Il senso cristiano della storia (1/4)

Storia della Chiesa

di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875), considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia. Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine

IL SENSO CRISTIANO DELLA STORIA


di Dom Gueranger, Abate di Solesmes (Prosper-Louis-Pascal Gueranger), (Sable sur Sarth, 1805/Solesmes 1875), considerato il restauratore dell’ordine benedettino in Francia.


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Indice


Il soprannaturale nella storia


L’azione della santità nella storia


I doveri dello storico cristiano


Il Cristo eroe della storia



 


 


IL SOPRANNATURALE NELLA STORIA


 


Come per il cristiano non esiste una filosofia a sé stante così non esiste per lui neppure una storia puramente umana. L’uomo è stato chiamato da Dio a un destino soprannaturale; questo è il suo fine; la storia dell’umanità deve offrirne testimonianza. Dio avrebbe potuto lasciare l’uomo allo stato naturale; nella sua bontà si è compiaciuto di destinarlo a un ordine superiore, rivelandosi a lui e chiamandolo alla visione finale e al possesso ultimo della sua essenza divina; la fisiologia e la psicologia naturali sono dunque impotenti a dar ragione del destino dell’uomo che può essere spiegato soltanto ricorrendo alla rivelazione; qualsiasi filosofia che, prescindendo dalla fede, pretenda di determinare il fine dell’uomo per mezzo della sola ragione, è per ciò stesso colpevole di eterodossia ed è riconosciuta tale. Dio solo, tramite la rivelazione, poteva insegnare all’uomo tutto ciò che egli è nel piano divino; questa è l’autentica chiave di lettura dell’uomo. Non vi è dubbio che la ragione possa, con le sue speculazioni, analizzare i fenomeni dello spirito, dell’anima e del corpo, ma, proprio in quanto è incapace di afferrare il fenomeno della grazia che trasforma lo spinto, l’anima e il corpo per unirli a Dio in maniera ineffabile, essa non è in grado di spiegare l’uomo nella sua essenza né quando la grazia santificante che è in lui ne fa un essere divino, né quando, per la mancanza di tale elemento soprannaturale cacciato dal peccato o non ancora penetrato in lui, l’uomo si trova ad essere degradato. Non esiste dunque, nè può esistere, vera conoscenza dell’uomo al di fuori della rivelazione. La rivelazione soprannaturale non era di per sé necessaria: l’uomo non vi aveva alcun diritto; ma Dio l’ha data e promulgata; da allora la natura da sola non è più sufficiente a spiegare l’uomo. La presenza o l’assenza della grazia, la grazia stessa, occupano il primo posto nello studio antropologico. Non c’è in noi una sola facoltà che non rimandi al suo complemento divino; la grazia aspira a pervadere l’uomo nella sua interezza, a insediarsi in ogni sua pane, e affinché l’armonia del naturale e del soprannaturale in questa creatura privilegiata sia perfetta, l’Uomo-Dio ha istituito i sacramenti che si impossessano dell’uomo, lo elevano, lo divinizzano dalla nascita fino al momento in cui approda alla visione eterna del sommo bene che sia egli possedeva, ma che poteva percepire solo attraverso la fede.


Ma se è impossibile conoscere l’uomo nella sua totalità senza l’ausilio della luce rivelata, come è possibile supporre di spiegare la società umana m tutte le fasi che ne costituiscono la Storia senza far ricorso a questa stessa fiaccola divina che ci illumina sulla nostra natura e i nostri destini individuali? L’umanità avrebbe forse un fine diverso dall’uomo? L’umanità sarebbe qualcosa d’altro della somma degli uomini? No. Chiamando l’uomo all’unione divina, il Creatore vi convoca l’umanità. Ne saremo testimoni l’ultimo giorno quando milioni e milioni di individui glorificati formeranno alla destra del giudice sommo il popolo immenso “di cui sarà impossibile” dice San Giovanni “fare il censimento” ‘(Apoc., VII,.9). Nell’attesa, l’umanità, intendo la storia, rappresenta il grande palcoscenico sul quale si dispiega nella sua interezza l’importanza dell’elemento soprannaturale, sia quando la docilità dei popoli alla fede consente a tale elemento di prevalere sulle tendenze basse e perverse presenti nelle nazioni come negli individui, sia quando esso si indebolisce e sembra sparire a causa del cattivo uso della liberà umana che porterebbe al suicidio degli imperi, se Dio non li avesse creati guaribili (Sapienza 1, 14).


