Il processo di Giordano Bruno e l’Inquisizione

  • Categoria dell'articolo:Apologetica

Di Matteo d’Amico
L’articolo è tratto da KOS, rivista dell’istituto universitario scientifico san Raffaele, numero 178 del luglio 2000
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Le ragioni di un mito
Si è da poco celebrato il quattrocentenario della morte di Giordano Bruno, arso in piazza Campo de’ Fiori la mattina del 17 febbraio 1600, e numerosissimi interventi di storici, filosofi e teologi hanno accompagnato questo anniversario con riflessioni volte a chiarire ancor meglio il senso complessivo della sua figura e del suo pensiero.


In effetti non molti altri protagonisti della cultura moderna hanno visto accendersi intorno a sé un dibattito critico intenso come quello che si è svolto attorno alla figura di Bruno. Molteplici i motivi di questo interesse oltre, ovviamente, a quelli derivanti dal valore del suo pensiero. In età risorgimentale Bruno è lentamente divenuto un “caso”, utilizzato dalle forze laiche e liberali di ispirazione massonica (come è noto erano affiliati a logge della massoneria molti dei protagonisti del Risorgimento, da Mazzini, a Cavour, a Garibaldi, a Crispi, etc.) come elemento di punta in quella accesissima battaglia anticlericale e antipapista che accompagna e segue il processo che conduce all’unità d’Italia. Lo Stato Pontificio rappresenta infatti un ostacolo formidabile sulla via dell’unificazione della penisola e, anche dopo la presa di Roma nel 1870, il Vaticano continua ad essere sentito come un insidioso nemico, da combattere con ogni mezzo. E’ in questo clima di latente “guerra civile” che sorge e trova alimento il mito di Bruno come martire del libero pensiero, presentato come un vero e proprio Socrate moderno, morto per non tradire le sue idee e per difendere il diritto al libero esercizio della ricerca filosofica, al quale saranno intitolate innumerevoli logge e onorificenze massoniche sia in Italia, che all’estero. Precedentemente a questo mito ne era sorto un altro ad esso speculare, sulla scorta delle invettive di Voltaire e degli illuministi nonché del successivo giacobinismo europeo, ovvero quello della Chiesa Cattolica come di una istituzione retriva e biecamente conservatrice, che trova la sua essenza ben rappresentata da una sua particolare istituzione : il tribunale inquisitoriale. La settecentesca “leggenda nera” dell’Inquisizione diventa così lo scenario ideale su cui si staglia ancor più nettamente la modernità di Bruno : il suo diventa lo scontro fra i lumi della ragione e la presunta barbarie e l’oscurantismo ecclesiastici. Leggenda nera che va considerata appunto tale in quanto i dati relativi alle condanne alla pena capitale, ad esempio nella città di Roma, ammontano in totale a 97 persone per il periodo che va dal 1542, quando l’Inquisizione viene nuovamente istituita, al 1761 : una media di meno di una condanna ogni due anni, che basta a far comprendere con quanta moderazione e prudenza procedesse l’istituzione che doveva difendere il cattolicesimo dal pericolo rappresentato dall’eresia protestante.


Fortunatamente negli ultimi decenni gli studiosi del filosofo di Nola (questa la città in cui Bruno nasce nel 1548) hanno saputo illuminare con grande acume molti aspetti della sua vita e del suo pensiero, andando oltre la tradizionale immagine retorica ed agiografica, ed evitando di utilizzarlo in una battaglia ideologica anticlericale sterile quanto scontata. Si sono inoltre enormemente arricchiti gli studi sull’Inquisizione, e possiamo perciò dire di avere tutti gli elementi per comprendere in modo rinnovato lo scontro che ha opposto, nell’ultimo decennio del Cinquecento, Bruno alla Chiesa.


Vita di un mago


Ma chi è Giordano Bruno ? Frate domenicano apostata, fuggito nel 1576 dal convento napoletano di San Domenico Maggiore per sottrarsi a un processo per eresia, ha attraversato l’Europa conquistandosi una fama crescente di grande mago, di iniziato ai misteri della tradizione ermetica; la dote che più lo distingue e lo fa notare è il possesso di una memoria prodigiosa, risultato di una sofisticata mnemotecnica che coltiva fin dalla giovinezza. Intimo di re e principi, si muove ai più alti livelli in un’Europa straziata dalle guerre di religione. Le sue esperienze più importanti le compie a Ginevra nel 1579, dove aderisce al calvinismo per poi essere scomunicato, processato e costretto ad un’umiliante abiura ; in Francia, alla corte di re Enrico III di Valois, che lo accoglie e lo protegge ; in Inghilterra dove frequenta la regina Elisabetta e i circoli di corte scrivendo, fra il 1583 e il 1585 alcune delle sue opere più celebri, come La cena de le ceneri, De la causa, principio et Uno e lo Spaccio de la bestia trionfante. Secondo la studiosa inglese Francis Yates Bruno è in realtà stato inviato in Inghilterra dal re francese con un preciso mandato politico-culturale : convertire i circoli colti che ruotano attorno alla corte inglese alla nuova forma di religiosità egiziana, di natura magica, della quale Bruno appare come l’annunciatore e il maestro in virtù della sua profonda conoscenza e rielaborazione della tradizione ermetica. Enrico III spera che, anche sulla base di questa nuova forma di religione neopagana (che avrebbe dovuto mantenere i tratti esteriori del cattolicesimo e il cui punto di forza sarebbe dovuto consistere nella capacità di superare gli odi e i conflitti di religione), sia possibile -mettendo al bando in entrambi i paesi gli opposti estremismi religiosi, cattolico e puritano- un riavvicinamento fra il regno di Francia e il regno d’Inghilterra in funzione antispagnola. In questi anni infatti sta divampando il conflitto che oppone Filippo II di Spagna ai Paesi Bassi e che sfocerà, alla fine degli anni ottanta, nell’attacco dell’Invencible Armada all’Inghilterra. La tesi della Yates, decisamente ricca di fascino, non è in contrasto, ma anzi si sposa perfettamente, con la tesi rivoluzionaria sviluppata dallo storico inglese John Bossy nel suo testo Giordano Bruno and the Embassy Affair (1991) in cui viene mostrato, sulla base di una ricca e complessa serie di riscontri documentali, come, con grande probabilità, Bruno abbia operato in qualità di spia all’interno dell’ambasciata francese a Londra, presso la quale viveva come ospite dell’ambasciatore Michel de Castelnau. Bruno avrebbe collaborato con i servizi segreti inglesi di sir Francis Walsingham per sventare i progetti dei cattolici inglesi, appoggiati dalla potente famiglia francese dei Guisa, contro Elisabetta. In questo ruolo occulto Bruno, oltre a tradire la fiducia dell’ambasciatore che lo ospita e lo protegge in più occasioni e al quale dedica diverse delle sue opere, non esita ad usare la sua attività di sacerdote, che esercita segretamente all’ambasciata, per carpire in sede di confessione informazioni utili alla sua attività spionistica. Secondo Bossy la motivazione fondamentale di questa sua attività è un profondo e inestinguibile odio per il papato e la Chiesa cattolica.


