L’ Agonia della mistica

Chiesa: Papa e Papato, Autorità...

di Padre Innocenzo Colosio: Si puo’ parlare di un’agonia della mistica nell’attuale congiuntura ecclesiale?

AGONIA DELLA MISTICA NELL’ATTUALE CONGIUNTURA ECCLESIALE?


di INNOCENZO COLOSIO


Queste pagine non vogliono essere una vera e propria dissertazione, ma piuttosto un appassionato grido d’allarme: la Mistica cristiana nell’ambito della Chiesa cattolica sta correndo un gravissimo pericolo di morte.


Ovviamente non intendiamo parlare delle vere e proprie grazie mistiche segretamente infuse dallo Spirito Santo nelle anime, perché esse sfuggono ad ogni controllo di carattere culturale.


Il nostro esame verte invece esclusivamente sulla Mistica dal rigoroso punto di vista socio-culturale; cioè si tratta di indagare sul posto che la Mistica occupa oggi nell’insegnamento della Chiesa, nel la predicazione, nella direzione delle anime, nella pubblicistica in tutto il suo arco. In concreto, si tratta di sapere: oggi l’ideale mistico come è studiato, considerato, valutato, perseguito? Ma, prima di tutto, per ideale mistico, che cosa intendiamo di preciso?


In queste pagine per Mistica si vuole significare sia lo studio teoretico sia l’aspirazione pratica alla vera e propria contemplazione infusa e all’amor puro di Dio uno e trino; giacché usiamo il termine esperienza mistica nel suo significato forte, volendo appunto con esso esprimere una intuizione affettiva soprannaturale della presenza di Dio nel fondo dell’anima, al di là delle facoltà discorsive, percepito come bontà somma e assoluta. In altre parole per Mistica intendiamo lo stato teopatetico descritto dai grandi e classici mistici a cominciare dallo Pseudo-Dionigi Areopagita, il quale appunto qualifica il suo Ieroteo come patiens divina.


Questo stato teopatetico, così amorosamente studiato e perseguito nel primo dopoguerra, ora è molto trascurato sia sul piano della ricerca scientifica sia sul piano pratico della parenetica. Si deve invece constatare che esso viene tuttora, e forse più di prima, studiato nel campo storico e viene sempre meglio illustrato dalle molteplici edizioni critiche di testi dei grandi spirituali.


Ora domandiamoci: quali sono le cause di questa crisi teorico-pratica dell’ideale mistico?


Si potrebbe dare al quesito una risposta sintetica e un po’ generica: essendo la Mistica la fase suprema e culminante della vita cristiana, essa subisce fatalmente i contraccolpi di tutte le attuali crisi che oggi travagliano il Corpo mistico: crisi della fede, crisi della morale, crisi del celibato, del sacerdozio, della mortificazione… Ma è necessario cercare una risposta più profonda, più scientifica, ossia bisogna tentare una soluzione più specifica del problema, più dedotta ex propriis.


A nostro modo di vedere si potrebbero ridurre le cause della decadenza teorico-pratica dell’ideale mistico a questi tre capi, procedendo dall’esterno all’interno, dal generico allo specifico:


1) negazione della metafisica da parte di quasi tutte le filosofie oggi dominanti, e infiltratesi anche nel tessuto intimo dell’insegnamento ecclesiastico;


2) il grave travaglio critico che investe tutte le norme e i metodi dell’Ascetica tradizionale;


3) l’attuale impostazione antropologico-storica di tutta la teologia.


Questa indagine eziologica la proponiamo qui come ipotesi di lavoro, senza poterla documentare ampiamente — ciò che però ci ripromettiamo di fare in articoli successivi —. Queste succinte pagine vogliono solo essere introduttori e ad una futura analisi; perciò qui elencheremo brevemente, seguendo la triplice divisione sopra data, i virus che in ciascun settore più o meno direttamente intaccano la vitalità dell’organismo mistico.


1. Crisi filosofica


Metafisica e Mistica sono… sorelle siamesi, o per lo meno amiche molto strette: ambedue, infatti, aspirano alla conquista dell’Assoluto, anche se con mezzi assai diversi, anzi apparentemente contrari. La Metafisica è la sorella storicamente più anziana che aiuta la Mistica a mettere le ossa, offrendole, aiutata e sorretta dalla Rivelazione, l’alimento grezzo, la base con la sua speculazione su Dio e i suoi attributi e perfezioni, e su Cristo, immagine perfetta del Padre. Ora tutti sappiamo come oggi la Metafisica sia negata, derisa, dichiarata assurda, impossibile, morta e seppellita. E i necrofori sono tutte le varie filosofie imperanti: il marxismo materialista, il neopositivismo, le varie filosofie analitiche del linguaggio, lo strutturalismo, lo stesso esistenzialismo nella sua linea nichilista.