La storia deve pertanto essere cristiana se vuole essere vera; perché il cristianesimo è la verità completa; qualsiasi sistema storico che prescinda dall’ordine soprannaturale nell’esposizione e nell’interpretazione dei fatti, è un falso sistema che non spiega nulla e che lascia la storia dell’umanità nel caos e nella contraddizione permanenti con tutte le idee che la ragione elabora circa i destini della nostra specie su questa terra. E perché hanno capito tutto questo che gli storici contemporanei, non appartenenti alla fede cristiana, si sono lasciati irretire da strane teorie nel formulare la cosiddetta filosofia della storia. Ai tempi del paganesimo non esisteva questo bisogno di generalizzazione. Gli storici gentili non hanno teorie globali sulla storia. L’idea di patria è tutto per loro e dal tono della narrazione non trapela mai il minimo affetto per il genere umano in sé. Del resto, è soltanto con il cristianesimo che la storia ha incominciato ad essere trattata in maniera sintetica; il cristianesimo. non dimenticando mai il destino soprannaturale del genere umano, ha abituato il nostro spirito a vedere al di là del cerchio angusto dell’egoismo nazionale. È in Gesù Cristo che si è rivelata la fratellanza umana, e da allora la storia universale è divenuta oggetto di studio. Il paganesimo ha saputo dare soltanto una fredda statistica di fatti; non è mai stato in grado di redigere in modo completo la storia del mondo. Non è stato sottolineato con sufficiente vigore che è stata la religione cristiana a creare la vera scienza storica, dandole la Bibbia per base. Nessuno può negare che oggi, nonostante i secoli trascorsi, malgrado le lacune, la nostra conoscenza dei popoli dell’antichità è più avanzata di quanto non fosse quella degli stessi storici antichi. Gli storici non cristiani del XVIII e del XIX secolo hanno attinto dal metodo cristiano il criterio di generalizzazione, ma l’hanno diretto contro il sistema ortodosso. Hanno capito ben presto che impadronendosi della storia e trasformandola secondo le loro idee davano un duro colpo al principio soprannaturale. Il loro successo è stato immenso; non tutti sono capaci di seguire e apprezzare un ragionamento sofisticato; ma tutti capiscono un fatto, una successione di fatti, soprattutto quando lo storico possiede quell’accento particolare che ogni generazione esige in coloro cui accorda il privilegio di affascinarla. Tre scuole hanno sfruttato, volta a volta, e anche simultaneamente, la storia. La scuola fatalista, che potremmo definire atea, che vede soltanto la necessità negli avvenimenti e mostra la specie umana alle prese con una concatenazione invincibile di cause brute cui seguono effetti inevitabili. La scuola umanitaria che si prosterna davanti all’idolo del genere umano, di cui proclama lo sviluppo progressivo mediante le rivoluzioni, le filosofie, le religioni. Questa scuola ammette l’intervento di Dio all’origine dell’umanità; ma Dio ha lasciato che l’umanità, una volta emancipata, percorresse il proprio cammino ed essa avanza sulla via di una perfezione indefinita, spogliandosi lungo il cammino di tutto ciò che potrebbe ostacolare la sua marcia libera e indipendente. Infine, abbiamo la scuola naturalista, la più pericolosa delle tre, perché ha la parvenza del cristianesimo in quanto proclama ad ogni pagina l’azione della Provvidenza divina. Questa scuola per principio prescinde costantemente dall’elemento soprannaturale; la rivelazione non esiste, il cristianesimo è un incidente felice e benefico nel quale si manifesta l’azione di cause provvidenziali; ma chissà che domani, fra un secolo o due, le risorse infinite di Dio nel governare il mondo non conducano ad una forma ancora più perfetta con l’aiuto della quale il genere umano si avvierà, sotto l’occhio di Dio, verso nuovi destini e la storia si illuminerà di una luce più viva?


