla sessualità. La manipolazione biologica sta procedendo allo scardinamento dell’uomo dalla natura (il cui concetto stesso è contestato). Si tenta di trasformare l’uomo, di manipolarlo come si fa per ogni altra Il cosa “: nient’altro che un prodotto pianificato a piacimento”.


Se non sbaglio, osservo, le nostre culture sono le prime in tutta la storia in cui si realizzano simili fratture.


“Sì, e al fondo di questa marcia per spezzare delle connessioni fondamentali, naturali (e non, come dicono, solo culturali) ci sono conseguenze inimmaginabili che derivano dalla logica stessa che presiede a un simile cammino”.


Già oggi, per lui, staremmo scontando “gli effetti di una sessualità senza più alcun aggancio col matrimonio e con la procreazione. Ne deriva logicamente che ogni forma di sessualità è equivalente, dunque è ugualmente degna”. “Non si tratta certo – precisa – di fare del moralismo arretrato, ma di trarre lucidamente le conseguenze dalle premesse: è infatti logico che il piacere, la libido del singolo diventino il solo punto di riferimento possibile del sesso. Il quale, senza più una ragione oggettiva che lo giustifichi, va cercando la ragione soggettiva nell’appagamento del desiderio, nella risposta la più “soddisfacente” possibile per l’individuo agli istinti ai quali non si può opporre un freno razionale. Ciascuno è libero di dare il contenuto che crede alla sua libidine personale”.


Continua: “è dunque naturale che si trasformino in ” diritti ” del singolo tutte le forme di appagamento della sessualità. Così, per fare un esempio oggi particolarmente attuale, diventa un diritto inalienabile (e come negarlo, con simili premesse?) l’omosessualità; anzi, il suo riconoscimento pieno si trasforma in un aspetto della liberazione dell’uomo”.


Ci sono però altre conseguenze di “questi scardinamenti della persona umana nella sua natura profonda”. Dice infatti: “Staccata dal matrimonio fondato sulla fedeltà di tutta una vita, da benedizione (come è stata intesa in ogni cultura), la fecondità si rovescia nel suo contrario: una minaccia, cioè, al libero appagamento del “diritto alla felicità del singolo”. Ecco dunque che l’aborto procurato, gratuito, socialmente garantito, si trasforma in un altro ” diritto “, in un’altra forma di ” liberazione “


“.Lontani dalla società o lontani dal magistero?”


Questo è dunque per lui lo scenario drammatico dell’etica nella società liberal-radicale, ” opulenta “. Ma come reagisce a tutto questo la teologia morale cattolica?


“La mentalità ormai dominante aggredisce alle fondamenta stesse la morale della Chiesa che – l’osservavo – se resta fedele a se stessa rischia di apparire come un anacronistico, fastidioso corpo estraneo. Così, per tentare di essere ancora ” credibili “, i teologi morali dell’Occidente finiscono col trovarsi davanti ad una alternativa: sembra loro di dover scegliere tra il dissenso con la società attuale e il dissenso con il Magistero. A seconda del modo di porre la domanda è più grande o più piccolo il numero di coloro che preferiscono quest’ultimo tipo di dissenso e che di conseguenza si mettono alla ricerca di teorie e di sistemi che consentano compromessi tra il cattolicesimo e le concezioni correnti. Ma questo divario crescente tra Magistero e ” nuove ” teologie morali provoca conseguenze laceranti; anche perché la Chiesa, attraverso le sue scuole e i suoi ospedali, ricopre ancora (soprattutto in America) importanti ruoli sociali. Ecco dunque la pesante alternativa: o la Chiesa trova un’intesa, un compromesso con i valori accettati dalla società alla quale vuole continuare a servire, oppure decide di restare fedele ai suoi valori propri (e che, a suo avviso, sono quelli che tutelano l’uomo nelle sue esigenze profonde) e allora si trova spiazzata rispetto alla società stessa”.


