LA LIBERTÀ TIRANNIA

Storia della Chiesa

P. L. Taparelli d\’A. S.J., Risorgimento – La libertà tirannia.  «La Civiltà Cattolica», Serie IV, Vol. VIII – 1 Dicembre 1860, pag. 553 e segg.  Ma no! non è cominciata l’era della libertà: la pretesa libertà d’Italia è un gran passo, un passo gigantesco verso la schiavitù del mondo incivilito. Schiavitù che vi parrà spaventevole, considerando i mezzi colossali di cui dispone per opprimere il mondo, e la saldezza della tirannide che dovrà maneggiarli.

LA LIBERTÀ TIRANNIA
«La Civiltà Cattolica», Serie IV, Vol. VIII – 1 Dicembre 1860, pag. 553 e segg.)

Sentite voi, lettore, il grido che dalla stampa liberale si fa echeggiare dall’un capo all’altro d’Europa? Tutti gridano essere giunta l’ora della libertà per l’Italia e plaudono agli sforzi generosi, con che si vuole che l’Italia sia finalmente degli Italiani.
Se la libertà si intendesse nel proprio e legittimo suo significato d’indipendenza dal disordine, dall’usurpazione, dalla irreligione, dall’errore o dall’ingiustizia; e ciò si tentasse di conseguire per vie giuste ed onorate, lasceremmo volentieri ai politici i plausi e le conquiste. Ma disgraziatamente il grande agitatore di tutto il movimento italiano, con una ingenuità e franchezza degna di miglior causa ha confessato al cospetto di tutta l’Europa l’iniquità, la reità dei mezzi adoperati, pago di giustificarli col nefando principio che il fine santifica i mezzi. Ecco l’impresa che si vanta come liberazione d’Italia!
Ma no! non è cominciata l’era della libertà: la pretesa libertà d’Italia è un gran passo, un passo gigantesco verso la schiavitù del mondo incivilito. Schiavitù che vi parrà spaventevole, considerando i mezzi colossali di cui dispone per opprimere il mondo, e la saldezza della tirannide che dovrà maneggiarli. Fermatevi di grazia un momento a considerare questo nuovo aspetto della questione italiana: essa è una manifestazione solenne di minaccia contro la libertà di tutti i popoli e per la grandezza dei mezzi, di cui dispone e pei principii, con cui li maneggia.
Capite voi, lettore, l’importanza del soggetto? Molte volte è stato predicato ai Principi che la rivoluzione è la loro nemica comune, e che, tollerata in un reame, tutti gli altri minaccia. Oggi ci volgiamo ai popoli; al popolo d’Italia come a tutti gli altri d’Europa; e tutti gli avvertiamo che la tirannide sta trionfando in Italia sotto nome di libertà e minaccia catene a tutti i popoli della terra. Oh! se questi si destassero, facessero senno, meditassero! oggi sarà difficile il resistere, ma è ancora possibile; domani, chi sa? potrà essere troppo tardi: la rivoluzione che ingigantisce tiene in sua mano tutti gli ordegni più gagliardi della tirannia, ed a maneggiarli inesorabilmente è spronata dai principii più spaventevoli del dispotismo. Noi spiegheremo le due asserzioni, ma voi rifletteteci.
Ci aiuterà a svolgere la prima considerazione quel gran pubblicista, di cui la Spagna pianse la perdita prematura. L’illustre marchese di Valdegamas, parlando nel 1849 alle Cortes di Spagna, sosteneva a un dipresso la tesi medesima: «I mezzi, diceva, di cui dispongono oggi i Governi sono mezzi di oppressione così gigantesca, che il mondo mai non vide la pari. La libertà è finita: né risorgerà al terzo giorno, né al terzo anno, né forse al terzo secolo. Stordite a tale annunzio? Eppure posso intimarvelo altamente senza esser profeta: il mondo cammina ad un dispotismo, di cui mai non si vide il più gigantesco: ve lo dice la ragione, ve lo conferma la storia. Signori, alla doppia natura dell’uomo due sole repressioni sono possibili; interna l’una e religiosa, esterna l’altra e politica. E tale è l’indole di coteste due repressioni, che come o s’alza o s’abbassa il termometro religioso s’abbassa o si alza per l’opposto il termometro politico. Prima della venuta di Cristo tutto fu schiavitù e tirannia, perché nullo o quasi nullo era il sentimento religioso: la libertà vera, la libertà di tutti (lo confessano perfino i socialisti) nacque al mondo col nascere del Redentore.