Al di fuori di queste tre scuole esiste soltanto la scuola cristiana. Questa non cerca, non inventa, non esita. Il suo metodo è semplice: consiste nel giudicare l’umanità con lo stesso metro con cui giudica l’individuo. La sua filosofia della storia è la fede. Sa che il Figlio di Dio fatto uomo è il re di questo mondo, e che “gli è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Matteo. XXVIII, 18). L’apparizione del Verbo incarnato sulla terra è il punto culminante della storia, che da questo evento viene divisa in due grandi epoche: prima di Gesù Cristo, dopo Gesù Cristo. Prima di Gesù Cristo, un’attesa di molti secoli; dopo Gesù Cristo, una durata il cui segreto è ignoto all’uomo, perché nessun uomo conosce l’ora della nascita dell’ultimo eletto; ed è per gli eletti, per i quali il Figlio di Dio si è incarnato, che il mondo è conservato. Con questo dato certo, di una certezza divina, la storia non ha più misteri per il cristiano.


Se egli volge lo sguardo al periodo antecedente l’Incarnazione del Verbo, tutto appare chiaro ai suoi occhi. Il movimento delle diverse razze, la successione degli imperi sono la preparazione per l’avvento dell’Uomo-Dio e dei suoi messaggeri; la depravazione, le tenebre, le inaudite calamità testimoniano il bisogno dell’uomo di vedere Colui che è nello stesso tempo Salvatore e Luce del mondo. Non che Dio abbia votato all’ignoranza e al castigo la prima epoca dell’umanità; al contrario, l’aiuto divino non è mancato e ad essa appartiene Abramo, il padre di tutti i futuri credenti; tuttavia la più grande profusione di grazia è opera delle mani divine di Colui senza il quale nessuno è potuto essere giusto prima della sua venuta e nessuno potrà esserlo dopo.


Egli giunge infine, e l’umanità, il cui progresso aveva subito un arresto, si lancia sulla via della luce e della vita; in questo secondo periodo in cui tutte le promesse sono adempiute, lo storico cristiano individua ancora meglio i destini della società umana. Gli insegnamenti dell’Uomo-Dio gli rivelano con sovrana chiarezza il criterio di interpretazione che deve usare per giudicare gli avvenimenti, la loro moralità e la loro portata. Il criterio è unico, che si tratti di un uomo o di un popolo. Tutto ciò che esprime, conserva o diffonde l’elemento soprannaturale, è socialmente utile e vantaggioso ; tutto ciò che l’ostacola, lo indebolisce e lo annienta, è socialmente funesto. Per mezzo di questo procedimento infallibile, lo storico comprende il ruolo degli uomini di azione, gli avvenimenti, le crisi, le trasformazioni, le decadenze; sa in anticipo che Dio agisce nella sua bontà oppure rollerà nella sua giustizia ma senza mai derogare ai suo disegno eterno che è di glorificare il Figlio nell’umanità.


Ma ciò che rende la visione dello storico cristiano ancora più solida e serena è la certezza che gli da la Chiesa, la quale ininterrottamente  gli rischiara il cammino come un faro e illumina di divino i suoi giudizi. Egli sa quanto stretto sia il legame che unisce la Chiesa all’Uomo-Dio, quanto la Chiesa sia salvaguardata dalla promessa divina dalla possibilità di commettere qualsiasi errore nell’insegnamento e nella guida generale della società cristiana, e quanto profondamente lo Spirito Santo l’animi e la conduca; è dunque in essa che lo Storico cercherà il criterio dei propri giudizi. Le debolezze degli uomini di Chiesa, gli abusi temporanei, non lo stupiscono perché sa che il Padre della famiglia umana ha deciso di tollerare la zizzania nel suo campo fino alla mietitura. Se deve raccontare, sarà attento a non tralasciare tristi episodi che testimoniano le passioni dell’umanità e attestano allo stesso tempo la forza del braccio di Dio che ne sostiene l’opera; ma sa dove riconoscere la direzione, lo spirito della Chiesa, il suo istinto divino. Li riceve, li accetta, li confessa coraggiosamente; li applica nei suoi scritti. Parimenti non tradisce e non sacrifica; chiama buono ciò che la Chiesa giudica buono, cattivo ciò che la Chiesa giudica cattivo.


