La dipendenza dalla droga

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

…PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA. Documento Dalla disperazione alla speranza, dell’8 maggio 1992. IL FENOMENO DELLA TOSSICODIPENDENZA; La persona, La famiglia, La società; IL COMPITO SPECIFICO DELLA CHIESA, La chiesa e l’evangelizzazione, La chiesa di fronte alla tossicodipendenza.LA PRESENZA EVANGELIZZANTE DELLA CHIESA, Presenza nella famiglia, Presenza nella parrocchia, Presenza nelle comunità per la cura dei tossicodipendenti, Presenza nella cultura…

PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA


 


Documento


 


Dalla disperazione alla speranza


8 maggio 1992



INTRODUZIONE


La dipendenza dalla droga è stata messa a fuoco, in diverse occasioni, dal santo padre nella sua sollecitudine pastorale. L’assegnazione del fenomeno droga, quale competenza specifica, al Pontificio consiglio per la famiglia sottolinea l’attenzione con cui la chiesa guarda a tali problematiche e alle loro conseguenze funeste e drammatiche per la vita della famiglia e per la crescita dei giovani.


Nell’ampio e complesso fenomeno della droga e della tossicodipendenza non sono pochi i temi sui quali si può riflettere. Ne abbiamo scelto uno di particolare importanza: il rapporto tra famiglia e tossicodipendenza.


Il tema della tossicodipendenza è tale da preoccupare e attirare l’interesse di varie istanze sociali e pastorali. Dal 21 al 23 novembre 1991, per esempio, il Pontificio consiglio della pastorale per gli operatori sanitari ha convocato a Roma una conferenza internazionale dal titolo specifico di “Contra spem in spem: Droga e alcool contro la vita”, dove non sono mancati. contributi di grande rilievo dalle varie sfaccettature del fenomeno droga e la famiglia.


La riflessione che ora ci accingiamo a presentare è frutto dell’incontro di lavoro svoltosi durante i giorni 20, 21 e 22 del giugno 1991. Sono stati esaminati documenti, ricerche e materiale su questo argomento. L’incontro è stato chiamato “al vertice” sia per il numero ristretto dei partecipanti sia per il fatto che si tratta di persone quasi tutte impegnate a contatto diretto con i tossicodipendenti.


Non è nostra intenzione fornire una trattazione esaustiva del problema droga (esistono numerosi e seri studi al riguardo). Vogliamo soltanto mettere in evidenza alcuni aspetti attinenti alla nostra missione educativo-pastorale e partecipare, inoltre, alla pubblica opinione una preoccupazione largamente condivisa e una speranza che tutti ci anima, aggiungendo qualche considerazione sull’intervento di quanti, a nome della chiesa, attivamente lavorano nell’ambito della tossicodipendenza.


Siamo stati convocati come esperti in quanto, attraverso le nostre diverse attività e professioni, accompagniamo di fatto, in un’esperienza quotidiana e di vicinanza continua, le vittime di un grave flagello di cui il ricorso alla droga è solo il segno e sintomo.


Abbiamo potuto constatare in tanti casi che è la speranza ardita di una reale liberazione a spingerci, come credenti e membri della chiesa, a portare avanti, nonostante ogni difficoltà, questo servizio a favore dei fratelli bisognosi di solidarietà, di comprensione, di fiducia e di aiuto.


Durante il nostro incontro abbiamo avuto la gioia di salutare il santo padre, Giovanni Paolo il, paternamente vicino alla nostra azione pastorale, e di ricevere la sua apostolica benedizione. Il successore di Pietro ci ha parlato; ha definito questo servizio ecclesiale come un cammino “dalla disperazione alla speranza”. Non avremmo potuto trovare un’espressione più adatta! Perciò l’abbiamo presa come titolo, realista e incoraggiante, del nostro lavoro.



1. IL FENOMENO DELLA TOSSICODIPENDENZA


Accenniamo ad alcuni tratti di un fenomeno complesso e preoccupante. In concreto, vogliamo riferirci ai seguenti aspetti: la persona, la famiglia, la società.



a) La persona



La droga non è il problema principale del tossicodipendente. Il consumo della droga è nolo una risposta fallace alla mancanza di senso positivo della vita. Al centro della tossicodipendenza si trova l’uomo, soggetto unico e irripetibile, con la sua interiorità e specifica personalità, oggetto dell’amore del Padre, che nel suo piano salvifico chiama ognuno alla sublime vocazione di figlio nel Figlio. Tuttavia, la realizzazione di tale vocazione viene – insieme alla felicità in questo mondo – gravemente compromessa dall’uso della droga, perché essa, nella persona umana, immagine di Dio (cf. Gn 1,27), influisce in modo deleterio sulla sensibilità e sul retta esercizio dell’intelletto e della volontà.


Un gran numero di quanti fanno uso di droga è costituito da giovani, e l’età di approccio al problema si abbassa sempre più. Ci sono però oggi anche numerosi adulti (35-40 anni) tra i consumatori di droga e ciò costituisce una variante importante in questo campo. Esistono poi tossicodipendenti fortemente dipendenti dalle sostanze stupefacenti e altri che ne fanno uso saltuario; persone emarginate, e altre apparentemente ben integrate nella società. Come è facile dedurre, si è in presenza di un quadro complessivo del fenomeno vario e articolato.


Gli episodi di violenza, che si registrano fra i tossicodipendenti, indicano che non ci troviamo di fronte al deludente e illusorio “viaggio pacifico” di una volta, propagandato dalla manipolazione di massa della cultura giovanile negli anni sessanta, ma di fronte a una realtà violenta e al crollo del carattere morale quale effetto dell’uso della droga.


