La rinascita europea del XII secolo

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 13. 1 La riorganizzazione del lavoro umano; 13. 2 I centri della rinascita culturale; 13. 3 La lingua latina e le traduzioni; 13. 4 Il rinnovamento giuridico; 13. 5 La rinascita della filosofia e delle scienze; 13. 6 La nascita delle Università; 13. 7 Cronologia essenziale; 13. 8 Il documento storico; 13. 9 In biblioteca


Cap. 13 La rinascita europea del XII secolo



Dopo la rinascita carolingia e ottoniana – parziali e poco estese – la sintesi culturale più completa, tanto da divenire esemplare, fu la rinascita del XII secolo. Essa comprende il passaggio dallo stile romanico al gotico in architettura; la fioritura del poema cavalleresco e della lirica provenzale in letteratura; la rinascita della filosofia e del diritto romano; e, soprattutto, lo sviluppo impetuoso delle università, divenute la principale sede di diffusione del sapere in Europa.


Mentre all’inizio del secolo assistiamo al timido organizzarsi delle sette arti liberali – trivio e quadrivio -, alla fine troviamo studiosi in pieno possesso del diritto civile e canonico, della logica aristotelica, della geometria di Euclide, della geografia di Tolomeo; medici che praticano la loro arte attinta da greci e arabi. Il concorrere di tutti questi fattori operò la rinascita della filosofia e della scienza nell’accezione attuale. Sempre nel corso del secolo avvenne la riscoperta dei classici latini e un netto miglioramento dello stile letterario, permettendo la fioritura di biografie, di memorie, di annali, di cronache cittadine.


Ciò che caratterizza la rinascita del XII secolo dalle precedenti è la sua estensione: essa non risulta legata a una corte o a una dinastia, e non si limita a una ristretta area geografica, anche se la Francia con i suoi monaci e i suoi filosofi, con le sue scuole episcopali e i suoi poeti, col primato assoluto dell’arte gotica fu in qualche modo la protagonista della rinascita. Infatti anche la Germania e l’Inghilterra ebbero notevole importanza per la diffusione del nuovo modo di pensare; la Spagna attuò un’importante mediazione con la cultura araba; l’Italia mostrò grande dinamismo di idee, di iniziative commerciali e politiche, assimilando con prontezza ciò che veniva dalla Francia. In Italia la rinascita culturale iniziò nel sud, nelle città legate al mondo bizantino dove la cultura classica non era mai venuta meno del tutto; ma dopo il drammatico scontro dei comuni della Lega lombarda con Federico Barbarossa, il primato culturale ed economico passò alle città della pianura padana, rese potenti dalla nuova organizzazione del lavoro umano, base degli sviluppi successivi.



13. 1 La riorganizzazione del lavoro umano



Nell’età feudale, dal IX all’XI secolo, le città europee ebbero una funzione modesta anche se al tempo delle invasioni di Magiari e Normanni le antiche mura poterono frapporre una certa difesa contro le invasioni. Ma le città non avevano riacquistato la loro funzione di centro economico, non erano sede di scambi all’interno di un mercato.


L’incastellamento In quei secoli si sviluppò il fenomeno dell’incastellamento, ossia di provvedere rifugi per la popolazione di campagna che aveva nel signore del luogo il punto di riferimento nei tempi di pericolo. Dopo l’anno 1000 in molti luoghi d’Europa si realizzarono condizioni di vita meno precarie e subito la popolazione cominciò a crescere, determinando un intenso movimento di colonizzazione, di disboscamento e di messa a coltura di nuovi terreni agricoli. Detto in altre parole, le campagne meglio coltivate permettevano eccedenze agricole che la maggior sicurezza dei trasporti faceva trasferire in città, sede naturale del mercato.


Che cos’è la città? Ricorrendo a una categoria sociologica, per città si deve intendere un agglomerato di abitazioni coordinate tra loro in cui l’attività di lavoro prevalente è l’industria e il commercio: se, al contrario, l’attività principale rimane l’agricoltura, si deve parlare di paese o borgo, fortificato se possiede mura, ma non di città. In secondo luogo la città è sede di attività amministrative: la presenza del vescovo e di qualche rappresentante del potere centrale supponeva l’esistenza di tribunale e di cancelleria che potevano legittimare contratti garantiti da un minimo di forza legale.


La città medievale Se cerchiamo di immaginare la città medievale nel XII secolo possiamo supporre una cinta muraria con un certo numero di porte, aperte di giorno lungo le principali strade di accesso. Al tramonto del sole le porte erano chiuse e riaperte solo il giorno dopo. Come raggi di una ruota, le strade convergevano al centro della città, nella piazza in cui si trovava generalmente la chiesa principale, sede del vescovo. Se la città era abbastanza estesa, ogni quartiere aveva una chiesa parrocchiale con campanile, per avvertire i fedeli dell’inizio degli atti liturgici o anche, in casi di pericolo – incendio o tumulto – per chiamare a raccolta i cittadini. Nelle città antiche non esistevano spazi per riunioni oltre quelli offerti dalle chiese. Le case erano piccole, addossate le une alle altre. In genere la casa era composta di un vano seminterrato, cui si accedeva mediante alcuni gradini e che fungeva da laboratorio, da ricovero per gli animali di notte e da soggiorno abituale per la famiglia; si accedeva al piano superiore mediante una scala di legno interna, dove si trovavano una o due camere da letto arredate con pochi mobili. Dietro la casetta c’era un orto cintato, al quale si accedeva dal laboratorio: nella buona stagione l’orto forniva gli erbaggi. Col tempo bello la porta sulla strada rimaneva aperta e spesso alcune lavorazioni avvenivano sulla via pubblica. Un poco alla volta certe strade si specializzavano perché radunavano gli artigiani addetti a un particolare lavoro: i lavandai avevano bisogno di un corso d’acqua; i tintori inquinavano e quindi venivano confinati a valle del fiume; i vetrai e i fonditori di metalli erano fonte di pericolo perché operavano col fuoco e perciò occorreva isolarli perché le case erano in gran parte di legno.


La tessitura La prima attività artigianale era la filatura e la tessitura della lana e del lino, sostituito quest’ultimo dalla canapa nelle zone di pianura. Ogni famiglia contadina filava, tesseva e cuciva gli abiti per il proprio uso: possiamo immaginare dei rozzi camiciotti con cappuccio, lunghi fino al ginocchio, tenuti fermi con una cintura, abbastanza simili ai sai dei monaci francescani. Anche le scarpe erano fatte in casa: spesso erano zoccoli di legno e pelli di pecora non conciata tenute ferme al polpaccio con stringhe. I coloranti erano rari e costosi: spesso la lana non veniva tinta e perciò il colore dominante era il bigio.