Tutte queste correnti, in maniera più o meno subdola, hanno invaso parzialmente anche l’area cristiana, in cui è facile trovare scrittori e insegnanti che inconsciamente rinnovano il principio della doppia verità: per un verso credono più o meno fideisticamente all’esistenza di Dio uno e trino, ma per un altro verso negano ogni possibile speculazione razionale sulla natura divina, che invece nella grande tradizione medievale è stata considerata quale remota pronuba del mistico matrimonio, come risulta anche dalla stessa storia della spiritualità ebraica, induista e musulmana. Notisi anche che la stessa speculazione metafisica sull’Essere supremo tende naturalmente a sfociare in una specie di mistica contemplazione naturale, certo ben diversa dalla contemplazione infusa, ma che comunque presenta con la medesima non poche analogie, come bene ha dimostrato Th. Philippe O.P. nel suo ampio articolo: Spéculation métaphysique et contemplation chrétienne, pubblicato su Angelicum 1937, pagine 223-263.


2. Crisi ascetica


Se la Metafisica autentica è una sorella della Mistica, l’Ascetica ne è addirittura una parte vitale, intrinsecamente incorporata alla Mistica, tantoché anche il mistico più sublime non può e non deve distaccarsi completamente dagli indispensabili esercizi ascetici. Infatti la ortodossia della Mistica viene misurata dalla sua buona simbiosi teorica e pratica con l’Ascetica. Senza previa preparazione ascetica niente mistica esperienza, almeno in via ordinaria.


Ora è noto a tutti come la classica Ascetica cristiana sia osteggiata con violenza non più o non tanto dai nemici esterni quanto dal di dentro della Chiesa stessa. Recente prova ne sia l’articolo, a dire poco scandaloso, del sacerdote spagnolo Fernando Urbina pubblicato sul n. 9 del 1975 della rivista Concilium. Il titolo è già un chiaro programma: La vita spirituale come tentazione (pp. 124-146). L’Autore mette sotto accusa la spiritualità, specialmente dei primi decenni del nostro secolo — e per esemplificare cita, la Vita interiore del Tissot, L’anima di ogni apostolato dello Chautard e Le tre età della vita interiore del P. Garrigou-Lagrange — come responsabile di aver scisso l’unità operativa del cristiano, e specialmente del sacerdote, privilegiando la vita di preghiera su quella dell’azione apostolica e sociale, e facendo correre così il pericolo per molte coscienze, di una falsificazione psicologica e di una complicità politica. Secondo la strana ermeneutica storica di questo autore, la Chiesa oggi ha perduto terreno su tutti i campi per colpa di quella tipica spiritualità, la quale narcotizza l’asceta cristiano timoroso e gli fa perdere il senso della concreta conflittualità sociale, chiudendolo in sé stesso!


Qui non intendiamo affatto confutare la sua complessa e sottile diagnosi della dissociazione della vita spirituale dalla vita sociale reale, di cui si è resa colpevole quella tale spiritualità, giacché abbiamo intenzione di sottoporre quell’articolo ad una puntuale e precisa critica in un futuro numero della Rivista.


Recentemente lo stesso Papa durante l’udienza dello scorso mercoledì delle ceneri ha lanciato un accorato appello affinché non si trascuri lo sforzo ascetico, di cui con chiarissime parole ne delinea la struttura:




Esso consiste in uno sforzo abituale della buona volontà, una tensione morale vigilante e perseverante della coscienza sopra il dominio delle proprie azioni, una attitudine normale di autogoverno, di padronanza di sé, nell’intento di unificare il complesso meccanismo psicologico dei propri istinti, delle proprie passioni, dei propri interessi, dei propri sentimenti, delle proprie reazioni interiori ed esteriori, dei propri pensieri, sotto un unico comando direttivo, l’amor di Dio e del prossimo, norma suprema e vitale della personalità cristiana.


(Osservatore Romano, 4 marzo 1976)


Lo stesso Pontefice ricorda come oggi questo sforzo ascetico non sia gradito:




Sappiamo tutti benissimo che questo capitolo del programma rinnovatore della vita cristiana non gode il favore dell’opinione pubblica, e nemmeno talvolta il dovuto rispetto di certi maestri che pur si qualificano moralisti e per di più cristiani.