Che cosa gli importano i sarcasmi, i clamori dei vigliacchi dalle vedute meschine? Sa di essere nel vero perché è con la Chiesa e la Chiesa è con il Cristo. Altri si ostineranno a vedere soltanto il lato politico degli avvenimenti, ritorneranno al punto di vista pagano; egli resiste perché è sicuro in anticipo di non sbagliare. Se oggi le apparenze sembrano essere contro la sua visione, sa che domani i fatti, la cui portata non è ancora del tutto manifesta, daranno ragione alla Chiesa e a lui. È un ruolo umile, lo ammetto; ma vorrei sapere quali garanzie paragonabili a queste possano invocare lo storico fatalista, lo storico umanitario e lo storico naturalista. Essi propongono la loro concezione individuale; ognuno ha il diritto di rifiutarla. Per demolire lo storico cristiano è necessario in primo luogo demolire la Chiesa su cui egli poggia. È vero che da diciannove secoli tiranni e filosofi sono all’opera, ma le sue mura sono così solidamente costruite che sino ad ora non hanno potuto staccarne una sola pietra.


Ma se, nella successione degli eventi umani, il nostro storico si impegna ad individuare e a segnalare l’elemento che da vicino o da lontano li collega uno a uno al principio soprannaturale, con maggior ragione si guarderà dal tacere, dal dissimulare, dall’attenuare gli eventi straordinari che Dio produce, il cui scopo è di attestare e rendere ancora più palpabile il carattere meraviglioso delle relazioni che egli ha costituito tra se stesso e l’umanità. Ci sono innanzitutto le tre grandi manifestazioni del potere divino che per mezzo del miracolo danno un’impronta divina ai destini dell’uomo sulla terra. Il primo di questi fatti è l’esistenza e il ruolo del popolo ebraico nel mondo. Lo storico non può esimersi dal proclamare a gran voce l’alleanza che Dio fin da principio ha stipulato con questo piccolo popolo, i prodigi inauditi che l’hanno sigillata: la speranza dell’umanità riposta nel sangue di Abramo e di Davide, la missione, affidata a questa razza debole e disprezzata, di conservare la conoscenza del vero Dio e i principi della morale di fronte alla successiva defezione di quasi tutti i popoli; l’emigrazione di Israele prima in Egitto e in seguito al centro dell’impero assiro mano a mano che il teatro degli affari umani si sposta e si amplia tanto che alla vigilia del giorno in cui Roma, erede temporanea degli altri imperi sarà regina e padrona della maggior parte del mondo civile, l’ebreo l’avrà preceduta ovunque. Egli sarà là con i suoi oracoli; tradotti ormai nella lingua greca; sarà là, conosciuto da tutti i popoli, isolato, non amalgamato, segno di contraddizione, ma testimone dell’avvento di giorno in giorno più vicino di Colui che deve unire tutte le nazioni e “riunire in un solo corpo i figli di Dio sino ad allora dispersi” (Giovanni, XI.52).


L’influenza miracolosa del popolo ebraico che sfugge a tutte le leggi ordinarie della storia verrà individuata con compiacimento dal narratore nelle profezie affidate a questo popolo, che non solo per noi sono la fiaccola del passato ma sono anche state elemento di viva preoccupazione per i Gentili durante; secoli che precedettero e seguirono la venuta del Figlio di Dio. Cicerone ne aveva sentito l’eco quando parla con una sorta di terrore misterioso del nuovo impero che si prepara; nel più armonioso dei suoi canti Virgilio ripete gli accenti di Isaia; Tacito e Svetonio attestano che l’universo intero si volge in attesa verso la Giudea e che esiste il presentimento generale che da questo paese arriveranno gli uomini che conquisteranno il mondo. Rerum Potirentur. Sarà dunque possibile negare, dopo ciò, che la Storia, per essere veridica, debba assumere il tono e il colore del soprannaturale?