I tessuti di lusso I tessuti destinati al commercio, invece, dovevano essere molto più raffinati: la lana doveva essere di buona qualità, fornita da pecore selezionate: la lana migliore veniva dall’Inghilterra o dalla Spagna. In Italia c’erano buoni artigiani, eredi di una tradizione che non si era persa del tutto, in collegamento con Costantinopoli che assorbiva la produzione occidentale di certi tipi di tessuti di lana che poi smerciava in Oriente.


Il mercante imprenditore Poiché non esistevano capitali da investire, ben presto la produzione di tessuti divenne un’attività complessa, imperniata sulla figura del mercante-imprenditore in grado di rifornirsi di materia prima: costui affidava la lana ad artigiani specialisti in lavaggio e sgrassatura, cardatura e filatura. Il tessitore aveva in casa il telaio a mano con il quale preparava la pezza della lunghezza e altezza desiderata, che poi era affidata ai cimatori per rafforzare i margini del tessuto; ai follatori per fare infeltrire la pezza e, infine, ai tintori che dovevano ottenere il colore di moda. Tutti questi passaggi richiedevano controlli minuziosi per stabilire responsabilità e qualità del tessuto eseguito. Il mercante prendeva accordi per il trasporto e la vendita delle pezze e alla fine saldava i debiti.


Le corporazioni di arti e mestieri Per evitare sopraffazioni e discussioni gli artigiani formavano gilde o corporazioni dell’arte, con una cassa comune in grado di operare anticipi di denaro, assistenza in caso di malattia, attestati di qualità del lavoro eseguito ecc. Le corporazioni avevano anche il compito di regolamentare il numero degli artigiani con diritto di tenere bottega, il numero dei garzoni da impiegare, il salario e il tempo di apprendistato per impedire la concorrenza sleale o la caduta dei prezzi per un eccesso di produzione rimasta invenduta. Le corporazioni erano associazioni volontarie, ma occorreva prestare giuramento davanti al consiglio dell’arte, impegnandosi a non divulgare i segreti di lavorazione. I contadini più intelligenti spesso fuggivano dalle campagne rifugiandosi in città per cercare lavoro come garzoni: dopo un anno e un giorno di permanenza ininterrotta erano considerati liberi dagli obblighi feudali e i vecchi padroni potevano chiedere, al massimo, il pagamento di un indennizzo liberatorio. È chiaro che la complessa organizzazione del lavoro aveva bisogno di pace, di sicurezza dei trasporti, di materie prime e del mercato cittadino fornito di vino, grano olio ecc.: l’attività principale attirava in città altre attività economiche. Sui portali delle chiese romaniche e gotiche si può osservare la raffigurazione dei mesi rappresentati con l’attività prevalente in ciascuno d’essi: a dicembre si macellavano e si salavano i porci; a gennaio si intrecciavano canestri di vimini; a giugno si falciava il fieno; ad agosto si preparavano le botti in previsione della vendemmia… Le feste religiose scandivano il tempo ciclicamente e segnavano le interruzioni del lavoro: gli artigiani aggiungevano alle feste comuni la celebrazione della festa del loro patrono al quale dedicavano una cappella nella sede della corporazione, facendola affrescare con episodi della vita del santo. Quando moriva un maestro dell’arte il funerale era celebrato a spese della corporazione che si impegnava per statuto a offrire ai figli del defunto un posto di apprendista prima che ad altri candidati.


Le corporazioni acquistano poteri politici Col passare del tempo i consoli dell’arte principale cominciarono ad assumere sempre maggiori responsabilità nelle decisioni che si prendevano in città, finendo per acquisire la direzione politica dei comuni.


I nobili si trasferiscono in città Già a partire dall’XI secolo le città erano riuscite a imporre ai nobili del circondario di vivere in città per alcuni mesi, affidando loro i compiti della difesa armata. Anche in questo campo si affermava una sorta di specializzazione: ai milites la tutela dell’ordine pubblico, ai mercatores i compiti della produzione e distribuzione delle merci, ottenendo il denaro necessario alla prosperità del mercato cittadino. Il potere centrale, ancora debole, finì per appoggiarsi alle città perché esse erano buone contribuenti, e i mercanti potevano pagare pedaggi, che fornivano al potere centrale notevoli proventi fiscali che a loro volta rendevano possibile un processo di recupero del potere politico, decentrato in precedenza a favore dei grandi vassalli.



13. 2 I centri della rinascita culturale



La cultura non interessava l’operoso popolo minuto intento al lavoro nei laboratori artigianali. Pochi sapevano leggere e scrivere, e costoro erano per lo più ecclesiastici, spesso vicini, a motivo del loro ministero, alle esigenze degli umili, oppure grandi personaggi della corte, lontani dalle masse.


I centri di elaborazione della cultura I centri intellettuali del XII secolo furono i monasteri, le cattedrali, le corti, le città e le università, ma nel corso del secolo ebbero influenza variabile.


I monasteri Nell’alto medioevo gli unici centri di cultura furono i monasteri: vere isole di luce in mezzo a violenze e barbarie essi riuscirono a salvare da sicura morte la tradizione culturale classica in un’età in cui non esistevano forze capaci di fare altrettanto. Ma i monasteri, contrariamente a ciò che spesso si ripete, non avevano di mira la trasmissione della cultura, che per essi era un sottoprodotto: le opere dell’antichità latina, e in qualche caso della cultura greca, servivano per istruire i monaci e renderli capaci di leggere e comprendere il libro sacro, la Bibbia. Nei monasteri si svolgevano numerose mansioni: una di esse era la cura della biblioteca col compito di ricopiare i libri che si sciupavano con l’uso, per avere a disposizione un centinaio di libri destinati all’istruzione dei monaci: le opere di contenuto profano servivano per imparare il latino.


