La dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale(2)

Morale: contraccezione, dissenso...

CONGREGAZIONE PER L’EDUCAZIONE CATTOLICA, Documento In questi ultimi decenni. Orientamenti per lo studio e l’insegnamento della dottrina sociale della chiesa nella formazione sacerdotale, 30 dicembre 1988: OR 28.6.1989, inserto tabloid.
I. NATURA DELLA DOTTRINA SOCIALE Elementi costitutivi della dottrina sociale. Autonomia della dottrina sociale. Natura teologica. Triplice dimensione della dottrina sociale. Metodologia della dottrina sociale. Il metodo del discernimento. Teologia e filosofia. Scienze positive. Evoluzione della dottrina sociale. Continuità e sviluppo. Il compito e il diritto ad insegnare. II. DIMENSIONE STORICA DELLA DOTTRINA SOCIALE.

I. NATURA DELLA DOTTRINA SOCIALE
 
Elementi costitutivi della dottrina sociale

3. Le incertezze qua e là ancora diffuse circa l’uso del termine “dottrina sociale” della chiesa, ma anche circa la stessa natura della medesima, reclamano un chiarimento del problema epistemologico, che è alla radice di tali malintesi. Anche se non si pretende in questo documento di trattare “ex professo” o addirittura di risolvere tutti i risvolti epistemologici relativi alla dottrina sociale, tuttavia si spera che una riflessione approfondita sugli elementi costitutivi che ne esprimono la natura, aiuterà a comprendere meglio i termini in cui si pone il problema. Ad ogni modo sarà bene tenere presente che ci si propone qui di precisare detti elementi costitutivi così come si ricavano direttamente dai pronunciamenti magisteriali, e non come si trovano formulati presso vari studiosi. E necessario infatti distinguere sempre la dottrina sociale ufficiale della chiesa e le diverse posizioni delle scuole, che hanno sistematicamente spiegato, sviluppato e ordinato il pensiero sociale contenuto nei documenti pontifici. (8)
Gli elementi essenziali che descrivono e definiscono la natura della dottrina sociale vengono presentati in questo modo: (9) l’insegnamento sociale della chiesa trae la sua origine dall’incontro del messaggio evangelico e delle sue esigenze etiche con i problemi che sorgono nella vita della società. Le istanze che così vengono evidenziate diventano materia per la riflessione morale che matura nella chiesa attraverso la ricerca scientifica, ma anche attraverso l’esperienza della comunità cristiana, che deve misurarsi ogni giorno con varie situazioni di miseria e, soprattutto, con i problemi determinati dall’apparire e dallo svilupparsi del fenomeno dell’industrializzazione e dei sistemi socio-economici che vi sono connessi.
Questa dottrina si forma con il ricorso alla teologia e alla filosofia, che le danno un fondamento, e alle scienze umane e sociali che la completano. Essa si proietta sugli aspetti etici della vita, senza trascurare gli aspetti tecnici dei problemi, per giudicarli con criterio morale. Basandosi “su princìpi sempre validi”, essa comporta “giudizi contingenti”, poiché si sviluppa in funzione delle circostanze mutevoli della storia e si orienta essenzialmente all’“azione o prassi cristiana”.