I motivi personali all’origine dell’assunzione di sostanze stupefacenti sono tanti. Tuttavia, in tutti i tossicodipendenti – a prescindere dall’età e dalla frequenza con cui le usano – si registra un motivo costante e fondamentale: una certa crisi di valori e una mancanza di armonia interiore della persona. In ogni tossicodipendente possono verificarsi diverse combinazioni secondo le personali fragilità che lo rendono incapace di vivere una vita normale. Si crea in lui uno stato d’animo “immotivato” e “indifferente” scatenante uno squilibrio interiore morale e spirituale dal quale risulta un carattere immaturo e debole che spinge la persona ad assumere atteggiamenti instabili di fronte alle proprie responsabilità. Di fatto, la droga non entra nella vita di una persona come un fulmine a del sereno, ma come un seme che attecchisce in un terreno da lungo tempo preparato.


La donna tossicodipendente, a differenza dell’uomo, viene colpita più in profondità nella sua identità e dignità di donna, soprattutto se è madre e, per questo, le conseguenze negative possono risultare molto più forti.


Chi fa uso di droga vive in una condizione mentale equiparabile a un’adolescenza interminabile, come viene segnalato da alcuni specialisti. Tale stato di immaturità ha origine e si sviluppa nel contesto di una mancata educazione. La persona immatura proviene spesso da famiglie che, anche indipendentemente dalla volontà dei genitori, non sono riuscite a trasmettere dei valori sia per mancanza di un ‘autorità adeguata, sia perché si trovano a vivere in una società “passiva”, con uno stile di vita consumistico e permissivo, secolarista e senza ideali. Fondamentalmente il tossicodipendente è un “malato d’amore”; non ha conosciuto l’amore; non sa amare nel modo giusto perché non è stato amato nel modo giusto.


L’adolescenza interminabile, caratteristica del tossicodipendente, si manifesta frequentemente nella paura del futuro o nel rifiuto di nuove responsabilità. Il comportamento dei giovani è spesso rivelatore di un doloroso disagio dovuto alla mancanza di fiducia e di aspettative di fronte a strutture sociali nelle quali essi non si riconoscono più. A chi attribuire la responsabilità se molti giovani sembrano non desiderare di diventare adulti e rifiutano di crescere? Sono stati offerti loro motivi sufficienti per sperare nel domani, per investire nel presente guardando al futuro, per mantenersi saldi sentendo come proprie le radici del passato? Dietro atteggiamenti sconcertanti, spesso aberranti e inaccettabili, si può cogliere in loro una scintilla di idealità e di speranza.



b) La famiglia


Tra i fattori personali e ambientali che favoriscono di fatto l’uso della droga, la mancanza assoluta o relativa della vita familiare è, senza dubbio, il principale, perché la famiglia è elemento chiave nella formazione del carattere di ma persona e delle sue attitudini verso la società. Soffermiamoci su alcuni fattori di maggior rilievo.


Il tossicodipendente, viene frequentemente da una famiglia che non sa reagire allo stress perché instabile, incompleta o divisa. Oggi sono in preoccupante aumento gli sbocchi negativi delle crisi matrimoniali e familiari: facilità di separazione e di divorzio, convivenze, incapacità di offrire, un’educazione integrale per far fronte a comuni problemi, mancanza di dialogo ecc.


Possono preparare a una scelta di droga sacche di silenzio, paura di comunicare, competitività, consumismo, stress come risultato di eccessivo lavoro, egoismo ecc.; insomma, incapacità di impartire un’educazione aperta e integrale. In molli casi i figli si sentono non compresi e si trovano senza l’appoggio della famiglia. Inoltre, la fede e i valori della sofferenza e del sacrificio, tanto importante per la maturazione, sono presentati come disvalori. Genitori non all’altezza del loro compito costituiscono una vera lacuna per la formazione del carattere dei figli.


E che dire di alcuni comportamenti distorti o devianti in campo sessuale di certi nuclei familiari? In non pochi casi le famiglie soffrono le conseguenze della tossicodipendenza dei figli (per esempio, violenze, rapine ecc.), ma soprattutto devono condividerne le pene psicologiche o fisiche. La vergogna, le tensioni e i conflitti interpersonali, i problemi economici e altre gravi conseguenze pesano sulla famiglia, indebolendo e sgretolando la “cellula fondamentale” della società.


Accanto alla famiglia di origine, va tenuta presente anche la famiglia che creano i tossicodipendenti. Si tratta non raramente di coppie con entrambi i partners drogati. Molti, pur essendo ancora giovani, sono già separati o divorziati oppure convivono in unioni di fatto. In questo contesto acquistano rilevanza i problemi dei figli dei tossicodipendenti, soprattutto sotto il profilo educativo; e i problemi dei figli di tossicodipendenti deceduti.


Meritano particolare attenzione le donne tossicodipendenti incinte: molte sono madri nubili o comunque abbandonate a se stesse. Purtroppo, invece di venire loro incontro con concreta solidarietà e assistenza perché possano accogliere e rispettare la vita del nascituro, si propone, come soluzione più opportuna, l’aborto.



c) La società


La tossicodipendenza, cosi ampiamente diffusa, è indice dello stato attuale della società. Oggi la persona e la famiglia si trovano a vivere in una società “passiva”, cioè senza ideali, permissiva, secolarizzata, dove la ricerca di evasione si esprime m tanti modi diversi, di cui uno è la fuga nella tossicodipendenza.


La nostra epoca esalta una libertà che “non è più vista positivamente come una tensione verso il bene …. ma … piuttosto come un’emancipazione da tutti i condizionamenti che impediscono a ciascuno di seguire la sua propria ragione” (Intervento del card. J. Ratzinger nel Concistoro dei Cardinali su “Le minacce alla vita”, 4-7 aprile 1991). Si esalta l’utilitarismo e l’edonismo, e con essi l’individualismo e l’egoismo. La ricerca di un bene illusorio, sotto l’insegna del massimo piacere, finisce per privilegiare i più forti, creando nella maggioranza dei cittadini condizioni di frustrazione e di dipendenza. E così, il riferimento ai valori morali e a Dio stesso vengono cancellati nella società e nel rapporto tra gli uomini.