Le scuole monastiche Nei monasteri le scuole non avevano curricoli di studio: si procedeva come si poteva, col materiale che si aveva a disposizione. Ogni tanto un monaco più vivace degli altri approfondiva qualche argomento e cercava altri codici per soddisfare un’esigenza personale. I monaci, inoltre, ripetevano che scientia inflat, ossia che il molto sapere fa insuperbire, e che non c’è nulla di più dannoso per un religioso che il desiderio di successo. Nel XII secolo i grandi monasteri benedettini apparivano in declino. Collocati lontano dalle città in luoghi isolati, perdevano il contatto con la pulsante vita delle città. Non sfuggiva a questa situazione neppure Montecassino o il monastero di Bec in Normandia, la sede resa illustre dalla presenza di Lanfranco di Pavia e di Anselmo d’Aosta: dopo questi due grandi abati nessun monaco raggiunse grandi livelli di creatività.


Decadenza dei monasteri In Germania le grandi abbazie di Lorsch, Fulda, Corvey erano in decadenza e non dettero alcun contributo alla cultura nel secolo che stiamo esaminando. Anche l’ordine di Cluny, già al centro del movimento di riforma della Chiesa culminato al tempo di Gregorio VII, si era avviato a un lento declino. I suoi monaci avevano dato impulso alla liturgia, ma non erano in grado di rispondere alle nuove sollecitazioni delle città. Più vitali, invece, gli ordini di nuova fondazione come i Certosini, i Premonstratensi, i Camaldolesi e, soprattutto, i Cistercensi. Anche costoro, tuttavia, proponevano l’ideale dell’ascesi spirituale più che il progresso intellettuale o la cultura che cercavano di dominare più come strumento per difendere l’ortodossia che come compito proprio di ogni dotto. Abbiamo già visto come la grande personalità di san Bernardo abbia esteso l’ordine cistercense che nel 1153 comprendeva più di trecento monasteri: a differenza dell’ordine di Cluny, i cistercensi riportarono in onore il lavoro manuale. La maggiore novità di queste fondazioni monastiche del XII secolo fu l’apertura europea, opposta all’isolamento degli antichi monasteri.


I capitoli delle cattedrali Dato il declino dei monasteri, centri di vita intellettuale per qualche tempo furono le cattedrali, con i loro canonici e le loro scuole episcopali, a occupare il posto preminente dell’elaborazione della cultura. Fin dal IX secolo gli ecclesiastici che officiavano la chiesa cattedrale erano tenuti a far vita comune, a osservare una regola o canone (da qui il nome di “canonico”). Spesso il capitolo dei canonici aveva il compito di eleggere il vescovo. Insieme col vescovo, cui fornivano assistenza come notai, avvocati, giurisperiti, cronisti ecc., i canonici dovevano provvedere all’istruzione dei cantori, alla biblioteca capitolare, alla redazione degli atti dei vescovi, alla formazione dell’archivio ecc. Famosi divennero i capitoli delle cattedrali della Francia settentrionale dove le scuole episcopali in qualche caso si trasformarono in università, come avvenne a Orléans, Chartres, Reims, Laon, Parigi.


Le corti principesche Le corti dei grandi feudatari o dei sovrani acquistarono un sempre più spiccato carattere di centro dell’elaborazione del sapere: ormai erano pochi i personaggi di rilievo che non sapevano leggere e scrivere, o non intrattenevano relazioni diplomatiche o non comprendevano l’importanza di dare un fondamento giuridico o ideologico alle loro scelte politiche: da allora ogni corte cominciò a comprendere giuristi, poeti, astrologi, medici che con le loro opere davano lustro al governo del signore. La prima cura delle corti fu di provvedersi di una regolare cancelleria: fin dai tempi di Enrico II di Germania la cancelleria imperiale divenne un organismo complesso e ben equilibrato, imitata dalla cancelleria papale a Roma, divenuta ben presto la più efficiente. Non poteva mancare la presenza di poeti, di giullari e di trovatori che celebravano in latino o nelle lingue volgari gli avvenimenti cavallereschi. La corte era il luogo naturale per praticare il mecenatismo che poteva trasformarsi in un’arma diplomatica, perché un’opera poetica con la doverosa dedica al sovrano era fatta circolare presso le altre corti.


Ancora più interessante il caso di principi-poeti come Guglielmo IX di Aquitania o come la nipote Maria autrice di deliziosi lai d’amour. In Sassonia Enrico il Leone fu celebrato come splendido mecenate; a Roberto conte di Gloucester venne dedicata l’opera storica di Guglielmo di Malmesbury, e alla sua protezione delle lettere si deve la nascita del romanzo celtico che trovò la sua fonte nella Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth. Guglielmo il Conquistatore, famoso per il suo censimento – il Domesday Book -, ma anche per il suo menestrello Taillefer “che cantava molto bene”, creò la cancelleria inglese, portata alla perfezione da Enrico II: costui conosceva le principali lingue europee e sapeva che per amalgamare le varie popolazioni del suo regno, esteso dall’Inghilterra ai Pirenei, occorreva un superstrato culturale.


La corte di Sicilia Un’altra corte assai composita era quella siciliana che risentiva la triplice influenza araba bizantina e latina, e perciò aveva bisogno di segretari poliglotti. Posta al centro del Mediterraneo in un’epoca di grandi viaggi, la Sicilia rimase fino al 1250 un centro di elaborazione della cultura di primaria importanza, e non a caso gli inizi della letteratura italiana vanno cercati alla corte di Federico II.


Commerci e cultura Le città del XII secolo conoscono uno sviluppo più politico e commerciale che culturale. I mercanti tuttavia, veri protagonisti dell’epoca, furono esponenti di un vivace pensiero razionale: la conduzione dei loro affari li addestrava a tentare la previsione politica considerando attentamente la consistenza delle forze contrapposte, imparando a valutare i rischi in relazione ai vantaggi collegati con certe operazioni che si apprestavano a compiere: i mercanti desideravano regolamenti di commercio chiari, la pace e la sicurezza; un efficace diritto pubblico; tribunali retti da giudici competenti. In Italia i principali esponenti della cultura delle città erano i notai, professionisti privati con funzioni pubbliche che hanno sempre goduto notevole prestigio. Gli stretti rapporti mantenuti dalle repubbliche marinare con Costantinopoli permisero l’acquisto di codici greci, ancora non leggibili sulla scorta del greco appreso nei porti, ma che ebbero il merito di costituire il fondo di biblioteche esplorate in seguito dagli umanisti.


Le università Nel XII secolo erano operanti almeno cinque università: Salerno, Bologna, Parigi, Montpellier e Oxford, ma l’apporto di questa istituzione culturale verrà esaminato più avanti, anche perché le università del XII secolo non si differenziavano dalle scuole episcopali e non si era ancora compresa tutta la loro fondamentale importanza.