Autonomia della dottrina sociale
4. Per quanto questa dottrina sociale sia andata formandosi durante il secolo XIX come complemento del trattato di morale dedicato alla virtù della giustizia, ben presto acquistò una notevole autonomia dovuta allo sviluppo continuo organico e sistematico della riflessione morale della chiesa sui nuovi e complessi problemi sociali. Si può così affermare che la dottrina sociale possiede un’identità propria, con un profilo teologico ben definito.
Per avere un’idea completa della dottrina sociale bisogna riferirsi alle sue fonti, al suo fondamento e oggetto, al soggetto e al contenuto, alle finalità e al metodo; tutti elementi che la costituiscono come una disciplina particolare ed autonoma, teorica e pratica ad un tempo, nell’ampio e complesso campo della scienza della teologia morale, in stretta relazione con la morale sociale. (10)
Le fonti della dottrina sociale sono la sacra Scrittura, l’insegnamento dei padri e dei grandi teologi della chiesa e lo stesso magistero. Il suo fondamento e oggetto primario è la dignità della persona umana con i suoi diritti inalienabili, che formano il nucleo della “verità sull’uomo”. (11) Il soggetto è tutta la comunità cristiana, in armonia e sotto la guida dei suoi legittimi pastori, di cui anche i laici, con la loro esperienza cristiana, sono attivi collaboratori. Il contenuto, compendiando la visione dell’uomo. dell’umanità e della società, (12) rispecchia l’uomo completo, l’uomo sociale, come soggetto determinato e realtà fondamentale dell’antropologia cristiana.

Natura teologica
5. In quanto “parte integrante della concezione cristiana della vita”, (13) la dottrina sociale della chiesa riveste un carattere eminentemente teologico. Tra il Vangelo e la vita reale infatti si ha una interpellanza reciproca che, sul piano pratico dell’evangelizzazione e della promozione umana, si concretizza in forti vincoli di ordine antropologico, teologico e spirituale, cosicché la carità, la giustizia e la pace sono inseparabili nella promozione cristiana della persona umana. (14)
Questa indole teologica della dottrina sociale si esprime pure nella sua finalità pastorale di servizio al mondo, tesa a stimolare la promozione integrale dell’uomo mediante la prassi della liberazione cristiana, nella sua prospettiva terrena e trascendente.(15) Non si tratta di comunicare solo un “sapere puro”, ma un sapere teorico-pratico di portata e proiezione pastorale, coerente con la missione evangelizzatrice della chiesa, al servizio di tutto l’uomo, di ogni uomo e di tutti gli uomini. È la retta intelligenza dell’uomo reale e del suo destino (16) che la Chiesa può offrire come suo contributo alla soluzione dei problemi umani. Si può dire che in ogni epoca e in ogni situazione la chiesa ripercorre questo cammino svolgendo nella società un triplice compito: annuncio delle verità circa la dignità dell’uomo ed i suoi diritti, denuncia delle situazioni ingiuste e contributo ai cambiamenti positivi nella società e al vero progresso dell’uomo. (17)

Triplice dimensione della dottrina sociale
6. La dottrina sociale comporta una triplice dimensione, cioè teoretica, storica e pratica. Queste dimensioni configurano la sua struttura essenziale e sono tra loro connesse e inseparabili.
Vi è innanzitutto “una dimensione teoretica”, perché il magistero della chiesa ha formulato esplicitamente nei suoi documenti sociali una riflessione organica e sistematica. Il magistero indica il cammino sicuro per costruire le relazioni di convivenza in un nuovo ordine sociale secondo criteri universali che possano essere accettati da tutti. (18) Si tratta, beninteso, dei princìpi etici permanenti, non dei mutevoli giudizi storici né di “cose tecniche per le quali (il magistero) non possiede i mezzi proporzionati ne missione alcuna”. (19)
Vi è poi nella dottrina sociale della chiesa una “dimensione storica”, dato che in essa l’impiego dei princìpi è inquadrato in una visione reale della società, e ispirato dalla presa di coscienza dei suoi problemi.
Vi è infine una “dimensione pratica”, perché la dottrina sociale non si ferma al solo enunciato dei princìpi permanenti di riflessione, né alla sola interpretazione delle condizioni storiche della società, ma si propone anche l’applicazione effettiva di questi princìpi nella prassi, traducendoli concretamente nelle forme e nella misura che le circostanze permettono o reclamano. (20)