Si è affermato nella società odierna un consumismo artificiale, contrario alla salute e alla dignità dell’uomo, che favorisce la diffusione della droga (Cf. GIOVANNI PAOLO II, Centesimus annus  n. 36). Tale consumismo, creando falsi bisogni, spinge l’uomo, e in particolare i giovani, a cercare soddisfazione solo nelle cose. materiali, causando una dipendenza da esse. Inoltre, un certo sfruttamento economico dei giovani si diffonde facilmente proprio in questo contesto materialistico e consumistico.


In diverse regioni, poi, la disoccupazione dei giovani favorisce la diffusione della tossicodipendenza.


A nessun attento osservatore sfugge che la società odierna favorisce la promozione di un edonismo sfrenato e un disordinato senso della sessualità. Si è disgiunto l’esercizio della sessualità dalla comunione coniugale e dal suo intrinseco orientamento procreativo, rimanendo in un superficiale godimento al quale spesso si subordina persino la dignità delle persone.


In una società alla ricerca della gratificazione immediata e della propria comodità a tutti i costi, in cui si è più interessati all’“avere” che all’“essere”, non sorprende la cultura della morte che ritiene l’aborto e l’eutanasia beni e diritti. Si è smarrito il senso della vita, e si svuota la persona della sua dignità, portandola alla frustrazione e sulla strada dell’autodistruzione. In una società così descritta, la droga è una facile e immediata, ma menzognera, risposta al bisogno umano di soddisfazione e di vero amore.


Oggi la famiglia condivide il compito dell’educazione con tante altre istituzioni e agenzie educative, ma mancano tra loro molte volte i necessari collegamenti e coordinamenti. Da ciò risulta una carenza di chiarezza e di coerenza tra i valori proposti. Tale discontinuità nell’educazione dei giovani è, in gran parte, responsabile della crisi valoriale che genera confusione. Di fatto, sono proposti ai giovani, ideali non solo disarticolali ma anche contraddittori.


I mass-media esercitano un influsso spesso negativo riguardo alla mentalità che favorisce la diffusione della tossicodipendenza, soprattutto nel mondo giovanile. Con i messaggi diretti e indiretti, e attraverso l’industria dello spettacolo per i giovani, essi creano dei modelli, propongono idoli e definiscono la “normalità” attraverso un sistema di pseudo-valori. Così, i giovani assimilano un concetto fantastico e distorto della vita e della società. Non va trascurata, poi, la violenza quotidianamente somministrata al pubblico attraverso particolari videocassette.


Alcuni partecipanti all’incontro ritengono che esista il rischio, da parte dei mass-media, di presentare del tossicodipendente un’immagine che induce soltanto a criminalizzarlo come unico colpevole. Non si possono negare i talenti, l’intelligenza e altre potenzialità di tanti giovani tossicodipendenti; conviene anzi prenderli in considerazione per ogni iniziativa di recupero.


E’ stata poi rimarcata la responsabilità dello stato per ciò che concerne l’ordinamento dei mezzi di comunicazione, e più in generale l’intero sistema legale che tutela i cittadini dalla minaccia proveniente dallo spaccio e dal consumo di droga.


Parlando di responsabilità sembra doveroso non lacere, date le implicazioni religiose dei problemi legati alla droga, circa i silenzi, le inadempienze e le inadeguatezze tuttora riscontrabili nella pastorale della chiesa.


Il fenomeno droga, considerato nella persona, nella famiglia e nella società, rende evidente il bisogno urgente di “sapienza” per recuperare la coscienza del primato dei valori morali della persona come tale. “La ricomprensione dei senso ultimo della vita e dei suoi valori fondamentali – afferma il santo padre, Giovanni Paolo II è il grande compito che si impone oggi per il rinnovamento della società. … L’educazione della coscienza morale, che rende ogni uomo capace di giudicare e di discernere i modi adeguati per realizzarsi secondo la sua verità originaria, diviene cosi un’esigenza prioritaria e irrinunciabile” (GIOVANNI PAOLO II Familiaris consortio n. 8). Con l’aiuto di questa sapienza la nuova cultura emergente “non distoglierà gli uomini dal loro rapporto con Dio, ma ve li condurrà più pienamente” (Familiaris consortio, n. 7), Questo è l’autentico “nuovo umanesimo”, che non può non essere “un autentico umanesimo familiare”, di cui è propria una “nuova mentalità … essenzialmente positiva, ispirata ai grandi valori della vita e dell’uomo” (GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti, VII/2. 348).



II.    IL COMPITO SPECIFICO DELLA CHIESA



Qual è il compito specifico della chiesa di fronte al fenomeno della tossicodipendenza?



a) La chiesa e l’evangelizzazione


La chiesa, inviata come “sacramento universale di salvezza”, (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium n. 48; Ad gentes n. 1) è il popolo missionario di Dio. L’impegno missionario della chiesa, la sua attività evangelizzatrice, cade su qualsiasi membro di questo popolo, ognuno in proporzione alle sue possibilità: (Ad gentes, n. 23) “A tutti i fedeli …è imposto il nobile onere di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra” (CONCILIO VATICANO II, Decreto Apostolicam actuositatem  n. 3).


La chiesa è “esperta in umanità” (PAOLO VI. Populorum progressio n. 13). Al centro delle sue preoccupazioni c’è l’uomo, oggetto dell’amore creatore, redentore e santificatore di Dio, Uno e Trino. Gesù Cristo, “propter nos homines et propier nostram salulem”, è disceso dal cielo, si è incarnato, è morto e risorto.


Il messaggio della chiesa si rivolge a tutta la società e a tutti gli uomini per additare l’alta vocazione di Dio all’uomo. Fa parte, però, di questo messaggio il fallo che l’uomo redento porta in sé le ferite del peccato originale e quindi l’inclinazione alla dipendenza/schiavitù del peccato.


