Il trionfo della cultura nuova

Storia della Chiesa


Prof. A. Torresani. 7. 1 La cultura dell’Illuminismo – 7. 2 L’Illuminismo in Francia – 7. 3 L’Illuminismo italiano e tedesco – 7. 4 La nascita dell’economia politica – 7. 5 Cronologia essenziale – 7. 6 Il documento storico – 7. 7 In biblioteca.


Cap. 7 Il trionfo della cultura nuova



La storia politica del XVIII secolo mostra un‘accelerazione crescente che ha imposto di adottare il termine “rivoluzione”: dopo il 1770 si intersecano e interagiscono la rivoluzione culturale che va sotto il nome di Illuminism; la rivoluzione demografica ossia una forte crescita della popolazione europea; la rivoluzione economica che introdusse una nuova concezione della ricchezza delle nazioni; la rivoluzione sociale che rovesciava una concezione statica della società a vantaggio del ceto dinamico per eccellenza, la borghesia; la rivoluzione industriale che sovvertiva i modi tradizionali di produzione con la creazione delle fabbriche e la produzione in massa di beni; la rivoluzione religiosa che sembrava sovvertire le antiche strutture ecclesiastiche a vantaggio della religiosità ridotta a sentimento individual; la rivoluzione scientifica che sembrava risolvere ogni problema col mero ricorso all’osservazione empiric; la rivoluzione filosofica giunta al punto di dichiarare un sogno la metafisica, assegnando alla filosofia la funzione di propedeutica del sapere fisico-matematico; la rivoluzione morale che cercava la propria fondazione nell’utilità posseduta dalle azioni umane per raggiungere la felicità intesa come benessere per il maggior numero di uomini possibile.


Queste rivoluzioni avvenivano sulla base dell’accettazione del progresso, inteso non solo come miglioramento degli strumenti materiali, bensì come inarrestabile miglioramento morale e intellettuale perché il vizio, il male, la povertà sarebbero frutto solo di ignoranza, di superstizione, di fanatismo religioso, di strutture politiche e sociali obsolete.


Nella seconda metà del secolo XVIII, la cultura europea è dominata dall’ottimismo circa le possibilità della ragione: dapprima sotto forma di radicali riforme delle istituzioni per liberarle dai vincoli di tradizioni di cui non si comprendeva più il significato nei campi del diritto civile e penale, del commercio, delle corporazioni di arti e mestieri, della legislazione ecclesiastica, dei privilegi nobiliari. Più tardi, quando si scoprirono le radici profonde e le resistenze tenaci dei vecchi regimi, l’ottimismo della ragione decretò la loro distruzione per affrettare l’alba radiosa della nuova umanità: tutte le rivoluzioni accennate confluirono perciò nella rivoluzione politica.



7. 1 La cultura dell’Illuminismo



Gli ultimi quindici anni del XVII secolo furono dominati da una vivace cultura razionalista, che poi trionfò per tutto il secolo XVIII, il secolo dei lumi, delle riforme e, infine, delle rivoluzioni.


Gli inizi della cultura nuova Il nuovo movimento iniziò nelle Province Unite, si rafforzò in Gran Bretagna e divenne egemone in Francia estendendosi poi in Europa e in America. Il movimento illuminista interessò anche la Germania e l’Italia, paesi d’antica cultura ma privi di unità politica: la cultura nuova in questi due paesi produsse un vivace dibattito che nel secolo successivo si tramutò in movimento politico volto all’unificazione.


Amsterdam il maggiore centro librario Nel XVII secolo i fermenti più vivaci di cultura critica nei confronti del passato si erano avuti nelle Province Unite e in particolare ad Amsterdam, dove operarono molti intellettuali ugonotti, per esempio Pierre Bayle che dette vita a una rivista letta in tutta l’Europa: “Nouvelles de la république des lettres” alla cui redazione collaborarono gli ugonotti dispersi dalla revoca dell’editto di Nantes. Mediante articoli e recensioni, erano segnalati gli scrittori che si opponevano alla politica e alla cultura promossa da Luigi XIV.


Trionfo del giornalismo Ogni giornale è per definizione “effimero”, ossia il suo effetto dura poco tempo. Ogni giornale, dominato dai tempi brevi concessi alla redazione, ha bisogno di scandali, di cose curiose, eccitanti; le cose normali, invece, quelle che accadono tutti i giorni e che pure richiedono sacrificio, fedeltà al proprio lavoro, non finiscono sui giornali. Tuttavia, ogni giornale ha un padrone che si propone certi fini politici, culturali, sociali. La redazione del giornale è assunta per essere funzionale a quegli interessi.


La funzione dell’opinione pubblica Il controllo dell’opinione pubblica nel XVIII secolo divenne attività importante perché in Olanda, in alcune regioni della Francia e della Gran Bretagna il numero di chi sapeva leggere arrivò a metà della popolazione. La cultura illuminista è anche frutto di geniali giornalisti.


Locke John Locke fu il modello al quale si ispirò l’Illuminismo. La sua teoria delle idee che sarebbero il residuo mentale delle sensazioni, sconvolgeva le precedenti teorie circa la conoscenza: noi possiamo conoscere con sicurezza solo ciò che sperimentiamo o che sia suscettibile di sperimentazione, per esempio le leggi della fisica e delle altre scienze della natura. La ragione umana, secondo Locke, deve perciò divenire l’organo di verifica delle infinite proposizioni che si possono logicamente formare, limitandosi ad accettare quelle che abbiano riscontro nella realtà. Ma vi sono campi nei quali la ragione guidata solo dall’evidenza empirica non basta, per esempio la religione che propone misteri, profezie, miracoli i quali non si prestano a verifica empirica. In altre parole, il reale fu ridotto alla dimensione del razionale, e la religione fu accettata solo in quegli aspetti considerati ragionevoli, ossia utili per qualche scopo pratico. Da secoli si era operata la distinzione tra razionale e sovrarazionale. Gli illuministi esclusero l’ambito sovrarazionale o lo confusero con quello irrazionale, ossia con l’errore, con la superstizione, l’assenza di razionalità.


