La proprietà considerata nei suoi principi generali.

Morale: contraccezione, dissenso...

Di P. L. Taparelli d'A. S.J. . Dunque le forze e il loro uso sono proprietà conceduta all'uomo per conservare la propria esistenza, e per eseguire la missione impostaci sulla terra dalla Provvidenza. Quindi vedete che la persona è cosa tutta di Dio; che le forze e il lavoro materiale, il quale altro non è che l'esercizio di codeste forze, è essenzialmente proprietà della persona obbligata ad impiegarle per la doppia sua missione; e che il frutto materiale di codeste forze appartiene ugualmente alla persona, dovendo principalmente servirle pel sostentamento, e secondariamente per opere di perfezioni morali.

LA PROPRIETÀ CONSIDERATA NEI SUOI PRINCIPII GENERALI
«La Civiltà Cattolica», 1857, a. 8, Serie III, vol. V, pp. 547-565.

DIALOGO SECONDO

Scoccavano le dieci all'orologio di S. Genoveffa quando il signor L… entrava in bottega; e chiedendo ad alta voce una tazza di caffè s'incamminava all'appartato suo gabinetto, ove il cavalier F… ansioso di rinnovare il filosofico intertenimento già l'avea preceduto, e stava percorrendo il primo giornale cadutogli fra le mani. Come vedete, disse il Cavaliere, son puntuale anch'io. Questa volta per altro la puntualità non è per me meritoria. Sfaccendato come vivo in Parigi, ed incalzato dallo sprone della curiosità e dalla piacevolezza di vostra conversazione, non mi par vero d'aver a passare questa oretta con voi. Tanto più che, qualunque sia l'affetto mio verso la religione dei miei padri, debbo confessare di averne poco studiate le attinenze col mondo civile. Voi altri Francesi avete in tal materia un vanto che non possiam disputarvi. Voi quando siete cattolici non date un passo per le teorie del mondo materiale, che tosto non vi ingegniate di piantarvi quasi per biffa una croce.
Acc. Voi lo dite un vanto, ed io sarei tentato di dirlo una sventura. Assaliti, inondati, invasati in ogni fibra sociale dalla miscredenza dei razionalisti, noi ci troviamo costretti a far di tutto per difenderci: e poichè la miscredenza altra ragione non conosce che gl'interessi materiali, con questi abbiam dovuto porla alle strette se volemmo convertirla o almeno confonderla. Di che avviene che molti eziandio di coloro che vivono poco cristianamente, pure se ritengono la fede, sono costretti a bene studiarla. Così voi studiate meno la religione, ma la praticate più; noi talora conosciam bene la religione senza praticarla.
Cav. Eh via, non vi abbassate tanto; chè cattolici praticanti non mancano in Francia. Ad ogni modo poichè meditaste la religione in ordine alla Economia Sociale, non vi sia grave di darmi quelli schiarimenti che intorno alla proprietà vi frullavano ieri per la testa quando l'orologio ci separò.
Acc. Vi dicea ieri non darsi teoria compiuta intorno alla proprietà, se non si ricorre ai principii della rivelazione. Non già che anche naturalmente la proprietà non apparisca un diritto sociale: ma questo diritto si ravvolge tra tante ambagi di sofismi e di passioni, che se la religione non ci conforta, il laberinto diviene inestricabile. Entriamovi, se vi piace, per un momento, e contempliamolo; e prima ditemi che cosa intendete voi per proprietà?
Cav. Già si sa: quando diciamo l'uomo è proprietario d'una cosa, intendiamo dire che egli ha il diritto di disporne ad esclusione d'ogni altro: il che val quanto dire, che egli può o usarla per sè, o donarla ad altrui, o rivendicarla se altri gliela tolga. Insomma la proprietà stabilisce una specie di vincolo, per cui metaforicamente sogliam dire che la roba è legata perpetuamente al suo padrone: res clamat ad dominum.
Acc. Egregiamente. Dunque cercare filosoficamente come nasca il diritto di proprietà vale altrettanto che cercare le cause intrinseche e naturali per cui la ragione umana ravvisa un certo ordine tra la cosa e il suo padrone: ordine che alla ragione stessa deve imporre un legame, cui se ella infranga, senta di aver offeso un'autorità a lei superiore, e però da lei inviolabile. Vi par chiaro?
Cav. Che difficoltà può esservi? Fin qui non abbiamo fatto altro che rammentare ed accettare le universali e ricevutissime idee di proprietà e di diritto.
Acc. Appunto; e queste, come vi disse ieri nell'accademia il Cousin, sono sempre le migliori. Ma accettate queste, voi che siete cattolico già dovete scorgere che fuor del Cattolicismo la proprietà vacilla.
Cav. Io non sono così perspicace come voi, e però la conseguenza mi sembra, a dir poco, precoce.
Acc. Scusatemi, il non iscorgerla è pura inavvertenza. Non abbiam noi detto che il diritto di proprietà dee nascere da un ordine superiore all'uomo, e capace di vincolarlo con la obbligazione? Or qual è quell'ente superiore all'uomo che può costituire quest'ordine, se non Dio solo, autor del creato? Dunque la cognizione e riverenza a quest'ordine dee nascere dalla cognizione e riverenza verso Dio: la quale finalmente altro non è che la religione. Dunque fuor della religione il diritto di proprietà necessariamente vacilla.