Il secondo fatto, che si riallaccia ai primo, è la conversione dei Gentili all’interno e all’esterno dell’impero romano. Lo storico cristiano si sforzerà di dimostrare che questo immenso risultato deriva direttamente dalla mano di Dio, che, per realizzarlo, si è liberato dalle leggi semplicemente provvidenziali. Con Sant’Agostino lo storico riconoscerà e metterà in evidenza il miracolo dei miracoli; con Bossuet, il divino colpo di stato che ha avuto il suo uguale soltanto nel momento in cui il creato emerse dal nulla per la gloria del suo creatore. Egli racconterà la grandiosità dello scopo e l’esiguità dei mezzi; esaminerà i preparativi anticipatori di un mutamento così grande da far presagire che questo mondo apparterrà a Gesù Cristo e nello stesso tempo dimostrerà che di per sé tali preparativi sono testimonianza dell’impossibilità che il successo dell’impresa possa essere opera soltanto dell’uomo. Lo storico parlerà degli Apostoli, armati della sola parola e del dono dei miracoli che la confermano e la fanno penetrare; delle profezie ebraiche studiate, messe a confronto, approfondite in tutto l’impero, e divenute, come attestano gli scritti dei primi tre secoli, uno dei più potenti strumenti di conversione; della costanza sovrumana dei martiri, il cui sacrificio quasi ininterrotto, lungi dal far crollare la nuova società, la estende e rafforza; infine parlerà della croce, il patibolo del figlio di Maria, che dopo tre secoli incoronerà il diadema dei Cesari; delle idee, del linguaggio, delle leggi, dei costumi, in una parola di tutte le cose trasformate secondo il piano portato dalla Giudea dai nuovi conquistatori attesi dall’impero, conquistatori che hanno trionfato su di esso versando il loro sangue sotto la sua spada.


Nel mezzo di tutti questi prodigi, lo storico cristiano è a suo agio e nulla lo stupisce perché sa e proclama che tutto quaggiù è per gli eletti e che gli eletti sono per Cristo. Il Cristo dimora nella storia; si capisce perciò come non la si possa spiegare senza di lui, e come con lui essa appaia in tutta la sua luce e in tutta la sua grandezza. La successione degli annali umani conferma l’inizio; ma dopo la pubblicazione del Vangelo, i destini del mondo hanno preso un nuovo sviluppo dopo aver arreso il suo re, la terra ora lo possiede. La preparazione soprannaturale che si era manifestata nel ruolo del popolo ebraico, e l’altra preparazione, naturale e insieme soprannaturale, evidente nell’ascesa di Roma, hanno raggiunto il loro fine.


Tutto si è consumato, Gerusalemme cede i suoi diritti e i suoi onori a Roma; Tito compie l’alta opera del Padre celeste che vendica il sangue del Figlio eterno. Il miracolo del popolo ebraico non cessa per questo; si trasforma, e le nazioni avranno sempre sotto i propri occhi, fino alla vigilia dell’ultimo giorno, lo spettacolo non più di un popolo privilegiato, ma di un popolo maledetto da Dio. L’impero pagano ha costruito, senza saperlo, la capitale del regno di Gesù Cristo; gli sarà dato di avervi sede ancora per tre secoli; e di lì che partiranno gli editti sanguinosi il cui unico effetto sarà quello di mostrare ai secoli futuri il vigore soprannaturale del cristianesimo; poi, quando sarà giunto il tempo, cederà il posto, si rifugerà sul Bosforo, e l’imperitura dinastia dei vicari di Cristo, che non ha abbandonato il posto del martirio di Pietro, primo anello della catena, cingerà la corona nella città dei sette colli. L’impero crollerà pezzo a pezzo sotto i colpi dei barbari, ma prima di infliggergli l’umiliazione e il castigo, conseguenza dei suoi crimini secolari, la giustizia divina attenderà che il cristianesimo, vittorioso sulle persecuzioni, abbia esteso abbastanza in alto e abbastanza lontano i suoi rami per dominare ovunque i flutti di questo nuovo diluvio; lo si vedrà poi coltivare di nuovo e con pieno successo la terra rinnovata e rinvigorita da queste acque purificanti benché devastatrici.