13. 3 La lingua latina e le traduzioni



Solo quando l’invenzione dei caratteri mobili verso la metà del XV secolo permise la moltiplicazione delle copie di uno stesso libro, e solo quando la carta sostituì la costosa pergamena il possesso di un libro divenne un fatto abituale e la lettura personale una pratica comune. Quando nei documenti medievali si parla di biblioteca si deve pensare a un armadio contenente un centinaio di codici, spesso legati da una catena per rendere difficile il furto.


I classici Non c’è mai stata rinascita culturale che non sia stata accompagnata da rinnovato interesse per i classici. Fino al XII secolo fu impiegata quasi esclusivamente la lingua latina, lingua ufficiale della liturgia, della cultura, della diplomazia, del diritto: per accedere agli studi superiori occorreva apprendere il latino. In Europa si può stabilire un’equazione tra conoscenza dei classici latini e cultura, per cui ogni rinascita culturale significò rinascita della lingua latina.


Giovanni di Salisbury Anche un mediocre conoscitore del latino si accorge che nel XII secolo lo stile, in poesia e in prosa, è eccellente. L’autore più significativo è Giovanni di Salisbury, educato nelle scuole della Francia settentrionale, imbevuto di Cicerone. Tuttavia la conoscenza dei classici è per Giovanni di Salisbury propedeutica alla conoscenza della teologia: c’è un bel paragone, riferito da Giovanni ma probabilmente proposto da un suo maestro: che i moderni (gli uomini del suo tempo) sono nani rispetto agli antichi, ma se i nani salgono sulle spalle dei giganti, essi possono guardare ancor più lontano perché posseggono la vera fede. Giovanni di Salisbury è l’espressione più alta della cultura di Chartres dove aveva studiato in gioventù e dove tornò in età avanzata esercitando la funzione di vescovo fino al 1180.


Il latino medievale È naturale che il latino parlato in regioni tanto distanti, da persone che spesso avevano una lingua materna completamente diversa, possedesse caratteristiche differenziate. Gli uomini di quell’età non esitavano a latinizzare qualunque termine anche germanico se non trovavano un termine latino adeguato: proprio a questa estrema adattabilità si deve il fatto che il latino del XII secolo sia una lingua viva, adatta a tutte le situazioni: la morte del latino come lingua viva fu decretata dagli umanisti del XIV e XV secolo quando decisero che per latino si doveva intendere la lingua scritta da Cesare e Cicerone, ossia una lingua imbalsamata, dal vocabolario relativamente ristretto, e perciò bisognosa di ricorrere a circonlocuzioni quando si doveva esprimere un concetto ignoto all’epoca classica.


La grammatica Nel XII secolo si studiava a memoria la grammatica di Prisciano: numerosi passi tolti da Cicerone, Sallustio, Virgilio, Terenzio tornavano sotto la penna dei medievali che non esitavano ad aggiungere i termini tecnici da essi stessi elaborati, ma inseriti in una struttura grammaticale ineccepibile.


Lo stile epistolare Dopo la grammatica veniva la retorica, sviluppata soprattutto nello stile epistolare. Fiorivano perciò i trattati di epistolografia: il più famoso è quello di Alberico da Montecassino, vissuto al tempo del famoso abate Desiderio (1058-1086), intitolato Breviarium de dictamine. Un suo discepolo, Giovanni da Gaeta, divenuto papa col nome di Gelasio II (1118-1119), introdusse nella curia romana l’uso cassinese, soprattutto nella disposizione delle ultime parole di ogni periodo (Cursus romanae curiae). Il ricorso al cursus o clausola finale ebbe successo nelle scuole di diritto di Bologna, dando vita a una vera e propria ars notaria per stendere gli atti notarili: il maestro più celebrato fu Boncompagno da Bologna. Le lettere dovevano avere cinque parti: la salutatio secondo formule rigorose a seconda della dignità del corrispondente; la captatio benevolentiae per mettere nella dovuta disposizione d’animo colui che riceveva la lettera; l’expositio o narrazione dei fatti; veniva poi la petitio, la richiesta vera e propria; e finalmente la conclusione.


La poesia La poesia del XII secolo non è tanto schiacciata dal peso della tradizione classica come quella carolingia, e non soffre ancora la vittoriosa concorrenza della poesia in lingua volgare come avvenne nel XIV secolo quando l’Africa, il poemetto latino da cui il Petrarca si aspettava la gloria, fu eclissato dal suo Canzoniere. Nel XII secolo la produzione poetica fu abbondante in tutti i generi: epica, storia, leggende, favole, poemetti amorosi e conviviali, parodie studentesche.


Letteratura in lingua volgare Verso la fine del XII secolo questa vivace letteratura in lingua latina lasciò il posto al prepotente sviluppo della poesia in lingua d’oil e in lingua d’oc, in tedesco, in italiano, mutuando molti temi, e una scaltrita tecnica, dalla poesia latina.



13. 4 Il rinnovamento giuridico



Al rinnovato interesse per la cultura classica non poteva mancare l’incontro col diritto romano. La cultura classica, da Cicerone e Virgilio in poi, si fonda sulla certezza che il segreto della grandezza di Roma andava cercato nella sua superiore sapienza giuridica: pochi altri secoli quanto il XII dedicarono tanta attenzione allo studio del diritto.


Il diritto romano La rinascita del diritto romano non si limitò a rimettere in onore testi dimenticati, bensì fu una vera e propria rinascita della giurisprudenza. L’attività legislativa in Occidente non si era mai interrotta, ma per oltre mezzo millennio erano state codificate le leggi consuetudinarie dei regni romano-barbarici: anche quando venivano scritte, si trattava di usi propri di popolazioni dipendenti da una concezione eroica della vita collegata a una struttura primitiva della società: la tradizione, e non un cosciente atto di riflessione, guidava gli atti giuridici delle popolazioni germaniche. Solo nei testi del Corpus juris civilis, e in particolare nel Digesto, si poteva trovare un modello di metodologia giuridica. Una volta recuperata la conoscenza del modello fu possibile applicarlo al diritto ecclesiastico, come fecero Graziano e i suoi successori.


Complessità del Codex giustinianeo Delle quattro parti del Corpus giustinianeo il Digestum appariva il più importante perché vi erano contenute le sentenze dei grandi giuristi – Papiniano, Paolo, Ulpiano, Modestino – considerati i veri maestri del diritto, un modello insuperato di analisi e di tecnica giuridica.