«Or bene, seguite i passi di quella Chiesa che il Redentore istituì per la liberazione del mondo, e voi vedrete come ogni incremento della religione fu abolizione dei ceppi di repressione materiale; ed all’opposto ogni diminuzione nel sentimento religioso fu un regresso verso la tirannia pagana. Fonda egli la prima sua società nei suoi discepoli; e questa, contenuta dall’amore che passava sì stretto fra discepoli e Maestro, non ha all’esterno il menomo vincolo di materiale repressione. Succede nei tre primi secoli una cristianità nel massimo del suo fervore; e qui a reprimere i pochi germi di zizzania, che mai non si sperdono interamente fra gli uomini, basta un germe di potere repressivo in quei giudizi di arbitri che osservavansi fin dai tempi apostolici. Piegano i Cesari convertiti la loro fronte alla Croce? Eccoli, spezzare da sé medesimi gran parte di quella verga despotica, con che avevano flagellati i loro popoli, e riconoscere con pubbliche leggi, superiore al potere terreno un potere tutto morale, tutto celeste. Nel medio evo la religione è gagliarda, ma sono gagliarde pure le passioni. Qui dunque alla forza della repressione religiosa si aggiunge la repressione politica; ma basta il più debole dei Governi, il Governo feudale.
«Sopravviene a indebolire sempre più lo spirito religioso la riforma luterana: ed ecco nascere l’epoca dell’assolutismo che trasforma il feudalismo in monarchie assolute.
«Crederete non esservi ove più innoltrarsi in fatto di materiale repressione; giacché può egli darsi strumento più gagliardo di compressione che il potere assoluto? Eh! sì! davvero, può darsi peggio, e peggio assai: l’assolutismo può condensare, le sue forze, perfezionarne gli stromenti. E sì lo farà: il termometro religioso continua ad abbassarsi; e dunque necessario che si alzi il politico e che la repressione materiale ingagliardisca.
E come ingagliardì? Lo sapete: si istituirono gli eserciti stanziali, i quali altro non sono che una istituzione, colla quale una turba di sudditi organati ad una assoluta obbedienza appresta migliaia di braccia per contenere colla forza una moltitudine inorganica. Ma quella forza poteva impedire l’aumento dell’empietà? Non l’impedì; ed ecco che i Governi, possenti già per migliaia di braccia, si avvidero essere necessari a ben regolarle migliaia d’occhi. E migliaia d’occhi diede loro l’istituzione di quella terribile inquisizione che fu detta la Polizia. Si ebbero così a migliaia gli occhi per vedere, le braccia per costringere. Ma non per questo migliorarono gli uomini e continuò a crescere l’irreligione. A nuova mancanza di religione, nuova giunta di catene: si istituì il centralismo amministrativo, a cui mettessero capo tutte le querele dei sudditi: e i Governi ebbero migliaia di orecchi, come avevano già migliaia di braccia e migliaia d’occhi. Otterranno eglino così una totale padronanza contro il delitto, una totale sicurezza della società? No, signori: se l’immoralità continua a crescere, bisogna che il Governo possa essere in ogni punto del territorio, in ogni momento del tempo. E a soddisfare una tale necessità, ecco il telegrafo, ecco il vapore. Con tali aiuti voi sapete quale è ormai l’onnipotenza di un governante destinato ad ordinare materialmente coscienze senza religione, sudditi senza principii. Col telegrafo ottiene ubiquità l’occhio del Governo; col vapore ubiquità la sua forza, l’esercito».