Toland John Toland (1670-1722) percorse per primo questo nuovo cammino e affermò che la dottrina di Cristo è valida solo in quanto dottrina ragionevole, ossia utile per le necessità sociali. Gli altri liberi pensatori approfondirono questa interpretazione affermando che esiste una religione naturale, comune a tutte le genti e che si può ridurre a pochi princìpi, ossia 1. Dio esiste; 2. Dio ha creato il mondo; 3. Bisogna fare il bene ed evitare il male; 4. Dio premia chi fa il bene e punisce chi fa il male. Questa semplicissima teologia razionale è comune a tutte le religioni che perciò vengono equiparate, essendo solo diverse forme storiche assunte dalla medesima religione naturale. All’obiezione che c’era la Bibbia contenente la rivelazione fatta da Dio agli uomini e che Dio non può ingannare, i liberi pensatori rispondevano che la Bibbia andava interpretata in senso allegorico, per esempio la colonna di nubi che guidava Mosè nel deserto del Sinai e la colonna di fuoco che lo guidava di notte, andavano interpretate come segnalazioni mediante fumo o fuoco, ancora impiegate dai popoli primitivi. La conclusione di Matthew Tindal (1657-1733) fu che “la religione naturale non differisce da quella rivelata” e tocca al filosofo stabilire ciò che è religione, non i preti e i fanatici.


Hume David Hume (1711-1776) proseguì l’analisi giungendo a dire che la religione ha unicamente una base antropologica e psicologica: fu il terrore provato dagli uomini primitivi a creare gli dèi. Ogni religione, perciò, si fonda su “principi irrazionali e superstiziosi” e si nutre di “pazzia, furore, rabbia”. Essendo essa perciò una cosa tanto pericolosa e irrazionale, se ne devono occupare i magistrati per impedire gli eccessi: “Se tra i cristiani, gli inglesi e gli olandesi hanno accolto i princìpi della tolleranza, questo atteggiamento eccezionale è nato dalla ferma decisione del magistrato civile, contro gli sforzi congiunti di preti e di dotti”. Come si vede, l’introduzione di un deciso razionalismo empirista nella valutazione della ragione lascia in piedi due soli atteggiamenti: da una parte il fideismo, ossia credere in Dio senza alcun appello alla ragione; dall’altra lo scetticismo, ossia un atteggiamento di estraneità a un fenomeno di pazzia collettiva da tenere a bada con le leggi.



7. 2 L’Illuminismo in Francia



Ben presto questa letteratura penetrò in Francia dove, in teoria, il cattolicesimo era la religione di Stato e dove esisteva una censura che poteva vietare la pubblicazione di opere di quel genere.


Egemonia della cultura francese La cultura francese stava vivendo la sua stagione più splendida e riteneva di non aver nulla da imparare quanto a spregiudicatezza, rigore, chiarezza di espressione. Senza considerare che la letteratura libertina in Olanda e Inghilterra non faceva che tirare le conseguenze di una rivoluzione politica e sociale già effettuata nel secolo precedente, gli intellettuali francesi s’impadronirono di quei temi per effettuare la rivoluzione in Francia. La nobiltà e la monarchia, ancora concepita come assoluta e regnante per diritto divino, furono tolleranti, quando addirittura non collaborarono alla diffusione delle nuove idee, in omaggio al principio che le opere d’ingegno, soprattutto se scritte bene, andavano protette.


Fontenelle Bernard Le Bovier de Fontenelle (1657-1757) fu considerato l’ingegno più brillante dell’età di Luigi XIV e per tutto il lunghissimo corso della sua vita si fece banditore delle nuove idee. Qui si può ricordare la Storia degli oracoli, un pamphlet che esamina le ciurmerie delle profezie pagane, ma i lettori effettuavano il trapasso alle profezie cristiane. L’opera più famosa del Fontenelle si intitola Riflessioni sulla pluralità dei mondi. In essa egli affrontava la possibilità che Luna, Venere e Marte potessero essere abitati da individui simili agli abitanti della terra e, anzi, presentava la cosa come altamente probabile. Subito però sorgevano problemi apparentemente insolubili per i cristiani, ossia se gli abitanti di quei mondi fossero immuni dal peccato compiuto da Adamo e quindi felici, oppure se anch’essi fossero decaduti, ma in questo caso Cristo si era incarnato solo sulla terra, e quindi quegli esseri lontani erano senza redenzione… L’opera del Fontenelle è in qualche modo esemplare per l’illuminismo francese e consiste nell’aver negato il valore della rivelazione cristiana e l’autorità della Chiesa. A partire da quel momento la cultura francese si orientò in direzione dell’esame critico della società svincolata da legami trascendenti e da preoccupazioni confessionali.


Montesquieu Il primo di questi pensatori fu un sociologo, Charles Louis de Secondat barone di Montesquieu (1689-1755). Nelle sue Considerazioni sulle cause della grandezza dei romani e della loro decadenza, pubblicate nel 1734, il Montesquieu non tenne in alcun conto gli elementi religiosi e soprannaturali per spiegare la storia: i romani antichi furono irresistibili per le loro virtù civiche, per il loro esercito razionalmente impiegato, per la sapienza dei loro istituti giuridici; essi decaddero per il peggioramento del clima, per l’insorgere di discordie civili, per la fuga degli intellettuali migliori dal servizio allo Stato, per l’indebolimento dell’esercito non più formato di cittadini… Nello Spirito delle leggi, il suo capolavoro, il Montesquieu affermò che le leggi civili sono relative all’ambiente fisico del paese (montagne, coste, pianure…), al clima (freddo, temperato, umido, torrido), alla qualità del terreno, alla sua posizione e grandezza (le monarchie si affermano nei grandi Stati, le repubbliche nei piccoli territori, gli Stati dispotici nei climi torridi ecc.), al genere di attività economiche prevalenti (agricoltura, caccia e pesca…).