Assistiamo infatti a continui assalti indiretti, ma alle volte anche molto diretti, contro ogni forma di mortificazione, la quale costituisce appunto il fulcro centrale di ogni ascetica.


Si parte dalla esaltazione della spontaneità come valore irrinunciabile, dalla gelosa difesa di tutto ciò che è naturale, in base ad una diffusa concezione ottimistica dell’uomo, oramai dichiarato guarito dalle vecchie ferite del peccato originale, sia perché esso non è affatto quello che si credeva, sia perché la permanente efficacia della potenza redentrice di Cristo risorto, tramite la fede (di marca protestante) continuamente lo rintuzza, anche se rispunta sempre come i peli della barba, secondo una tipica espressione dello stesso Lutero.


In modo particolare gli attacchi sono rivolti contro il valore della verginità, considerata come intrusione in campo cristiano di un mito pagano, o per lo meno di idee neoplatoniche e manichee, ignote al vero senso delle Sacre Scritture. Lo stesso dicasi della lotta tra carne e spirito.


L’obbedienza poi è stata praticamente nullificata sia per la instaurazione del metodo democratico a tutti i livelli, sia per la elevazione della coscienza individuale ad unico insindacabile criterio delle nostre azioni.


Conseguentemente lo stato religioso è stato intaccato alla base e declassato dal suo ruolo di scuola specifica e paradigmatica di perfezione evangelica; e per di più è stato in sede pratica gettato in un incredibile marasma a causa del programmato aggiornamento obbligatorio, che fatalmente — com’era facile prevedere — si è risolto in una colluvie di discussioni, esperienze, scissioni, turbamenti di ogni genere, legislazioni ambigue, frutto naturale del compromesso, storico anche questo, tra progressisti e tradizionalisti. Il colpo mortale all’Ascetica classica è stato inferto dalla nuova teoria, convalidata dall’alto, tendente alla super-esaltazione dei cosiddetti valori terrestri, o umani, o sociali, quasicché la sana dottrina cattolica non abbia sempre favorito nei giusti limiti la scienza, l’arte, la famiglia, i doveri sociali. Un’altra grave ferita alla prassi e alla dottrina ascetica tradizionale è stata causata dall’aver sostituito e quasi contrapposto allo stato di perfezione la perfezione degli stati, spaccando così l’unità vitale dell’unica ascetica evangelica che trovava nel radicale rinnegamento di noi stessi tramite i tre voti la legge suprema, uguale per tutti come ideale, ma in concreto applicabile, caso per caso, persona per persona, in re o solo in voto (ossia nel desiderio), secondo le rispettive vocazioni.


Nel campo poi delle spiritualità dei singoli ordini religiosi, è avvenuto questo strano fenomeno, che mentre a priori si è canonizzato il pluralismo dei carismi, a posteriori si è caduti in una monocorde e piatta uniformità, come appare evidente dalla semplice lettura delle varie regole aggiornate; cosicché le singole famiglie monastiche sono state private delle loro spicciole pratiche ascetiche, che avevano un loro valore speciale, come frutto di secolari esperienze di quel determinato istituto con quella determinata finalità. Si pensi, per portare un solo esempio, alla importanza della “sacratissima silentii lex” per l’Ordine domenicano, ora praticamente inesistente.


A tutto questo si aggiunga la decadenza pratica in cui sono cadute la direzione spirituale, la orazione discorsiva o meditazione, e l’esame di coscienza particolare e la stessa confessione sacramentale.


3. Crisi teologica


Vitale e intimissima è la dipendenza della Mistica dalla Teologia generale, tantoché come dottrina non si dovrebbe distinguere da essa, cioè tutta la Teologia è spirituale, quindi almeno tendenzialmente mistica.


Se è vero che la Teologia è il consapevole ripensamento della fede rivelata per incarnarla nella mente e nel cuore umani, svilupppandone le virtualità e traducendole in pratica nella nostra progressiva deificazione (la quale consiste nella grazia santificante e cristiforme evolventesi via via in una sempre più intima unione con Dio, di cui qui in terra la contemplazione mistica e l’amor puro infuso rappresentano il grado supremo, preludio alla visione beatifica) ne consegue che la speculazione teologica è di suo ordinata alla esperienza mistica.