Ecco a qual punto l’incivilimento aveva innalzata la forza compressiva, quando il Valdegamas favellava alle Cortes. «Eppure, soggiungeva, poiché l’irreligione ancora, va crescendo, aspettatevi ancora peggio, se il male non si corregge. E per ben comprendere fin dove potrà giungere la tirannia, fate meco una comparazione fra l’antico mondo e il presente. Furono tirannie nel primo e feroci e desolatrici: ma tirannie in grande non poterono durare, perché mancavano al tiranno le forze fisiche. Oggi le condizioni del mondo sono cambiate, il progresso delle scienze fisiche ha operato portenti e le vie sono pronte per una tirannia gigantesca, colossale, universale, immensa, franca da ogni resistenza o fisica o morale. Col vapore più non si conoscono frontiere; coll’elettrico si sono annullate le distanze; coll’abolizione dei principii si sono divisi gli animi e sciolte tutte le unità sociali. Qual mezzo dunque può più rimanere per resistere ad una oppressione, che al centro di una macchina burocratica voglia dominare colla polizia gli animi, coll’amministrazione le borse, coll’esercito le braccia, col telegrafo il tempo, col giornalismo e coll’istruzione pubblica l’opinione?». La prospettiva, confessiamolo, lettore, la prospettiva segnataci dal pubblicista spagnolo è spaventevole. Eppure, dobbiamo noi dirlo? vi manca il tratto più caratteristico e più terribile, quello che forma la fisonomia dell’epoca presente.
L’immensa forza descrittaci dal Valdegamas, benché possa atterrire gli amanti di libertà per la possibilità dell’abuso, potea peraltro confortare gli onesti rassicurandoli contro il trionfo del delitto. E così era infatti negli anni trascorsi, quando il medesimo pubblicista riguardava negli eserciti stanziali un elemento di sicurezza pubblica: quando a premunirci contro le congiure dei settari armavasi la polizia: quando al repentino scoppio di un tumulto popolare, annunziato in un attimo dai fulmini del telegrafo, apprestavasi rapidissimo il rimedio dai battaglioni che accorrevano sulle ali del vapore. I progressi dunque fatti fin qui e dagli accorgimenti di governo e dagli strumenti micidiali di guerra mostravano bensì la possibilità di una tirannide spaventevole, ma lasciavano la speranza di una protezione quasi onnipotente; perché si supponeva che chi tiene in mano la forza sia se non dal sentimento di giustizia, almeno dalla stessa sua ambizione indotto a bramare la custodia dell’ordine. Oggi le probabilità sono mutate; e l’impresa italiana, annunziando l’abolizione del giure antico, ci insegna che l’immensa forza dei mezzi governativi sarà maneggiata da una tirannia senz’argini, senza resistenza: tirannia che non teme la morte naturale, che sfida la resistenza materiale dei potentati, che sbarbica ogni opposizione morale sterpando il germe stesso della verità.
Per l’addietro alla possibilità che un governo opprimesse il suo popolo, e mandasse a soqquadro l’Europa, due rimedii ci si offerivano. Il primo dalla Provvidenza che colla falce terribile della morte segnava un limite alla vita dell’oppressore e scriveva sul marmo della sua tomba: «qui spezzerai i tumidi tuoi flutti». Ma prima ancora che la vendetta divina raggiunse il gigante colpevole, altro rimedio apprestava la società di tutti i Regnanti, la quale in difesa dell’ordine (fosse rettitudine o interesse nol cerchiamo) formava una stretta falange, guidata ed aumentata da una tal quale unità di principii, eco della tradizione cristiana e del natural sentimento.
Oggi per converso qual è lo spettacolo che ci presenta la questione italiana? Da un canto l’oppressione non è opera più di un potente isolato e mortale. Il Governo oppressore ha dichiarato da sé medesimo ch’egli è un Governo-Partito, un Governo settario. Sapevamcelo: e il dichiararsi fu appunto per rispondere al rimprovero di chi glie lo attribuiva a colpa. Eccovi dunque confitentem reum. Sissignori! quel Governo è una setta, e la setta non muore. Armato di eserciti stanziali, di polizie, di giornali e di istruzione corrompitrice, di centralismo, di vapori, di telegrafi, di cannoni rigati, di bombe orsiniane, egli ha inoltre il possesso quasi di una vita immortale. Ecco la consolante speranza di libertà che oggi è lasciata dall’Italia!