Voltaire Col pensiero sociologico di Montesquieu abbiamo perciò la più completa secolarizzazione del pensiero politico e giuridico che François-Marie Arouet (Voltaire) approfondì mediante un deciso attacco rivolto contro il cattolicesimo. Le opere di Voltaire sono numerose: tra le più note è il Saggio sui costumi, un interminabile atto di accusa contro le tradizioni ricevute dal passato, attaccate quando non resistevano al vaglio della sua caustica ironia. È opportuno riflettere un poco sul mezzo impiegato, il “saggio”, un genere letterario che consiste nel prendere in considerazione un caso, considerato esemplare, da analizzare fino alle estreme conseguenze. Al lettore, implicitamente, viene suggerito che tutti gli altri casi da esaminare siano simili a quello trattato, come avviene al vino di una botte dalla quale è stato spillato un bicchiere. Ma se, al contrario, il caso esaminato è statisticamente anomalo, esso può risultare fuorviante, come quando, esaminando l’operato di un giudice disonesto, si affermasse che tutta la magistratura è corrotta. Voltaire usò spesso il genere Pamphlet, il saggio, l’articolo di giornale scritto con implacabile ironia per indurre nel lettore l’avversione non per l’individuo preso di mira, ma per tutta la categoria di persone che sostengono le stesse idee.


Voltaire antipascaliano Voltaire prese di mira soprattutto la più rilevante figura di cattolico e di intellettuale, Pascal i cui Pensieri rimangono una grande creazione dell’intelligenza umana, soprattutto se la prendeva con l’aforisma “noi siamo incomprensibili a noi stessi” che, se capito, getta l’ombra del dubbio critico su tante nostre azioni che sono apparentemente nobili, ma che talora nascondono moventi inconfessabili.


Candido Candido e L’epoca di Luigi XIV conservano un notevole interesse: il primo è un’implacabile satira dell’ottimismo di Leibniz, il quale affermava che tra tutti i mondi possibili, Dio aveva creato quello migliore, ma così affermando, diceva Voltaire, si offriva una giustificazione all’esistenza del male, in luogo di combatterlo per estirparlo dal mondo: il romanzo satirico termina con la famosa affermazione che per ciascuno la cosa migliore è “coltivare il suo giardino”, ossia lavorare senza tregua intorno a ciò che dipende da noi, lasciando da parte i problemi che ci trascendono.


L’epoca di Luigi XIV L’epoca di Luigi XIV è la prima opera storica scritta dal punto di vista degli interessi di una classe sociale, la borghesia. Come storico, Voltaire non vuole essere imparziale, non cerca la verità che non lo interessa, bensì si propone di dimostrare la tesi che il regime del più famoso re di Francia fu la massima disgrazia per essa, perché a causa delle guerre incessanti accadute in quel tempo non è stato possibile sviluppare il commercio e l’industria, e promuovere un’agricoltura scientifica: in altre parole, Luigi XIV ha inaridito le fonti della ricchezza nazionale che un regime borghese avrebbe ben diversamente sviluppato.


L’Enciclopedia Dopo Voltaire, il movimento illuminista dilagò perché la censura, quando interveniva, era sconfessata da un decreto di grazia che amici compiacenti ottenevano dal sovrano. A partire dal 1750 iniziarono alcune imprese editoriali di vasto respiro. La più importante fu l’Enciclopedia promossa da Denis Diderot (1713-1784) e Jean Le Rond d’Alembert (1717-1783) che lavorarono insieme fin verso il 1758 quando il secondo interruppe la collaborazione, lasciando a Diderot il compito di terminare l’impresa.


La morale Con Diderot i princìpi dell’illuminismo furono volgarizzati divenendo, per l’opinione pubblica, verità provate, senza margini di problematicità, espresse in proposizioni lapidarie: “I doveri a cui tutti siamo tenuti nei confronti dei nostri simili appartengono essenzialmente e unicamente al dominio della ragione, e pertanto sono uniformi presso tutti i popoli. La conoscenza di questi doveri costituisce ciò che si chiama morale, e rappresenta uno degli oggetti più importanti a cui la ragione possa riferirsi”.


La religione Dopo aver sistemato la morale, Diderot passa alla religione: “Alcune verità da credere, pochi precetti da praticare: a tanto si riduce la religione rivelata”. A tutto il resto provvedeva l’Enciclopedia, il famoso dizionario ragionato di arti, scienze e mestieri.


Storia, filosofia, arte Poichè l’uomo è dotato di tre facoltà fondamentali – memoria, ragione, immaginazione – ad esse il Diderot fa corrispondere tre attività fondamentali – storia, filosofia, arte – che esauriscono l’orizzonte degli interessi umani insieme con la scienza di cui si è già parlato.


La scienza Il livello della scienza illuminista non era profondo: essa accettava i risultati della fisica di Newton, conseguendo solo in matematica risultati altrettanto significativi. Nelle scienze naturali trionfava, invece, un metodo descrittivo che raggiunse i suoi risultati migliori in Buffon per la zoologia, e in Linneo per la botanica: costoro costruirono un ideale reticolo formato da righe e da colonne, collocando animali e piante uno accanto all’altro a seconda delle parentele più o meno strette trovate tra loro. Poiché l’anatomia comparata e la genetica dovevano ancora venir inventate, quelle classificazioni avevano un valore assai limitato, ma fecero sorgere spontaneamente l’idea dell’evoluzione, ossia che la materia primordiale era animata da una sorta di tensione interna per dare vita a tutte le forme intermedie.


La psicologia associazionistica Il progresso continuo dal più semplice al più complesso, passando attraverso tutti gli stadi intermedi fu sostenuto per la psicologia da Etienne Bonnot di Condillac (1714-1780). Costui affermò che il principio unitario della conoscenza è la sensazione, la quale è in grado di spiegare la nascita del linguaggio e delle altre forme complesse della psiche. Nel suo Trattato delle sensazioni (1754), Condillac propose una famosa immagine: una statua organizzata internamente come noi e animata da uno spirito privo di ogni genere di idee. Suppose, inoltre, che l’esterno fosse di marmo che non permetteva l’uso di alcun senso e si riservò la libertà di aprire a suo piacere un solo senso alle impressioni che esso può ricevere, per esempio l’odorato. Ebbene, poiché l’odorato avverte ogni stimolo ricevuto come piacere o dolore e il cervello ne conserva la memoria, subito la statua comincia a contrarre numerose abitudini e dalle più elementari esperienze sensoriali passa alle più complesse esperienze razionali.


La materia possiede un certo grado di intelligenza Dopo aver affermato che la materia ha in sé implicito una qualche partecipazione alla razionalità, ossia come sostenne Pierre Louis Moreau de Maupertuis (1688-1759), che occorreva accordare alla materia “un qualche grado d’intelligenza, di desiderio, di avversione, di memoria”, era tolta la necessità razionale all’esistenza di Dio che crea il mondo con tutti i suoi oggetti, ricondotti a una materia primordiale animata da un principio immanente di sviluppo. Furono poste così le premesse di un radicale materialismo ateo.