La chiesa annuncia che Dio salva l’uomo in Cristo, rivelandogli la sua vocazione, iscritta nella verità sull’uomo e svelata pienamente in Cristo Gesù (Gaudium et spes, n. 22). In questa luce tutti hanno diritto di conoscere che la vita è un sì a Dio e alla santità, non semplicemente un no al male.


La persona è chiamata a vivere in (“ex esisterei comunione con Dio, con se stessa, con il prossimo, con l’ambiente (Cf. Gaudium et spes, n. 13). Vivere tali relazioni, specie quella con gli altri, evidenzia la piena e integrale valorizzazione della corporeità maschile e femminile, che svela il senso profondo della vita umana, quale vocazione all’amore (Cf. Familiaris consortio, n. 11). Ma il peccato influisce su queste relazioni. Per vivere i valori umani e cristiani in modo autentico, oltre l’indispensabile sostegno della grazia divina, sono necessari: la libertà dello spirito contro il materialismo e il consumismo; la verità sul bene e sull’uomo contro l’utilitarismo e il soggettivismo etico; la grandezza dell’amore, che cerca sempre il bene dell’altro attraverso anche il dono di sé, contro la banalizzazione della sessualità e l’edonismo.


L’amore misericordioso di Dio guarda in modo speciale a coloro che abbisognano maggiormente della sua azione, compassionevole e liberatrice. il Signore ha detto che sono i malati ad aver bisogno del medico (cf. Mt 9,12; Mc 2,17; Lc 5,31).


Al tossicodipendente si rivolgono la sollecitudine e le attività di molte persone e istituzioni. Anche diverse scienze, e discipline si occupano dei suoi problemi. Sotto quale aspetto, dunque, la chiesa si mette al servizio di coloro che si trovano sotto il giogo di questa nuova forma di schiavitù?


Nel suo atteggiamento decisamente pastorale, impiegando gli strumenti offerti dalle scienze, la chiesa s’avvicina al tossicodipendente con la sua illuminante concezione della verità su Cristo, su se stessa e sull’uomo (Cf. GIOVANNI PAOLO II, Discorso alla III conferenza generale dell’episcopato latino americano. 28.1,1979: L’Osservatore romano, 29-30 gennaio 1979).


Essa propone una sua specifica risposta in quanto detentrice dei valori morali umano-cristiani che riguardano tutti, e sono proponibili a tutti con metodi aperti a tutti; credenti o non credenti, tossicodipendenti o persone a rischio di diventarlo, giovani o anziani, soggetti provenienti da famiglie “sane” o senza famiglia. Si tratta di valori della persona come tale. La proposta della chiesa è un progetto evangelico sull’uomo. Essa annuncia l’amore di Dio, che non desidera la morte, bensì la conversione e la vita, a tutti coloro che vivono il dramma della tossicodipendenza e soffrono un’esistenza miserabile (cf. Ez 18,23). La sua proclamazione è quella della pienezza della vita, la sua eternità, in situazioni che la minacciano o la mettono in pericolo.


Al tossicodipendente, fondamentalmente carente di amore, occorre far conoscere e sperimentare l’amore di Cristo Gesù. In mezzo a un disagio martellante, nel vuoto profondo della propria esistenza, l’itinerario verso la speranza passa per la rinascita di un ideale autentico di vita. Tutto ciò si manifesta pienamente nel mistero della rivelazione del Signore Gesù.


Chi assume sostanze stupefacenti deve. sapere che, con la grazia di Dio, è capace di aprirsi a colui che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14, 6).


Può così intraprendere un itinerario di liberazione scoprendo che egli è immagine di Dio, nella realtà di figlio, che deve crescere nella similitudine dell’immagine per eccellenza che è Cristo stesso (cf. Col 1,15).


La chiesa, con il suo contributo specifico, interviene nel problema della tossicodipendenza, sia per prevenire il male, sia per aiutare i tossicodipendenti nel loro recupero e reinserimento sociale. Così, noi siamo testimoni che il prigioniero della droga, con l’aiuto della chiesa, può iniziare, una nuova strada e assumere un atteggiamento che lo apra a una sempre maggiore pienezza di vita nuova.



b) La chiesa di fronte alla tossicodipendenza


La risposta della chiesa al fenomeno della tossicodipendenza è un messaggio di speranza e un servizio che, oltrepassando i sintomi, va al centro stesso dell’uomo; non si limita a eliminare il disagio, ma propone percorsi di vita. Senza ignorare né disprezzare le altre soluzioni, essa si situa a un livello superiore e complessivo di intervento che tiene conto di una sua precisa visione sull’uomo e in conseguenza addita nuove proposte di vita e di valori. Il suo compito è evangelico: annunciare la buona novella. Non assume una specie di funzione suppletiva rispetto alle altre istituzioni e istanze umane. Il suo servizio sta, infatti, nella stessa “scuola evangelica” fatta attraverso forme concrete di accoglienza che sono la traduzione pratica della sua proposta di vita, del suo messaggio d’amore.


E proprio all’interno dell’attività evangelizzante della chiesa che si colloca il suo intervento sul problema della tossicodipendenza. Tale attività, sia quella diretta “ad intra” che “ad extra”, porta a “servire l’uomo rivelandogli l’amore di Dio, che si è manifestato in Gesù Cristo” (Redemptoris missio. n. 2). Questo annunzio “mira alla conversione cristiana, cioè all’adesione piena e sincera a Cristo e al suo Vangelo mediante la fede”: (Redemptoris missio, n. 46) “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Si tratta di una conversione che “significa accettare, con decisione personale, la sovranità di Cristo e diventare suoi discepoli” (Redemptoris missio, n. 46).  Solo in lui ogni persona può trovare il vero tesoro, la vera e definitiva ragione di tutta la sua esistenza.