I glossatori Il Digestum cominciò a esser citato in Toscana nel 1076, ma divenne operativo solo a partire dall’opera di Irnerio, il grande maestro dello Studio di diritto di Bologna. Prima di Irnerio c’erano state altre scuole di diritto a Roma, Pavia, Ravenna, e anche prima di Irnerio a Bologna aveva operato un altro maestro, Pepo, citato in un documento del 1065: tuttavia Irnerio eclissò ogni tradizione precedente. Nato intorno al 1060, fu attivo fin verso il 1125. Entrò al servizio della contessa Matilde di Toscana e poi, dopo la morte di costei, passò al servizio di Enrico V, stilando alcuni placiti imperiali. Bologna tuttavia rimase la sede principale del maestro, dove compose un grande numero di glosse, di commenti esplicativi al Corpus juris civilis. Irnerio addestrò innumerevoli discepoli accorsi da ogni parte d’Europa per ascoltare le sue lezioni.


Meriti di Irnerio Per prima cosa separò il diritto dalla retorica, costituendolo in scienza autonoma fondata direttamente sul Codex. Il suo fu un lavoro di scavo per riportare alla luce della piena comprensione tanti istituti giuridici di cui si era perduta perfino la nozione di esistenza. Incoraggiò la discussione, trovando vari modi per superare le apparenti contraddizioni tra le varie leggi. Irnerio non fu il primo dei glossatori, ma certamente fu il più grande perché insegnò la metodologia necessaria per rendere fecondo il diritto romano, ossia in grado di produrre nuove leggi capaci di armonizzarsi con la tradizione. La scuola di Irnerio fu proseguita per un secolo dai suoi discepoli.


I manuali di diritto Quando le glosse cominciarono a esser così numerose da occupare la maggior parte di ogni foglio, si comprese di dover passare ad altre forme di trattato: la summa era una trattazione generale e sistematica di un testo giuridico esposto titolo per titolo; i brocarda erano regole generali deducibili dal testo; i tractatus vertevano su problemi di procedura giuridica. Tuttavia la forma tipica adottata per l’insegnamento rimase la glossa ordinaria, il testo della legge in esame accompagnata dal commento. L’opera dei glossatori di Bologna è la manifestazione più significativa dell’attività intellettuale del XII secolo, e uno dei punti più importanti della storia della cultura europea. Quel lavoro fu favorito dalla rinascita della logica aristotelica che inquadrò tutti gli studi entro le strutture di una razionalità e di un rigore formale fin allora sconosciuti.


Il diritto romano e la rinascita delle città La rinascita del diritto romano fu favorita dal risveglio delle attività economiche e commerciali dell’Italia e del bacino del Mediterraneo. Le città non tardarono ad adottare il diritto romano, e così fece l’imperatore Federico Barbarossa quando chiamò i maestri dello Studio di Bologna a presiedere la dieta di Roncaglia, nel corso della quale chiese ai comuni lombardi il fondamento giuridico della loro indipendenza. Da Bologna il diritto romano si diffuse in tutta l’Europa, in modo rapido in Francia e Spagna, più lentamente in Germania e Scozia.


Espansione del diritto romano Dapprima gli studenti venivano a Bologna da ogni nazione, poi cominciarono a sorgere facoltà di diritto anche al di là delle Alpi, perché gli insegnanti si spostavano con facilità da una sede all’altra. Secondo una tradizione, un maestro di Bologna di nome Piacentino fondò l’università di Montpellier intorno al 1160. Il diritto romano fu introdotto nella corte di Francia intorno al 1202 da legisti che si posero al servizio del re per rafforzare le pretese del governo centrale nei confronti della grande feudalità che evidentemente fondava le sue pretese sul diritto germanico. In Inghilterra, invece, il re si era pronunciato contro il diritto romano, proibendone l’insegnamento. Ma gli studenti che si recavano all’estero tornavano con una certa conoscenza del diritto romano che però non apriva alcuna carriera.


Il diritto canonico Il diritto canonico è il diritto della Chiesa e perciò fin dall’inizio aveva un’estensione universale. Il credente, in quanto battezzato, entrava a far parte della Chiesa e quindi sottoposto alle sue leggi. Proprio in quel momento la Chiesa rivendicava piena libertà e autonomia rispetto alle entità politiche: ma lo stesso cittadino era anche suddito dello Stato che in molte situazioni poteva avere mire opposte a quelle della Chiesa. Si apriva perciò un ampio contenzioso tra Chiesa e Stato che poteva divenire esplosivo: la Chiesa non aveva eserciti e quindi sviluppò l’autorità della legge, reclamando piena giurisdizione sugli ecclesiastici e sulle proprietà degli enti religiosi, sui sacramenti, in particolare il matrimonio, sulla famiglia e sull’insegnamento. Poiché ormai quasi tutti erano battezzati, praticamente tutti i cittadini rientravano sotto le norme del diritto canonico, il quale aveva conosciuto durante la lotta per le investiture una notevole spinta verso l’accentramento giuridico sotto un unico papa, capo supremo della Chiesa, giudice di suprema istanza, massimo legislatore della Chiesa.


Le fonti del diritto canonico A differenza del diritto romano, che per molto tempo era stato congelato, il diritto canonico ha un storia continua, collegata a quell’organismo sempre operante che è la Chiesa di Roma. Le fonti del diritto canonico sono la Bibbia, i padri della Chiesa, i canoni dei concili, le leggi emanate dai pontefici o decretali. Già erano state compilate collezioni parziali delle decretali da parte di Isidoro di Siviglia e di Burcardo vescovo di Worms, e quella più recente di Ivo di Chartres: si trattava di raccolte prive di organicità, piene di confusioni e di contraddizioni. Graziano, monaco di Bologna, si mise all’opera per procurare ordine, pubblicando nel 1140 la Concordia discordantium canonum, nota più comunemente col titolo di Decretum, diviso in tre parti. Quest’opera, anche se non ebbe subito riconoscimenti ufficiali, incontrò immediata fortuna, sia come testo di studio sia come opera di consultazione.