Metodologia della dottrina sociale
7. La triplice dimensione facilita la comprensione del processo dinamico induttivo-deduttivo della metodologia che, già seguita in modo generico nei documenti più antichi, si precisa meglio nell’enciclica Mater et magistra ed è assunta in modo decisivo nella costituzione pastorale Gaudium et spes e nei documenti posteriori. Questo metodo si sviluppa in tre momenti: vedere, giudicare e agire.
Il vedere è percezione e studio dei problemi reali e delle loro cause, la cui analisi però spetta alle scienze umane e sociali.
Il giudicare è l’interpretazione della stessa realtà alla luce delle fonti della dottrina sociale, che determinano il giudizio che si pronuncia sui fenomeni sociali e le loro implicanze etiche. In questa fase intermedia si situa la funzione propria del magistero della chiesa che consiste appunto nell’interpretare dal punto di vista della fede la realtà e nell’offrire “quello che esso ha di proprio: una visione globale dell’uomo e dell’umanità”. (21) E’ chiaro che nel vedere e nel giudicare la realtà, la chiesa non è né può essere neutrale, perché non può non adeguarsi alla scala dei valori enunciati nel Vangelo. Se, per ipotesi, essa si adeguasse ad altre scale di valori, il suo insegnamento non sarebbe quello che effettivamente è, ma si ridurrebbe ad una filosofia o ad una ideologia di parte.
L’agire è volto all’attuazione delle scelte. Esso richiede una vera conversione, cioè, quella trasformazione interiore che è disponibilità, apertura e trasparenza alla luce purificatrice di Dio.
Il magistero, nell’invitare i fedeli a fare scelte concrete e ad agire secondo i princìpi e i giudizi espressi nella sua dottrina sociale, offre ad essi il frutto di molte riflessioni ed esperienze pastorali maturate sotto l’assistenza particolare promessa da Cristo alla sua chiesa. Sta al vero cristiano seguire detta dottrina e porla “alla base della sua sapienza, della sua esperienza per tradurla concretamente in categorie di azione, di partecipazione e di impegno”. (22)

Il metodo del discernimento
8. Non si possono mettere m pratica princìpi e orientamenti etici senza un adeguato discernimento, che porti tutta la comunità cristiana e ciascuno in particolare a scrutare “i segni dei tempi” e ad interpretare la realtà alla luce del messaggio evangelico. (23) Sebbene non spetti alla chiesa analizzare scientificamente la realtà sociale, (24) il discernimento cristiano, come ricerca e valutazione della verità, porta ad investigare le cause reali del male sociale e specialmente dell’ingiustizia e ad assumere i risultati certi, non ideologizzati, delle scienze umane. Lo scopo è di giungere, alla luce dei princìpi permanenti, a un giudizio obiettivo sulla realtà sociale e a concretizzare, secondo le possibilità e le opportunità offerte dalle circostanze, le scelte più adeguate che eliminino le ingiustizie e favoriscano le trasformazioni politiche, economiche e culturali necessarie nei singoli casi. (25)
In questa prospettiva, il discernimento cristiano non solo aiuta a chiarire le situazioni locali, regionali o mondiali, ma anche, e principalmente, a scoprire il disegno salvifico di Dio, realizzato in Gesù Cristo, per i suoi figli nelle diverse epoche della storia, E chiaro che esso deve porsi in un atteggiamento di fedeltà non solo alle fonti evangeliche, ma anche al magistero della chiesa e ai suoi legittimi pastori.