Acquistano un meraviglioso significato riguardo ai tossicodipendenti le parole di Cristo: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28).


Il Vangelo lega la proclamazione della buona novella alle opere buone, come, ad esempio, alla guarigione da “ogni malattia e ogni infermità” (Mt. 4,23). La chiesa è “forza dinamica” e “segno e promotrice dei valori evangelici tra gli uomini” (Redemptoris missio, n. 20).


Pertanto, la chiesa, “tenendo sempre ferma la priorità delle realtà trascendenti e spirituali, premesse della salvezza escatologica”, ha sempre offerto la sua testimonianza evangelizzante insieme alle sue attività: dialogo, promozione umana, impegno per la giustizia e per la pace, educazione e cura degli infermi, assistenza ai poveri e ai piccoli (Redemptoris missio. n. 20). Però, sia ben chiaro che nella proclamazione della buona novella dell’amore di Dio, essa non coarta la libertà umana: si ferma davanti al sacrario della coscienza; propone ma non impone nulla.(Redemptoris missio. n. 20).


Il santo padre ricorda che la testimonianza evangelizzante della chiesa sta nel proclamare la buona novella, come colei che ha riconosciuto in Gesù Cristo la meta del proprio destino e la ragione di ogni sua speranza.(Cf. GIOVANNI PAOLO II, Omelia in piazza Sordello a Mantova, 23 giugno 1991).


Riferendosi al tossicodipendente, il sommo pontefice afferma che bisogna portarlo alla scoperta o alla riscoperta della propria dignità di uomo; aiutarlo a far risuscitare e crescere, come soggetto attivo, quelle risorse personali, che la droga aveva sepolto, mediante una fiduciosa riattivazione dei meccanismi della volontà, orientata verso sicuri e nobili ideali (GIOVANNI PAOI.O II, Insegnamenti, VII/2, 347). Seguendo questa linea della formazione del carattere del tossicomane, il santo padre continua: “E stata concretamente provata la possibilità di recupero e di redenzione dalla pesante schiavitù… con metodi che escludono rigorosamente qualsiasi concessione di droghe, legali o illegali, a carattere sostitutivo” (GIOVANNI PAOI.O II, Insegnamenti, VII/2, 347). Poi conclude: “La droga non si vince con la droga” (GIOVANNI PAOI.O II, Insegnamenti, VII/2, 349).


Ma quali sono i “sicuri e nobili ideali” necessari per la crescita del tossicodipendente come soggetto attivo? Sono quelli che rispondono al bisogno estremo dell’uomo “di sapere se c’è un “perché” che giustifichi la sua esistenza terrena” (GIOVANNI PAOI.O II, Insegnamenti, VII/2, 350). Per questo motivo, “é necessaria la luce della Trascendenza e della Rivelazione cristiana. L’insegnamento della chiesa, ancorato alla parola indefettibile di Cristo, da una risposta illuminante e sicura agli interrogativi sul senso della vita, insegnando a costruirla sulla roccia della certezza dottrinale e sulla forza morale che proviene dalla preghiera e dai sacramenti. La serena convinzione dell’immortalità dell’anima, della futura risurrezione dei corpi e della responsabilità eterna dei propri atti è il metodo più sicuro anche per prevenire il male terribile della droga, per curare e riabilitare le sue povere vittime, per fortificarle nella perseveranza e nella fermezza sulle vie del bene” (GIOVANNI PAOLO II, Insegnamenti. Vll/2, 350).


Oggi, con la vasta diffusione della droga, la chiesa si trova di fronte a una nuova sfida: deve evangelizzare tale situazione concreta. Perciò essa indica:


1) l’annuncio dell’amore paterno di Dio per salvare ogni uomo, un amore che supera ogni senso di colpa;


2) la denuncia dei mali personali e dei mali sociali, che causano e favoriscono il fenomeno droga;


3) la testimonianza di quel credenti che si dedicano alla cura dei tossicodipendenti secondo l’esempio del Cristo Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita (cf. Mt 20,28; Fil 2,7).


Questa triplice attività comporta:


– un compito di annunzio e profezia che presenta la visione evangelica originale dell’uomo;


– un compito di servizio umile a immagine del Buon Pastore che da la propria vita per le sue pecore;


– un compito di formazione morale verso le persone, le famiglie e le comunità dell’uomo, compiuta attraverso principi naturali e soprannaturali, per giungere all’uomo integro e totale.



III. LA PRESENZA EVANGELIZZANTE DELLA CHIESA


Dopo aver esaminato quale sia fu missione specifica della chiesa di fronte al fenomeno droga, desideriamo rilevare i soggetti chiamati a intervenire nella cura pastorale della chiesa nel combattere il male della tossicodipendenza e aiutare le vittime.



a) Presenza nella famiglia



La chiesa sente di dover riservare un’attenzione privilegiata alla famiglia, nucleo centrale di ogni struttura sociale, e deve “annunciare con gioia e convinzione la “buona novella” sulla famiglia” (Familiaris consortio, n. 86) per promuovere un’autentica cultura della vita. Anche se la famiglia è assediata da tanti pericoli oggi in una società secolarizzata, bisogna avere fiducia in essa. “La famiglia – afferma Giovanni Paolo II – possiede e sprigiona ancora oggi energie formidabili capaci di strappare l’uomo all’anonimato, di mantenerlo cosciente della sua dignità personale, di arricchirlo di profonda umanità e di inserirlo attivamente con la sua unicità e irripetibilità nel tessuto della società” (Familiaris consortio, n. 43).


Tuttavia, secondo il santo padre, la chiesa deve avere una particolare sollecitudine pastorale “verso gli individui le cui esistenze sono segnate da tragedie personali e devastatrici e verso le società che si trovano a dover dominare un fenomeno sempre più pericoloso” quale la tossicodipendenza (GIOVANNI PAOI.O II. Insegnamenti, VII/1 (1984). 115).