Cav. Or come va che tanti e tanti dei vostri filosofi e uomini di Stato pur s'ingegnano di far capaci del loro torto i comunisti senza punto ricorrere alla Religione? Il Thiers per esempio in quel libro De la Propriété, pubblicato appunto tra i palpiti del 1848, dice francamente che se parla di Dio, lascia al lettore di nominarlo Caso, Fatalità, o qual altro sia l'autor del mondo. Ce Dieu que je nommerai comme il vous plaira, Dieu, fatalité, hasard, auteur enfin quel qu'il est, auteur des choses.
Acc. Bravo! Cavaliere: la citazione è opportunissima in favor mio. Purtroppo è vero che i nostri pubblicisti, e il Thiers in particolare, hanno ancora il ticchio volteriano di sostenere e la proprietà e la società senza Dio. Ma, poveri ciechi! l'esito delle loro prove fa compassione, e mostra appunto la necessità della Religione, se si vuol difendere davvero la proprietà. Ricordatevi infatti la continuazione di quel capitolo stesso, ove l'esdeputato fa all'ateismo codesta concessione; e vedrete com'egli stesso sentiva il debole della sua dottrina, e come ricorreva ad una canna per puntellarla. «Che mi parlate voi (tale è l'obbiezione ch'Egli stesso si propone) che mi parlate voi della disuguaglianza stabilita dalla natura nell'universo? Se la natura ha stabilito delle disuguaglianze che mi rendono inferiore ai Rotschild e ai Lafitte, la natura stessa mi ha dato un buon braccio con cui saprò ben io tornarmi alla naturale uguaglianza. L'argomento dunque dedotto dalla disuguaglianza naturale, datelo a bere a chi vuol trangugiarselo». Tale è in sostanza l'obbiezione.
Cav. Or come ci risponde il Thiers?
Acc. Risponde prima ricorrendo a quel Dio Caso, a quel Dio Fatalità, a quel Dio indeterminato che ha stabilito e le disuguaglianze e le forze ragguagliatrici: il quale, dice, non vuole che si tolga altrui il frutto delle sue fatiche da quell'invidioso che vorrebbe usurparne la superiorità: bell'argomento davvero per frenare l'artiglio ad un comunista! Poi ricorre all'interesse della società, mostrando che anche il comunista ci guadagna, se lascia al ricco la facoltà di trasricchire. Per trasricchire, dice, il ricco dovrà crescere la produzione: l'aumento di produzione fa più ricca la società: l'arricchimento della società ridonda in bene di tutti i cittadini. Dunque tutti i cittadini anche comunisti debbono rispettare la roba di quel ricco.
Cav. (ridendo) Ah! ah! ah! E quel dabben uomo si dava a credere di persuadere così i comunisti! E parlava così accanto a quella Inghilterra, dove da due secoli crescono in proporzioni uguali la colossale ricchezza dei capitalisti e la cenciosa fame dei proletarii. Davvero che codesto è un fare a fidanza coll'altrui dabbenaggine!
Acc. Ma, caro mio, la fame e la cupidigia dei comunisti non beono sì grosso: e state certo che se quegli scellerati non ci assassinano, lo dobbiamo piuttosto all'argomento del boia, che a quello del Thiers. È impossibile, è impossibile che senza l'idea d'un Dio vero, vivo, personale, un uomo e molto più un intero popolo vinca la cupidigia e l'invidia per una vaga idea di convenevolezza, di equità, di diritto.
Cav. Bene sta. Ma altro è religione in generale, altro Cattolicismo. Di questo dovete parlarmi se volete dimostrare la vostra tesi.
Acc. Lo so; ed appunto per questo vi ho ricordato da prima che siete cattolico. Se parlassi con un razionalista, con un eterodosso, essendo per costoro cose distinte, religione e cattolicismo; dovrei innanzi tratto mostrargli la nullità, l'erroneità, l'incertezza di sue dottrine; e poi argomentare che da principii incerti od erronei nascerà sempre vacillante la conseguenza della riverenza al diritto di proprietà. Ma ragionando con un cattolico, codesta premessa si suppone nota per sè; e tutto il raziocinio si compendia in due parole: «Voi sapete che fuor del Cattolicismo la religione non può essere né vera per dottrina, né popolare per universalità, né sacra per adesione di fede. Dunque la riverenza alla proprietà che forma parte della religione, mancherà fuori del Cattolicismo e di soda persuasione per gl'intelletti, e di consenso sociale che la conforti, e di fede soprannaturale che la santifichi».
Cav. Dite bene, carissimo; e così veggo spiegarsi quel fenomeno che è proprio dei cattolici; la prontezza cioè a riparare i danni, a restituire l'altrui, a rompere i contratti usurai ecc., di che fra noi sono sì famigliari gli esempii.