Teologia e filosofia
9. Dal momento che la dottrina sociale della chiesa trae verità, elementi di valutazione e di discernimento dalla rivelazione, rivendicando per sé il “carattere di applicazione della parola di Dio alla vita degli uomini e della società”, (26) essa ha bisogno di un solido inquadramento filosofico-teologico. Alla sua base sta infatti un’antropologia tratta dal Vangelo che contiene come sua “affermazione primordiale” l’idea dell’uomo “come immagine di Dio, irriducibile ad una semplice particella della natura o ad un elemento anonimo della città umana”. (27)
Ma quest’affermazione fondamentale si articola in numerose formulazioni dottrinali – come per es. la dottrina della carità, della figliolanza divina, della nuova fraternità in Cristo, della libertà dei figli di Dio, della dignità personale e della vocazione eterna di ogni uomo – le quali acquistano il loro pieno significato e valore soltanto nel contesto dell’antropologia soprannaturale e dell’intera dogmatica cattolica.
Insieme a questi dati derivati dalla rivelazione, la dottrina sociale assume, richiama e spiega anche vari princìpi etici fondamentali di carattere razionale, mostrando la coerenza tra i dati rivelati e i princìpi della retta ragione, regolativi degli atti umani nel campo della vita sociale e politica. Ne consegue pertanto la necessità di ricorrere alla riflessione filosofica, per approfondire tali concetti (quali per es. l’obiettività della verità, della realtà, del valore della persona umana, delle norme di agire e dei criteri di verità), e per illustrarli alla luce delle ultime cause. Effettivamente, la chiesa insegna che le encicliche sociali si appellano anche alla “retta ragione” per trovare le norme oggettive della moralità umana, che regolano la vita non solo individuale, ma anche sociale ed internazionale. (28) In questa visuale viene evidenziato come un solido fondamento filosofico-teologico aiuterà i professori e gli alunni ad evitare interpretazioni soggettive delle situazioni sociali concrete, come anche a guardarsi da una possibile strumentalizzazione delle medesime per fini e interessi ideologici.

Scienze positive
10. La dottrina sociale si serve pure dei dati che provengono dalle scienze positive e in modo particolare da quelle sociali, che costituiscono uno strumento importante, anche se non esclusivo, per la comprensione della realtà. Il ricorso a queste scienze richiede un attento discernimento, in base anche ad una opportuna mediazione filosofica, giacché si può correre il pericolo di piegarle alla pressione di determinate ideologie contrarie alla retta ragione, alla fede cristiana e, in definitiva, ai dati stessi dell’esperienza storica e della ricerca scientifica. Ad ogni modo, un “dialogo fruttuoso” (29) tra l’etica sociale cristiana (teologica e filosofica) e le scienze umane è non solo possibile, ma anche necessario per la comprensione della realtà sociale. La chiara distinzione tra la competenza della chiesa, da una parte, e quella delle scienze positive, dall’altra, non costituisce nessun ostacolo per il dialogo e anzi lo facilita. Perciò è nella linea della dottrina sociale della chiesa accogliere e armonizzare tra loro adeguatamente i dati offerti dalle sue fonti, sopra menzionate, e quelli forniti dalle scienze positive. È chiaro che essa avrà sempre come principale punto di riferimento la parola e l’esempio di Cristo e la tradizione cristiana, considerati in funzione della missione evangelizzatrice della chiesa.

Evoluzione della dottrina sociale
11. Come si è già detto, la dottrina sociale della chiesa, per il suo carattere di mediazione tra il Vangelo e la realtà concreta dell’uomo e della società, ha bisogno di essere continuamente aggiornata e resa rispondente alle nuove situazioni del mondo e della storia. (30) Di fatto, nel succedersi dei decenni essa ha conosciuto una notevole evoluzione. L’oggetto iniziale di questa dottrina fu la cosiddetta “questione sociale”, ossia l’insieme dei problemi socio-economici sorti in determinate aree del mondo europeo e americano in seguito alla “rivoluzione industriale”. Oggi la “questione sociale” non è più limitata ad aree geografiche particolari, ma ha una dimensione mondiale, (31) e abbraccia molti aspetti anche politici connessi al rapporto tra le classi e alla trasformazione della società già avvenuta e ancora in corso. Ad ogni modo, “questione sociale” e “dottrina sociale” rimangono termini correlativi.
Ciò che è importante sottolineare nello sviluppo della dottrina sociale è che essa, pur essendo un “corpus” dottrinale di grande coerenza, non si è ridotta a un sistema chiuso, ma si è mostrata attenta all’evolversi delle situazioni e capace di rispondere adeguatamente ai nuovi problemi o al loro nuovo modo di porsi. Ciò risulta da un esame oggettivo dei documenti dei successivi pontefici – da Leone XIII a Giovanni Paolo II – e diventa ancora più evidente a partire dal concilio Vaticano II.