Ma c’è, storicamente parlando, teologia e teologia. Ora l’attuale Teologia, non avendo più per suo oggetto formale proprio: Deus sub ratione Deitatis consideratus in se ipso et in suis partecipationibus formalibus, ma Dio come protagonista della storia della salvezza umana, essa non è certo indirizzata a fomentare la contemplazione mistica e l’amor puro, sua fonte e suo termine, che hanno appunto come oggetto primario Dio, la sua vita trinitaria, le sue perfezioni entitative più che operative.


A ciò si aggiunga la fatale mutazione del metodo conseguente allo spostamento dell’oggetto proprio. Il nuovo metodo teologico, invece di essere speculativo e partire dall’alto, ha assunto in pieno la dimensione antropologica e si è fatto storico-genetico. A ciò si aggiunga ancora la eccessiva preoccupazione ecumenica, per cui la nostra teologia in questi ultimi anni è diventata scandalosamente succube di quella protestante, che come è risaputo, è piena di riserve e di prevenzioni contro la Mistica, e si capirà facilmente perché il divorzio tra teologia dogmatica e teologia mistica sia stato consumato in misura così radicale.


Prova ne sia l’emarginazione del classico trattato dei doni dello Spirito Santo, fagocitati dai carismi (che sono pero un’altra cosa); l’accento posto quasi esclusivamente sull’amore del prossimo a detrimento del primato dell’amore a Dio; il sociologismo e l’orizzontalismo considerati come la vera e più genuina dimensione del cristianesimo che vede in Cristo soprattutto “l’uomo per noi” e non il vertice della religiosità teocentrica, il “religioso” per eccellenza; l’accentuazione sulla nascita laicale e non sacerdotale di Cristo; la difesa teologica della secolarizzazione, con lo specioso pretesto che l’autonomia del profano è voluta da Dio espressamente nella Sacra Scrittura; la spiritualità escatologica immanentizzata, ma resa in questo modo evanescente, al posto della classica dottrina sui Novissimi e sulla visione beatifica; la esagerata divisione, per non dire, contrapposizione tra religione e fede, tutta a beneficio della seconda e a detrimento della prima; la esasperata esaltazione della preghiera liturgica o comunitaria con relativo deprezzamento di quella intima e privata; la parola di Dio nella Bibbia considerata come più efficace e nutriente della stessa Eucarestia; la grazia santificante concepita non più tomisticamente come una realtà entitativa informante l’essenza dell’anima ed evolventesi in un dinamico organismo, ma come un semplice benevolo affettuoso sguardo divino che accarezza l’anima. E si potrebbero facilmente enumerare molti altri aspetti e atteggiamenti della attuale corrente teologia, i quali certo non concorrono a potenziare la nostra spinta verso la intimità divina.


Molti teologi moderni non vogliono neppure sentire nominare la Mistica, perché secondo loro si tratta di una parola e di un contenuto ellenici e quindi pagani, subdolamente penetrati nel tessuto del pensiero cristiano, dal quale vanno espulsi come elementi eterogenei.


Ancora una volta Louis Bouyer in un denso e illuminante libretto, il cui titolo non fa minimamente sospettare la tematica di fondo ivi svolta, Religioni e preti contro Dio (trad. italiana di B. Marenco, Ed. Rusconi, Milano, pp. 120, L. 2.000) ha spezzato da pari suo una lancia contro la tesi dell’origine pagana del nome e del contenuto della Mistica cristiana.


Da quelle stringate e persuasive pagine vogliamo offrirvi qui alcuni stralci molto persuasivi specialmente se riposti nel contesto.


Egli considera Alberto Ritschl (1822-1889) come primo e maggiore responsabile nel protestantesimo moderno della diffidenza, anzi del ripudio più radicale della Mistica cattolica.


Secondo questo celebre teologo protestante:




il cattolicesimo manifesterebbe la propria infedeltà al vero cristianesimo e all’ispirazione della Bibbia appunto perché teso al misticismo con tutto il suo orientamento profondo. Il misticismo non sarebbe che il frutto supremo del paganesimo, la ricerca illusoria di un falso dio estraneo alla creazione e indifferente alla sua salvezza. Esso viene contestato da tutto il profetismo biblico mentre il Vangelo di Gesù, il Vangelo del regno di Dio da stabilire sulla terra, ne è la condanna definitiva… (p. 75).


Al seguito di Ritschl, l’opposizione tra Mistica e Bibbia è stata sempre più elaborata




fino a diventare come un assioma per i teologi protestanti, seppure appartenenti alle più opposte tendenze. Ai nostri giorni essa trova un’espressione particolarmente imperiosa in Ebeling, ma è diffusa dappertutto, tanto fra i protestanti ” ortodossi ” come fra i liberali (p. 76).