Acc. Verissimo. Ed osservate che codesti esempii allora spesseggiano, quando più vivamente s'inculcano al popolo le idee religiose; in occasione per esempio di missioni, di precetto pasquale, di pericoli di morte e simili. In codeste occasioni, al cuore compunto, e alla ragione non pervertita da passioni presentasi in tutta la sua maestà l'Ordinatore supremo; e dopo avere intimato: Io sono il Signore Dio tuo, soggiunge imperiosamente: Non rubare, anzi non desiderare neppure la roba d'altri. Qual meraviglia che da un cuor credente una tale autorità ottenga sì agevolmente ciò che da un incredulo anche con sottili e prolissi ragionamenti stentatamente potrebbe appena capirsi, non che praticarsi? All'opposto a misura che ingagliardiscono i principii eterodossi, non solo divengono poco men che assurdi, non che rarissimi, gli esempii di restituzioni e riparazioni volontarie, ma il furto acquista delle misure colossali, monta per gli scaloni, entra nei salotti, accende cupidigie che nella loro agiatezza dovrebbero esser sazie, immagina nuove arti di trufferia, osa nuovi mostri di tradimento, da far perder la bussola e mettere alla disperazione ogni ricchissimo banchiere, che ormai più non saprà a chi fidare le sue ragioni e lo scrigno. Voi sapete i fatti deplorabili che udiamo ogni giorno (1).
Cav. Fatti veramente deplorabili! Ma in verità se continuano, saranno argomenti da persuadere ad ogni banchiere la necessità della religione meglio che cento sillogismi del Dottor Sottile.
Acc. Oh! sì, sì: quando si tocca la borsa, non c'è più sofisma che tenga: aprono gli occhi anche i ciechi e si picchiano il petto anche gl'increduli. Vi ricordate come erano cambiati dopo il 2 Decembre i Débats e la Revue des deux mondes? Allora cominciavano ad avvedersi che il prete è buono a qualche cosa anche per gli economisti, e che senza autorità il popol non si conduce. E notate che il procedere in tal guisa per via d'autorità procaccia alle dottrine fra i cattolici quella universalità, quella popolarità, senza la quale la riverenza alla proprietà perderebbe la massima parte dei suoi vantaggi. Che m'importa che sia rispettata la proprietà dalle persone più colte ed istruite, cui la loro condizione sociale dovrebbe quasi francare dalle tentazioni di furto? Vero è che anche costoro talora, quando si può rubare all'ingrosso, abbisognano di tutela contro la cupidigia. Ma tali occasioni sono rare: la tentazione del furto è tentazione, ordinariamente parlando, di persone volgari e bisognose. Or qual trovate voi, fuori del Cattolicismo, religione ragionevole insieme e popolare? Vedete dunque che il fatto e la natura delle cose ci dimostrano concordemente che fuor del Cattolicismo, il diritto di proprietà non otterrà mai quella riverenza soda, universale e religiosa che ottiene tra i cattolici.
Cav. Vi ringrazio, carissimo, di queste gravi osservazioni. Vi confesserò peraltro candidamente che esse mi sembrano uscire dallo steccato in cui credeva che voleste racchiudervi. Voi mi avete provato che la religione è utile alla proprietà come ad ogni altra istituzione sociale. Or io non chiedeva codesta generalità di dottrine: avea sperato che entraste un po' più a dentro nelle teorie economiche, e in queste precisamente mi faceste ravvisare le influenze della dottrina cattolica per correttivo e perfezionamento degli economisti eterodossi.
Acc. E sì; tale appunto era il mio divisamento. Ma voi sapete quel che accade a chi visita un bel palazzo: la facciata, l'atrio, lo scalone hanno tal bellezza, che nel contemplarli perde quel tempo che già sarebbe scarsissimo ad osservare studiosamente i tesori di pitture, sculture, gallerie e musei, biblioteche e giardini che entro richiamano la visita dei curiosi. E non pare a voi infatti che per un uom di Stato, e anche per un uom di finanze, il solo veder la religione che stende il suo manto a proteggere e l'erario del fisco, e lo scrigno dei privati, e i diritti d'ogni maniera intorno alla ricchezza, sia già considerazione degnissima e consolantissima? Cionondimeno entriamo pure come bramate, e come era mio primo disegno, nelle considerazioni più intime della teoria economica: e per non pericolare di distrarmi nuovamente in episodi, ditemi voi stesso come nasce, al parere degli economisti, il diritto di proprietà.
Cav. Di proprietà delle terre?
Acc. Cominciate pur da questa se così vi piace; chè da questa è facile il risalire ai principii più universali.
Cav. Questa mi ricordo che dal Rossi viene fondata sopra quel principio così noto, che colla coltivazione della terra l'uomo consolida, per dir così, nella zolla le sue fatiche, i suoi sudori. Or chi si risolverebbe a sudare sul solco, se il primo arrivato potesse mieterne i frutti (2)?
Acc. Benissimo. Qui dunque due argomenti si apportano: 1°L'uomo ha diritto ad appropriarsi la terra perchè la giustizia vieta di rapirgli i suoi sudori: 2° È interesse della società che all'uomo non si rapiscano i suoi sudori, perchè altrimenti non coltiverebbe la terra. Anche il Bastiat ricorre al medesimo argomento: toglier la proprietà a chi ha lavorato per farne parte all'ozioso, é una disuguaglianza ingiusta, è una distruzione d'ogni attività: c'est de toutes les inégalités la plus choquante; en outre, c'est la destruction de toute activité. Esaminiamo il primo di questi argomenti: esso si fonda, come vedete, sopra due altri principii; giacché non potrebbe asserire essere ingiusto di spogliar l'uomo di quei sudori ond'egli innaffiò la sua zolla, se non presupponesse ch'egli ha dritto ad occupar quella zolla, e che quei sudori son suoi: se non presupponesse insomma fra gli uomini e il dritto di soggiogare la natura, e la naturale indipendenza dell'uno dall'altro. Or questa naturale indipendenza, negata universalmente nel mondo pagano coll'istituzione della schiavitù, e questo diritto di soggiogar la materia, negato oggi dal comunismo che lo taccia di usurpazione, sperereste voi di stabilirli sodamente e praticamente nel mondo moderno, se non venisse a confortarvi la religion rivelata?
