L’ASSUNZIONE DI MARIA E LA VITA SPIRITUALE

Teologia: fondamentale, ascetica...

…L’Assunzione è una separazione dalla terra, uno slancio verso il cielo e l’unione con Dio Padre. Poste, dunque, le molteplici e fondamentali relazioni che intercorrono fra l’Assunzione e la vita spirituale, ne consegue che vivere il mistero dell’Assunzione equivalga a vivere la vita spirituale. Quanto più si vivrà il mistero dell’Assunzione, tanto più si vivrà la stessa vita spirituale….

L’ASSUNZIONE DI MARIA


E LA VITA SPIRITUALE*



di P. Gabriele M. Roschini O.S.M.



L’Assunzione, il nuovo astro acceso fin dall’eternità dalla mano di Dio e che il 1° novembre 1950, alle ore 9,44, ha incominciato a brillare, in tutta la pienezza del suo fulgore, sul mistico orizzonte della Chiesa, diffonde su tutta la vita spirituale una luce talmente viva da potersi dire un vivo riflesso di quella «luce intellettual piena d’amore – amor di vero ben pien di letizia – letizia che trascende ogni dolzore»[1]. Che cosa è infatti la vita spirituale, ossia, la vita della grazia sopra la terra se non un germe, un felice inizio della vita della gloria nel cielo? Ciò posto, come la vita di gloria nel cielo, così la vita di grazia sulla terra, può essere sintetizzata da tre grandi parole: luce, amore, letizia: luce intellettual piena d’amore; amor di vero ben pien di letizia; letizia che trascende ogni dolzore. Sia la vita della grazia che la vita della gloria (la quale sboccia dalla vita della grazia) è vera vita spirituale: imperfetta quella della grazia, perfetta quella della gloria. Luce di visione «facie ad faciem» quella della vita della gloria; luce di chi vede «per speculum in aenigmate» quella della vita della grazia. Amore beatifico, quello del possesso di Dio, sommo bene, quello della vita di gloria; amore mescolato di sacrificio (perché costretto a sacrificare tutto ciò che ad esso si oppone) quello della vita di grazia.


Letizia piena, perfetta, quella della vita di gloria; letizia imperfetta, quantunque verace, quella della vita di grazia. Pallido riflesso, dunque, della luce della vita del cielo, la luce che diffonde l’Astro dell’Assunzione sulla vita spirituale, della terra: luce che illumina, riscalda, letifica: illumina la mente, riscalda il cuore, letifica tutta la vita spirituale.