Detta concezione protestante della Mistica come elemento più o meno pagano è purtroppo rimbalzata in campo cattolico, dove con molta faciloneria è stata recepita anche da specialisti.


Non fa meraviglia, anche se la cosa è paradossale, che i cattolici ricalchino oggi le torme di tali speculazioni che hanno voluto e vogliono essere espressamente anticattoliche. Ed è curioso che esse affascinino anche certuni che una migliore informazione avrebbe presumibilmente dovuto trattenere dall’accettare giudizi tanto semplicistici, come fa padre Festugière ne L’Enfant d’Agrigente (p. 77).


Proprio recentemente le pagine qui criticate del domenicano Festugière sono state ripubblicate a parte sotto il titolo molto significativo: Le sage et le saint nella collezione Foi Vivante, Parigi, Plon, 1974, pp. 98.


Ma il Bouyer dimostra come il nome e il contenuto della Mistica cristiana sono di pretta origine vitale interna al cristianesimo stesso.




La Mistica vera, lungi dall’opporsi alla linea autentica di sviluppo della spiritualità biblica, ne segue perfettamente la trama. Bisogna alla fin fine riconoscere il tatto macroscopico contro cui urtano e si infrangono le speculazioni dualistiche che abbiamo discusso e cioè, il fatto che la nozione stessa della mistica è frutto dell’ispirazione biblica e solo di essa, è comparsa non al di fuori del cristianesimo o sotto influssi estranei ad esso bensí nel suo seno e per una derivazione spontanea e irresistibile (pag. 91-92).


Lo prova con evidenza lo studio semantico del termine, sicché è pressoché incredibile che tanti dotti (o semidotti) continuino a farne uso ignorandone totalmente l’origine e l’evoluzione. Né Plotino o gli altri neoplatonici, né qualche autore platonico prima di loro, né l’ermetismo o altro movimento analogo (per esempio orfico) adoperano mai il termine “mistico ” in rapporto a una qualche esperienza di unione con Dio. E’ solo nel cristianesimo, e in stretta relazione con i dati più specificamente biblici ed evangelici, che esso, dal significato banale di “segreto” che ha nella grecità profana, è assurto al senso che noi gli attribuiamo spontaneamente. (p. 93).


Dopo averci brevemente detto l’uso che del termine mystikos fanno Clemente, Origene e i Padri Cappadoci, così prosegue e conclude:




Infine san Gregorio di Nissa sarà il primo a chiamare mistica l’esperienza cristiana per eccellenza, cioè la percezione della presenza divina che si comunica a noi con la mediazione delle scritture e la partecipazione ai sacramenti. Tuttavia il primo a usare sistematicamente l’aggettivo in questo senso sarà lo Pseudo-Dionigi, però con una tipica insistenza sul contesto della fede nelle scritture e della celebrazione sacramentale in tale fede. (p. 94).


Concluderemo anche noi questo terzo paragrafo con un pensiero del medesimo autore: Non si dà Teologia valida se non nella fede e in una fede autentica come quella che tende a superarsi nella Mistica, e più precisamente nella Mistica dell’amor di Dio diffuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo che ci è stato donato.


4. Obiezioni


A parte le osservazioni critiche di dettaglio che il lettore potrebbe fare direttamente alla nostra diagnosi dell’agonia della Mistica, ciascuno, leggendola, avrà pensato che a quei sintomi evidenziati pessimisticamente da chi scrive queste pagine, si potrebbero contrapporre ottimisticamente altri fenomeni; p. es. i seguenti: oggi vi è molto interesse per la mistica induista, per lo yoga, per lo zen; si parla e si scrive molto sulla contemplazione; vi sono un po’ dappertutto cenacoli di intensa preghiera; e soprattutto il movimento carismatico pentecostale non è una macroscopica risposta alla prognosi di una imminente morte della mistica nella Chiesa di oggi? Risponderemo brevemente e provvisoriamente a queste obiezioni: a) il nostro discorso è un discorso all’interno della Chiesa; riguarda cioè la Mistica cristiana. E del resto il fatto che tra questi fautori delle mistiche esoteriche ci siano anche dei cattolici starebbe a dimostrare la nostra tesi, e cioè che costoro non trovando nella Chiesa per le ragioni anzidette lo slancio mistico, lo vanno a cercare altrove. b) E’ vero, sulla contemplazione anche in questi ultimi anni si è scritto non poco, pero nella maggior parte dei casi il termine è stato usato per lo più in senso lato e generico di intima preghiera, di meditazione, di vita raccolta, e così via, ma non nel senso tecnico di contemplazione infusa; c) La diffusione di centri specialmente giovanili dediti alla preghiera specialmente comunitaria fa ben sperare; ma siccome questi giovani spesso non sono allenati metodicamente allo sforzo ascetico collaterale, non sarà facile che la loro preghiera raggiunga le vette della esperienza mistica; d) La medesima risposta vale anche per i pentecostali, benché di essi chi scrive non abbia una conoscenza diretta. Da quanto abbiamo letto ci è venuto il sospetto che quell’entusiasmo, produce sì un sensibile miglioramento spirituale, ma forse non riuscendo a creare una armoniosa e solida unità interiore, abitualmente frutto solo di un lungo e metodico esercizio ascetico, sia destinato ad attenuarsi e pian piano a sparire. Comunque chi vivrà, vedrà.