Cav. E che? Non basta dunque la ragione per convincerci che gli uomini son superiori alla natura, e sono fra loro indipendenti?
Acc. No, che non basta. E in quanto all'indipendenza (incominciamo da questa) ve l'ho detto, e ve l'ho provato col fatto della schiavitù; e potrei aggiungervi anche delle autorità di filosofi, con le quali alcuni credono di mostrare che in altri tempi si distinsero gli uomini in due classi, gli uni nati al comando, gli altri alla schiavitù. Or per codesta seconda classe, che valore avrebbe per appropriarsi il terreno quella ragione: «Questa zolla è intrisa dei miei sudori?» Se tu sei mio, risponderebbe allo schiavo il padrone, miei sono i tuoi sudori, mia la zolla che ne fu fecondata. All'opposto quando la rivelazione c'insegna quell'unìtà di famiglia che stringe tutto il genere umano, allora l'indipendenza scambievole tra fratelli è radicata in un fatto universale e universalmente riconosciuto, e il raziocinio dedotto dai miei sudori comincia ad avere qualche forza.
Cav. Cionondimeno vi confesserò, schiettamente che codesta uguaglianza storica molto più mi piacerebbe, se coll'evidenza me la rendeste filosofica confortandola coll'intrinseca natura delle cose, anzichè raccomandarla alla pura autorità dei documenti.
Acc. Appunto alla natura intrinseca delle cose voleva io poscia ricorrere, spiegandola cogl'insegnamenti della Fede, senza i quali anche la natura delle cose, quanto all'ottenere riverenza in pratica, sarebbe fiacchissima. Argomentate pur quanto vi piace dall'identità di natura alla uguaglianza civile; sempre vi troverete a fronte lo scoglio inevitabile delle disuguaglianze individuali. Voi direte: «una è la natura; dunque gli uomini sono uguali»; gli altri risponderanno: «diversi sono gli individui; dunque gli uomini son disuguali». Osereste voi negare la costoro premessa?Osereste negare al Cousin la natural disuguaglianza e gerarchia tra gli uomini? La religione batte una via molto più sicura, considerando non l'uguaglianza relativa, ma l'intima natura e il destino essenziale di tutti gli uomini. L'uomo, dice, è creato per Dio, è cosa tutta di Dio, il quale lo volle suo conoscitore, suo glorificatore: la grand'opera dell'uomo su questa terra deve impiegarsi nel conoscere, nel glorificare, nel servire quell'Eterno Signore, che a tutti gli uomini personalmente impone, creandoli, questo dovere medesimo. Tutti dunque sono obbligati ad adempierlo in sè medesimi, tutti a riverirne il diritto in altrui. Ma il compiere questa missione sulla terra esige l'uso delle forze personali, sì per conservare l'esistenza, sì per esercitare le funzioni di glorificatore di Dio, importantissimo fra tutti i doveri dell'uomo. Dunque le forze e il loro uso sono proprietà conceduta all'uomo per conservare la propria esistenza, e per eseguire la missione impostaci sulla terra dalla Provvidenza. Quindi vedete che la persona è cosa tutta di Dio; che le forze e il lavoro materiale, il quale altro non è che l'esercizio di codeste forze, è essenzialmente proprietà della persona obbligata ad impiegarle per la doppia sua missione; e che il frutto materiale di codeste forze appartiene ugualmente alla persona, dovendo principalmente servirle pel sostentamento, e secondariamente per opere di perfezioni morali.
Cav. Ma con tal raziocinio, col rendere inalienabili le forze umane, voi abolite di pianta l'Economia, abolendo ogni permutazione, ogni servigio, ogni donazione.
Acc. Scusate: altro è dire che le forze debbono fruttare alla persona, altro il dire che essa non può permutare con altri compensi e l'uso delle forze e l'uso dei frutti. Quando ella permuta o l'uno o l'altro, l'uso delle forze torna sempre finalmente in suo vantaggio: egli è come se invece di coltivare un fondo ne avesse coltivato due. Ve lo dicono continuamente gli economisti: io produco vesti, voi producete cappelli: se la metà delle mie vesti io la cambio con la metà dei vostri cappelli, avrò guadagnato ancor più che se avessi divise tra codeste due produzioni le mie forze: perchè attendendo io solo alle vesti, voi solo ai cappelli, produciamo più e meglio: e permutando poscia metà del prodotto, ci ritroveremo più ricchi amendue. È dunque lecita la permutazione volontaria delle opere proprie e dei proprii lavori; non ne è lecita la coazione e la rapina. L'uomo destinato qui sulla tetra a compiere una missione, di cui le sue forze sono strumento, la sua natura è norma, la sua coscienza è regolatrice; è cosa tutta di Dio, né può essere proprietà d'altro uomo: le sue forze sono proprietà della persona, e a servigio della persona è destinato il frutto dell'opera. Tale è l'idea della proprietà che la religione ci somministra partendo dal principio teleologico: la persona umana, come tutto l'universo, è creata per la gloria del suo Dio: principio che nasce dalla natura stessa e di Dio e della creatura.