”Luce intellettual piena d’amore„



Tale, innanzi tutto, è la luce diffusa sulla vita spirituale dall’astro della Assunzione: luce che illumina la mente. La illumina intorno a vari dogmi che sono, per se stessi, generatori della pietà, alimento sostanzioso, soprannaturale della vita spirituale. Basta dare un rapido sguardo alla formula stessa con la quale il Supremo Pastore ha definito, come «dogma rivelato da Dio», l’Assunzione corporea di Maria SS.: «l’Immacolata Madre di Dio sempre Vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». In questa formula vengono enumerate le tre verità mariane definite già come dogma di fede: l’Immacolata Concezione (definita l’8 dicembre 1854), la maternità divina (definita il 22 giugno 431 nel Concilio di Efeso) e fa perpetua verginità di Maria (definita in varii Concilii). A questi tre dogmi già definiti, se ne aggiunge un quarto: l’Assunzione di Maria SS. in anima e corpo alla gloria celeste. Si noti l’ordine con cui i tre precedenti dogmi mariani — base solidissima dei quarto — vengono enunciati: l’Immacoláta Concezione, la Maternità Divina e la perpetua verginità di Maria. Il primo dogma — l’Immacolata — è come la radice prossima dell’Assunzione e perciò viene menzionato per primo. L’immunità dalla colpa originale, infatti, esige l’immunità dalla pena della colpa originale: la morte. Per questo, nella Costituzione Apostolica «Munificentissimus Deus» si dichiara espressamente che il privilegio dell’Immacolata Concezione e quello della Assunzione sono uniti in modo strettissimo: «Arctissime enim haec duo privilegia inter se conectuntur». Assunta, dunque, perché Immacolata. Chi aveva iniziato la sua vita (fin dal primo istante) negli splendori della grazia non poteva non terminarla (fin dall’ultimo istante) nei fulgori della gloria. La gloria è sempre proporzionata alla grazia. Alla «pienezza di grazia» del primo istante, non poteva non corrispondere una «pienezza di gloria» nell’ultimo istante della vita terrena, e la «pienezza di gloria» è inconcepibile senza la glorificazione di tutto il composto umano, vale a dire, sia dell’anima che del corpo. — Il secondo dogma mariano — la divina maternità — è, si può dire, la ragione remota dell’Assunzione, in quanto cioè la maternità divina è la radice dell’Immacolata Concezione (che è, a sua volta, radice prossima dell’Assunzione), come lo è di tutti i singolari privilegi profusi dalla sapienza, dalla potenza e dalla bontà di Dio in Colei che doveva essere il suo Capolavoro. I vincoli, infatti, di ordine fisico, morale e dinamico che legano indissolubilmente la Madre divina al suo Figlio divino, esigono sia l’Immacolata Concezione che l’Assunzione: logicamente prima però l’Immacolata Concezione (l’immunità dalla colpa) e poi l’Assunzione (l’immunità dalla pena, ossia, il trionfo sopra la morte). — Il terzo dogma mariano — la perpetua verginità di Maria — può dirsi ragione remotissima dell’Assunzione, in quanto appare inconcepibile che quella integrità verginale, richiesta dalla maternità divina, miracolosamente rispettata nel concepimento e nella nascita del Figlio di Dio, sia poi stata profanata dallo sfacelo della morte e dalla corruzione della tomba. I tre dogmi precedenti perciò ci appariscono come le tre ragioni, le tre basi del quarto: Assunta perché Immacolata, perché Madre di Dio, perché Vergine perpetua.


Ma se la connessione dei tre primi dogmi mariani col quarto fa risplendere di nuova luce verità già definite, astri che già da tempo brillano, in tutto il loro fulgore, sul mistico firmamento della Chiesa, il quarto dogma mariano, la Assunzione, illumina in modo tutto particolare la trascendente ed affascinante personalità di Maria al termine della sua vita terrena. Basta esaminare, anche qui, i termini della definizione per intuirne la singolare virtualità dogmatica in essi racchiusa. Si tratta, infatti, di una celeste glorificazione non solo dell’anima — come per tutti gli altri Santi al termine della loro vita terrena — ma anche del corpo. Questa «gloria celeste» sia dell’anima che del corpo, secondo la fede e la Teologia, importa: 1) per l’anima della Vergine una singolarissima intensità della visione di Dio a faccia a faccia, proporzionata ai suoi singolarissimi meriti; e un singolarissimo amore coronato da un singolarissimo gaudio beatifico, proporzionato alla singolarissima intensità della visione; 2) per il corpo poi, l’Assunzione importa tutte le qualità di un corpo glorioso, descritte splendidamente da San Paolo[2], qualità che i Teologi riducono a quattro: l’impassibilità, la sottigliezza, l’agilità e lo splendore[3]. In tal modo il corpo verginale di Maria — come il corpo di tutti i Santi dopo la Resurrezione, alla fine dei tempi — risente e riflette la suprema bellezza e l’ineffabile gaudio dell’anima.