La famiglia è un nucleo vitale e imprescindibile della stessa esistenza umana, per cui l’uomo è insieme soggetto personale e comunitario (riflesso del Dio Uno e Trino). E allora, se la chiesa vuole far fronte in modo efficace al fenomeno droga, deve fare della famiglia la sua priorità pastorale: “l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia!” (Familiaris consortio, n. 86). La famiglia è la “prima struttura a favore dell’ecologia umana” e “santuario della vita” (Centesimus annus. n. 39), cellula cruciale della società, poiché in essa si riflettono nel bene e nei male i vari aspetti del costume e della cultura.


Nonostante il disinteresse, i pregiudizi e perfino l’ostilità che oggi insidiano l’istituto familiare, l’esperienza di quanti operano con speciale competenza nel mondo della tossicodipendenza (psichiatri, psicologi, sociologi, medici, assistenti sociali ecc.), conferma in modo unanime che il modello cristiano della famiglia resta il punto di riferimento prioritario su cui insistere in ogni azione di prevenzione, recupero e ripresa della vitalità dell’individuo nella società.


Questo modello poggia sull’amore autentico: unico, fedele, indissolubile dei coniugi. Occorre ritornare alla concezione cristiana del matrimonio come comunità di vita e di amore, perché altrimenti si scade a modelli egoistici e individualistici. Ciò richiede un’educazione al dono reciproco e alla generosità congiunta con una costante educazione spirituale e religioso-morale.


Siamo ben consapevoli che tale progetto divino si scontra con l’odierna cultura narcisistica, autosufficiente ed effimera. E allora indispensabile una strategia di sostegno, di solidarietà, di apertura fra le diverse famiglie, in un’opera di paziente e reciproca accoglienza.


Nello sforzo di prevenzione e nella lotta alla droga, la famiglia deve fare appello, di fronte alle difficoltà della vita quotidiana, alle risorse interiori di ogni suo membro. Fin dalla prima adolescenza i figli si riferiscono ai genitori e alla famiglia come a modelli di vita. Poi tendono a staccarsene e quasi a differenziarsi da essi, per cercare una loro autonoma realizzazione al di fuori della famiglia, seguendo modelli spesso in contrasto con quelli familiari. La famiglia deve tornare ad essere il luogo dove essi possano fare l’esperienza dell’unità che li rafforza nella loro peculiare personalità. Le famiglie devono essere oggetto e soggetto di educazione alla solidarietà e all’amore-dono.


Occorre recuperare il senso della vita di ogni giorno; pertanto la famiglia deve reagire ai grandi richiami pubblicitari che falsano la prospettiva della vita.


L’azione pastorale della chiesa, centrata sulla priorità della famiglia, interessa tutti e non solo quelli che operano nei tanti settori del “disagio sociale”. La pastorale familiare costituisce la migliore prevenzione perché s’interessa dell’educazione, informa la catechesi, orienta i corsi di preparazione al matrimonio, da vita a istituti di formazione familiare, suscita gruppi di riflessione e di preghiera, promuove forme concrete d’impegno come il volontariato, coinvolgendo ogni componente della comunità cristiana.


La famiglia, “chiesa domestica” (Lumen gentium, n. 11), è capace di affrontare tutto alla luce della parola di Dio interpretata dai magistero e, se Dio vi occupa realmente il primo posto, diventa il luogo della crescita e della speranza perché in essa ogni giorno si ricostruisce la vita cristiana con amore, fede, pazienza e preghiera. Il magistero afferma che “la famiglia, come la chiesa, dev’essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia” (PAOLO VI, Evangelii nunziandi, n. 71).


La famiglia comporta “un ambiente di vita nel quale il bambino può nascere e sviluppare le sue potenzialità, diventare consapevole della sua dignità e prepararsi ad affrontare il suo unico e irripetibile destino” (Centesimus annus, n. 39). In essa gli adulti scoprono il loro ruolo educativo per la formazione del carattere dei figli, e il bambino si affaccia alla vita e impara ad amare. L’uomo vi riceve “le prime e determinanti nozioni intorno alla verità e al bene, apprende che cosa vuoi dire amare ed essere amati e, quindi, che cosa vuol dire in concreto essere una persona” (Centesimus annus, n. 39). Gli adulti vanno educati a rispettare i figli come persone uniche e irripetibili, con i loro doni e una propria vocazione. Devono formarli all’autostima, alla scoperta delle proprie capacità di discernere i valori morali. La famiglia deve continuamente sensibilizzarli in modo formativo sul fenomeno della droga e i pericoli della devianza. Ci si ricordi tuttavia che “educare” non è solo “informare”: la sola informazione potrebbe destare desiderio di provare, curiosità e imitazione. Nel processo formativo è importante tenere presenti le diverge tappe dello sviluppo della personalità dell’individuo da educare. Se la famiglia, poi, scopre di essere direttamente coinvolta nel dramma della tossicodipendenza, non deve assolutamente chiudersi, ne aver paura di parlare in maniera chiara di ciò che sta vivendo. Insomma, deve avere il coraggio di chiedere aiuto a chi è in grado di sostenerla e può validamente consigliarla. Chiudendosi infatti nella propria pena a causa di una malintesa vergogna, finirebbe per fare il gioco del tossicodipendente.


Tutto ciò non è facile. Si cresce, però, soltanto attraverso il superamento delle difficoltà, in un allenamento costante, fatto anche di insuccessi. Talora i genitori vedono la sofferenza e i sacrifici come disvalori, ma non è così. La sofferenza e i sacrifici aiutano a crescere e a maturare, rafforzando la volontà e il carattere. Ce lo ha insegnalo colui che, attraverso la sofferenza, ha redento l’umanità. A volte i genitori devono saper prendere decisioni sofferte per aiutare il figlio tossicodipendente. Decisioni che mai, tuttavia, mancano di affetto. E di affetto hanno certamente bisogno anche i genitori. Quanto è eloquente l’osservazione di tanti genitori, che cioè occorre loro innanzitutto caricarsi d’affetto per poterne poi dispensare ai loro figli, cosi bisognosi d’amore!



b) Presenza nella parrocchia


Il lavoro pastorale della parrocchia concorre a edificare la chiesa, comunità di salvezza, e a sanare il cuore dell’uomo. E a ciò tende attraverso l’intera sua azione.