Dopo l’intensa esperienza inglese Bruno torna per un breve periodo a Parigi e, successivamente, vive in diverse città dell’area tedesca per periodi più o meno lunghi, come Marburgo, Wittemberg, dove tesse un appassionato elogio di Lutero, Praga, Helmstadt (dove riceve la terza scomunica, dai luterani, dopo quella cattolica e calvinista), Zurigo, Francoforte. Qui viene raggiunto da un invito a recarsi a Venezia, dove giunge prima dell’agosto del 1591.



 


 


Il pensiero di Bruno


In questi lunghi anni caratterizzati da un continuo peregrinare da una città all’altra, per lo più in terra protestante, Bruno viene anche elaborando il suo complesso sistema filosofico che si fonda su una ripresa originalissima di contenuti propri della grande tradizione neoplatonica, che aveva dominato larga parte della cultura umanistica e rinascimentale. Operano inoltre contenuti mutuati dai pensatori presocratici, dall’amatissimo Lucrezio, dal Corpus Hermeticum, dal pensiero critico di Erasmo. Sconfinata per profondità e ampiezza la conoscenza che ha del pensiero di Platone ed Aristotele, nonché della tradizione scolastica. Importantissimi infine gli influssi della dottrina eliocentrica di Copernico, che Bruno adotta fin da giovane, correggendola però in senso infinitista grazie all’apporto di Cusano.


La sua filosofia mette capo a una forma di radicale monismo immanentista : la natura è un tutto divino e animato , vita pervasa da un Intelletto a lei totalmente intrinseco, principio mobile e dinamico di infinite forme e cangiamenti che eternamente si riproducono e si modificano. Universo infinito, e quindi privo di centro, privo di alto e di basso, come di ogni distinzione aristotelica fra mondo celeste e mondo terrestre o sublunare ; universo che rappresenta il rovesciamento della tradizionale visione cristiana del mondo.


In questo cosmo nuovo e privo di confini -che non molto tempo dopo riempirà di angoscia Pascal- Bruno ritiene che vadano rovesciati anche tutti i tradizionali valori morali, che sia necessaria una nuova etica e una nuova idea di verità : a un’etica materiale basata su valori morali stabili e sovratemporali, va sostituita un’etica pragmatica, un’etica dell’azione dell’uomo, che viene pensata come manifestazione suprema dell’infinita creatività della natura. L’ideale di vita bruniano, ritratto in particolare in De gl’ heroici furori , è quello di una vita puramente razionale, chiara anticipazione dell’amor dei intellectualis spinoziano, dove l’uomo giunge infine a contemplare la meravigliosa infinità e unità della natura e a identificarsi pienamente in essa.


La metafisica di Bruno rappresenta il primo sistema filosofico posto consapevolmente oltre l’orizzonte del pensiero cristiano che per mille e cinquecento anni ha dominato la tradizione filosofica occidentale. Il cristianesimo in Bruno rappresenta anzi il rovesciamento più radicale di una verità più antica e profonda ed è pertanto il nemico più impegnativo sia sul piano culturale, che storico e politico., rappresenta un ordine che va sovvertito in modo totale perché l’umanità ritrovi la vera “religion de la mente”, riscopra il suo “oriente”, magico, ermetico ed egiziano.



Il processo


Come è largamente noto, tornato a Venezia nell’estate del 1591, Bruno viene ospitato dal Mocenigo, che ha letto i suoi libri e desidera apprendere da lui l’arte della memoria. Resta il mistero del perché il filosofo abbia accettato di tornare in terra cattolica, in uno stato, come la Repubblica di Venezia, dove operava l’Inquisizione. Il più suggestivo fra i tentativi di risposta è forse quello tentato da Corsano, che in un suo scritto del 1940 (Il pensiero di Giordano Bruno nel suo sviluppo storico) ha avanzato l’ipotesi, basata su un attento studio degli scritti di magia redatti da Bruno nella parte finale del suo soggiorno tedesco, che egli torni in Italia avendo in realtà lo scopo ultimo di recarsi dal papa e di soggiogarlo con i poteri magici di cui si ritiene ormai in possesso, spingendolo ad una riforma in senso magico-egiziano della religione cattolica.