Quanta «luce intellettuale» non diffonde dunque sulla mente del cristiano il dogma dell’Assunzione!… Ma questa luce — è bene rilevarlo — è una luce «piena d’amore» poiché in essa si riflette nel modo più vivo l’amore singolare di Dio per Maria, ossia, Dio stesso, chiamato giustamente dall’Alighieri «il Primo Amore». Tutto, infatti, in Maria, come del resto in tutti gli altri esseri, è effetto dell’amore divino. Poiché l’amore di Dio — come osserva acutamente S. Tommaso[4] — differisce radicalmente dall’amore dell’uomo. Mentre l’amore dell’uomo suppone (non pone) la bontà della cosa amata, l’amore di Dio invece pone (non suppone) la bontà delle cose ch’Egli ama, vale a dire, causa nelle persone e nelle cose amate quella bontà stessa per cui le ama. In tutto ciò che esiste, quindi, si vede riflesso l’amore di Dio. Ma è facile intendere come quest’amore di Dio si rifletta in modo tutto singolare in Colei in cui «s’aduna — quantunque in creatura è di bontade»[5]. Con ragione perciò la singolare luce che diffonde l’astro dell’Assunzione sulle menti di tutti i cristiani può essere chiamata «luce intellettual piena d’amore». Tutti questi dogmi, irradiati così bene dal nuovo dogma dell’Assunzione, non possono non generare nell’anima del cristiano una soda vita spirituale, se è vero — come è verissimo — che i dogmi generano ed alimentano la pietà, che la soda pietà fiorisce solamente sul robusto tronco del dogma.



”Amor di vero ben, pien di letizia„


La luce intellettuale emanante dall’astro dell’Assunzione e nella quale si riflette così vivamente il singolare amore di Dio per Maria, mentre illumina la mente non può non riscaldare il cuore dei cristiani, spingendoli così ad una vita spirituale sempre più intensa compendiata nell’«amor di vero ben», ossia, nell’amore del Bene supremo, Iddio, e di tutti gli altri beni per Iddio.


L’Assunzione, infatti, non è altro che il termine felicissimo della vita terrena di Maria e l’inizio felicissimo della sua vita celeste, nella gloria dell’anima e del corpo, nella pienissima unione col Sommo Bene. È quindi, per se stessa, un invito materno ad un distacco generoso, col cuore, dalla terra e dalle vane cose terrene, ossia, dal falso bene; è un invito ad uno slancio vigoroso verso il cielo e le cose celesti, ossia verso il vero bene; è un invito ad un’intima unione con Dio, vero bene. «Assumpta est ut assumat»: è stata «Assunta per assumere», disse con frase lapidaria Pietro Abelardo[6].


Le tre classiche, vie o età della vita spirituale (purgativa, illuminativa ed unitiva) si concretizzano in quelle tre cose alle quali ci richiama di continuo l’Assunzione, vale a dire: il distacco della terra (via purgativa), lo slancio verso il cielo (via illuminativa) e l’unione perfetta con Dio, sommo Bene (vita unitiva). Che cosa è infatti, in concreto, – l’Assunzione, se non un distacco completo dalla terra, uno slancio verso il cielo, una pienissima unione con Dio?



1. – Distacco dal falso bene. ossia, dalle creature



Il primo richiamo dell’Assunzione è precisamente quello del distacco (via purgativa). La Vergine SS. che lascia la terra e le varie cose terrene, alle quali non era mai stata minimamente attaccata durante tutta la sua vita terrena, invita maternamente tutti i suoi figli a compiere generosamente questo distacco del cuore da tutto ciò che non è Dio, vero e infinito, e che perciò non ci può rendere pienamente felici, non può appagare le nostre tormentose aspirazioni ad un vero e ad un Bene infinito. È infatti l’attaccamento alla terra e alle vane cose terrene che ci distacca da Dio Sommo Bene. Ossia: è l’attaccamento ad una parvenza di felicità (ricchezza, onori e piaceri) che ci distacca dalla realtà della felicità (Dio). I disordinati appetiti che ci trascinano verso la terra e le cose terrene, sono veri carnefici mascherati, da amici, promettitori di felicità e datori d’infelicità. Tutti gli appetiti disordinati — insegna S. Giovanili della Croce — oltre a privare l’anima dello spirito di Dio, le arrecano cinque danni: la stancano, la tormentano, l’accecano, la macchiano e la indeboliscono. La stancano: «Tutte le creature — Egli dice — sono come briciole dalla mensa di Dio cadute; e quindi è giustamente chiamato cane chi va pascendosi delle creature. Che perciò con ogni ragione, a guisa de’ cani, sono sempre famelici; perché i bricioli servono più ad attizzare l’appetito che a soddisfare la fame». La tormentano: «Come chi tira un carro all’insù, così cammina verso Dio l’anima che non iscuote da sé il pensiero delle cose del mondo, e non nega i suoi appetiti». La accecano: «Siccome i vapori oscurano l’aria, e non lasciano risplendere il sole, non altrimenti l’anima presa dagli appetiti rimane ottenebrata secondo l’intelletto, e non dà luogo, onde il sole della ragione naturale e della sapienza divina soprannaturale la investano, ed illustrino di splendore». La macchiano: «Doppiamente fatica l’uccello avvischiato, cioè in distaccarsi e in ripulirsi; come in due maniere pena chi il suo appetito compiace, vale a dire in distaccarsi, e, dopo d’essersi sciolto, in purgarsi da ciò che gli rimane attaccato. In quella «guisa che comparirebbero i tratti di fuligine sopra un viso molto bello e perfetto, medesimamente gli appetiti disordinati lordano e macchiano l’anima, la quale è in sé una bellissima compiuta immagine di Dio. Chi toccherà la pece, dice lo Spirito Santo, ne sarà intriso: ed allora tocca uno la pece, quando soddisfa in qualche creatura l’appetito della sua volontà». La indeboliscono: «Gli appetiti sono come i germogli, che intorno l’albero nascono, e gli tolgono il vigore, perché non metta tanti frutti. Non vi è tristo umore che tanto grave renda ad un infermo il camminare e tanto odioso il cibo, quanto l’appetito delle creature rende l’anima lenta e svogliata nel seguir la virtù. Molte anime non sentono desiderio d’esercitare le virtù, perché hanno gli appetiti men puri e da Dio alieni»[7].