Continuità e sviluppo
12. Le differenze di impostazione, di procedimento metodologico e di stile che si notano nei diversi documenti, tuttavia, non compromettono l’identità sostanziale e l’unità della dottrina sociale della chiesa. Giustamente perciò si usa il termine di continuità per esprimere la relazione dei documenti tra di loro, anche se ciascuno risponde in modo specifico ai problemi del proprio tempo. Per portare un esempio, i “poveri” di cui trattano alcuni documenti più recenti, non sono i “proletari” a cui si riferisce Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum, o i “disoccupati” che erano al centro dell’attenzione di Pio XI nell’enciclica Quadragesime anno. Oggi il loro numero appare immensamente più grande e di esso fanno parte tutti coloro che nella società del benessere sono esclusi dal fruire dei beni della terra con libertà, dignità e sicurezza. Il problema è tanto più grave in quanto, in alcune parti della terra e specialmente nel terzo mondo, esso è diventato sistematico e quasi istituzionalizzato.
Inoltre, il problema non riguarda più solo le differenze ingiuste tra le classi sociali, ma anche gli enormi squilibri tra nazioni ricche e nazioni povere.

Il compito e il diritto ad insegnare
13. La chiesa di fronte alla comunità politica, nel rispetto e nell’affermazione dell’autonomia reciproca nel proprio campo, poiché tutte e due sono al servizio della vocazione individuale e sociale delle persone umane, afferma la propria competenza e il proprio diritto di insegnare la dottrina sociale in ordine al bene e alla salvezza degli uomini; e a questo fine utilizza tutti i mezzi che può avere a disposizione, secondo la diversità delle situazioni e dei tempi. (32)    
Considerando l’uomo “nella piena verità della sua esistenza, del suo essere personale ed insieme del suo essere comunitario e sociale”, (33) la chiesa è ben consapevole che la sorte dell’umanità è legata in modo stretto ed indiscutibile a Cristo. Essa è persuasa della necessità insostituibile dell’aiuto ch’egli offre all’uomo, e perciò non può abbandonarlo. Come si è espresso a tale proposito Giovanni Paolo II, fa chiesa partecipa intimamente alle vicende dell’umanità intera, facendo dell’uomo la prima e fondamentale strada nel compimento della sua missione, “via che immutabilmente passa attraverso il mistero dell’incarnazione e della redenzione”. (34) In tal modo essa continua la missione redentrice di Cristo, ubbidendo al suo mandato di predicare il Vangelo a tutte le genti (35) e di servire tutti coloro che sono in stato di bisogno sia come individui, sia come gruppi e ceti sociali, e che sentono vivamente le necessità di trasformazioni e riforme per migliorare le condizioni di vita.
Fedele alla sua missione spirituale, la chiesa affronta tali problemi sotto l’aspetto morale e pastorale che le è proprio. Nell’enciclica Sollicitudo rei socialis, Giovanni Paolo II accenna esplicitamente a tale aspetto, con riferimento ai problemi dello sviluppo, affermando che esso rientra perciò a buon diritto nella missione della chiesa. Essa pertanto “non può essere accusata di oltrepassare il suo campo specifico di competenza e, tanto meno, i) mandato ricevuto dal Signore”. (36)
Oltre alla cerchia dei suoi fedeli, la chiesa offre la sua dottrina sociale a tutti gli uomini di buona volontà, affermando che i suoi princìpi fondamentali sono “postulati della retta ragione” (37) illuminata e perfezionata dal Vangelo.