Le cose comunque vanno in modo decisamente diverso : il Mocenigo dopo pochi mesi, deluso dall’insegnamento ricevuto dal filosofo di Nola, ferito dal fatto che egli intende andarsene e tornare a Francoforte, e infine disgustato e spaventato al tempo stesso dalle violenze verbali e dai costumi del suo illustre ospite, il 23 maggio 1592 lo denuncia al tribunale dell’Inquisizione.


Inizia così uno dei più lunghi e complessi procedimenti della storia dell’Inquisizione. Su di esso abbiamo una documentazione decisamente abbondante, ancorché largamente incompleta quanto alla sua fase romana ; i documenti constano infatti dei verbali completi della fase veneta del processo, di un importantissimo Sommario scoperto  nel 1940 dal Mercati, che sintetizza tutte le fasi del processo e tutte le accuse mosse al filosofo, del testo ridotto della sentenza e, infine, della testimonianza epistolare di un testimone oculare dell’esecuzione, Gaspar Schoppe. La maggior parte dei verbali degli interrogatori romani, unitamente a diversi scritti giovanili bruniani è andata perduta in seguito al saccheggio degli archivi del Sant’Uffizio operato da Napoleone e alla successiva messa al macero di gran parte dei documenti ordinata a Parigi dall’incaricato della Curia pontificia Marino Marini negli anni 1815-1819. E’ una perdita gravissima se si pensa alla scrupolosità e all’accuratezza con cui venivano redatti i documenti dell’Inquisizione e all’eccezionale ricchezza di spunti che offrono per il lavoro dello storico. Fra l’altro è ormai oltre ogni possibile dubbio accertato che i verbali dei processi inquisitoriali posseggono un tasso altissimo di affidabilità e veridicità : come scrive Tedeschi “Di ogni tribunale dell’Inquisizione era membro un notaio che verbalizzava ogni domanda e ogni risposta, compresi i lamenti degli interrogati sotto tortura. Gli inquisitori, poi, non ritenevano di avere niente di vergognoso da nascondere. Punendo un cristiano che aveva rinnegato la sua fede, ma soprattutto tentando di riconciliarlo con la Chiesa, essi erano convinti di mettere in opera il necessario per riparare a un’offesa a Dio e salvare un’anima dall’eterno castigo”. A conferma del fatto che la Chiesa riteneva del tutto scontato di compiere un suo dovere imprescindibile in difesa della retta religione e quindi anche della compattezza e integrità della stessa società civile, vi è il fatto che nella bolla Licet ab initio, con cui nel 1542 Paolo III istituiva il Tribunale del Sant’Uffizio, non venivano addotte, ma semplicemente sottintese, le giustificazioni teologiche consuete, risalenti a San Tommaso.


Il processo, che è diviso in due grandi fasi, quella veneziana e quella romana (l’imputato viene infatti trasferito a Roma nel febbraio del 1593) consterà di una lunga serie di interrogatori ; le sue tappe fondamentali sono così divisibili : i sette interrogatori veneziani che si concludono con l’abiura e la richiesta di perdono e di clemenza da parte di Bruno; gli innumerevoli interrogatori romani; la censura dei libri del filosofo; infine la condanna e la morte.


Nella fase veneta Bruno probabilmente si sente favorito dal fatto che era ben noto il desiderio di indipendenza di Venezia rispetto a Roma anche sul piano della persecuzione dell’eresia, della quale peraltro la città lagunare con i suoi traffici e i suoi intensi scambi con il territorio tedesco, rappresentava una delle principali vie di penetrazione nella penisola, soprattutto a livello di mercato librario. In effetti il tribunale inquisitoriale veneziano godeva di uno statuto particolare perché di esso facevano parte i Tre savi sopra l’eresia, tre patrizi veneziani che garantivano un controllo “politico” delle attività degli inquisitori.



Le accuse che il Mocenigo ha scagliato contro Bruno sono comunque molto gravi e ben circostanziate ; esse sono raggruppabili in alcune aree fondamentali : il grande mago è accusato di avere opinioni avverse alla Santa Fede e di aver fatto dei discorsi contrari a essa e ai suoi ministri ; di avere opinioni gravemente errate sulla Trinità, la divinità di Gesù Cristo e l’incarnazione ; di avere opinioni erronee sul Cristo ; di avere opinioni erronee sulla transustanziazione e la S. Messa ; di sostenere l’esistenza di molteplici mondi e la loro eternità ; di credere alla metempsicosi ; di occuparsi di arte divinatoria e magica ; di non credere alla verginità di Maria. A queste si aggiungono numerose altre accuse minori. La situazione processuale di Bruno è però resa meno drammatica dal fatto che, in base al principio giuridico del testis unus, testis nullus, in assenza di una confessione spontanea dell’accusato è difficile che si giunga a una condanna, e tanto meno a una condanna grave. Va ricordato inoltre che lo stesso principio impediva di sottoporre a tortura un imputato che non avesse a suo carico almeno due testimonianze pienamente valide, di persone incensurate e di provata moralità. Di fronte alle accuse che il suo insidioso avversario gli ha scagliato contro Bruno adotta una precisa strategia difensiva, che manterrà inalterata fino alla fine : ammette tutto ciò che gli sembra avere una rilevanza minore sul piano processuale ; nega le accuse più infamanti e offensive verso la Chiesa ; sottolinea che la ricerca filosofica che lo ha portato ad affermazioni eretiche è sempre stata condotta da lui esclusivamente secondo il “lume naturale”, senza ne’ pretese teologiche, ne’, tanto meno, intenzioni consapevolmente eretiche. Quanto al suo rapporto con la Chiesa ribadisce di aver sempre rispettato i divieti derivanti a lui dal suo stato di apostasia, ma di aver tentato ripetutamente di rientrare nel suo seno.