S’impone perciò una lotta continua, decisa contro questi appetiti, contro queste potenti spinte verso la terra e verso tutte le vane cose terrene. Per riuscire vittoriosi in questa lotta purificatrice è necessario seguire fedelmente l’aureo consiglio di S. Giovanni della Croce: «Vivi in questo mondo come se altri non vi fosse quaggiù che Dio e l’anima tua, acciocché non possa il tuo cuore da veruna cosa umana essere trattenuto»[8]. È la via regia percorsa sempre, durante tutta la sua vita terrena da Maria SS. Assunta. Per Lei esisteva una sola grande realtà: DIO. Tutte le altre cose per Lei erano come se non esistessero; meglio: esistevano solo in quanto dicevano ordine a Dio, loro primo principio e loro ultimo fine. Viveva quindi in un continuo, completo distacco dalla terra e dalle vane cose terrene. In Lei perciò non vi fu mai nulla da purgare, nulla da purificare, poiché immune dagli appetiti disordinati e perciò mai inclinata, mai spinta, mai macchiata dalle vane cose terrene. Sforzarsi di raggiungere, nel nostro lavoro di purificazione, ossia, di distacco dalla terra, questo sublime ideale è come incominciare a sentirsi assunto dall’Assunta.



2. – Slancio verso il vero bene, ossia, verso il Creatore



Il secondo richiamo dell’Assunta, è lo slancio verso il cielo e verso le cose celesti, dietro l’esempio di Lei e di una vera legione di anime che, in ogni tempo, l’hanno fedelmente seguita (via illuminativa). Come il distacco dalla terra e dalle cose terrene allontana l’anima dalla terra, così lo slancio verso il cielo e le cose celesti, dietro l’esempio dell’Assunta, avvicina a Dio e all’intima unione con Lui. Anche la Vergine Assunta, perciò, può ripetere con Cristo: «Qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitae»[9]. In tal modo al lato negativo delle virtù (distacco dalla terra), si aggiunge il lato positivo delle medesime: lo slancio verso il cielo, seguendo la via tracciata da Maria SS., la quale è «la faccia che a Cristo più si assomiglia»[10] non solo nei lineamenti fisici ma anche, e sopratutto, nei suoi lineamenti morali, nell’esercizio delle virtù. Per ciò fare, è necessario che Maria, dopo Cristo — di cui è il più fedele ritratto — diventi come il centro della nostra vita, ossia, è necessario che i nostri pensieri, i nostri affetti e le nostre azioni vengano come a polarizzarsi intorno a Maria e, per mezzo di Maria, intorno a Cristo. «Dacchè conobbi Gesù Cristo — diceva Lacordaire — nulla mi parve più abbastanza bello da guardarlo con concupiscenza»[11]. Altrettanto, fatte le debite proporzioni, si può dire di Maria. Quando si è giunti a conoscerLa in tutta la sua affascinante bellezza, non si può non pensare di continuo a Lei, amare Lei, operare con Lei e per  Lei. La sua trascendente bellezza eclissa tutte le altre bellezze  create. Il suo corpo glorificato, nel giorno dell’Assunzione, non può non strappare, all’anima che la contempla, quel grido di ammirazione amorosa uscito dal petto dei tre Apostoli (Pietro, Giacomo e Giovanni) dinanzi al Corpo trasfigurato di Cristo sul Tabor: «Bonum est nos hic esse»[12]. Maria SS., insieme a Cristo, divenuta centro di tutta la nostra vita, sarà come la molla più potente che ci spingerà ad imitare Colei che è il prototipo dì tutte le virtù, sia teologali che morali. Poiché la sua vita, da sola — come asserì S. Ambrogio — è il modello di tutte le vite: «cuius unius vita omnium sit disciplina»[13].