Così, il Cardinale crede di constatare che “oggi l’ambito della teologia morale è diventato il luogo principale delle tensioni tra Magistero e teologi, specialmente perché qui le conseguenze si fanno immediatamente percepibili. Potrei citare alcune tendenze: talvolta i rapporti prematrimoniali vengono giustificati, almeno a certe condizioni; la masturbazione è presentata come un fenomeno normale nella crescita dell’adolescente; l’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti è continuamente rivendicata; il femminismo anche radicale sembra guadagnare terreno a vista d’occhio nella Chiesa, specialmente in alcuni ordini religiosi femminili (ma su questo sarà necessario un discorso a parte). Perfino riguardo al problema dell’omosessualità sono in atto tentativi di giustificazione: è accaduto addirittura che dei vescovi – per insufficiente informazione o anche per un senso di colpa dei cattolici verso una “minoranza oppressa” – abbiano messo a disposizione dei gays delle chiese per le loro manifestazioni. C’è poi il caso della Humanae Vitae l’enciclica di Paolo VI che riafferma il “no” alle contraccezioni e che non è stata compresa, anzi è stata più o meno apertamente respinta in vasti settori ecclesiali”.


Ma, dico, non è forse proprio il problema della regolazione delle nascite che trova particolarmente sguarnita la morale cattolica tradizionale? Non si ha l’impressione che il Magistero si sia trovato qui senza veri argomenti decisivi?


Replica: “è vero che, all’inizio del grande dibattito in occasione della pubblicazione dell’Enciclica “Humanae Vitae”, nel 1968, il fondamento argomentativo della teologia fedele al Magistero era ancora relativamente esile. Ma nel frattempo esso si è così ampliato attraverso nuove esperienze e nuove riflessioni che la situazione comincia piuttosto a capovolgersi”.


In che modo? chiedo.


“Per comprendere correttamente tutto il problema, dobbiamo dare uno sguardo al passato. Intorno agli anni Trenta e Quaranta, alcuni teologi moralisti cattolici, partendo dal punto di vista della filosofia personalista, avevano iniziato a criticare l’unilateralità dell’orientamento della morale sessuale cattolica rispetto alla procreazione. Soprattutto, essi richiamavano l’attenzione sul fatto che la trattazione classica del matrimonio nel diritto canonico a partire dai suoi ” fini ” non rendeva pienamente ragione dell’essenza del matrimonio. La categoria ” fine ” è insufficiente a spiegare il fenomeno propriamente umano. Questi teologi non avevano in nessun modo negato il significato della fecondità nel complesso dei valori della sessualità umana. Essi le avevano assegnato piuttosto un nuovo posto nella cornice di una prospettiva più personalistica nel modo di considerare il matrimonio. Queste discussioni sono state importanti e hanno condotto ad un significativo approfondimento della dottrina cattolica sul matrimonio. Il Concilio ha accolto e confermato gli aspetti migliori di queste riflessioni. Ma proprio allora cominciò a manifestarsi una nuova linea di sviluppo. Mentre le riflessioni del Concilio si basavano sull’unità nell’uomo di “persona” e “natura”, si cominciò a intendere il “personalismo” come contrapposto al “naturalismo”; come cioè se la persona umana e le sue esigenze potessero entrare in contrasto con la natura. Così, un personalismo esagerato ha condotto dei teologi a rifiutare l’ordinamento interno, il linguaggio della natura (che è invece di per se stesso morale, secondo il costante insegnamento cattolico), lasciando alla sessualità, anche coniugale, il solo punto di riferimento nella volontà della persona. Ecco uno dei motivi del rifiuto dell’Humanae Vitae, della impossibilità per certe teologie di rifiutare la contraccezione”.


Cercando punti fermi


Tra i sistemi etici che vanno creandosi in alternativa a quelli del Magistero non c’è, per lui, soltanto il “personalismo estremizzato”. Davanti ai vescovi riuniti a Bogotá, e riferendosi al dibattito della teologia morale nell’Occidente, Ratzinger ha delineato le linee di altri sistemi che giudica inaccettabili: “Subito dopo il Concilio si cominciò a discutere se esistessero norme morali specificamente cristiane. Alcuni arrivarono a concludere che tutte le norme si possono trovare anche fuori dell’etica cristiana e che, di fatto, la maggior parte di quelle cristiane è stata presa da altre culture, in particolare dalla antica filosofia classica, la stoica in particolare. Da questo falso punto di partenza si arrivò ineluttabilmente all’idea che la morale sia da costruire unicamente sulla base della ragione e che questa autonomia della ragione sia valida anche per i credenti. Non più Magistero, dunque, non più il Dio della Rivelazione con i suoi comandamenti, con il suo decalogo. In effetti, ci sono oggi moralisti “cattolici” i quali sostengono che quel decalogo, sul quale la Chiesa ha costruito la sua morale oggettiva, non sarebbe che un “prodotto culturale” legato all’antico Medio Oriente semita. Dunque, una regola relativa, dipendente da un’antropologia, da una storia che non sono più nostre. Torna qui, dunque, la negazione dell’unità della Scrittura, si riaffaccia l’antica eresia che dichiarava l’Antico Testamento (luogo della “Legge”) superato e respinto dal Nuovo (regno della “Grazia”). Ma per il cattolico la Bibbia è un tutto unitario, le Beatitudini di Gesù non annullano il decalogo consegnato da Dio a Mosè e, in lui, agli uomini di ogni tempo. Invece, stando a questi nuovi moralisti noi, uomini ” ormai adulti e liberati “, dovremmo cercare da soli altre norme di comportamento”.