II. DIMENSIONE STORICA DELLA DOTTRINA SOCIALE
14. Di fronte al tentativo di alcuni di seminare “dubbi e diffidenze” sull’efficacia della dottrina sociale, perché considerata astratta, deduttiva, statica e senza forza critica, Giovanni Paolo II ha richiamato più volte l’urgenza dì un’azione sociale che faccia leva sul “ricco e complesso patrimonio” denominato dottrina sociale o insegnamento sociale della chiesa”. (38) Lo stesso avevano fatto i suoi predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e i padri del concilio Vaticano II. (39) Dal pensiero dei pontefici e del concilio traspare l’intento di ottenere che attraverso l’azione sociale cristiana la presenza della chiesa nella storia rispecchi la presenza di Cristo, che trasforma i cuori e le strutture ingiuste create dagli uomini.
Questo aspetto è particolarmente sentito nelle condizioni culturali e sociali del nostro tempo. Perciò l’attuale magistero della chiesa ha impresso alla dottrina sociale un nuovo dinamismo, che spiega gli accresciuti atteggiamenti di ostilità di alcuni; assunti spesso in modo acritico, e mostra quanto grave sia la responsabilità di chi rifiuta uno strumento cosi adeguato per il dialogo della chiesa con il mondo e così efficace per la soluzione dei problemi sociali contemporanei.

NOTE
8   Pio XII, Allocuzione Animus nostrae al senato accademico e agli alunni della Pontificia università gregoriana di Roma. (17.10.1953): AAS 45(1953), 687.
9   CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE. Istruzione Liberiatis conscientia [LC] su libertà cristiana e liberazione, (22.3.1986), n. 72: F.V 10/293s.
10  GIOVANNI PAOLO II, Lett. cnc. Laborem exercens [LE], (14.9.1981), n, 3; EV 7/1397; SRS 41: EV 10/2668s.
11   GIOVANNI PAOLO II, Alloc. Esta hora alla III Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano a Puebla. 28.1.1979, parte I, n. 9: AAS 71(1979), 195.
12   PAOLO VI, lett. enc. Populorum progressio [PP], (26-3.1967), n. 13: EV 2/1058.
13  MM: AAS 53(1961), 453.
14 PAOLO VI, Esort. Apost. Evangelii nuntiandi [E.N], (8-12.1975), nn. 29 e 31: EV 5/1621.1623.
15   EN 31: EV 5/1623.
16         GS 12ss: EV l/1355ss.
17  I.E 1: EV 7/1392.
18  MM: AAS 53(1961), 453,
19  PIo XI, LetT, Enc. Quadragesima unno [QA]. (15.5.1931): AAS 23(1931),
20  MM: AAS 53(1961), 453.
21   PP 13: EV 2/1058.
22   EN 38: EV 5/1630; LG 25: 1/344.
23   GS 4: EV 1/1324.
24   LE 1: EV 7/1392,
25   GIOVANNI PAOLO II, Messaggio A vous tous per la giurnata mondiale della pace 1980 (8.12.1979): AAS 71(1979), 1572ss; OA 4: EV 4/717.
26  SRS 8: EV 10/2518.
27  GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione a Puebla, parte I, n, 9: AAS 71(1979). 195-196.
28  GS 63: EV 1/1537.
29  OA 40: EV 4/764.
30  EN 29: EV 5/1621.
31  PP 3: EV 2/1048; LE 2: EV 7/1395; SRS V: EV 10/2519-2524.
32  GS 76: EV 1/1581.
33  RH 14: EV 6/1209.
34  RH 14: EV 6/121)9.
35  Mt 28.19.
36  SRS 8: EV 10/2518.
37  GS 63: EV 1/1537.
38  GIOVANNI PAOLO II. Allocuzione a Puebla, parte III, n. 7: AAS 71(1979), 203.
39  MM: AAS 53(1961). 453ss; OA 4: EV 4/717: EN 38: EV 5/1630; GS 63.76: EV 1/1537.1583.
40  LE; 3: F.V 7/1397; LC 44-51; EV 10/250-258