Ma vi è un mistero, nella vita di Maria, che, più di qualsiasi altro, invita alla pratica della fede, della speranza e della carità, le tre virtù teologali che sono come l’anima, il perno della vita spirituale: l’Assunzione. Questo mistero, infatti, spinge ad una vita di fede nell’esistenza di una vita ultraterrena dopo il tramonto della vita presente; spinge ad una vita di speranza nel premio eterno, nella futura glorificazione, sia dell’anima che del corpo; spinge ad una vita di amore verso Dio, «vero e Sommo Bene» e verso il prossimo onde assicurarci, al termine della vita terrena, un premio così grande ed una glorificazione così sublime.



3. – Unione col vero bene, ossia, col Creatore



Il terzo richiamo dell’Assunzione, è un invito alla piena unione con Dio. Distaccata l’anima dalla terra, slanciata verso il Cielo mediante l’imitazione della vita di Cristo e di Maria, diventa matura per una vita d’intima e abituale unione con Dio, per mezzo di Cristo e di Maria: di Cristo, nostro Capo e di Maria, collo che unisce tutti i vari membri del mistico corpo al suo Capo. Questa unione si effettua con l’amore, giunto però a tale grado da far sì che gli atti di tutte le altre virtù non siano che atti di amore. Un tale amore spinge l’anima a compiere di continuo tutto e solo ciò che piace all’Amato, e a ripetere quindi con Cristo: «Quae placita sunt ei facio semper»[14]. È il nulla unito al tutto, il nulla nel pieno, abituale possesso del tutto. Nessuno, meglio di S. Giovanni della Croce, ha saputo darci un’idea così viva e luminosa del tutto del Creatore e del nulla delle creature e dell’unione intima della creatura col suo Creatore mediante la cosiddetta notte dei sensi e delle facoltà dell’anima. La salita del Carmelo e la notte oscura dell’anima ci si presentano come due opere indispensabili per penetrare, nell’intimità dell’unione divina e nella cognizione dei mezzi che ad essa conducono. Nella Salita del Carmelo, il S. Dottore osserva che, allorché l’anima si attacca, mediante l’amore, alle cose create, non solo diventa simile ad esse, ma diventa inferiore ad esse, poiché incatenato da esse, schiavo di esse e perciò minore di esse. Per comprendere il nulla di tutte queste cose create è necessario comprendere il tutto di Dio. La bellezza e bontà delle cose create si offuscano e scompariscono dinanzi alla infinita bellezza e bontà di Dio. Solo quando e perché Iddio si comunica alla creatura, questa diventa qualcuno, qualche cosa. ossia, bella, buona, per cui il nulla acquista tratti di somiglianza col tutto, che è Dio. Ciò che impedisce al nulla delle creature di unirsi al tutto, non è il nulla stesso delle creature, poiché il nulla, per se stesso, appunto perché nulla, non presenta e non può presentare resistenza alcuna. Ciò che impedisce l’unione del nulla col tutto è costituito dal fatto che la creatura ama qualche cosa che non è Dio, per cui trasferisce al nulla di una creatura l’omaggio dovuto solamente al tutto del Creatore. In tal modo la creatura diventa men che nulla, peggiore del nulla, poiché oppone il suo affetto sregolato per le creature all’affetto che Dio ha per Lei ed a quello ch’essa dovrebbe avere per Lui. Questo disordine, distruggendo nell’uomo il regno del tutto, impedisce l’unione dell’anima con Lui, con Dio. Perché la creatura possa unirsi al Creatore è necessario ch’essa riconosca il suo nulla, o meglio, si riduca al nulla, e riduca tutte le altre cose al loro nulla, tenendo sempre dinanzi al suo sguardo il tutto, l’unico tutto di Dio, distaccando il cuore da tutte le cose create, mortificando le proprie passioni disordinate che lo inclinano verso le creature, onde evitare di tributar loro quell’omaggio che è dovuto unicamente al Creatore.