E’ una strategia complessa e, per più di un aspetto, non priva di rischi, giocata tutta in realtà sulla sua capacità di impressionare favorevolmente i giudici. E senz’altro a Bruno non mancano le doti di grande parlatore, capace di incantare gli ascoltatori e di sedurli con la sua cultura.


Il processo “offensivo” veneziano (ovvero la parte in cui l’imputato viene invitato una prima volta a difendersi e a rendere ragione delle accuse che gli sono rivolte) si sviluppa in modo lineare, senza che intervengano elementi particolari, ed è in sostanza favorevole a Bruno, anche perché gli altri testimoni coinvolti dal Mocenigo hanno rilasciato testimonianze molto neutre o addirittura assolutorie. Il 30 luglio 1592, data dell’ultimo costituto (interrogatorio) veneziano Bruno si getta in ginocchio davanti agli inquisitori ed implora il loro perdono :



Domando humilmente perdono al Signor Dio e alle Signorie Vostre illustrissime de tutti li errori da me commessi ; et son qui pronto per essequire quanto dalla loro prudentia sarà deliberato et si giudicarà espediente all’anima mia. (…) et se dalla misericordia d’Iddio et delle Vostre Signorie illustrissime mi sarà concessa la vita, prometto di far riforma notabile della mia vita, ché ricompenserò lo scandalo che ho dato con altretanta edificatione



Si tratta di un gesto di grande effetto che avrebbe probabilmente sortito un esito positivo se il Sant’Uffizio non avesse chiesto di avocare la causa a Roma. Nel 1581 infatti la Congregazione Generale del Sant’Uffizio aveva stabilito che da tutte le province italiane gli Inquisitori inviassero regolarmente a Roma un sommario di tutti i processi in corso, per poter ricevere in tal modo istruzioni quanto al modo di procedere o alla sentenza. E’ interessante notare che da Roma i giudici venivano invitati a far redigere verbali analitici e precisi di quanto avveniva durante gli interrogatori senza omettere nulla e mantenendo la lingua in cui venivano date le risposte, cioè in genere il volgare. Solo in arduis causis, ovvero nelle vertenze più complesse e difficili, veniva però inviata copia alla Congregazione inquisitoriale romana di tutti gli atti processuali. E ciò è appunto quanto accade nel caso di Bruno, la cui causa il Sant’Uffizio chiede a Venezia di poter trasferire a Roma. Questo fitto scambio di incartamenti fra il Sant’Uffizio romano e i diversi uffici provinciali ha fatto sì che si sviluppasse un sistema di doppia archiviazione, locale e centrale, rivelatosi spesso molto utile per il lavoro di ricostruzione storica. Di fatto si rileva che forse nessun altro organismo della Chiesa Cattolica aveva sviluppato un così rigoroso e preciso sistema di archiviazione e ciò del resto per ragioni facilmente comprensibili : nessuna battaglia era più importante, fra sedicesimo secolo e prima metà del diciassettesimo, di quella contro l’eresia ; ma, soprattutto, in nessun campo, come in quello che implicava il coinvolgimento della sfera spirituale e religiosa, si avvertiva una equivalente esigenza di precisione e di esattezza nell’applicazione dei regolamenti e delle procedure. Ila conoscenza da Roma di quanto avveniva nei tribunali provinciali aveva il fine fondamentale di evitare abusi o evidenti errori giudiziari e di garantire un’applicazione omogenea delle procedure.


La richiesta di avocazione della causa di Bruno viene accolta con insolita facilità dal Senato veneziano, normalmente custode geloso delle proprie prerogative e della propria sovranità, e Bruno giunge a Roma il 27 febbraio 1593, per venire rinchiuso nel carcere del Sant’Uffizio, che aveva sede nel vecchio palazzo signorile del Cardinal Pucci, vicino alla cattedrale di San Pietro. Contrariamente a quanto si è abituati a pensare la cella in cui Bruno viene rinchiuso e dove rimarrà per sette anni è tutt’altro che una segreta buia e inaccessibile, ma è al contrario un luogo abbastanza vivibile, ampio e luminoso, situato al piano terra, dove la biancheria viene cambiata due volte alla settimana e dove l’imputato può usufruire di vari servizi come il barbiere, i bagni, la lavanderia, la rammendatura. A ogni carcerato veniva fornita una scorta di vestiti e il vitto era di buona qualità includendo, fra l’altro, anche il vino. I cardinali membri del Sant’Uffizio visitano i carcerati regolarmente per ascoltare loro eventuali bisogni particolari ; nei verbali rimane ad esempio traccia della richiesta avanzata da Bruno di avere un cappello di lana per l’inverno e una copia della Summa di Tommaso, richieste prontamente soddisfatte.