Autonomia del diritto canonico Il diritto canonico ricevette grande impulso quando Rolando Bandinelli, professore a Bologna, fu eletto papa col nome di Alessandro III (1159-1181). Da quel momento il diritto canonico entrò a far parte delle università come materia abituale di studio: molti trovavano conveniente laurearsi in utroque jure. La dipendenza del diritto canonico dal diritto romano, almeno per la tecnica giuridica, divenne in questo modo definitiva, anche se l’esaltazione del diritto romano da parte dell’imperatore, forte del fatto che il diritto romano antico ignorava la figura del papa, più tardi condusse la Chiesa ad accentuare la sufficienza del diritto canonico. Quest’ultimo penetrò anche in quei paesi come l’Inghilterra che respinsero il diritto romano, o come in Germania in cui la penetrazione fu lenta. Stato e Chiesa, in ogni caso, stavano divenendo organismi complessi per i quali la conoscenza e l’impiego di una chiara legislazione era di inderogabile necessità.



13. 5 La rinascita della filosofia e della scienza



Come già nell’antica Grecia, scienza e filosofia venivano considerate affini dai medievali, perché la scienza era ancora intesa in modo astratto e deduttivo. I modi della studio erano simili, e inoltre esisteva il precedente di Aristotele considerato filosofo e scienziato.


Rinascita della filosofia Tuttavia, fino a poco prima del XII secolo la filosofia era conosciuta in modo frammentario. Perciò anche in campo filosofico e scientifico il XII secolo ha lasciato un’impronta enorme perché avvenne la rinascita della filosofia di Aristotele e l’assimilazione di tutto ciò che si poteva conoscere di Platone; si ebbe il trionfo della logica sulla retorica; e infine l’elaborazione del metodo scolastico per opera di Abelardo, Graziano e Pietro Lombardo che fornirono i materiali di costruzione per la filosofia del XIII secolo, culminata nelle grandi sintesi di Alberto Magno, di Tommaso d’Aquino, di Bonaventura da Bagnoregio e di Duns Scoto.


Aristotele Tra i più grandi filosofi dell’antichità la simpatia di quest’epoca andò ad Aristotele il cui stile chiaro, rigoroso, si adattava meglio al gusto dei medievali per il manuale sistematico, enciclopedico: poiché Aristotele si era occupato di quasi tutto con grande autorità, ben presto divenne “maestro di color che sanno”. Platone invece fu conosciuto solo indirettamente, da ciò che dicevano di lui Cicerone, Macrobio, sant’Agostino, e attraverso la traduzione del Timeo, del Menone e del Fedone, gli unici dialoghi platonici direttamente accessibili. Di Aristotele l’alto medioevo aveva conosciuto i sei trattati che formano l’Organon nella traduzione di Boezio.


Anselmo di Aosta e Abelardo Le menti filosofiche più acute del XII secolo furono Anselmo di Aosta e Abelardo: il problema discusso fu quello degli universali. Anselmo di Aosta fu pensatore ancor sulla scia di sant’Agostino, ma aprì il cammino che condusse a Tommaso d’Aquino. Il problema di sant’Anselmo era di dimostrare con la sola ragione l’esistenza di Dio: credette di poterlo fare oggettivando “l’essere del quale non ne possiamo pensare uno più grande”: pensando Dio come essere perfetto occorre pensarlo come esistente, perché l’esistenza è una perfezione.


Il problema degli universali Il dibattito degli universali nacque dalla passione dei medievali per la logica. Essi si scontrarono col problema di cercare di stabilire che grado di realtà possedessero le cosiddette intenzioni logiche, come il genere e la specie: ai termini “giustizia” o “umanità” corrisponde qualche entità, o sono solo convenzioni del linguaggio per non fare lunghe enumerazioni di oggetti aventi qualche relazione tra loro? I nominalisti sostenevano che gli universali erano solo convenzioni verbali; i realisti invece sostenevano che gli universali avessero un’esistenza propria in grado di concretarsi in singoli individui. Il problema sembrerebbe astratto, privo di conseguenze, ma se si applica il nominalismo al problema di Dio si giunge al triteismo, perché non si riesce a spiegare la presenza di una sola natura in tre persone che non si separano e non si confondono tra loro; e se viene applicato alla Chiesa, non si può parlare di corpo mistico di Cristo, bensì di una designazione convenzionale di tutti i cristiani.


Abelardo Abelardo fu l’indiscusso protagonista filosofico di quest’età. Il suo merito maggiore fu d’aver avviato a soluzione il problema degli universali, sostenendo una posizione intermedia che va sotto il nome di realismo moderato, opposto sia al realismo esagerato (affermare che esistono realtà separate simili alle idee platoniche, poste al di fuori delle singole cose reali); sia al nominalismo che consiste nell’affermare che i termini astratti sono mere convenzioni del linguaggio umano. La soluzione indicata dal realismo moderato è che l’intelletto umano possiede la facoltà di cogliere nei singoli enti ciò che vi è di intelligibile e quindi di universale.


La scienza del XII secolo Un grande cammino, analogo a quello compiuto in filosofia, fu realizzato anche nelle scienze della natura. Il vertice del sapere scientifico nell’alto medioevo fu raggiunto dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia, una specie di enciclopedia che comprende le sette arti liberali, la medicina, il diritto, la geografia, l’architettura, l’agraria, la scienza militare. Colui che fosse riuscito a leggere le Etimologie poteva pensare di saper tutto, ma in realtà le Etimologie sono piene di notizie fantasiose come quella circa l’esistenza degli sciopodi, collocati in Etiopia, e forniti di un solo piede, ma tanto grande che, quando d’estate si stendono per terra, col piede possono farsi ombra: dovendo combattere con notizie di questo genere, non era difficile elaborare una scienza superiore a quella di Isidoro.


La matematica Nelle singole discipline, per quanto riguarda la matematica avvenne la traduzione degli Elementi di Euclide, rimasti presenti da allora nella cultura di base di ogni europeo come modello di procedimento razionale, esemplare deduzione da principi autoevidenti. Nel 1126 Adelardo di Bath fece conoscere all’occidente le tavole numeriche di al-Khuwarizmi; nel 1146 Roberto di Chester tradusse dello stesso autore l’Algebra. Nel 1202 Leonardo Fibonacci da Pisa compose il Liber abaci, il primo trattato di matematica dell’occidente.


L’astronomia L’Almagesto di Tolomeo, il più importante compendio di astronomia dell’antichità, fu tradotto dal greco e dall’arabo intorno al 1160 e rapidamente eclissò le altre teorie cosmologiche. Più tardi furono tradotte tutte le opere di filosofia naturale di Aristotele e anch’esse assunsero un predominio per certi versi eccessivo perché schiacciarono l’approccio alla conoscenza della natura di tipo sperimentale-induttivo.