Innanzitutto, l’annuncio della parola di Dio; un annuncio forte e impegnativo in tutte le sue forme (catechesi, omelia, insegnamento della religione nella scuola ecc.) che favorisce, la crescita della fede. La parola proclamata, quando viene accolta, rinnova l’uomo e lo rende vero testimone del Vangelo. Nel Vangelo egli apprende la carità di Cristo, rivelatrice della giustizia e della misericordia del Padre celeste. Evita, così, di giudicare il proprio fratello (cf. Gc 4,11-12). Si formano coscienze critiche riguardo ai falsi valori e agli idoli proposti dalla società consumistica ed edonistica. Si comprende meglio che le vie per una qualità di vita degna dell’uomo non sono quelle che fanno dell’efficienza e del successo un criterio primo e assoluto. ma quelle che presentano all’uomo proposte esigenti e impegni coraggiosi aprendolo all’orizzonte della vera libertà, lontano dalle tante dipendenze e piaceri che lo rendono schiavo.


La parola di Dio da ai giovani coraggio, forza, comprensione e speranza. Nella liturgia si fa presente il mistero salvifico di Cristo. Ogni comunità, nel celebrarla gioiosamente, riceve i doni del suo Redentore e scopre le indigenze dei bisognosi e dei poveri. Nel ricevere nell’eucaristia il Signore, scopre l’esigenza di aprirsi ai. fratelli. La chiesa, inoltre, medita l’esempio di Cristo che non è venuto a cercare i sani ma i malati, a chiamare non i giunti ma i peccatori alla conversione (cf. Me 2,15-17). Ciò comporta, per le comunità ecclesiali, la disponibilità a prestare attenzione concreta alle forme di povertà presenti nel proprio àmbito. Farsi carico di queste povertà all’insegna della solidarietà operosa è la prima via per prevenire il disagio e dare senso alla vita.


La pastorale della prevenzione è per la parrocchia una priorità poiché essa è comunità educante. Gli adulti dovrebbero sentirsi nella comunità educatori e corresponsabili della formazione di ogni figlio, di ogni giovane. In quest’ambito viene rinforzato il valore della correzione fraterna come vicendevole stimolo al bene e al meglio. Alla base di tutto c’è l’amore aperto a ogni uomo, specie ai più poveri. Quest’amore si esprime nella solidarietà.


Quanto ai giovani, è necessaria una pastorale esigente:


— sul piano spirituale della crescita nella santità;


— nel tirocinio al servizio gratuito e generoso;


— nelle attività di formazione giovanile e in genere di “educazione alla vita sana”, sotto il profilo sportivo, sanitario, culturale e spirituale.


La presenza di tossicodipendenti richiama tutta la parrocchia all’impegno che oltrepassa il semplice aiuto economico o la facile delega alle strutture specializzate. Nella comunità cristiana, le famiglie o i gruppi di famiglie dovrebbero rendersi disponibili ad accogliere o assistere un tossicodipendente nella fase del reinserimento sociale o lavorativo. Così pure dovrebbero sorgere, come già avviene di fatto, comunità educanti di volontariato aperte al territorio (parrocchia, quartiere, paese). Viene a prendere corpo in tal modo un servizio evangelico e si offre un messaggio di speranza, concretizzalo attraverso precisi gesti di accoglienza e di amore.



c) Presenza nelle comunità per la cura dei tossicodipendenti


Nella chiesa esistono anche molteplici iniziative per la prevenzione, l’accoglienza e il recupero dei tossicodipendenti, e il loro reinserimento sociale. Mentre la loro fonte di ispirazione è unica, diversificate sono le capacità creative di chi la concretizza. Ma se la fonte è il Vangelo, e il suo servizio è un messaggio di amore e di speranza, tutte queste iniziative non possono essere che di tipo comunitario, avendo come punto di riferimento la


rigenerazione della persona e della famiglia e la chiamata dell’uomo a vivere in modo comunitario.


La comunità per la cura dei tossicodipendenti non è soltanto una struttura, ma uno stile di vita da incarnare ovunque: in casa, per la strada, a scuola, sul lavoro, nel divertimento. L’elemento indispensabile, e punto di forza dell’impegno ecclesiale in questo campo, rimane il recupero dell’uomo mediante un’azione ispirata da una proposta evangelica resa possibile attraverso varie forme di accoglienza nella quale si rende concreto il messaggio di amore e di salvezza della chiesa.


Siamo consapevoli poi di come, in tante comunità, persone che hanno superato la tossicodipendenza diventano appoggi validi e testimoni credibili per altri; sono come maestri di prevenzione con l’esempio di speranza e di ripresa positiva. Gli ex-tossicodipendenti diventano specialisti nell’affrontare il problema della droga perché ne hanno vissuto sulla propria pelle la sofferenza; hanno saputo accettare la proposta evangelica, e di conseguenza sono i più adatti a trasmettere ciò che hanno ricevuto a chi è nella situazione in cui essi stessi prima si trovavano.


Altre caratteristiche specifiche delle comunità per il recupero dei tossicodipendenti restano affidate alla creatività e ai diversi carismi e concezioni di quanti vi partecipano. Nel rispetto delle varie forme d’iniziativa, la chiesa, attraverso tali strutture, offre un servizio efficace ai tossicodipendenti rimanendo sempre fedele alla propria missione, che richiede la proposta di una chiara linea maestra a quanti intendono seguirla. Nei confronti di queste molteplici opere e iniziative, la chiesa ha anche il compito del discernimento. L’adesione al Vangelo e al magistero della chiesa costituisce il parametro per definire l’identità cristiana di ogni comunità, che tale intende essere.