Il materialismo Tra i primi a percorrere questo cammino ci fu Julien Offray de la Mettrie (1709-1751) in un’opera intitolata L’uomo macchina. In essa egli scriveva: “Il pensiero è così poco incompatibile con la materia organizzata da sembrarne anzi una proprietà, come l’elettricità, la facoltà di movimento, l’impenetrabilità e l’estensione”. Anche in questo caso, un’ipotesi di lavoro era presentata come un fatto sperimentato. Visto che l’anima umana poteva esser considerata un derivato dalla materia, anche l’uomo doveva venir giudicato null’altro che un animale più complesso e quindi un uomo-macchina…


Helvetius Claude Adrien Helvetius (1715-1771) approfondì il concetto secondo cui l’uomo non è dotato di facoltà diverse da quelle degli animali: “Se la natura, invece che con mani e con dita flessibili, avesse fatto terminare i nostri arti con uno zoccolo di cavallo, si potrebbe forse mettere in dubbio che gli uomini – senza arte, senza abitazioni, senza difese contro gli animali, e tutti occupati a provvedersi il cibo e a evitare le bestie feroci – sarebbero ancora erranti nelle foreste a guisa di branchi randagi?”: in altre parole, tutto si riduce al possesso delle mani che hanno dita opponibili al pollice, un vero prodigio di precisione meccanica. Helvetius, poiché giudicava la virtù niente altro che l’abitudine di compiere azioni utili alla società, pensava che l’attività più importante fosse l’ideazione di buone leggi da imporre agli uomini per renderli virtuosi, mediante un’educazione che si riduceva a un severo addestramento, come si fa con gli animali per costringerli a divenire utili per l’uomo.


D’Holbach La più radicale esposizione dell’ateismo, considerato come auspicabile punto d’arrivo del progresso della società, venne da un tedesco naturalizzato francese, Paul Heinrich Dietrich d’Holbach (1723-1789). Nel Sistema della natura affermò che “l’uomo è un essere meramente fisico” e perciò si poteva ottenere da lui qualunque cosa mediante l’educazione e un’adeguata terapia fisica: “In un uomo di temperamento sanguigno, qualora si nutrisse di cibi meno succulenti o in quantità minore e si astenesse da liquori forti… potrebbe giungere a correggere la natura, la qualità del movimento del fluido in lui dominante”. Perciò bisogna sviluppare i poteri del sovrano perché la politica è “l’arte di regolare le passioni degli uomini e di dirigerle verso il bene della società”: in quest’affermazione è già implicita l’idea che l’individuo di fronte alla società è un mero accidente storico che si può manipolare a piacimento. D’Holbach conclude che l’ateo è il vero cittadino in senso pieno: “Chi è dunque un ateo? È un uomo che distrugge delle chimere nocive al genere umano per ricondurre gli uomini alla natura, all’esperienza, alla ragione; un uomo che non ha bisogno di ricorrere a potenze ideali per spiegare le operazioni della natura”.


Rousseau Non si può concludere questa breve rassegna senza accennare al più singolare personaggio vissuto in Francia nell’epoca dell’illuminismo e che ne rappresenta per qualche aspetto il superamento, dal momento che la posizione di d’Holbach termina in un vicolo cieco. Si tratta di Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), cittadino di Ginevra, un personaggio difficile da classificare perché le sue idee sono una girandola di fuochi d’artificio, a volte di stupenda bellezza, ma che non si sviluppano all’interno di un sistema razionale, come avviene per gli altri illuministi. Inoltre, a differenza di costoro che abbiamo definito giornalisti, il Rousseau era un grande scrittore, un artista impareggiabile nell’impiego della lingua francese.


Un pensiero rivoluzionario Fu un rivoluzionario perché fu sincero. La sua vita fu poco edificante: per parecchi anni fu mantenuto da una attempata signora che chiamava maman e che fu sua amante; accettò l’ospitalità di Hume, ma spedì lettere in giro per l’Europa in cui affermava che il filosofo inglese lo spiava e l’ospitava solo per farsi una gratuita pubblicità. Si accompagnò a una donna di modesta estrazione che mise al mondo almeno cinque figli affidati a diversi brefotrofi, dicendo che non poteva allevare figli in quella società malvagia.


Il concorso dell’Accademia di Digione Il Rousseau si affermò partecipando al concorso indetto dall’Accademia di Digione sul tema se il progresso delle scienze e delle arti avesse contribuito al miglioramento dei costumi. Rousseau sbalordì i giudici affermando che con la civiltà l’uomo è divenuto tiranno di se stesso e della natura. La storia della società civile è la storia dello sfruttamento, dell’inganno, della tirannia: “Rotta l’uguaglianza seguì il disordine più orrendo; fu così che le usurpazioni dei più ricchi, il brigantaggio dei poveri, le passioni sfrenate di tutti, soffocando la pietà naturale e la voce ancor debole della giustizia, resero gli uomini avari ambiziosi e cattivi”. Il quadro dell’umanità delineato dal Rousseau era opposto a quello delineato dall’ottimismo illuminista. Eppure anche il Rousseau crede a un possibile recupero collettivo dell’umanità nel Contratto sociale o almeno a un recupero personale nell’Emilio.


Il contratto sociale Il Contratto sociale si apre con la celebre affermazione che “l’uomo nasce libero eppure si trova dovunque in catene” perché la società è cattiva e perciò bisogna agire su di essa e sulle sue strutture. La società, secondo il ginevrino, può esser stata costituita solo da un patto effettuato tra gli uomini che avrebbero affidato ad alcuni di loro più idonei il potere di governarli mediante un patto. La tesi era stata sostenuta da Hobbes e Locke, ma la novità di Rousseau è di aver proclamato che quel patto può venir rescisso, se i governanti si rivelano indegni, in altre parole c’è la possibilità di rivoluzione. Si potrebbe pensare che occorre la maggioranza degli amministrati per proclamare la revoca del patto e la stipula di uno nuovo, ma Rousseau si rende conto che spesso le masse sono amorfe, abbrutite, corrotte. Introdusse perciò l’ambiguo concetto di volontà generale, ossia ciò che tutti dovrebbero volere se fossero saggi e onesti, ma che più facilmente si afferma in un gruppo ristretto di cittadini o, al limite, anche in uno solo, che perciò deve effettuare la rivoluzione. Il Rousseau divenne così il teorico di un potere carismatico assunto per autoinvestitura che abbraccia un ventaglio infinito di possibilità, dall’anarchia al sistema a partito unico, attraverso una specie di rivoluzione permanente perché il trionfo della virtù sarà insidiato dal costante rampollare del vizio sempre rinascente. Il Contratto sociale rimase allo stato di splendido frammento di filosofia politica che era impossibile condurre a conclusione operativa.