Pochi mesi dopo l’arrivo di Bruno a Roma la sua situazione viene inaspettatamente compromessa dalla comparsa di un nuovo testimone dell’accusa, il frate cappuccino Celestino da Verona, suo compagno di carcere a Venezia, che morirà a sua volta sul rogo nel 1599. Il suo ex concarcerato denuncia Bruno lanciandogli contro un insieme di accuse gravissime, che in parte confermano l’impianto accusatorio del Mocenigo, in parte aggiungono nuovi capi d’accusa a suo carico. Inoltre Celestino chiama in causa come testimoni altri quattro compagni di carcere di Bruno a Venezia, che a loro volta confermano gran parte delle accuse. E’ una svolta gravissima per Bruno che col suo folle atteggiamento (leggendo i verbali ci si accorge che in cella non solo aveva un atteggiamento opposto a quello che teneva durante le sedute del processo, dove simula un pieno pentimento e dove giunge a chiedere perdono ; ma anzi si permette confidenze e comportamenti che tradiscono, come minimo, una sicurezza eccessiva di sé oltre a un animo incline alla volgarità e alla blasfemia) ha compromesso quella che fino a quel momento era una posizione processuale abbastanza solida proprio perché doveva difendersi da un solo accusatore. Ora vi sono invece sei testimonianze abbastanza concordi, anche se, non va dimenticato, cinque di queste sono di carcerati a loro volta sospettati o condannati per eresia, e quindi meno attendibili di quella del Mocenigo.


Terminato il processo offensivo con l’interrogatorio di Bruno su tutte le nuove accuse ha inizio il processo ripetitivo ; questo aveva luogo se dopo la conclusione dell’interrogatorio dell’imputato, questi non era riuscito a dimostrarsi innocente, né si era confessato colpevole. In tal caso riceveva una copia di tutti gli atti processuali e aveva del tempo a disposizione per studiare gli incartamenti che lo riguardavano e per preparare una difesa basata su un elenco di interrogatoria, ovvero di domande volte a confutare o a indurre a contraddirsi i testimoni dell’accusa nonché a verificare l’attendibilità della loro persona e della loro testimonianza e i loro costumi. Bruno sceglie dunque la strada del processo ripetitivo, una strada resa difficile dalla compattezza e dall’ampiezza dell’impianto accusatorio, e rinuncia all’alternativa che consisteva nel non preparare gli interrogatoria e nell’affidarsi alla clemenza della corte, confessandosi implicitamente colpevole.


Il processo ripetitivo si conclude con una completa disfatta di Bruno, che vede confermate e rafforzate tutte le accuse.


Dopo il processo ripetitivo resta a Bruno un’ultima possibilità di difesa : ricevuta copia anche di tutto il processo ripetitivo egli ha il tempo per studiarla e per preparare un lungo documento difensivo di un’ottantina di pagine che consegna agli inquisitori il 20 dicembre 1594. Va notato, per inciso, che la possibilità di preparare con cura la propria difesa lavorando su copie autentiche degli atti del processo era una prerogativa particolarmente avanzata e moderna del procedimento inquisitoriale ; nei tribunali secolari del tempo, ad esempio, le prove e gli indizi a carico dell’imputato erano letti ad alta voce ed egli doveva improvvisare la propria difesa sul momento (allo stesso modo del resto l’Inquisizione istituisce il diritto per l’imputato di avvalersi di un avvocato difensore, diritto che in Inghilterra sarà negato fino al 1836).


All’inizio del 1595 i giudici, resi particolarmente prudenti forse dal fatto che solo il Mocenigo era un testimone irreprensibile e incensurato, essendo gli altri concarceratos criminosos, ordinano che venga recuperato il più ampio numero possibile di testi pubblicati da Bruno per poter unire alle prove raccolte attraverso le testimonianze, quelle, irrefutabili, derivanti dai suoi testi. Per due anni il processo langue, essendo il tribunale probabilmente impegnato nella ricerca dei libri del nolano. Finalmente nell’aprile del 1596 viene istituita una commissione di sei teologi, per lo più dell’ordine dei domenicani, affinchè valutino i testi e ne estrapolino proposizioni o tesi palesemente eretiche e nel marzo del 1597 Bruno riceve le censure dei libri dove emergono con chiarezza alcune sue posizioni eretiche. Probabilmente a ridosso di questo momento va collocato l’unico episodio di tortura al quale Bruno fu probabilmente sottoposto. Naturalmente va sottolineato che nei verbali gli inquisitori registravano come tortura anche semplicemente la minaccia di tortura. Le procedure inquisitoriali prevedevano la tortura, che peraltro era assoggettata a limitazioni del tutto sconosciute alla giustizia secolare del tempo e che, anche presso i tribunali dell’inquisizione provinciali, nel sedicesimo secolo poteva essere autorizzata solo da Roma, in due casi fondamentali : se l’imputato confessava le sue colpe, ma vi era ragione di temere che non avesse detto tutto quanto riguardava la vertenza (ad esempio i nomi dei complici); o nel caso in cui si ostinasse a negare anche di fronte a prove inoppugnabili di colpevolezza. E’ evidente che il caso di Bruno era quest’ultimo. Le censure dei libri enucleano e condannano alcune delle fondamentali tesi della metafisica bruniana, ritenute in evidente contrasto con fondamentali aspetti della visione cristiana del mondo : ad esempio condannano il principio, sostenuto con vigore in particolare nel De la causa, per cui da una causa infinita debba derivare un infinito effetto, tesi eretica in quanto implicherebe un Dio necessitato a produrre un dato effetto e non onnipotente; la quinta censura condanna il moto della Terra difeso ne La cena de le ceneri ; la settima condanna l’idea bruniana della terra come di un grande animale dotato di un’anima sensitiva e razionale. Bruno non si difende con troppa efficacia : logorato dai lunghi anni del processo, dalle infinite pause ed attese, probabilmente sfiduciato quanto alle possibilità di ottenere un’assoluzione, perde in parte lucidità nelle argomentazioni.