Dopo avere esposto tutte queste meraviglie, lo storico cristiano cambierà forse il tono dei suoi scritti? Tornerà ad una spiegazione soltanto provvidenziale dei fatti della terra? Il meraviglioso è ione solo il punto centrale degli annali umani sicché d’ora innanzi l’azione di Dio rimarrà celata sotto le cause seconde fino alla fine dei tempi? Che Dio non voglia! Un terzo fatto soprannaturale, che durerà fino alla consumazione dei secoli, esige l’attenzione e invoca l’eloquenza dello storico. Questo fatto è la conservazione della Chiesa attraverso i secoli, nella purezza della sua dottrina, senza mutamenti nella sua gerarchia, senza interruzioni nella sua storia, senza cedimenti nella sua marcia. Infinite grandi cose umane sono state create, si sono sviluppate e sono decadute: la Provvidenza ha vegliato su di esse finché sono durate; oggi le loro tracce esistono soltanto nella storia. La Chiesa è sempre in piedi; Dio la sostiene direttamente e ogni uomo di buona fede, capace di applicare le leggi dell’analogia, può leggere nei fatti che la riguardano la promessa immortale di durare per sempre scritta sul suo piedistallo alla mano di Dio. Le eresie, gli scandali, le deiezioni, le conquiste, le rivoluzioni non l’hanno scossa; respinta da un paese, è penetrata in un altro; sempre visibile, sempre cattolica, sempre conquistatrice e sempre messa alla prova. Questo terzo fatto, conseguenza dei primi due, per lo storico cristiano è il coronamento della ragione d’essere dell’umanità. Sulla base di prove egli conclude che la vocazione dell’uomo è una vocazione soprannaturale; che sulla terra le nazioni non appartengono solamente a Dio che ha creato la prima famiglia umana, ma che sono anche, come ha detto il Profeta, il dominio particolare dell’Uomo-Dio. Allora non più misteri nella successione dei secoli, non più vicissitudini inspiegabili; ogni cosa ha un fine, ogni problema si risolve da sé con questo dato divino.


So che oggi lo storico deve essere coraggioso, soprattutto quando non è del clero, per trattare la stona in questa chiave; egli crede sinceramente; non vorrebbe fare uso eccessivo dei criteri e dei metodi delle scuole fatalista e umanitaria; ma la scuola naturalista è così potente per il numero e il talento dei suoi rappresentanti, e così benevola verso il cristianesimo che è difficile sfidarla, con il rischio di apparire ai suoi occhi uno scrittore mistico o un poeta, mentre aspirerebbe alla reputazione di scienziato o filosofo. Tutto ciò che posso dire è che la storia è stata trattata dal punto di vista che mi sono permesso di esporre da due possenti geni cristiani, la cui reputazione non è mai stata demolita. La Città di Dio di Sant’Agostino, il Discorso sulla Storia Universale di Bossuet sono due applicazioni della teoria che ho esposto innanzi. La via dunque è stata tracciata da mano maestra, e, dopo tali uomini, si possono affrontare i futili giudizi del naturalismo contemporaneo. È grande cosa senza dubbio regolare la propria vita intima secondo il principio sovrannaturale; ma sarebbe profonda incoerenza e grave responsabilità se questo stesso principio non illuminasse sempre gli scrittori. Vediamo dunque l’umanità nei suoi rapporti con Gesù Cristo sua guida; non prescindiamone mai, né quando giudichiamo né quando narriamo la storia; e quando i nostri sguardi si fissano sulla carta del mondo, ricordiamoci innanzitutto che abbiamo sotto gli occhi l’impero dell’Uomo-Dio e della sua Chiesa.


(Continua)