Emilio L’Emilio è un romanzo pedagogico di terribile serietà, una specie d’atto d’accusa contro la società del XVIII secolo in attesa d’un evento catastrofico che la distruggesse. Emilio è uno strano ragazzo, sottratto ai genitori e affidato a un pedagogo col compito di impartirgli un’educazione negativa, nel senso di impedirgli di farsi del male, senza ricorrere a ordini o divieti perché sia la natura a operare la retta crescita di Emilio. Insieme con pagine stupende come quella in cui rimprovera le donne di alta condizione di non allattare i propri figli precludendosi il rapporto più profondo che si possa stabilire con loro, ce ne sono altre a dir poco problematiche come quelle dell’episodio della rottura dei vetri: Emilio, come ogni ragazzo, ama tirare i sassi e spaccare i vetri. L’educatore non deve rimproverarlo, creandogli complessi, bensì deve farlo dormire nella stanza coi vetri rotti: buscando il raffreddore, Emilio impara dalla natura che i vetri hanno una loro funzione. Il principio sottinteso è che ciascuno deve fare tutte le esperienze, anche le più dolorose, ignorando che è caratteristica della natura umana ripetere gli stessi errori; ma la cosa più grave è la conseguenza, ossia che agli uomini vanno applicati metodi di condizionamento simili a quelli usati per addomesticare gli animali, fondati sul premio per l’esercizio riuscito e sulla punizione per quello errato.


La professione di fede di un vicario di Savoia Anche a parere di Rousseau, le pagine più importanti dell’Emilio sono la “Professione di fede di un vicario savoiardo”. In esse il Rousseau riversa la piena del suo cuore: il primato tra le facoltà umane non deve esser attribuito alla ragione, bensì al sentimento. Dio non lo si può dimostrare con la ragione, lo si sente: basta assistere al sorgere del sole per sentire con tutte le proprie forze che la natura ha un autore, Dio, che è onnipotente e che ama gli uomini. Il resto non ha importanza. La secca ragione non fa che aumentare la sofferenza degli uomini, come la società, gli istituti politici e le convenzioni sociali che sono ipocrisia, allontanamento dalla natura.


Il soggettivismo di Rousseau Con Rousseau sono state esaurite le possibilità implicite nel soggettivismo moderno che parte da Lutero passando attraverso Cartesio. È interessante notare che già Rabelais nel suo Gargantua et Pantagruel aveva immaginato una specie di anticonvento che imponeva una sola legge: “Fate quel che vi pare”. Rousseau trova che la società pone una quantità insopportabile di leggi e divieti rendendo impossibile fare ciò che ci pare. Convinto della bontà originaria dell’uomo, conclude che occorre riformare la società, anche a costo di una terribile rivoluzione.



7. 3 L’illuminismo italiano e tedesco



La vivace cultura illuminista in Francia affrettò la rivoluzione politica, mentre in Italia e in Germania operò uno svecchiamento della cultura ufficiale. In Italia i maggiori centri della cultura illuminista furono Milano, Firenze e Napoli.


L’illuminismo a Milano Nello Stato di Milano, le riforme di Maria Teresa, in particolare la compilazione del catasto delle proprietà immobiliari con la garanzia dell’esenzione fiscale per le migliorie che sarebbero state apportate ai terreni agricoli, produssero una notevole propensione alle innovazioni e allo svecchiamento di tradizioni troppo a lungo seguite stancamente.


“Il Caffè” L’attività pubblicistica dei fratelli Verri, di Cesare Beccaria, di Gianrinaldo Carli e degli altri collaboratori della rivista “Il Caffè” fu davvero imponente e in qualche caso, come avvenne per il libro di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, incontrò successo perfino in Francia.


L’illuminismo a Firenze A Firenze, la morte di Gian Gastone de’ Medici pose fine a quella dinastia. La successione spettò a Francesco Stefano di Lorena, che governò il granducato di Toscana mediante un Consiglio di reggenza in attesa della maggiore età del secondogenito Pietro Leopoldo. I reggenti posero mano a notevoli lavori di bonifica e di miglioramento dell’agricoltura. La Toscana fu il primo paese al mondo ad abolire la pena di morte sostituita dai lavori forzati, perché i rei col loro lavoro riparassero il male inferto alla società col delitto.


L’illuminismo a Napoli Tuttavia, il centro più vivace dell’illuminismo italiano fu Napoli, dove fu re dal 1734 al 1759 Carlo III di Borbone, in seguito re di Spagna. I Borbone di Napoli furono tenaci assertori di un riformismo operante soprattutto in campo ecclesiastico, culminato con l’espulsione dei Gesuiti dai loro Stati. Carlo III promosse molti lavori pubblici dando un certo slancio economico al regno di Napoli, ma non poté andare più a fondo, ossia creare una borghesia vitale, industrializzare un paese che soffriva di mali antichi. Perciò, nonostante un gruppo di intellettuali come Antonio Genovesi (1712-1769), Gaetano Filangieri (1752-1788) e soprattutto Giambattista Vico (1668-1744) le realizzazioni politiche promosse dall’Illuminismo furono modeste.


Stagnazione culturale nel resto d’Italia Gli altri Stati della penisola, come il regno di Sardegna e le due repubbliche aristocratiche di Genova e Venezia, non avevano sperimentato abusi di governo gravi, e le riforme proclamate altrove non trovarono appigli nella loro situazione sociale. I governi, tranne quello di Torino, avevano rinunciato a interessarsi di politica internazionale, accontentandosi di vivere alla giornata amministrando un passato glorioso al quale continuamente si rifacevano.