Rimarrebbe il secondo rimedio, il ricorso ad alleanze di Principi. Questi poteano in altri tempi con quella che allor diceasi coalizione combattere, abbattere i sostenitori dello scompiglio universale. E donde traevano la forza gigantesca per resistere alla mole immensa del delitto organato a società ed armato di tutti gli ordigni della civiltà moderna? La traevano, come abbiamo detto, da una certa unità di principii morali, avanzi di quello scheletro di Cristianesimo che ancor serbavasi anche nelle società eterodosse, e produceva in esse una qualche unità. Galvanizzato cotesto cadavere dal pietismo del primo Alessandro di Russia parve rivivere qualche anno sotto forma di Sacra Alleanza. Ma il galvanismo non è vita: i due metalli che lo producevano, oro e ferro, si ossidarono ben presto, cessò la corrente elettrica; e quell’avanzo di sentimento cristiano cadde come corpo morto cade con tutto il peso della bassa natura nel fango degli interessi. Fu pronunziata anche da qualche diplomatico la spietata formola chacun pour soi: più solennemente ancora l’equivalente del non intervento. E gli interessi, divenuti unica norma dell’operare politico, resero, col loro perpetuo avvicendarsi e mutarsi, assolutamente impossibile ogni calcolo dell’avvenire fra le nazioni, ogni durevolezza delle confederazioni, ogni inviolabilità dei trattati. Lo dicea solennemente pocanzi nelle Cortes di Spagna il Presidente dei Ministri, rispondendo al Deputato Bahamonde. «La Spagna tace nella questione di Roma, perché, nella condizione attuale dell’Europa, le nazioni ignorano se i loro amici di oggi non saranno nemici domani».
Così la pretesa libertà d’Italia ci presenta da un lato un Governo-Partito, un oppressore immortale, e dall’altro l’impotenza di tutti gli altri Stati a confederarsi per arrestarlo. Può darsi minaccia di tirannia più potente, più inevitabile di questa? Non basta: non solo ella mostra obliati i principii della giustizia e della morale internazionale, ma stabilisce esplicitamente il supremo diritto della forza. Lo stabilisce col fatto, spingendo il Governo sabaudo, senza altra ragione che la sua potenza, ad assalire o conquidere un dopo l’altro, con un turpe intreccio di frode e di forza, tutti i Governi della penisola. Lo stabilisce colle dottrine, affermando francamente che se 26 milioni d’Italiani non formano un solo Stato sotto un solo Governo, necessariamente e sempre saranno oppressi. Né chi così parla può dirsi che ecceda, supposta in Europa l’abolizione del diritto internazionale. Ogni guerra, dicea poc’anzi Michele Chevalier al convito di Montpellier, ogni guerra esige spese enormi, da mettere in disperazione gli Stati poveri quando vengono assaliti nella loro indipendenza, nella loro dignità. Milioni di combattenti e milioni di scudi, ecco l’unica speranza di un popolo. Questo è il concetto dell’impresa italiana; e in tal concetto è implicita la promessa di arruolare nell’esercito tutti i concittadini, di spremere colle gravezze tutte le borse. Come vedete il principio della tirannia è qui ridotto a formola evidente ed innalzato alla più alta potenza. Nell’impresa italiana si professa che chiunque ha la forza di incatenarvi ne ha il diritto: che per conseguenza un popolo che non vuole essere incatenato deve rassegnarsi e cedere in mano del suo governante quanto ha di ricchezza negli averi, di sangue nelle vene.
Tale è la dottrina di tirannia predicata dallo sconvolgimento italiano a tutta l’Europa; ed il silenzio sepolcrale, con cui ella assiste a questa nuova specie di deicidio ove l’eterna Giustizia è immolata senza che uno, un solo, brandisca il ferro fra tutti quei potenti che solo per difenderla l’avevano ricevuto dalla Provvidenza: questo silenzio vi parla pur troppo e vi dice che la tirannia che sorge, come non ha limite per la potenza di cui dispone, come non avrà termine per un Governo Setta non può per sè morire; così non teme contrasto perché alla compatta unità dei settarii invasati dal furore di distruzione, nessuna unità di principii può contrapporsi per congiungere e schierare in battaglia i potentati contrarii o deboli o discordi.