Poiché il processo langue da troppo tempo (va fra l’altro ricordato che il caso di Bruno è del tutto anomalo ed eccezionale nel panorama dei processi inquisitoriali, che si distinguevano in genere per la loro rapidità) si giunge infine, grazie al cardinal Bellarmino, che pochi anni dopo sarà grande protagonista del caso Galileo, ad identificare una possibile via d’uscita dall’impasse in cui si trova il procedimento. Bellarmino, autorevolissimo teologo gesuita, autore di un importantissimo catechismo e futuro santo, propone di sottoporre a Bruno un gruppo di proposizioni sicuramente eretiche estratte dagli atti del processo chiedendo all’imputato -del quale , va ricordato, la Chiesa cerca innanzitutto un pieno reintegro nel suo seno e nella fede- di abiurarle. L’elenco viene proposto a Bruno il 18 gennaio 1599 con un limite temporale di sei giorni per prendere una decisione conclusiva. Si tratta di una scelta decisiva : se abiura, non essendo relapsus, ovvero non essendo già stato condannato per eresia in passato, il filosofo di Nola quasi sicuramente andrebbe incontro a una detenzione probabilmente non troppo lunga, seguita da una reintegrazione nell’Ordine ; se rifiuta di abiurare non ha praticamente nessuna speranza di sfuggire al rogo.


Dopo sei giorni Bruno si mostra disposto ad abiurare ma fallisce il suo tentativo di ottenere la condanna come eretiche delle sue proposizioni solo ex nunc, ovvero a partire dal momento del processo, e non ex tunc, ovvero per dottrina costante della Chiesa. Dopo un nuovo ultimatum di quaranta giorni, il 15 febbraio Bruno, nel corso del suo ventesimo interrogatorio, si dichiara disposto ad abiurare totalmente. Mentre si procede a preparare il testo della condanna, il 5 aprile Bruno ritorna sui suoi passi e avanza dei dubbi in un documento su due dei punti da abiurare. I giochi vengono così riaperti e devono passare molti mesi per arrivare a un nuovo conclusivo ultimatum : il 10 settembre 1599 il filosofo si dichiara nuovamente disposto all’abiura più completa, per ritornare suoi passi in una lettera a papa Clemente VIII pochi giorni dopo. Ricevuto un secondo ultimatum (che rappresenta un’eccezione nelle procedure inquisitoriali) di quaranta giorni per decidersi ad abiurare ; Bruno però allo scadere del periodo che gli era stato concesso dichiara di non aver niente da abiurare. E’ la fine. Il papa ordina che egli venga condannato come eretico impenitente e che la causa “venga spedita”, ovvero che si emetta la sentenza e che il condannato venga preso in consegna dalla giustizia secolare per l’esecuzione. E’ il 20 gennaio 1600. In questa stessa data un memoriale di Bruno, molto probabilmente un’ennesima manifestazione di disponibilità ad abiurare, non viene letto, essendo ormai scaduti i quaranta giorni.


Il 17 febbraio, sul far dell’alba, in piazza Campo de’ Fiori , viene acceso il rogo forse più discusso della storia ; una testimonianza racconta che nei suoi ultimi istanti di vita Bruno abbia pronunciate le seguenti parole :


“Et diceva che se ne moriva martire e volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso“.



Naturalmente rimangono molti punti oscuri riguardo al processo di Bruno e alla sua tragica conclusione, in parte dovuti alla carenza di molti documenti essenziali, in parte per l’oggettiva difficoltà di interpretazione di molti passaggi cruciali. Concludiamo cercando di stabilire alcuni punti fermi. E’ evidente che, più che in altri processi simili per struttura, la Chiesa tentò in modo particolare con Bruno tutte le strade possibili per cercare di ricondurlo su posizioni ortodosse ; ciò spiega probabilmente la insolita durata del processo e, nella fase finale, il prolungato gioco di ultimatum da parte dell’Inquisizione e di promesse di abiura, poi smentite da parte di Bruno.


Un altro punto fermo è che, stante la ovvia condanna della tortura e della violenza (recentemente ribadita anche dalla Chiesa nel documento Memoria e riconciliazione : la Chiesa e le colpe del passato del 12 marzo 2000), condanna lecita moralmente, anche se storicamente anacronistica ed ingenua, è riconosciuto ormai da tutti gli studiosi di Bruno, in particolare da Luigi Firpo, che sul piano giuridico e formale il processo da lui subito è un esempio di assoluto rispetto giuridico e formale dell’imputato e del suo diritto alla difesa. Il Sant’Uffizio, già normalmente rigoroso garante della trasparenza e correttezza delle procedure inquisitoriali, nel caso di Bruno si distinse davvero per l’attenzione e la prudenza con cui procedette, giungendo a una condanna che, anche se non inevitabile (affermare il contrario significherebbe negare la libertà degli attori in gioco, e ogni dinamismo storico) era coerente con la tradizione giuridica, le leggi, le convinzioni, gli usi del tempo. Il rogo per gli eretici fra l’altro era un’eredità del Codice di Giustiniano, adottato anche in ambito protestante, come nel caso, ad esempio, della condanna di Michele Serveto nella calvinista Ginevra.