Questa unione del nulla col tutto non è altro — secondo il Dottore mistico — che «la rassomiglianza che la volontà dell’uomo contrae con la volontà di Dio, di modo che l’anima dell’uomo voglia tutto ciò che Iddio vuole, e non già tutto ciò che non è conforme alla volontà di Dio». Questa unione quindi — com’è evidente — viene formata, conservata e sviluppata dall’amore. Risultano perciò vari gradi di unione secondo i vari gradi di amore, i quali, a loro volta, dipendono dal vario grado di grazia e dal vario grado di corrispondere alla grazia, ossia, dal vario grado di sforzo che l’anima fa per distaccarsi dal nulla delle creature per unirsi al tutto del Creatore. Il supremo grado di unione — la trasformazione dell’anima in Dio — è corrispondente al supremo grado di amore, poiché l’amore trasforma l’amante nella persona amata, in modo tale da accontentare tutti i gusti della persona amata, per la quale soltanto sente di vivere e di operare. Ed era precisamente questa l’unione — un’unione trasformante — quella che ebbe la Vergine SS. con Dio, col suo tutto, fin dal primo istante della sua personale esistenza, e che andò sempre crescendo, col crescere dell’amore, fino all’ultimo istante della sua vita terrena, nel momento dell’Assunzione, allorché la sua unione con Dio, mediante la visione beatifica, divenne perfetta e perenne. Distaccata completamente da se stessa e dal nulla delle creature, Ella fu sempre, in modo sempre più stretto, attaccata, unita al Creatore (al suo tutto). A differenza della Vergine SS., tutti gli altri, per giungere alla più intima unione con Dio, debbono passare attraverso la cosiddetta notte dei sensi, dello spirito, della memoria e della volontà. Notte dei sensi, innanzi tutto, ossia, delle passioni o inclinazioni disordinate (eccitate dai sensi esteriori) che si riferiscono ad essi, mediante la mortificazione la quale uccide in noi l’uomo vecchio. In che modo? Dandosi «sempre alle cose, non più facili, ma più difficili; non più saporose, ma più insipide; non più aggradevoli, ma più disaggradevoli; non a quelle che  consolano, ma a quelle che affliggono; non a quelle che danno del riposo, ma a quelle che recano della pena; non alle più grandi, ma alle più piccole; non alle più sublimi e alle più preziose, ma alle più basse e alle più spregevoli. Finalmente vuolsi desiderare e cercare ciò che vi ha di peggiore, non ciò che di migliore, affin di mettersi per amore di Gesù Cristo nella privazione di tutte le cose del mondo, ed entrare nello spirito di una nudità perfetta»[15]. In tal modo i sensi vengono immersi nella notte più profonda, senza riflessi di falsa luce; e su questa notte profonda risplende fulgida la luce di Dio. Notte dello spirito, ossia dell’intelletto, della parte più luminosa dell’anima, non già distruggendola, ma richiamandola con i lumi soprannaturali della fede che ha per oggetto Dio non proprio come esistente, ma come esistente per la nostra vera felicità. per gradire i nostri omaggi e per darcene la meritati ricompensa. Notte della memoria, liberandola dal ricordo delle vane e pericolose cose create per presentarla libera a Dio e alle cose divine. Notte della volontà, che è la parte più preziosa di noi, mortificando le sue sregolate affezioni (la gioia, la speranza, il dolore, il timore) onde portare l’amore verso Dio e la conseguente unione con Lui al più alto grado possibile. Si cambia così il nulla delle creature col tutto del Creatore. La via dunque per raggiungere il più alto grado di unione con Dio, è l’«amore di vero bene», nel suo più alto grado. Ed è a questo, sopratutto, che c’invita l’Assunta.