Vana essendo la speranza di aiuto materiale nella confederazione dei Monarchi, potrebbe egli sperarsi almeno dalla attività dei popoli? Lo sperammo un momento: giacché a conforto dei buoni la Provvidenza aveva voluto farci comprendere che se la trepidazione dei Grandi e l’oblio e la discordia dei principii, li rende impotenti per resistere alla perfettissima unità della rabbia settaria nella mania di distruggere, sopravvive peraltro potente, risoluta, terribile nell’universale dei Cattolici una fede ardente, un coraggio imperterrito, un petto che sa sfidare la morte, un braccio che sa menarla in trionfo. Al sospiro, al gemito del Padre comune, non che i fedeli alla spicciolata, le intere nazioni si sono commosse: e già brandivano il ferro, già correvano armate alla santa città. Ma ohimè! quel partito medesimo che tiranneggia la società, che assidera fra i palpiti i governanti; quello ha alzato la voce e, togliendo di mano ai potenti della terra l’autorità che comanda e il ferro che costringe, ha vietato ai fedeli l’armarsi, ai Vescovi il parlare, al Pontefice il raccoglierne le squadre. Certamente la tirannica opposizione non riuscì ad impedire che un drappello di eroi corresse ad operare portenti, piuttosto simili ad epopea cavalleresca, che a storia moderna: e il vedere quanto seppero operare quei forti, il vedere la più armigera potenza d’Italia ricorrere, per ischiacciarli, alla smisurata prevalenza del numero e alla sorpresa dei tradimenti, può farci comprendere quale immensa forza sia germinata repente a un grido del Pontefice. Se questa potenza avesse incontrato minori ostacoli, quali conseguenze avrebbe prodotte in difesa dell’ordine e per la libertà degli oppressi!
Non mancherebbe dunque per sè nel Cattolicismo e nelle moltitudini a lui fedeli una potenza atta a ristabilire l’ordine sociale, e la questione Italiana l’ha rivelata al mondo. Ma con qual pro? se nell’atto medesimo ha dimostrato l’avvilimento dei cuori, l’oblio dei principii, la schiavitù dei potenti nelle reti dei settarii, spinta a tale eccesso, che i governanti non solo non osano resistere, ma neanche permettere ai forti, agli audaci la resistenza!
Il partito possiede dunque senza timore di perderla, né per sua morte, né per resistenza altrui, la gigantesca forza dell’oppressione. Ma quali ne saranno gli schiavi, le vittime? Credete voi che soli gli onesti Italiani, gl’Italiani cattolici? (Tornata del 29.10.1860). «No, esclamava pocanzi nelle Cortes di Spagna il Deputato di Valenza: la rivoluzione che lotta oggi a visiera alzata in Italia, è rivoluzione universale; e in Germania, in Francia, in Spagna va prendendo cheta cheta posizioni strategiche aspettando occasioni e segnali. Uditelo di grazia e non lo dimenticate: «Il trionfo della rivoluzione in Italia sarà tardi o tosto il trionfo della rivoluzione in Europa. La società europea è strascinata da due correnti contrarie, una che conduce a religione, a giustizia, a libertà: l’altra che conduce ad empietà, a forza, a tirannia. Si lotta oggi in Roma per la nostra unità religiosa: si lotta in Gaeta pel trono di nostra Regina e per tutti i troni della terra… andate ora e plaudite al Re galantuomo, al patriottismo di Garibaldi: ma badate che dopo aver preceduta come forieri la rivoluzione, non siate da lei incalzati, percossi, atterrati, calpestati». Così in sentenza l’eloquente oratore: e chiunque conosce qual sia il procedere, quale la forza, quali gli accorgimenti, quale l’immensa moltitudine dei complici arruolati in tutte le genti europea dal partito della ribellione; chi mira i preparativi che già si fanno in Ispagna, in Ungheria, per uno scoppio imminente; vedrà benissimo non trattarsi qui nè di timor panico, nè di remoto avvenire: i banditori e gli eroi del partito parlano alto e chiaro. Fate che esso trionfi per ogni dove, come spera e minaccia: mettetegli in mano gli eserciti, le polizie, le burocrazie, i vapori, i telegrafi, i giornali di tutta l’Europa, di tutto il mondo incivilito; e misuratene poi, se potete, coll’immaginazione la smisurata, la truculenta tirannide.