In un testo di questa natura non possiamo addentrarci a valutare la varietà dei metodi utilizzati nella cura delle vittime della tossicodipendenza. Essi dipendono anche dal contesto culturale delle nazioni, dallo stato particolare delle famiglie e dai tossicodipendenti stessi. Possono esistere accentuazioni, secondo il grado di secolarizzazione, di presenza dei valori cristiani nella comunità e nella persona, vittima di questa schiavitù.


La chiesa, rispettando l’autonomia delle scienze e. la loro metodologia propria, si interessa di più allo sforzo di evangelizzazione, soprattutto quando il lavoro si svolge nelle istituzioni che le appartengono o che sono poste sotto l’ispirazione e la direzione di agenti pastorali della chiesa. La verità sull’uomo e su Cristo deve essere il centro di un recupero integrale. E’ necessario leggere con attenzione l’affermazione del santo padre, Giovanni Paolo lì: “Gli uomini hanno bisogno di verità; hanno la necessità assoluta di sapere perché vivono, muoiono, soffrono! Ebbene voi sapete che la “verità” è Gesù Cristo! Lui stesso l’ha affermato categoricamente: “lo sono la verità” (Cv 14,6). “lo sono la luce del mondo: chi segue me, non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12). Amate dunque la verità! Portate la verità al mondo! Testimoniate la verità che è Gesù, con tutta la dottrina rivelata da lui stesso e insegnata dalla chiesa divinamente assistita e ispirata. E la verità che salva i nostri giovani: la verità tutta intera, illuminante, ed esigente, come è! Non abbiate paura della verità e opponete solo e sempre Gesù Cristo ai tanti maestri dell’assurdo e del sospetto, che possono magari affascinare, ma che poi fatalmente portano alla distruzione” (GIOVANNI PAOI.O II, Omelia al Centro italiano di solidarietà, 9.8.1980).



d) Presenza nella cultura


Esiste un’interdipendenza tra il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società (Gaudium et spes, n. 25). Dal momento che l’uomo e la società tendono, all’interno dell’ordine temporale, al bene comune attraverso la cultura in modo speciale, lo sviluppo e la trasmissione della cultura sono tra i principali campi di servizio all’umanità in cui la chiesa deve essere presente.


La cultura contribuisce allo sviluppo e all’affinamento delle capacità dell’uomo, sia mentali che fisiche. Attraverso la cultura l’uomo promuove il bene comune della società creando le condizioni sociali atte a soddisfare con facilità i suoi bisogni e i suoi legittimi desideri. Tali condizioni sociali, se vogliono corrispondere alla vera vocazione dell’uomo, devono basarsi sull’eminente dignità della persona umana che può essere completamente compresa solo alla luce della trascendenza della rivelazione cristiana.


Perciò, la chiesa deve “evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo …, partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio” (Evangelii nuntiandi, n. 20). Attraverso questa evangelizzazione, la chiesa mira alla conversione, cioè alla trasformazione delle coscienze, sia individuali che collettive. Nel fare questo, la chiesa non distrugge, ma trasforma interiormente la cultura rigenerando “i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la parola di Dio e col disegno della salvezza” (Evangelii nuntiandi, n. 19).


D’altro canto, la tossicodipendenza è il risultato di una cultura che, svuotata di tanti valori umani, compromette la promozione del bene comune e, pertanto, l’autentica promozione della persona. Di qui l’impegno che il santo padre chiede ai laici per la promozione del bene comune che sostiene la tenacità di così tante persone che vivono con rettitudine. Per questo motivo è missione della chiesa rievangelizzare la cultura e dare nuovo impulso all’ordine temporale che rende possibile questa rievangelizzazione. Questo è soprattutto compito dei fedeli laici nella loro partecipazione all’ordine sociale nei suoi diversi aspetti (GIOVANNI PAOLO II, Christifideles laici n. 42).


Occorre la presenza evangelizzante della chiesa nei posti privilegiati della cultura quali le istituzioni educative (scuola, università ecc.) per un’efficace azione di prevenzione. Tali centri sono anche luoghi fondamentali per la formazione del carattere, dove gli educatori sono chiamati a identificare in tempo coloro che possono essere le vittime della droga. La scuola deve operare sempre in stretta collaborazione con i genitori in quanto partecipa, in modo sussidiario, alla formazione dei giovani.


Data l’importanza dei mezzi di comunicazione sociale, sia per la formazione che per la trasmissione della cultura, non può mancare la presenza della chiesa in questo campo. La chiesa evangelizzante deve fare opera di prevenzione promuovendo, tramite essi, un “nuovo umanesimo” (Familiaris consortio, n. 7).



Conclusione


Queste pagine, frutto dell’incontro di persone con molti anni di esperienza, propongono alcune riflessioni per il lavoro di prevenzione della tossicodipendenza e di recupero dei tossicodipendenti. Scopo finale del presente studio è che l’uomo, lasciando da parte le fallaci dipendenze, ritrovi la vera libertà nella dipendenza filiale dal Padre celeste.


Nel concludere, ci rivolgiamo alla Madre di Dio, che ha vissuto in modo armonioso le sue relazioni fondamentali secondo il volere di Dio. Aiuti, Maria, quanti sono minacciati dal flagello della droga e quelli che ne sono diventate vittime, guidandoli al Padre nella conoscenza e nell’amore del suo Figlio, Gesù Cristo. Lui, Signore della vita, faccia passare tante persone, schiave della droga, dalla disperazione alla speranza.



ALFONSO card. LOPEZ TRUJILLO, presidente


+ JEAN-FRANCOIS ARRIGHI, vice-presidente