Cav. Mi piace codesta idea, codesto triplice grado di proprietà. umana: e mi ricorda averne letto il pensiero nel trattato economico del prof. napolitano De Luca (3).
Acc. L'idea è notissima: e poco più, poco meno, vi ricorderete che anche il Thiers muove da questo punto per giustificare la proprietà contro i comunisti; benchè non possa poi risalire al gran concetto cristiano, pel quale l'uomo è cosa di Dio, e ministro dei suoi disegni nell'universo (4).
Cav. L'uomo dunque, proprietà di Dio, è egli stesso proprietario delle sue facoltà, delle opere che esse compiono, dei frutti che dall'opere germogliano: e ne è padrone perchè deve usarne a compimento di quella missione che Dio gl'impose creandolo. Voi giustificate in tal guisa una bella idea del Bastiat nelle sue Harmonies économiques al capo VIII, dove parla di proprieté et communauté. Ivi dandone la definizione: «La proprietà, dice, è il diritto di applicare a sè stesso l'uso delle proprie forze, o di non cederlo, che per l'uso di forze equivalenti». Dal che inferisce che a parlar propriamente, la distinzione tra Proprietarii e Proletarii, rigorosamente parlando, è falsa, tutti gli uomini essendo proprietarii delle loro forze, delle loro opere, dei loro frutti (5).
Acc. La dottrina è innegabile. Ma notate di più che la distinzione di quei tre gradi di proprietà vi aiuterà a distinguere la schiavitù, contraria alla natura, dalla servitù che la natura o comporto, o talora anche impone. La natura non permetterà mai che la persona umana e le sue forze sieno proprietà di altro uomo: ma che la persona disponga, e talora possa essere obbligata a disporre delle braccia e dei prodotti suoi per chi equamente glieli compensa, qui la natura non si oppone; e tutta la quistione si riduce a fissare i limiti del dovere in chi serve, e l'equità della retribuzione in chi è servito. L'opposizione dunque della schiavitù dei Negri verso la legge naturale non è riposta, propriamente parlando, o nella perpetuità o nella gravezza dei servigii che prestano; ma in quell'assoluto arbitrio che se ne arrogano i padroni, scioltisi da ogni debito verso quei miseri di umanità naturale e di cristiana carità.
Cav. Parmi dunque, se ho ben compreso, che la teorica della proprietà riceve, a parer vostro, dal Cattolicismo una base e più naturale e più sacra; più naturale perché dedotta dall'essenza medesima dell'uomo creato per quell'ultimo scopo di glorificare Dio: più sacra, perchè costituito l'uomo in tal guisa con tutte le sue facoltà e le sue opere cosa tutta di Dio, più non può violarsi senza una specie di sacrilegio.
Acc. Appunto. Ed osservate come la religione nell'atto che santifica ed assicura i diritti del lavoro, ne santifica insieme e ne ingagliardisce il dovere. E mentre dice al lavorante: «Il tuo lavoro dee darti il pane»; gli soggiunge tosto: «Se non lavori non hai diritto a mangiare». Osservazione, come vedete, importantissima, per ribattere l'accusa che certi economisti avventano contro la Chiesa, al vederla sì pietosa verso i poveri derelitti. Oh sì, verso questi sventurati, cui manca o forza o lavoro, la Chiesa ha viscere materne. Ma verso gli oziosi e vagabondi… Vi ricordate di quel che scriveva s. Paolo a quei di Tessalonica?
Cav. Veramente non l'ho mai letto.
Acc. Oh! leggetela, leggetela quella seconda epistola, e vedrete come è severa! Gli ammonisce da prima in nome di Cristo che tengano lungi da sè coloro che procedono disordinatamente, e prendano a loro modello l'Apostolo medesimo da cui aveano ricevuto l'annunzio della fede: denunciamus vobis ut subtrahatis vos ab omni fratre ambulante inordinate. E qual è questo disordine di cui si lagna l'Apostolo? Voi sapete, dice, in che dobbiate imitarci: chè non fummo tra voi inquieti mangiando gratis il pane altrui; ma con lavoro e fatica di giorno e di notte facemmo sì di non gravare alcuno di voi per darvi esempio da potersi imitare. Laonde confermiamo per lettera ciò che a voce dicevamo, che se taluno non vuol faticare, e costui non mangi. E a coloro che sfaccendati e curiosi disturbano i fedeli, raccomandiamo in nome di Cristo che si dieno al silenzio, e al lavoro, se vogliano mangiarsi il loro pane (6). Come vedete se il Cattolicismo è giusto nel volere retribuito il lavoro, è giusto ugualmente nel voler meritata la mercede. Ed appunto perchè egli è severo nell'intimare all'operaio il debito del lavoro, appunto per questo dee poi essere severissimo nel difendere al lavoro il diritto alla mercede. Oh sì! la Chiesa è terribile nell'annunziare ai fedeli che il negare la mercede all'operaio è peccato che grida vendetta dal Cielo. E per questa stessa ragione lo spirito del Cattolicismo non saprà mai acconciarsi alla facilità con cui certi Governi per commodo dello Stato vanno a pescare nelle borse private, pigliando da questo per dare a quello, come se dessero del proprio.