L’astrologia Nel XII secolo avvenne anche lo sviluppo abnorme dell’astrologia che probabilmente non andò mai del tutto perduta nell’alto medioevo, ma che allora ricevette la codificazione in scienza, sollevando discussioni che non sono ancora finite. Collegata con l’astrologia si sviluppò l’alchimia, basata sulla persuasione che esista la possibilità di trasformare vili metalli in oro: dall’alchimia sappiamo che si è sviluppata la chimica, come dall’astrologia si è sviluppata l’astronomia.


La medicina La medicina del XII secolo è importante per il recupero pressoché completo della medicina greca che trovò in Salerno il centro di irradiazione in tutto l’occidente. I maestri salernitani si occuparono di farmacologia, di chirurgia, di igiene: le prescrizioni erano raccolte in distici elegiaci latini, recitati quasi come proverbi. Gli arabi avevano in questo campo maggiori conoscenze sperimentali e perciò per secoli risultarono più affidabili come medici dei loro colleghi occidentali.


La zoologia e la botanica La zoologia e la botanica rimasero a uno stadio descrittivo e sempre nei trattati medievali di queste scienze si trova la descrizione della fenice o del liocorno come animali realmente esistenti sulla base dell’autorità di un autore antico.


Il lavoro compiuto dal secolo XII nel campo delle scienze, pur con tutti i limiti accennati, fu davvero cospicuo e vale la pena approfondire la conoscenza di questo capitolo di storia della scienza.



13. 6 La nascita delle università



Mentre nell’XI secolo la cultura si identificava con ciò che si poteva imparare coltivando le sette arti liberali del trivio e del quadrivio, nel XII secolo si erano aggiunte la logica, la matematica, l’astronomia, il diritto, la medicina e la teologia: ma giunti a questo punto, il sapere si era tanto esteso da esigere una istituzione in grado di conservare e accrescere il sapere stesso.


La nascita delle università Il mondo antico greco-romano non aveva conosciuto qualcosa di analogo alle università: se questo termine viene impiegato a proposito delle scuole filosofiche di Atene si tratta di un uso improprio, perché quelle istituzioni, anche quando gli insegnamenti erano sovvenzionati dallo Stato, non si erano organizzate in facoltà e istituti in possesso di un piano di studi determinato, con un titolo di laurea a conclusione degli studi. L’università come la conosciamo noi è creazione del medioevo ed è un frutto specifico del XII secolo. Il termine “università” deriva dalla dizione universitas societas magistrorum discipulorumque, nel significato di corporazione generale dei maestri e degli studenti, la migliore definizione di università. Il termine “università” veniva impiegato per molte altre corporazioni, anche per indicare i comuni, ossia le associazioni volontarie e giurate di un gruppo di uomini che stabilivano di darsi un determinato statuto per autogovernarsi. Sembra che in Italia le università siano nate da corporazioni di studenti che si riunivano dandosi uno statuto in forza del quale chiamavano a far parte della corporazione maestri idonei a insegnare una disciplina, e che il rettore, il capo della corporazione, venisse nominato dagli studenti.


Gli studenti Gli studenti avevano un abbigliamento ben definito e uno status giuridico riconosciuto dalle autorità civili ed ecclesiastiche. Quando superavano le prove previste dalla corporazione e desideravano continuare a studiare perché avevano talento, ricevevano un attestato, la venia docendi, continuando a rimanere nella corporazione come maestri, proprio allo stesso modo degli altri artigiani che entravano in una corporazione come garzoni e poi, se apprendevano l’arte in modo adeguato, rimanevano nella corporazione col grado di maestri e col diritto di aprire una bottega propria. L’origine dei titoli accademici, la laurea, fu perciò la licenza di insegnare, ancora adombrata nel titolo di “dottore” che conclude ancor oggi i corsi universitari.


La laurea La prova conclusiva dei candidati al titolo di dottore era una lezione tipo o inceptio, tenuta davanti ai maestri della corporazione, proprio come si fa ai giorni nostri con la dissertazione di laurea, al termine della quale il preside della facoltà proclama il candidato uguale ai maestri, capace di insegnare ciò che ha dimostrato di conoscere quanto loro.


La Sorbona di Parigi All’inizio la corporazione degli studenti non aveva edifici propri e perciò doveva chiedere alloggio a un monastero o a una scuola cattedrale che avevano sempre locali destinati all’insegnamento, ma quando il numero degli studenti crebbe, fu necessario provvedere a nuovi edifici. La Sorbona di Parigi nacque per iniziativa di Robert de Sorbon che lasciò una somma di denaro per costruire un collegio in grado di ospitare numerosi studenti di teologia.


Le scuole delle cattedrali Nel XII secolo l’importanza delle cattedrali divenne massima come centro pulsante della vita religiosa di ogni città: le scuole annesse alla cattedrale ebbero analogo impulso, divenendo tanto importanti da vivere di vita autonoma, come accadde per le università di Parigi e di Orléans. A differenza di quanto avvenne in Italia, nelle università francesi finirono per prevalere i maestri, e perciò il rettore era nominato da loro. Si può affermare che la vita studentesca fu più turbolenta in Italia proprio in forza del maggior potere che avevano gli studenti e dove era perciò possibile che avvenisse l’abbandono da parte di un maestro che si trasferiva altrove portandosi dietro un codazzo di studenti: l’università di Padova nacque nel 1222 da una secessione di alcuni insegnanti di Bologna che, stanchi della turbolenta vita bolognese, si trasferirono aprendo il nuovo studio.


Le città universitarie La presenza di tanti studenti forestieri ha condizionato lo sviluppo urbanistico di Bologna e Padova: poiché mancavano gli alloggi, i proprietari delle abitazioni ottennero di occupare una parte della strada costruendo un portico che permetteva il transito dei passanti, e sopra il portico era costruita una stanzetta con letto, tavolo, sedia e un lume: il tutto veniva affittato allo studente per la durata degli studi. Le fonti sono ricche di notizie circa disordini e tafferugli creati dalla presenza di studenti nelle città medievali, con pestaggi e successive pacificazioni tra la corporazione degli studenti e le autorità cittadine, che a volte si dimostrarono tanto intolleranti da far emigrare la corporazione studentesca verso città più compiacenti.