Ma questo «amor di vero bene», appunto perché di «vero bene», non può non essere «pieno di letizia», di vera, autentica letizia. La letizia, infatti, la gioia, risulta dal possesso di un bene: se questo bene è vero, la letizia è vera; se poi questo bene è falso, la letizia è falsa. L’unico vero bene, il bene Sommo, è Dio. Egli è il tutto; il resto è nulla. Solo quindi nel possesso di Dio — imperfetto in questa via, perfetto nell’altra — si può trovare la vera letizia.



”Letizia che trascende ogni dolore„



La letizia che si prova nel cielo, nel perfetto «amore di vero bene» è incomparabilmente superiore a quella che si prova sulla terra nell’imperfetto «amore dì vero bene». Questa letizia, tuttavia, supera incomparabilmente qualsiasi altra letizia che si possa gustare sopra la terra. Solo chi l’esperimenta può rendersene pienamente conto. Essa è un saggio di quella perfetta letizia che provano i Santi nel regno della gloria di qui[16] il grande monito e il sapiente paradosso del Dottore mistico: «Per gustar tutto, non abbi gusto per cosa alcuna».


La funzione particolare di questa letizia nella vita spirituale è della massima importanza. È essa, infatti, quella che dilata il cuore, questo centro motore, e ci permette di percorrere col maggiore slancio la via stretta, spinosa che conduce alla meta. È essa che ci dà il coraggio per affrontare e risolvere situazioni difficili, per superare gli ostacoli. È essa che suscita e moltiplica le energie spirituali per combattere e vincere. «Romam petentibus — diceva Annibale ai suoi soldati diretti alla conquista dell’Urbe — nil arduum esse potest». Con maggiore ragione l’Assunta, la Madre universale, può ripetere a tutti i suoi figli: «A coloro che tendono alla conquista di una letizia che trascende ogni dolore, non vi può essere nulla di difficile».



Vivere il mistero dell’Assunzione equivale a vivere la vita spirituale.


 


Poste, dunque, le molteplici e fondamentali relazioni che intercorrono fra l’Assunzione e la vita spirituale, ne consegue che vivere il mistero dell’Assunzione equivalga a vivere la vita spirituale. Quanto più si vivrà il mistero dell’Assunzione, tanto più si vivrà la stessa vita spirituale.



P. GABRIELE M. ROSCHINI


dei Servi di Maria




* Testo tratto da Rivista di vita spirituale, 5, (1, 1951), 13-26.


[1] Par. XXX, 41-3.


[2] 1 Cor 15.


[3] Cfr. Sum. C. G., IV, 80-85; Sum. Theol., Suppl., qq. 75-86.


[4] Sum. Theol., I, q. 20, a. 2.


[5] Par. XXXIII, 17-8.


[6] Serm. 26, PL. 178, 545 D.


[7] Cfr. S. Giovanni della Croce, Opere complete, Vol. II; p. 411-413, Genova, 1859. Nell’ultima edizione della «Libreria Fiorentina», vedasi la dottrina esposta in Salita del Monte Carmelo, L. 1, cc. 7-10.


[8] L. c. p. 436.


[9] Gv 8, 12.


[10] Par., XXXIII, 85.


[11] Cfr. CHOCARNE, Vìta del P. Lacordaire, t. II, Firenze.


[12] Mt 18, 4.


[13] De Virginibus, 1, 2, C, 2, n. 15, PL. 16, 221.


[14] Gv 8, 29.


[15] Salita del Carmelo, l. 1, cap. 13.


[16] L. c.