Ripetiamo, anche per non essere fraintesi, noi non neghiamo affatto che oggi esistano delle anime autenticamente mistiche, cioè a dire, veramente sante, molto più che noi sosteniamo che è impossibile la vera santità senza un diretto intervento divino per purificare fino alle radice il cuore dall’innato egoismo e introdurvi quindi l’amore puro infuso, generalmente connesso in modo vitale con qualche bagliore di contemplazione infusa—quindi non si dà santità perfetta senza esperienza mistica. E la santa Chiesa cattolica ha sempre dei santi che nella unità profonda della loro vita interiore — Fernando Urbina permettendolo — bruciano tutte le antitesi tra vita interiore e vita sociale, tra orizzontalismo e verticalismo.


Per rendere più tangibile quanto diciamo porteremo una testimonianza attuale, desumendola dall’opuscolo “Fatima e Balazar celeste gemellaggio“. Premettiamo che Balazar è la patria di Alexandrina Da Costa (1904-1955), autentica mistica, morta vittima per la salvezza delle anime. E’ un sacerdote che parla:




“una sera ebbi l’idea di partecipare a una tavola rotonda. La discussione era tenuta da un pretino coi capelli arruffati, da tre ragazzi muniti di barba e da alcune ragazze conciate in maniera eccentrica. I termini che ricorrevano più frequentemente erano orizzontalismo, alienazione, spiritualità di evasione, comodo misticismo. La sostanza del discorso fu questa: il rapporto con Dio può costituire un alibi per non occuparsi dei fratelli. Lo sguardo rivolto al cielo distrae dal compito di costruzione del mondo. Meno misticismo e più disponibilità alle sofferenze altrui “. (p. 42). E’ la tesi di Urbina. Ecco ora la risposta… esistenziale di una vera mistica, cioè Santa:


“Il suo cuore [di Alexandrina], proprio perché unito sempre al Cuore di Gesù fino alla mistica identificazione con Lui, si è dilatato a dismisura e abbracciava tutti si commoveva per tutto si immedesimava di tutto quello che era del prossimo e donava sempre e si donava completamente.


I compaesani alla sua morte vestirono a lutto per un mese e commentavano: E’ morta la mamma di Balasar!” (p. 43).


Altro che alibi, altro che isolamento!


5. Conclusione


Se la nostra diagnosi — del resto molto sommaria e sbrigativa — è vera, per salvare la Mistica dalla sua agonia, bisogna ritornare alla metafisica classica, all’ascetica classica, alla teologia classica, non certo materialmente e meccanicamente, ma con tutte le finezze, le correzioni, gli apporti validi di quest’ultimi decenni, vitalmente assimilati per opera di qualche sublime genio che sia anche un grande santo.


Speriamo che la misericordia divina agli infiniti miracoli del passato aggiunga anche questo nuovo, prima che la Mistica, in senso socio-culturale, passi dall’attuale convulsa agonia ad una squallida morte, che del resto sarebbe la necessaria conseguenza della presunta e tanto proclamata morte di Dio. Il fatto pero che questa blasfema e assurda espressione non susciti l’orrore e l’indignazione nel nostro campo, ma anzi una benevola e positiva considerazione perché si presume che contribuirebbe a purificare il nostro concetto di Dio, è la prova provata che oramai la nobile razza dei mistici puri, dei paladini dell’Assoluto, è già morta e seppellita. Preghiamo perché Dio la risusciti!


 


© “La nuova rivista di ascetica e mistica”, 1976, 2, pp. 105-116