Cav. Questa vostra osservazione mi fa comprendere più evidentemente il pericolo di un certo equivoco che notai altra volta leggendo una proposizione che a prima vista mi parea giustissima. La proposizione era questa. «Non deve il diritto di proprietà essere secondo gli uomini come individui, ma sibbene secondo i veri interessi di tutta la comunità» (7).
Acc. Eh! sentite: la proposizione può avere un senso giusto, giacchè non può negarsi che la proprietà dei privati debba da essi medesimi coordinarsi al pubblico bene in modo che almeno non vi ponga ostacolo. Se un privato volesse infettare l'aria di una città coltivando nelle vicinanze risaie o prati irrigatorii; è chiaro che mancherebbe al debito di carità. L'autorità dunque, che vuol salvo a ciascuno il suo, non solo ha il diritto, ma il dovere di regolare codesto proprietario, e vietargli la coltura nociva.
Cav. Dite benissimo: ma voi ben vedete che tale ordinamento presuppone la proprietà privata già preesistente come vero diritto dell'individuo; non potendo regolarsi ciò che non preesiste. Ora la proposizione censurata in questo apparisce equivoca, in quanto sembra escludere il diritto degl'individui, appoggiandosi unicamente agl'interessi della comunità. La dimostrazione cattolica data da voi precedentemente guida a dottrina totalmente contraria. Se la proprietà nasce dalla natura dell'uomo; se l'uomo prima ci comparisce nell'individuo e nella famiglia, e poi contemplasi finalmente nella società pubblica maturata da quei germi, questa non può nel costituirsi far man bassa su i diritti preesistenti: dee bensì coordinarli, ma dee rispettarli. Il diritto dunque di proprietà prima dee mirarsi nell'individuo; poi coordinarsi nella società di molti individui secondo la giustizia a cui sono obbligati gl'individui medesimi.
Acc. Oh qui non c'è dubbio: se la società stessa è un aiuto della persona a conservare i suoi diritti, come potrebbe mai la sua proprietà maneggiarsi a danno dell'individuo? Purtroppo la statolatria moderna ha abolita la personalità dell'uomo, per assorbirne tutti i diritti, quasi l'uomo fosse per la società e non la società per l'uomo. Ma già lo sapete; codesto Stato oggidì adorato è una vera palingenesia della Patria, idolo un tempo del Paganesimo. La rivelazione ci parla tutto altrimenti: e il Creatore nell'atto appunto di formare la prima famiglia, germe di ogni altra società, ce lo disse a chiare note: Faciamus ei adiutorium. L'uomo isolato ha bisogno di aiuto, abbiasi dunque una compagna; e così la persona viene associata per suo aiuto; la società è aiutorio della persona. Quanto sarebbe dunque contrario all'intento del Creatore che l'individuo venisse spogliato del frutto dei suoi sudori, coi quali dovrebbe sussistere, per dare al corpo politico splendore e grandezza? Certamente ogni cittadino ha il debito di concorrere ai bisogni (ma badate, veri bisogni) della società in cui vive; e così il governante ha il dovere e il diritto di ripartire equamente sopra di tutti le spese veramente necessarie. Ma quando, senza tener conto di tal vero bisogno, ogni capriccio dell'amministratore corre a sfogarsi nella borsa dei sudditi; allora costui non è equo distributore, ma vero rapitore dei sudori e dei frutti personali dei sudditi suoi. Ed appunto contro costoro la tutrice d'ogni diritto, e specialmente dei più deboli, Chiesa santa, fulminava altre volte ogni anno una scomunica con quella Bolla sì bistrattata che nomavasi In coena Domini.
Cav. Questo che mi dite mi ricorda un tratto curioso rammentato dal Montalembert in quella sua bellissima vita di S. Elisabetta. Il Landgravio di Turingia suo marito avea imposta certa gravezza che dovea somministrare le spese alla mensa del Principe. Corrado di Marborgo, confessore di lei che avea parlato senza riguardo contro tale balzello, le proibì di mangiare alcuno di quei cibi ch'ella non sapesse esser pagati dal principe col proprio danaro, affinchè ella non mangiasse i sudori dei suoi sudditi. E la santa regnante non solo obbedì ella stessa, ma fece il possibile per indurre il marito a risparmiare i sudori del povero, e non imbandirli sulla mensa del ricco (8).