Conflitto tra impero e Prussia in Germania In Germania, invece, il dualismo tra Vienna e Berlino diveniva sempre più acuto. Le riforme di Maria Teresa e poi quelle più radicali di Giuseppe II (1780-1790) dettero lustro all’impero, ma a patto di non intaccare l’autonomia dei principati tedeschi che cercavano di sfruttare un conflitto latente tra Prussia e Austria.



7. 4 La nascita dell’economia politica



In un secolo di crescente fiducia nelle possibilità della ragione e della scienza era inevitabile che anche le attività economiche fossero inquadrate in una struttura matematizzante come era avvenuto per la fisica e le altre scienze della natura.


Crisi del mercantilismo Verso la metà del XVIII secolo il mercantilismo, ossia la teoria economica prevalente per tutto il XVII e la prima metà del XVIII secolo, cadde in discredito perché privilegiava la produzione industriale e il commercio estero come fattori di accumulo della ricchezza. Questo fatto comportava una massa enorme di regolamenti di produzione, di divieti di esportazione del grano perfino da una provincia all’altra di uno stesso Stato nel tentativo di mantenere bassi i prezzi, perché i costi di produzione dei manufatti risultassero competitivi sui mercati esteri. Anche per l’economia si chiedeva libertà, aderenza alla natura, la fine del paternalismo statale nei confronti dei sudditi.


I fisiocratici In Francia sorse la cosiddetta scuola fisiocratica (da Physis=natura e kratein=dominare): con questo termine i suoi sostenitori intendevano proporre il ritorno alle leggi di natura anche per quanto riguarda la creazione della ricchezza. In altre parole, i fisiocratici erano convinti che solo l’agricoltura crea nuova ricchezza perché da un grano di frumento, per merito del sole e della pioggia ossia delle forze della natura, si può ottenere una spiga contenente numerosi grani di frumento. La manifattura, invece, trasforma una materia prima, per esempio il ferro, in prodotti finiti che verranno venduti, ma alla lunga esaurisce le miniere che non si riproducono.


Quesnay Il principale esponente della scuola fisiocratica fu François Quesnay (1694-1774) un medico di corte a Versailles, dominato dalla passione per l’agricoltura: costui riuniva numerosi amici interessati all’economia e ai problemi dell’amministrazione. Nel 1758 il Quesnay scrisse per Luigi XV la Tavola economica e con quest’opera ritenne d’aver dimostrato le relazioni economiche tra un’officina e una fattoria, sostenendo che solo quest’ultima accresce la ricchezza della nazione.


Mirabeau Un discepolo entusiasta del Quesnay, Victor Riqueti de Mirabeau, pubblicò l’anno dopo una Spiegazione della tavola economica e poi un’opera intitolata Filosofia rurale. Per qualche tempo queste teorie tennero il campo in Francia, aprendo il paese a grandi speranze, abilmente diffuse da numerose riviste: la fisiocrazia da teoria economica ebbe la tendenza a trasformarsi in un partito politico.


Turgot Nel 1774 Robert Turgot fu nominato controllore generale delle finanze: questi, pur non essendo un fisiocratico, era ritenuto vicino alle posizioni di quel gruppo. Nel 1775 si accesero furibonde discussioni in Francia perché molti ritenevano di esser finiti nelle mani di un gruppo di teorici. Nel 1776 il Turgot fu costretto alle dimissioni, soprattutto perché era giunto alla conclusione che non dovevano esserci in Francia ceti privilegiati, come l’aristocrazia e il clero, esentati dal pagamento delle tasse sulle terre possedute.


Il problema della tassazione Per i fisiocratici era fondamentale il principio secondo cui solo l’agricoltura crea nuovo valore, mentre industria e commercio aggiungono valore corrispondente al tempo impiegato dall’artigiano per la trasformazione della materia prima in prodotto finito. Solo nel caso di vendita all’estero di eccedenze agricole, un mercante avrebbe potuto aumentare la ricchezza della nazione. Se i fisiocratici avessero meditato su questo fatto, avrebbero dovuto rivedere l’affermazione che solo l’agricoltura, e non anche il commercio e l’industria, possono aumentare la ricchezza della nazione.


Adam Smith Le teorie dei fisiocratici declinarono presto ma ebbero il merito di indurre Adam Smith a elaborare una più matura teoria dell’economia politica in grado di tenr presenti tutte le componenti che concorrono a formare la ricchezza della nazione.


La ricchezza delle nazioni Adam Smith (1723-1790) fu professore di morale all’università di Glasgow in Scozia dove era nato. Studiò a Glasgow e Oxford dove maturò la fiducia per ogni sistema che fosse semplice e dotato di libertà. Insegnò morale, logica, giurisprudenza mettendo a fondamento dell’agire umano la simpatia, un sentimento che spiegherebbe tanti conflitti quando essa è assente, ma anche tanti aggiustamenti che avvengono nella vita sociale quando la simpatia c’è.


Morale della simpatia La simpatia era suggerita dalle prime esperienze della chimica: lasciando liberi certi elementi, ci si accorgeva che alcuni d’essi si attraevano e si combinavano, dando vita a composti stabili. Se anche nella società umana gli uomini fossero lasciati liberi insieme con le loro attività economiche, lo Smith pensava che il risultato sarebbe stato l’aggregazione degli uomini intorno alle attività risultate più lucrose e più utili per tutti, perché ciascuno è il giudice più attento dei propri interessi.


Lo Smith in Francia Nel 1763 Adam Smith divenne tutor del giovane duca di Bucclauch e compì il viaggio di istruzione all’estero in compagnia del discepolo. Essi furono in Francia tra il 1764 e il 1766 dove strinsero amicizia con i principali esponenti delle teorie fisiocratiche. Tornato in Scozia, lo Smith dedicò il suo tempo alla redazione della Ricchezza delle nazioni uscito nel 1776.


L’economia politica classica Tutti gli studiosi di economia concordano nell’affermare che quell’opera ha contribuito in maniera decisiva a creare una scienza autonoma e sistematica rivolta ai fatti economici considerati globalmente. Certo non possiamo pensare che prima dello Smith gli uomini non sapessero nulla di economia e che solo dopo di lui abbiano cominciato a provvedere ai propri interessi: il merito di Adam Smith consiste nell’aver unito in una sintesi razionale, mediante un modello funzionante, i contributi dei singoli esperti in campo monetario, bancario, agricolo, industriale, finanziario e commerciale, che prima operavano isolati senza riuscire a stabilire le interdipendenze esistenti tra i vari aspetti dell’economia.