Immaginatevi gli orrori dell’anarchia siciliana trasportati in tutti i punti d’Europa e ridotti a un maestrevole meccanismo maneggiato dal Grande Oriente del Massonismo e vedete se potete ideare tirannide più spaventevole. Quando il Cristianesimo nascente si dibatteva fra gli artigli dei Cesari persecutori, le vittime potevano fuggire, ci voleva tempo per raggiungerle; si ascondevano nelle catacombe, e quella notte le sottraeva all’occhio dei nemici; erravano travestite di terra in terra e potevano essere ignorate. Ma qual’è oggi quella catacomba sì cupa, che nasconda al guardo della polizia? Chi può viaggiare senza passaporto? Qual fuga è sì celere che non la precorra il telegrafo, che non la raggiunga il vapore?
Energia di mezzi, immortalità di governo, impossibilità di resistenza materiale, eccovi tre elementi di tirannia insuperabile che si prepara non solo ai Cattolici, ma a tutto il mondo incivilito ed onesto, sotto nome di libertà italiana. Qual altro scampo potrebbe sperarsi in mancanza di ogni resistenza materiale? Alla onnipotenza della forza, concentrata in mano di un Governo settario, potrebbe ancora contrapporsi la speranza che restituita al sentimento religioso la sua attività, e rialzatone, per tornare alla figura del Valdegamas, il «termometro», potesse scemarsi la forza del principio di distruzione, di compressione politica. E buon per noi se questo sentimento religioso accennasse a risorgere! Sarebbe il più nobile, il più efficace, il più blando fra tutti i mezzi per distruggere la tirannia. Ma la questione italiana ci promette tutt’altro: giacché qual è il punto, a cui deve appoggiarsi la leva per rialzare il caduto sentimento religioso? Un Cattolico non può ignorarlo: la pietra fondamentale del sentimento religioso, e per conseguenza della libertà, è il Papato. Intorno a che bellissime sono le parole seguenti del Principe di Broglie (“Correspondant”, gennaio 1860): egli dopo avere come noi tratteggiato in poche botte lo smisuratissimo potere che il moderno centralismo dà in mano ai governanti, soggiunge: «A questo potere io non conosco se non un uguale; che anzi gli è superiore, ed è il potere della Chiesa cattolica. Non conosco se non un’autorità che non dipende da lui: ed è la Chiesa, non conosco se non una porta, di cui esso non abbia la chiave: ed è quella della preghiera e della coscienza. Chi non intende perché sia grave, al cospetto di un tal potere, diminuire benché di un’oncia la sola testa che gli stia alle pari e che possa guardargli in faccia? Chi non intende che pericolo sia il dare a questo potere un nuovo appiglio sopra il rappresentante dell’ultimo dominio, nel quale esso non abbia ancora posto il piede»? Questo rappresentante che solo guarentisce tutta la indipendenza della Chiesa è il Papato, il quale perciò non può essere soggetto a nessuno; «giacché se fosse, dice ottimamente l’illustre Vescovo d’Orléans, noi correremmo rischio d’essere anche tutti soggiogati con lui e nel corpo e nell’anima» (“La souvraineté Pontificale”, II edition, pag. 512).