Dunque la morte di Bruno, per quanto tragica, se contestualizzata nel momento e nelle condizioni storiche in cui avvenne, non ha nulla né di misterioso, né di barbaro ; è un esito, al contrario, perfettamente coerente con la vita spericolata e trasgressiva del filosofo di Nola, con i suoi “giochi proibiti” all’ambasciata francese di Londra, con i suoi continui cambiamenti di fronte in terra protestante e cattolica, con la sicurezza, forse un po’ eccessiva, nei suoi mezzi. Ma, soprattutto, la morte del grande mago e filosofo annuncia una sorda guerra intestina che travaglierà l’Occidente nei secoli successivi : quella fra cristianesimo e modernità.



 


 


 


Bibliografia


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PARTE PER IL BOX



 


Dai verbali dell’Inquisizione : gli atti del processo a Giordano Bruno



 


I.


Di seguito presentiamo alcuni estratti del processo di Giordano Bruno. Il primo brano è il testo della prima deposizione d’accusa fatta dal Mocenigo ai giudici del tribunale veneziano. Come si può notare facilmente in essa compaiono sia tesi schiettamente metafisiche di Bruno, sia affermazioni fortemente critiche o irridenti verso la religione cattolica e il clero, sia, infine, affermazioni riferite alle pratiche magiche cui il nolano si dedicava. Il testo, come anche il successivo, è tratto dalla “Rubrica del processo bruniano nell’archivio dell’Inquisizione di Venezia”, quale riportato in L. Firpo, Il processo di Giordano Bruno, Salerno, 1993, pp. 143- 145



 


Denuncia di Giovanni Mocenigo all’inquisitore di Venezia Giovan Gabriele da Saluzzo (Venezia, 23 maggio 1592)



Molto reverendo Padre et signore osservandissimo,


io Zuane Mocenigo fo del clarissimo messer Marco Antonio dinuntio a Vostra Paternità molto reverenda per obligo della mia conscientia, et per ordine del mio confessor, haver sentito a dire a Giordano Bruno Nolano, alcune volte che ha ragionato meco in casa mia : che è biastemia grande quella de’ cattolici il dire che il pane si transustantii in carne ; che lui è nemico della messa ; che niuna religione gli piace ; che Christo fu un tristo et che, se faceva opere triste di sedur populi, poteva molto ben predire di dover esser impicato ; che non vi è distintione in Dio di persone, et che questo sarebbe imperfetion in Dio ; che il mondo è eterno, et che sono infiniti mondi, et che Dio ne fa infiniti continuamente, perché dice che vuole quanto che può ; che Christo faceva miracoli apparenti et che era un mago, et così gl’appostoli et che a lui daria l’animo di far tanto, et più di loro ; che Christo mostrò di morir malvolentieri et che la fuggì quanto che puoté ; che non vi è punitione de’ peccati, et che le anime create per opera della natura passano d’un animal in un altro ; et che come nascono gli animali brutti di corrutione, così nascono anco gl’huomini, quando doppo i diluvii ritornano a nasser. Ha mostrato dissegnar di voler farsi autore di nuova setta sotto nome di nuova filosofia ; ha detto che la Vergine non può haver parturito et che la nostra fede cattholica è piena tutta di bestemie contra la maestà di Dio ; che bisognarebbe levar la disputa et le entrate alli frati, perché imbratano il mondo ; che sono tutti asini, et che le nostre opinioni sono dotrine d’asini ; che non habbiamo prova che la nostra fede meriti con Dio ; et che il non far ad altri quello che non voressimo che fosse fatto a noi basta per ben vivere ; et che se n’aride di tutti gli altri peccati ; et che si meraviglia come Dio supporti tante heresie di cattolici. Dice di voler attender all’arte divinatoria et che si vuole far correr dietro tutto il mondo ; che San Tomaso et tutti li dottori non hanno saputo niente a par di lui, et che chiariria tutti i primi theologi del mondo, che non sapriano rispondere.


M’ha detto d’haver havuto altre volte in Roma querelle a l’inquisitione di cento e trenta articuli, et che se ne fugì mentre era presentato, perché fu imputato d’haver gettato in Tevere chi l’accusò, o chi credete lui che l’havesse accusato a l’inquisitione. Io dissegnavo d’imparar da lui come le ho detto a bocca, non sapendo che fosse così tristo come è et havendo notato tutte queste cose per darne conto a Vostra Paternità molto reverenda, quando ho dubitato che se ne possi partire, come lui diceva di voler fare, l’ho serrato in una camera a requisitione sua ; et perché io lo tengo per indemoniato, la prego far rissolutione presta di lui“.



 


 


 


II.


Il secondo brano che presentiamo è tratto dal terzo interrogatorio di Bruno a Venezia. Qui Bruno espone succintamente gli elementi di fondo della sua nuova metafisica e della sua visione cosmologica, e lo fa con uno slancio e una decisione che appaiono volti, almeno in parte, a cercare di portare i giudici a comprendere il valore delle sue argomentazioni. E’ un Bruno ancora convinto delle proprie possibilità, che cerca di difendere le sue teorie in base a una qualche forma di dottrina della “doppia verità” (teologica e filosofica), che peraltro i giudici rifiuteranno totalmente di adottare. Siamo qui di fronte a uno scontro che anticipa in modo straordinario quello che, non molti anni dopo, opporrà Galileo alla Chiesa. (citazione tratta da L. Firpo, op. cit., p. 167)



 


Terzo costituto del Bruno (Venezia, 2 giugno 1592)



(…) Interrogatus se publicamente o privatamente nelle lettioni ch’egli ha fatto in diversi luochi, secondo ha detto di sopra nelli altri suoi costituti, ha mai insegnato, tenuto o disputato articulo contrario o repugnante alla fede catholica et secondo la termination della Santa Romana Chiesa.