Struttura dell’opera Il primo libro della Ricchezza delle nazioni è intitolato “Divisione del lavoro, prezzi e distribuzione”. Giustamente lo Smith interpretò ciò che stava avvenendo in Gran Bretagna con la rivoluzione industriale.


La divisione del lavoro La divisione del lavoro, semplificando, si può comprendere esaminando cinque artigiani che costruiscono tavoli di legno. Se costoro compiono da soli tutte le operazioni dal legno grezzo al lavoro finito, possono fare un tavolo al giorno ciascuno, ossia cinque tavoli. Introdotta la divisione del lavoro, ciascuno dei cinque operai si specializza in una singola operazione che riesce a eseguire più speditamente. Alla fine della giornata i tavoli non sono cinque, bensì otto. Dopo aver pagato le materie prime e il lavoro, il proprietario dell’officina può accantonare a fondo capitale una parte del valore conseguito dalla divisione del lavoro.


La questione del valore Lo Smith passa poi a esaminare la questione del valore economico posseduto dai singoli oggetti prodotti dall’attività umana, proponendo la celebre distinzione tra “valore d’uso” e “valore di scambio”. Il valore d’uso risiede nell’utilità di una cosa, per esempio l’acqua che è addirittura necessaria per vivere, ma che dove è abbondante non si vende sul mercato, ossia non ha valore di scambio. L’oro, al contrario, può avere limitato valore d’uso, ma possiede un grande valore di scambio, ossia è una moneta accettata su tutti i mercati. Il valore di scambio è determinato dalla rarità dell’oro. Smith comprese che tutti i prodotti messi in vendita su un mercato libero devono avere un valore determinato dai costi delle materie prime e del lavoro umano necessario per trasformarle in oggetti appetibili.


La determinazione del prezzo Ogni merce deve essere venduta a un prezzo superiore al costo perché se così non fosse, nessuno si sottoporrebbe alla fatica di rifornire il mercato. A sua volta, il prezzo è determinato sul mercato dalla domanda di un bene rapportata alla sua offerta. Se il mercato non subisce turbative dall’esterno, ben presto si stabilisce il giusto prezzo di ogni merce, ossia se prevale l’offerta i prezzi scendono, se prevale la domanda i prezzi salgono. Il dramma accade quando i prezzi scendono sotto il livello dei costi: in quel caso qualcuno deve lavorare in perdita e alla fine fallisce. Se un governo cerca di stabilire calmieri, prezzi politici ecc. che danneggino i produttori, la merce scompare dal mercato.


Il denaro è una merce Anche il denaro è una merce come tutte le altre: se il denaro scarseggia, esso si rivaluta ossia ottiene più merce con la stessa quantità di moneta; se il denaro abbonda esso si inflaziona, ossia occorrono più monete per la stessa merce. Così avviene anche quando la velocità di circolazione della moneta è troppo alta, ossia quando si fanno molti affari il denaro tende a svalutarsi e i prezzi tendono a salire. Sempre in questo capitolo lo Smith introduce un’altra famosa distinzione tra salario, rendita e profitto.


Salario, rendita, profitto Il salario è la remunerazione del lavoro umano (costo del lavoro) e deve avere come entità minima almeno ciò che è necessario per vivere da parte di un lavoratore. La rendita fondiaria è la differenza tra ricavi e spese sostenute dai proprietari, ossia la remunerazione della terra (il capitale) che essi possiedono. Il profitto riguarda invece le attività industriali e anche in questo caso risulta dalla differenza tra ricavi e costi.


La tassazione In omaggio alle teorie fisiocratiche, anche lo Smith afferma che la creazione di nuovo valore viene dalla terra che quindi deve subire il peso maggiore del prelievo fiscale operato dallo Stato per i servizi che esso offre alla popolazione (esercito, marina, trasporti, posta ecc.), mentre i profitti industriali vanno tutelati essendo un’attività di maggior rischio, basata sulla trasformazione delle materie prime per opera del lavoro umano.


Capitale, risparmio, investimenti Nel secondo libro intitolato “Natura, accumulo e impiego dello stock” (un termine questo che comprende sia i consumatori di capitale che i produttori di capitale) lo Smith affronta il problema del capitale, del risparmio e degli investimenti. Per capitale si intende una massa di denaro che agisce solo se opera congiuntamente.


Il risparmio è un investimento Lo Smith era un moralista e da secoli la parsimonia era stata elogiata come una virtù che allontana dai vizi e tutela la vita degli uomini mettendoli al riparo da improvvisi rovesci di fortuna. Adam Smith arrivò a comprendere che il risparmio è un investimento, perché solo il risparmio concorre a formare il capitale: perciò “ogni uomo frugale è un pubblico benefattore”. Con questa affermazione, Adam Smith cancellò per sempre l’idea che sia il possesso del denaro a produrre la ricchezza di una nazione: in realtà, solo il lavoro umano compie il prodigio del valore aggiunto alle materie prime e solo il risparmio rialimenta il capitale finanziario.


Importanza dell’agricoltura Il terzo libro è intitolato “Sul diverso sviluppo delle varie nazioni”. In questa parte dell’opera, lo Smith esamina gli scambi di beni e servizi tra campagna e città, ossia tra agricoltura e industria, prendendo in considerazione la storia economica europea. Egli afferma che il corso naturale delle cose richiede che il capitale si debba dirigere in primo luogo verso l’agricoltura per ottenere il necessario per vivere e per creare le condizioni elementari di sicurezza, poi si deve dirigere verso l’industria necessaria per potenziare il lavoro dei campi e infine al commercio estero.


Libertà di intrapresa economica Il quarto libro è intitolato “Sistemi di economia politica”: qui lo Smith critica da una parte il sistema mercantilistico e dall’altra il sistema fisiocratico, insistendo soprattutto nella critica contro i monopoli che sconvolgono la legge fondamentale del mercato, contro i privilegi statali accordati alle grandi compagnie di commercio internazionale. Ogni sistema semplice fondato sulla libertà è in grado di produrre il massimo di benefici per tutti i cittadini. Egli accetta solo qualche lieve controllo sul commercio del grano o della lana: per tutto il resto occorre lasciar fare, lasciar passare, perché la legge del mercato, in modo automatico come una provvida mano, stabilisce che cosa produrre e in quale quantità.