Acc. Or vedete! Tale appunto è lo spirito del Cattolicismo ; riverenza ai sudori della persona, e tanto maggiore, quanto la persona è più povera. Oh! se con tal principio procedessero tutti i pubblici amministratori! oh! no! non si vedrebbono certi municipii rapire coi dazii ai poveri campagnuoli il sudore dei loro prodotti, e crescere così il prezzo delle derrate alla povera plebe, per fabbricare un teatro, per abbellire un passeggio, per procacciar cannoni alle fortezze italianissime, per isprecare in una solennità di lusso quel frusto di pane che dovea sdigiunare il poverello con la sua famiglia (9)? Ma veggo che le applicazioni ci portano fuor di strada…
Cav. No, no, carissimo: le applicazioni lungi dal trasviare, confermano e spiegano la teoria. Cionondimeno torniamo pure a bomba, se così vi piace; e continuate ad aggiungere ciò che vi rimane intorno ai vantaggi che il diritto di proprietà trae dal Cattolicismo. Ma prima ricordatevi che mi avete lasciato creditore in un punto di somma rilevanza. Due presupposti voi notaste assumersi dal Rossi come base del raziocinio, con cui dimostra la proprietà, cioè che l'uomo ha diritto ad occupar la terra, e che è assolutamente padrone dei sudori ch'egli vi sparge. Per dimostrarmi questa padronanza adduceste il grande argomento dell'esser egli cosa tutta di Dio, a cui, come a suo fine, egli è ordinato. Toglierlo a cotesto suo fine è nel tempo stesso spietatezza contro la natura umana, e sacrilegio contro la padronanza del Creatore. Rimane adesso che mi dimostriate le influenze del Cattolicismo nell'autenticare l'occupazione delle forze naturali. E voi vedete quanto importa il porre in sodo anche questo diritto, dopochè la rivoluzione o il comunismo hanno gridato con quanto ne avean in gola, la natura materiale non essere occupabile, poichè ciò che dall'uno si usurpa, vien tolto alla nazione o al genere umano natural padrone di tutta la terra.
Acc. Veramente non so quanto vi sia bisogno di tal dimostrazione, dopo aver provato che l'uomo è non pur autorizzato a lavorar per diritto, ma obbligato a lavorare e per dovere e per castigo. È egli possibile il lavorare senza una materia, intorno a cui si adoprino le forze? Quando dunque la Scrittura destina l'uomo al lavoro, lo autorizza contemporaneamente ad occupare una materia: e concedendogli il diritto di trarne il proprio sostentamento, viene ad assicurargli la proprietà dell'occupato. Cionondimeno, se volete trovare anche più esplicita nella Scrittura l'occupabilità delle cose materiali, leggete il Genesi, e ce la troverete perpetuamente congiunta coll'altro principio finor dimostrato: «La fatica è proprietà del faticante». Infatti usciva appena dalle mani del Fattore eterno la sua viva immagine, e tosto veniva investita della padronanza di quanto è sulla terra a condizione di lavorarvi: replete terram et subiicite eam et dominamini (10): e nuovamente poco appresso questa padronanza vien connessa coll'opera usata dall'uomo nel coltivare la terra: posuit eum in paradiso voluptatis ut OPERARETUR ET CUSTODIRET illum (11). Prevarica l'uomo, e viene spogliato di quella ricca eredità: ma se nel bandirlo dall'Eden gli s'impone qual pena di operare la terra; gli si concede però insieme il diritto di trarne il sostentamento: emisit eum Dominus Deus de paradiso voluptatis ut operaretur terram; in laboribus comedes: in sudore vultus tui vesceris pane (12). Così parla il Genesi, e voi vedete esser codesta una conferma evidente del dritto che ha l'uomo di appropriarsi le cose materiali.
Cav. Ma che risponderemo noi dunque al comunista, che da cotesti medesimi testi volesse inferire, la terra esser donata a tutto il genere umano, e al genere umano usurparsi da chiunque vuole appropriarsela?
Acc. La risposta non mi sembra difficile. Se il dominio dipende dall'averla lavorata, falso è che tutto il genere umano la possieda finchè non vi sparse i suoi sudori. Il primo adunque che l'occupò lavorandola, a niuno la tolse, giacchè niuno ancora se l'era appropriata. Distinguano i comunisti il diritto di acquistare una cosa (che è un dominio in potentia) dal diritto di ritenerla (che è un dominio in atto): e vedranno che il Creatore quando concedette il diritto di occupare, negò per questo stesso l'universal dominio di tutti gli uomini. Se a queste autorità voi aggiungete i due comandamenti che vietano, non che il prendere, perfino il desiderare la roba d'altri, capirete che codesta roba, codesta materia che viene detta d'altrui, non può essere proprietà di tutto il genere umano. Concludo dunque che la dottrina cattolica assicura ad un tempo e l'occupabilità della materia, e l'inviolabililà della fatica. E l'uno e l'altro di codesti principii sempre appoggiasi all'assioma della finalità; vale a dire sull'avere il Creatore destinata la natura materiale a sussidio dell'uomo, come destinò l'uomo all'adorazione di Dio.
Posta poi l'occupabilità della materia, e l'inviolabilità del lavoro, voi vedete confermata evidentemente contro i Livellatori democratici la naturale disuguaglianza asserita ieri, come voi mi diceste, dal Cousin, e contrapposta alle teorie lambiccate, con volevasi appoggiare il diritto di proprietà sopra una pretesa uguaglianza universale.
Cav. Oh! questo il Cousin lo disse chiaro chiaro: loin d'etre l'exception, c'est la règle générale que le travail diffère d'homme à homme (13).
Acc. Ottimamente. Or se il lavoro differisce, sia per valor d'ingegno, sia per robustezza di braccio, sia per assiduità di diligenza, sia per felicità d'occasioni; è chiaro che ne differirà anche il frutto. Ma il frutto, secondo il principio da noi stabilito, appartiene all'operante. Dunque che occorre cercare altre ragioni per giustificare le disuguaglianze, o andar sofisticando per negarle? Le condizioni son disuguali perchè gl'individui son disuguali. Voi avete incontrato alla caccia un par di daini, un volo di beccaccie: io ho incarnierato uno scricciolo. Voi tornerete a casa a banchettare, io me ne tornerò affamato. Che giustizia è codesta? È la giustizia del primo principio: l'opera vostra ha prodotto un arrosto di beccaccie, e le beccaccie son vostre; l'opera mia ha arrostito uno scricciolo, ed io….