Una ricerca, dico, da fare con la sola ragione?


“In effetti, come avevo cominciato a dire. Si sa invece che per la morale cattolica autentica ci sono azioni che nessuna ragione potrà mai giustificare’ contenendo in se stesse un rifiuto di Dio Creatore e dunque una negazione del bene autentico dell’uomo, sua creatura. Per il Magistero ci sono sempre stati dei punti fermi, dei pali indicatori che non possono essere sradicati o ignorati senza spezzare il legame che la filosofia cristiana vede tra l’Essere e il Bene. Proclamando invece l’autonomia della sola ragione umana, staccati ormai dal decalogo, si è dovuto andare alla ricerca di nuovi punti fermi: dove agganciarsi, come giustificare i doveri morali se questi non hanno più radice nella Rivelazione divina, nei Comandamenti del Creatore?”.


E allora?


“E allora, si è giunti alla cosiddetta “morale dei fini” – o, come si preferisce dire negli Stati Uniti dove è soprattutto elaborata e diffusa -, delle “conseguenze” il “consequenzialismo”: niente è in sé buono o cattivo, la bontà di un atto dipende unicamente dal suo fine e dalle sue conseguenze prevedibili e calcolabili. Resisi conto però degli inconvenienti di un tale sistema, alcuni moralisti hanno cercato di ammorbidire il “consequenzialismo” nel “proporzionalismo”: l’agire morale dipende dalla valutazione e dal confronto fatti dall’uomo tra la proporzione dei beni che sono in gioco. Ancora un calcolo individuale, insomma, questa volta della “proporzione” tra bene e male”.


Ma, osservo, mi pare che anche la morale classica facesse riferimento a figure del genere: alla valutazione delle conseguenze, al peso dei beni in gioco.


“Certamente. L’errore è stato il costruire un sistema su ciò che era solo un aspetto della morale tradizionale la quale non dipendeva certo – alla fine – dalla valutazione personale dell’individuo. Ma dipendeva dalla rivelazione di Dio, dalle ” istruzioni per l’uso ” da Lui inscritte in modo oggettivo e indelebile nella sua creazione. Dunque la natura, dunque l’uomo stesso in quanto parte di quella natura creata, contengono al loro interno la loro moralità”.


La negazione di tutto questo porta, per il Prefetto, a conseguenze devastanti per il singolo e per la società intera: “Se dalle società del benessere dell’Occidente, dove questi sistemi sono apparsi per la prima volta, ci spostiamo ad altre aree geografiche, troviamo che anche nelle convinzioni morali di certe teologie della liberazione sta spesso sullo sfondo una morale “proporzionalista”: il “bene assoluto” (e cioè, l’edificazione della società giusta, socialista) diventa la norma morale che giustifica tutto il resto, compresi – se necessario – la violenza, l’omicidio, la menzogna. È uno dei tanti aspetti che mostrano come, scardinandosi dal suo aggancio in Dio, l’umanità cada in balìa delle conseguenze più arbitrarie. La “ragione” del singolo, infatti, può di volta in volta proporre all’azione gli scopi più diversi, più imprevedibili, più pericolosi. E ciò che sembrava ” liberazione ” si rovescia nel suo contrario, mostra nei fatti il suo volto diabolico. In effetti, tutto ciò è già stato descritto con precisione nelle prime pagine della Bibbia. Il nucleo della tentazione per l’uomo e della sua caduta è racchiuso in questa parola programmatica: “Diventerete come Dio” (Gen. 3,5). Come Dio: cioè liberi dalla legge del Creatore, liberi dalle stesse leggi della natura, padroni assoluti del proprio destino. L’uomo che desidera continuamente solo questo: essere il creatore e il padrone di se stesso. Ma ciò che ci attende alla fine di questa strada non è certo il Paradiso Terrestre”.