Chiesa e Stato di fronte alle università Verso l’anno 1200 il re di Francia Filippo Augusto, e più ancora il papa, presero sotto la loro protezione l’interessante movimento universitario. In quell’anno Filippo Augusto riconobbe con decreto la corporazione degli studenti di Parigi e dei loro maestri, rimproverando il prevosto (il capo della polizia) per aver attaccato un albergo di studenti tedeschi, causando la morte di alcuni di loro: il re stabilì che gli studenti stranieri dovevano ricevere giustizia e protezione per i loro averi sottraendoli alle corti giudiziarie ordinarie. Nel 1215 il legato pontificio pubblicò a Parigi un’ordinanza che stabiliva il curriculum delle facoltà delle arti e di teologia; nel 1231 il papa estese all’università di Parigi il privilegio di riconoscere la validità legale dei diplomi che essa erogava.


Oxford Il motivo per cui Oxford divenne la prima università inglese non è conosciuto: non era sede di cattedrale e non eccelleva per alcun altro titolo sulle città inglesi del tempo, molte delle quali erano assai più idonee ad accogliere quell’importante istituzione: forse il motivo va cercato nella convenienza di tener lontani dalla capitale i sempre turbolenti studenti, come fece Venezia che li confinò a Padova, o Milano che li confinò a Pavia fino a tempi recenti.



13. 7 Cronologia essenziale



1060 Nasce Irnerio il maggiore dei glossatori di Bologna.


1088 A partire da questo anno a Bologna si sono tenuti ininterrottamente corsi di diritto romano.


1140 Graziano pubblica a Bologna la Concordantia discordantium canonum, il testo di base per la codificazione del diritto canonico.


1160 Nasce l’università di Montpellier.


1202 Leonardo Fibonacci pubblica il Liber abaci, il primo trattato di matematica dell’occidente.


1222 Nasce l’università di Padova da una secessione di studenti e professori dell’università di Bologna.


1224 Per iniziativa di Federico II è creata l’università di Napoli.


1231 Il papa riconosce la validità legale dei diplomi dell’università di Parigi.



13. 8 Il documento storico



A differenza di quanto accade ai nostri giorni, i maestri medievali erano tenuti a completare il programma. Se perdevano tempo, erano pesantemente multati. Infatti, gli studenti non aspiravano a un sapere teorico, in qualche modo disinteressato, bensì a impadronirsi della tecnica giuridica, da applicare subito all’esercizio della professione. Il documento che segue, dell’Università di Bologna nell’anno 1252, fa riferimento all’insegnamento del Decretum di Graziano.



“I dottori di diritto canonico devono attenersi al seguente programma: per la prima parte del Decretum devono giungere fino alla distinctio 23 (che riguarda l’elezione e l’ordine del pontefice, dei vescovi e degli altri ecclesiastici) entro il mese di Ottobre, e i giorni utili sono 16; per la seconda parte del Decretum devono giungere fino alla causa 2, questio 4, in fine (che è dopo la 5 e riguarda la questione matrimoniale). Alla fine di Novembre i dottori devono essere arrivati alla distinctio 40 (che riguarda la funzione sacerdotale e la giudicabilità del papa) per la prima parte e alla fine della causa 2 (sul diritto di accusa) per la seconda parte. Alla fine di Dicembre bisogna essere giunti alla distinctio 51 (ordine sacerdotale e immunità vescovili) per la prima parte e alla fine della causa 3 (questioni testimoniali) per la seconda parte: i giorni utili sono 13. Alla fine di Gennaio deve essere raggiunta la distinctio 80 (sedi vescovili e patriarcali) per la prima parte e la causa 6 (giurisdizione ecclesiastica) per la seconda parte: i giorni utili sono 21. Alla fine di Febbraio deve essere terminata la lettura della prima parte del Decretum, fino alla distinctio 101 (privilegi dei vescovi metropolitani); per la seconda parte bisogna arrivare alla fine della causa 8 (giurisdizione ecclesiastica): i giorni utili sono 18. Alla fine di Marzo bisogna giungere alla causa 12 (diritto testamentario) per la prima parte, e alla fine della causa 17 (giurisdizione penale) per la seconda parte: i giorni utili sono 21. Alla fine di Aprile i dottori di diritto canonico devono aver raggiunto la causa 13, questio 2 (diritto penitenziale) per la prima parte, e la fine della causa 28 (diritto matrimoniale) per la seconda parte: i giorni utili sono 10, dopo la Pasqua. Alla fine di Maggio deve essere raggiunta la causa 16, questio 6 (proprietà ecclesiastica) per la prima parte, e la fine della causa 31 (diritto matrimoniale): i giorni utili sono 17. Alla fine di Giugno si arriva alla causa 22, questio 2 (mendacio e spergiuro) per la prima parte, e alla fine della causa 32, questio 4 (giurisdizione penale) per la prima parte, e alla distinctio 2 del trattato de consacratione (il sacramento dell’Eucaristia): i giorni utili sono 22. Alla fine d’Agosto si perviene alla causa 24 (giurisdizione antiereticale) per la prima parte e alla fine del Decretum per la seconda parte.


E se qualcuno dei dottori di diritto canonico non sarà arrivato al primo punto, subirà una pena pecuniaria di tre libbre; se non sarà arrivato al secondo punto, dopo aver terminato il primo, pagherà una pena di cinque libbre bolognesi. Se non sarà arrivato al terzo punto, pagherà una pena di dieci libbre bolognesi, di lì in avanti subirà la pena di dieci libbre bolognesi per ciascun punto non portato a termine. E, superata la cifra di venticinque libbre bolognesi, sia tenuto a depositarne altrettante. Non potrà ricevere lo stipendio, se prima non avrà esaudito la pena e non avrà fatto il sopraddetto deposito. Nessun dottore può avere immunità, perché da solo o per mezzo di un supplente può rispettare la regola dei punti”.



Fonte: Università e studenti a Bologna nei secoli XIII e XIV, a cura di C. DOLCINI, UTET, Torino 1988, pp. 47-48.



13. 9 In biblioteca



Fondamentale il libro di C.H. HASKINS, La rinascita del dodicesimo secolo, il Mulino, Bologna 1972; per la nascita dell’Università ottimo il volume di G. ARNALDI, Le origini dell’università, il Mulino, Bologna 1974; e di J. VERGER, Le università del Medioevo, il Mulino, Bologna 1983. Per i problemi della scuola si consulti di P. RICHE’, Dall’educazione antica all’educazione cavalleresca, Mursia, Milano 1970. Per la storia della filosofia medievale è fondamentale di E. GILSON, La filosofia nel Medioevo, la Nuova Italia, Firenze 1978. Una vera miniera per la storia letteraria è di E.R. CURTIUS, Letteratura delle letterature, il Mulino, Bologna 1983.