Cav. (guardando l'oriuolo.) E voi venite meco un momento alla trattoria, e mangerete meco le mie beccaccie; giacchè il tempo passa, e veggo che me ne rimane appunto per prendere con voi un boccone.
Acc. (Alzandosi e prendendo il cappello.) Andiamo pure. Frattanto permettetemi di raccogliere dal fin qui detto una formoletta che esprima gl'intenti del produttore cattolico e dell'eterodosso secondo i principii, d'onde parte ciascuno di essi. L'eterodosso, ha per iscopo il godimento, per mezzo l'arricchire, per limite il possibile. Dunque dirà: «Bramoso di goder quanto posso farò di tutto per aver molta ricchezza con poca fatica; e però sostituirà alla fatica mia la fatica altrui. Ma poichè non ho forza che basti a costringerlo, ricambierò la sua fatica coi miei prodotti, valutando questi a proporzione del bisogno ch'egli ne sente; e tanto maggiore esigendo da lui la fatica, quanto è maggiore l'angustia, per cui egli ricorre ai miei prodotti.
Il cattolico all'opposto avendo per iscopo il compiere sulla terra la missione del Creatore, per mezzo l'uso delle proprie forze, per limite la loro proporzione con la gloria del Creatore; ecco con qual formola potrebbe rappresentare l'intendimento suo nel produrre. «Dotato dal Creatore di forze produttrici per glorificarlo sulla terra coll'obbligo di render conto dell'uso che ne farò, consacro queste mie forze e il tempo che avrò d'impiegarle, prima a sostentarmi con la mia famiglia, poi a cooperare in quelle imprese per le quali a Dio può crescer la gloria, sia col sostentare i suoi glorificatori, sia col promuoverne in essi la cognizione e l'amore. E se coll'uso assiduo delle forze mi soprabbonderanno prodotti da cedere altrui, ne chiederò in compenso quel tanto appunto che corrisponderà alla fatica, al capitale, al tempo da me impiegatovi: cotalchè le mie forze, le mie fatiche, il mio tempo tornino in mio vantaggio, senza nulla usurpare del tempo, delle forze, delle fatiche altrui». Fate di ben meditare queste due formole; e se le trovate conformi allo spirito delle due dottrine, capirete facilmente l'immenso divario che debbono produrre nella pratica.
Cav. Questo per altro non è che il primo principio nella teoria della proprietà e della produzione: e voi mi avevate fatto sperare di svolgerne più ampiamente le conseguenze.
Acc. Quanto volentieri, se il tempo me lo permettesse! Ma, e non potreste voi scorrere una piccola disertazione ch'io avea preparata da leggersi in un convegno d'amici economisti?
Cav. Con quanto piacere!
Acc. Ebbene, ve la manderò; e quando poi ci rivedremo ne sentirò volentieri il parer vostro. A rivederci.
Cav. Come? e non venite meco al trattore? Sono due passi.
Acc. Sono aspettato fra poco alle scuole: serbatemi le beccaccie per un'altra volta.

NOTE
  1 Ai precedenti, ai quali accennano gl'interlocutori, aggiungono nuova forza i recentissimi del Carpentier in forse 20.000.000 di franchi alla strada ferrata del Nord, del Redpath alla società di Great-Northern Railway in 3.000.000 e mezzo, del Robson alla compagnia del Palazzo di Cristallo (Vedi l'Univers 16 Novembre 1856) e i tanti altri specialmente alla Banca di Londra che hanno messo in iscompiglio tutta l'aristocrazia pecuniaria. (Vedi la Civiltà Cattolica III serie, vol. IV, pag, 241 e 353).
  2 En appliquant votre personnalité à ce sol, vous l'avez non seulement mis en état de vous donner une récolte, mais préparé pour les récoltes à venir… Si le sol n'était occupé que momentanément par le premier venu qui en arracherait ce qu'il pourrait, certain d'etre ensuite supplanté par un autre, il n'y aurait, comme l'histoire le prouve, nul effort de la part du premier. ROSSI, Cours d'Economie politique, tom, II, pag. 7-8.
  3 Principii elementari della Scienza Economica §. XIX.
  4 Vedi THIERS de la propriété lib. 1, cap. II.
  5 La propriété c'est le droit de s'appliquer à soi-meme ses propres efforts, ou de ne les céder que moyennant la cession en retour d'efforts equivalents. La  distinction entre Propriétaires et Prolétaires est donc radicalement fausse. BASTIAT Harmonies Economiques pag. 250.
  6 II Tess. III, 6, et segg.
  7 Anche la Civiltà Cattolica, III Serie, Vol. IV, pag. 72, notò questo equivoco.
  8 Histoire de Sainte Elisabeth. Chapitre VII, pag. 238 et seqq.
  9 Deplora questa spietatezza l'Economiste Belge parlando dei 180.000 fran­chi imposti colà pel gran teatro dell'Opera (Vedi l'Univers 15 Febbraio 1855).
10 Gen. I, 28.
11 Gen. II, 15.
12 Gen. III, 15, 17, 23.
13 Sé ances ecc. l. c. pag. 60.