Così è! oppresso il Papato, il sentimento religioso rimarrebbe senza alimento, la libertà delle coscienze senza punto d’appoggio. L’evidenza di questo nostro assunto è tale, che perfino i protestanti, quelli almeno che serbano l’amore naturale all’ordine e qualche avanzo di cristianesimo positivo: sì, quei protestanti medesimi alzano oggi la voce in favore del Papato, salutandolo ultima ancora per la sbattuta nave della società. Or qual è lo scopo finale, a cui mira lo scompiglio italiano? Sono passati quei tempi or d’entusiasmo, or d’ipocrisia, in cui il partito italiano vantavasi di guerreggiare per la libertà del Papa, per la gloria del Papato; in cui gli stessi Governi stranieri credevano o dicevano credere essere il mantenimento della Sovranità temporale del Capo venerabile della Chiesa intimamente legato colla libertà e l’indipendenza dell’Italia; in cui lord Palmerston scriveva al Ministro d’Inghilterra a Vienna che l’integrità degli Stati Romani dee riguardarsi come elemento essenziale per l’indipendenza della penisola.
Oggi la libertà italiana ha preso tutt’altro aspetto; e il grande scopo, a cui ella mira, e precisamente il contrario. Sissignori! appunto perché un tale ostacolo non venga opposto alla universale schiavitù degli intelletti sotto l’insegnamento ufficiale delle Università laiche e del giornalismo admonesté, il termine a cui mira lo sconvolgimento italiano e l’abolizione del Papato, val quanto dire l’estirpazione della radice stessa di quel sentimento. Non riusciranno per ora gli empii disegni, poiché, crediamo, ancora non giunse l’ultima età del mondo, il regno dell’anticristo. Ma non è meno astuto ed opportuno per questo il disegno del Governo-Partito. S’egli riuscisse nell’ultimo scopo dell’impresa italiana, la libertà delle coscienze, la libertà stessa del pensiero si troverebbe incatenata in quel freno di errore imboccato dai settarii alle mascelle dei popoli (Isaia 30, 28); sicché la costoro schiavitù giungerebbe all’infimo grado dell’abbiezione: ad essere cioè impotenti non solo a scuotere il giogo, ma perfino a riconoscere la propria schiavitù. Questo significa l’abolizione del Papato, come hanno ampiamente spiegalo i Vescovi e i dotti di tutta la cristianità. E questo si chiama l’affrancamento d’Italia, l’era della libertà?
Raccogliamo, lettore, in poche parole l’assunto e la prova.
L’epoca presente è realmente, abbiamo detto, l’inaugurazione di una schiavitù spaventevole: spaventevole, perché il progresso scientifico, artistico, amministrativo, ha armato i Governi di colossale potenza, a costringere cogli eserciti, a vegliare colle polizie, a dominare col centralismo amministrativo, col telegrafo, col vapore, col giornalismo, coll’insegnamento tutto l’uomo esterno ed interno: spaventevole, perché tanta possanza d’istromenti viene maneggiata da un tiranno immortale, da una setta che si professa ebbra di distruzione, da un Parlamento, da un Senato, da un Ministero che francamente si professano rivoluzionari: spaventevole, perché alla immensità ed immortalità dell’oppressore più non si oppone argine saldo dalle altre Potenze, tutte sperperate ed esitanti pel titubare dei principii, per la varietà e discordia degl’interessi, pel timore dei sicari; spaventevole, perché la gagliardia che ancora spingerebbe gli onesti ad arruolarsi sotto il Pontefice affrontando la morte per la Chiesa, per la Religione, per la società, questa gagliardia viene incatenata dai potenti a misura che viene vituperata dai settarii: spaventevole, perché tende per suo fine ad annullare quell’oracolo che, salvando fra i Cattolici l’unità di dottrina e di morale, conserverebbe il germe di una potenza ordinatrice delle idee e per conseguenza delle imprese.
Questo annullamento assoluto della resistenza, questo iniziamento di una tirannia non mai più vista sulla terra; ecco lettore ciò che molti eziandio degli onesti consentono ad appellare la libertà d’Italia. Or che ne dite? Non sarebbe tempo di nominare le cose coi loro vocaboli, per non contribuire per parte nostra all’inganno dei semplici? Non sarebbe tempo di congiungere, oltre il soprannaturale valore delle preghiere, anche i naturali mezzi legittimi, di cui ciascuno dispone, per scongiurare la schiavitù imminente e mettere i propri concittadini in guardia contro sì grave pericolo? se siete Cattolico, lo zelo dell’onore di Dio ve lo comanda: se Italiano, ve lo chiede l’amore della patria, della vera libertà.