Respondit :


Direttamente non ho insegnato cosa contra la religione catholica christiana, benché indirettamente, come è stato giudicato in Parisi ; dove pur me fu permesso trattare certe disputationi sotto il titolo de Centovinti articuli contra li Peripatetici et altri volgari filosofi, stampati con permissione de superiori, come fusse lecito trattarne secondo la via de ‘ principii naturali, non preiudicando alla verità secondo il lume della fede. Nel qual modo si possono leggere et insegnare li libri d’Aristotile ed di Platone, che nel medesmo modo indirettamente sono contrarii alla fede, anci molto più contrarii che gli articuli da me filosoficamente proposti et diffesi ; li quali tutti possono esser conosciuti da quel che è stampato in questi ultimi libri latini da Francoforte, intitolati De minimo, De monade, De immenso et innumerabilibus et in parte De compositione imaginum. Et in questi libri particularmente si può veder l’intention mnia et quel che ho tenuto ; la qual , in somma, è ch’io tengo un infinito universo, cioè effetto della infinita divina potentia, perché io stimavo cosa indegna della divina bontà et potentia, che possendo produr, oltra questo mondo un’altro et altri infiniti, producesse un mondo finito. Sì che io ho dechiarato infiniti mondi particulari simili a questo della terra ; la quale con Pittagora intendo uno astro, simile alla quale è la luna, altri pianeti et altre stelle, le qual sono infinite ; et che tutti questi corpi sono mondi et senza numero, li quali constituiscono poi la università infinita in uno spatio infinito ; et questo se chiama universo infinito, nel quale sono mondi innumerabili. Di sorte che è doppia sorte de infinitudine de grandezza dell’infinito et de moltitudine de mondi, onde indirettamente si intende essere repugnata la verità secondo la fede”.




 


III.


L’ultimo passo estratto dai verbali è il testo della sentenza di condanna letta l’8 febbraio in Piazza Navona alla presenza di tutta la Congregazione del Sant’Uffizio dal notaio Flaminio Adriani. E’ un momento altamente drammatico e carico di tensione. Secondo una testimonianza Bruno, che ha ascoltato la sentenza in ginocchio, al termine della lettura si alzò in piedi e con volto minaccioso gridò : “Forse con maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla !”. (Il passo che segue è tratto da L. Firpo, op. cit., p. 342)



” (…) Per il che, essendo stato visto et considerato il processo contra di te formato et le confessioni delli tuoi errori et heresie con pertinacia et ostinatione, benché tu neghi essere tali, et tutte le altre cose da vedersi et considerarsi : proposta prima la tua causa nella congregazione nostra generale, fatta avanti la Santità di Nostro Signore sotto il dì ventesimo di gennaro prossimo passato, et quella votata et risoluta, siamo venuti alla infrascritta sententia.


Invocato dunque il nome di Nostro Signore Gesù Christo et della sua gloriosissima madre sempre vergine Maria, nella causa et cause predette al presente vertenti in questo santo Offitio tra il reverendo Giulio Monterenti, dottore di leggi, procurator fiscale di detto Santo Offitio, da una parte, et te fra’ Giordano bruno predetto, reo inquisito, processato, colpevole, impenitente, ostinato et pertinace ritrovato, dall’altra parte : per questa nostra diffinitiva sententia, quale di conseglio et parere de’ reverendi padri maestri di sacra theologia et dottori dell’una e dell’altra legge, nostri consultori, proferimo in questi scritti, dicemo, pronuntiamo, sententiamo et dichiaramo te, fra Giordano Bruno predetto, essere heretico impenitente, pertinace è [et ostinato], et perrciò essere incorso in tutte le censure ecclesistiche et pene [dalli sacri] Canoni, leggi et constitutioni, così generali come[particolari, a] tali heretici confessi, impenitenti , pertinaci et ostinati imposte ; et come tale te degradiamo verbalmente et dechiaramo dover essere degradato, sì come ordiniamo et comandiamo che sii attualmente degradato da tutti gli ordini ecclesistici maggiori et minori nelli quali sei constituito, secondo l’ordine dei sacri Canoni ; et dover essere scacciato si come ti scacciamo dal foro nostro ecclesistico et dalla nostra santa et immaculata Chiesa, della cui misericordia ti sei reso indegno ; et dover esser rilasciato alla Corte secolare, sì come ti rilasciamo alla Corte di voi monsignor Governator di Roma qui presente, per punirti delle debite pene, pregandolo però efficacemenete che voglia mitigare il rigore delle leggi circa la pena della tua persona, che sia senza pericolo di morte o mutilatione di membro.


Di più condanniamo , riprobamo et prohibemo tutti gli sopradetti et altri tuoi libri et scritti come heretici et erronei et continenti molte heresie et errori, ordinando che tutti quelli che si’hora si sono havuti, et per l’avenire verranno in mano del Santo Offitio siano publicamente guasti et abbrugiati nella piazza di san Pietro , avanti le scale, et come tali che siano posti nel Indice de’ libri prhibiti, sì come ordiniamo che si facci