Tasse e debito pubblico Nel libro quinto dedicato alle “Entrate del sovrano e dello Stato”, lo Smith affronta il problema delle tasse e del debito pubblico. Egli assegna allo Stato solo tre grandi funzioni: 1. Difesa; 2. Giustizia e governo civile “in particolare la difesa del ricco contro il povero” (ordine pubblico); 3. Lavori pubblici come strade, ponti, porti, istruzione ecc.



 


7. 5 Cronologia essenziale



1734 Charles Louis de Secondat barone di Montesquieu pubblica lo Spirito delle leggi.


1776 Adam Smith pubblica il Saggio sull’origine della ricchezza delle nazioni, il testo fondamentale dell’economia politica.



7. 6 Il documento storico



Il pensiero di Rousseau è stato espresso con chiarezza, una qualità ereditata dai giacobini francesi, ma presenta altrettanto grande problematicità che sbocca in vere e proprie aporie. Infatti, pur presentandosi come il campione della democrazia, il Rousseau finì per aprire le porte alla dittatura del partito unico che giudica tutti i dissidenti come nemici del popolo.



II. La sovranità è indivisibile


Per la stessa ragione per cui la sovranità è inalienabile, essa è indivisibile. Invero, la volontà è generale o non lo è; è quella del corpo del popolo o solamente di una sua parte. Nel primo caso, questa volontà dichiarata è un atto di sovranità e costituisce la legge; nel secondo non è che una volontà particolare o un atto di magistratura; tutt’al più è un decreto.


Ma i nostri scrittori politici, non potendo dividere la sovranità nel suo principio, la dividono nel suo oggetto: la dividono in forza e volontà, in potere legislativo e potere esecutivo; in diritto d’imposta, di giustizia e di guerra; in amministrazione interna e in potere di trattare con lo straniero: a volte confondono tutte queste parti, altre volte le separano. Essi fanno del corpo sovrano un ente fantastico e formato di elementi giustapposti; è come se componessero un uomo con parecchi corpi, dei quali uno abbia gli occhi, un altro le braccia, un terzo i piedi, nient’altro. I ciarlatani giapponesi – si dice – tagliano a pezzi un fanciullo sotto gli occhi degli spettatori; poi gettando in aria tutte le sue membra una dopo l’altra, fanno ricadere il fanciullo vivo e ricomposto. Tali sono press’a poco i giochi di bussolotti dei nostri politici; dopo aver smembrato il corpo sociale con un gioco di prestigio da fiera, ne riuniscono non si sa come i pezzi.


Questo errore deriva dal non essersi fatta una nozione esatta dell’autorità sovrana, e dall’aver preso per parti di questa autorità quelle che erano invece sue emanazioni. Così, per esempio, l’atto di dichiarare la guerra e quello di far la pace sono considerati atti di sovranità; ma a torto, perché ciascuno di questi atti non è affatto una legge, ma solamente un’applicazione della legge, un atto particolare che determina il caso della legge, come si vedrà chiaramente quando sarà fissata l’idea connessa alla parola legge.


Seguendo allo stesso modo le altre divisioni, si troverebbe che, ogni qual volta si creda di vedere la sovranità divisa, ci si inganna; che i diritti che si considerano come parti di questa sovranità sono tutti a essa subordinati e implicano sempre delle volontà supreme di cui questi diritti non fanno che conseguire l’esecuzione.


È difficile immaginare fino a qual punto questa mancanza di esattezza abbia reso oscure le conclusioni degli autori in materia di diritto politico, quando essi hanno voluto giudicare dei diritti rispettivi dei re e dei popoli sulla base dei principi che essi stessi avevano stabilito. Ognuno può vedere, nei capitoli III e IV del primo libro di Grozio, come questo dotto uomo e il suo traduttore Barbeyrac si imbroglino, si confondano nei loro sofismi, per timore di dir troppo o di non dire abbastanza secondo le loro vedute, e di urtare gli interessi che avrebbero voluto conciliare. Grozio, rifugiato in Francia, scontento della sua patria, e desideroso di compiacere a Luigi XIII, a cui il suo libro è dedicato, cerca in ogni modo di spogliare i popoli di tutti i loro diritti e di rivestirne i re con ogni possibile arte. Tale sarebbe stato anche il desiderio di Barbeyrac, che dedicava la sua traduzione al re d’Inghilterra Giorgio I. Ma disgraziatamente l’espulsione di Giacomo II, che egli chiama abdicazione, lo costringeva a fare delle riserve, a destreggiarsi, a tergiversare, per non fare di Guglielmo un usurpatore. Se questi due scrittori avessero adottato i veri principi, tutte le difficoltà sarebbero state eliminate, ed essi sarebbero stati sempre conseguenti, ma in questo caso avrebbero detto con tristezza la verità, e non avrebbero compiaciuto che il popolo. Ora, la verità non conduce alla fortuna, e il popolo non concede né cariche diplomatiche, né cattedre, né pensioni”.



Fonte: J.J. ROUSSEAU, Il contratto sociale, Einaudi, Torino 1969, pp. 39-41.



7. 7 In biblioteca



Importante il libro di F. VENTURI, Settecento riformatore. Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino 1969. Per le questioni relative al pensiero economico si esamini di D.C. NORTH – R.P. THOMAS, L’evoluzione economica del mondo occidentale, Mondadori, Milano 1976. Per la storia dell’Enciclopedia si consulti di F. VENTURI, Le origini dell’Enciclopedia, Einaudi, Torino 1976. Importante di F. VALJAVEC, Storia dell’Illuminismo, il Mulino, Bologna 1973. Notevole di P. CHAUNU, La civiltà dell’Europa dei Lumi, il Mulino, Bologna 1987. Per il problema del mercantilismo si consulti di P. DEYTON, Il mercantilismo, Mursia, Milano 1971. Di notevole importanza di F. BRAUDEL, Civiltà materiale, economia e capitalismo, 3 voll., Einaudi, Torino 1977-1982. Da consultare anche di I. WALLERSTEIN, Il sistema mondiale dell’economia moderna, 2 voll., il Mulino, Bologna 1978-1982.