Il Volto Santo e la Sindone

Scienza e fede: nessuna contraddizione

Il Volto Santo e la Sindone. Un confronto al computer, di Giulio Dante Guerra. Convincente presentazione dell’ipotesi che il “Volto Santo” di Lucca sia stato scolpito come “copia autentica” dell’immagine sindonica

Il Volto Santo e la Sindone
Un confronto al computer
di Giulio Dante Guerra 


“In quei secoli, ai quali la moderna civiltà regala il nome di barbari, ma cui meglio converrebbe il nome di secoli della Fede; in quei secoli nei quali s’iniziò il progresso delle scienze e delle arti, che in uno colla religione e sotto la guida di lei sono gli elementi che costituiscono la vera civiltà; in quei secoli che ci dierono la Somma di s. Tommaso, la Divina Commedia dell’Alighieri, le più ammirate Cattedrali d’Italia; in quei secoli era in gran fama un venerando Simulacro di Gesù Crocifisso, celebre pe’ suoi prodigi in tutta la Chiesa cattolica. Questo augusto Simulacro, a cui i divoti pellegrini accorrevano da ogni regione d’Europa, è quello che si custodisce e si onora nel magnifico nostro Tempio metropolitano col titolo di Volto Santo, ed agli estranei è noto col titolo di Volto Santo di Lucca


Mons. Almerico Guerra, Storia del Volto Santo di Lucca, Tip. Arciv. S. Paolino, Lucca 1881, introduzione, p. III.



La “Leggenda” del Volto Santo


Con queste parole, alla vigilia dell’XI centenario della venuta a Lucca del Volto Santo, mons. Almerico Guerra, canonico della Cattedrale di Lucca e fratello maggiore della beata Elena Guerra, iniziava l’Introduzione alla sua Storia del Volto Santo di Lucca. Tutti noi lucchesi conosciamo, almeno per sommi capi, la “leggenda” del Volto Santo, secondo la quale il crocifisso viene scolpito da Nicodemo, il “discepolo occulto” di Gesù, con l’aiuto degli angeli per l’esecuzione del viso, e rimane nascosto per più di settecento anni a Ramla, una città della Palestina. Qui viene ritrovato, dietro ispirazione di un angelo apparsogli in sogno, da Gualfredo, vescovo subalpino pellegrino in Terra Santa col suo séguito, che lo reca al porto di Ioppe, l’odierna Giaffa, dove lo carica su una nave, che sigilla con bitume ed affida al mare priva di equipaggio, pregando la divina provvidenza che lo conduca in terre cristiane. La nave, dopo avere attraversato miracolosamente gran parte del Mediterraneo, si ferma al largo delle coste di Luni, non lontano da Bocca di Magra. I lunensi esperti marinai, dediti al commercio marittimo, ma anche alla pirateria calano in mare le barche, per predare quella nave incustodita; ma inutilmente, perché, ad ogni tentativo di raggiungerla, la nave riprende il largo allontanandosi da loro.


Frattanto, a Lucca, un angelo appare in sogno al vescovo, il beato Giovanni I, rivelandogli l’arrivo a Luni del Volto Santo e comandandogli di recarsi là col clero e i maggiori del popolo, per prenderlo e portarlo a Lucca. Giunto al porto di Luni col suo séguito, il vescovo vede i lunensi che di nuovo tentano con remi e vele di raggiungere la nave, e questa che si allontana sottraendosi ai loro arpioni. Il beato Giovanni fa cenno ai marinai di fermarsi, ed esorta tutti a chiedere l’aiuto di Dio; a questo punto, la nave si dirige spontaneamente verso di lui, che apre i boccaporti ed entra con i suoi nella stiva, dove trovano il Volto Santo, alla vista del quale tutti quanti scoppiano in lacrime di gioia ed intonano il Gloria in excelsis.


Nasce poi una disputa fra i lucchesi e i lunensi su quale delle due città abbia diritto a custodire il simulacro. Prima il vescovo Giovanni estrae dall’interno della statua alcune delle reliquie in essa contenute, fra cui una delle due ampolle del sangue di Gesù Cristo quella oggi a Sarzana, l’altra è quella attualmente venerata a Lucca in S. Frediano e le consegna al vescovo di Luni; poi si ricorre alla celeberrima “prova dei giovenchi indomiti”: il Volto Santo viene issato su un carro riccamente addobbato, a cui vengono attaccati due vitelli non ancora aggiogati. Lasciati liberi di andare, gli animali si dirigono verso Lucca: di fronte al risultato di questo “giudizio di Dio”, i lunensi se ne tornano alle loro case, mentre il vescovo Giovanni sale sul carro, che, attorniato dagli altri lucchesi, giunge trionfalmente a Lucca sul far della sera. Correva l’anno 782, secondo del regno comune di Carlo Magno e Pipino II.1



Una “copia autentica” della Sindone?

Guardando il Volto Santo (Figura 1), salta sùbito agli occhi il contrasto fra la “schematicità” del corpo quasi una “croce” rivestita di un’ampia e lunga tunica e il forte realismo del viso, che appare non solo molto espressivo (Figura 2), ma anche straordinariamente somigliante a quello dell’Uomo della Sindone2; una rassomiglianza analoga si può notare nella forma molto allungata delle due mani (Figura 3).



Da queste somiglianze sorge spontanea una domanda: il nostro Volto Santo non potrebbe essere una “copia autentica” della Sindone? Alcuni “indizi” possono ricavarsi già dalla “leggenda”. Innanzi tutto l’attribuzione a Nicodemo, il discepolo che, insieme con Giuseppe di Arimatea, provvide alla sepoltura di Gesù3, avvolgendone il corpo “in tele con gli aromi”4; queste “tele” sono chiamate dai Sinottici col nome di “sindone”5. Ancora: la più antica narrazione della “leggenda”, il De inventione, revelatione ac tranlatione Sanctissimi Vultus […] liber di Leboino, o Leobino6, dice che Nicodemo “sanctissimum Vultum non sua sed arte divina disculpsit”7: scolpì il Volto Santo con arte non sua, ma divina. Questa frase un po’ sibillina fu interpretata, come si è visto, dalla tradizione popolare nel senso che Nicodemo, incapace, in quanto ebreo, di scolpire un volto umano, e a maggior ragione quello del Figlio di Dio fatto uomo, avrebbe invocato l’aiuto divino e, colto dal sonno, avrebbe trovato al suo risveglio il viso del crocifisso scolpito dagli angeli. Ma può significare anche che Nicodemo o chi, qualche secolo dopo, aveva ereditato da lui la Sindone e le altre reliquie della Passione scolpì il volto ispirandosi all'”immagine miracolosa” impressa sulla Sindone8.

Alcuni “leggendaristi” medievali affermano esplicitamente che il Volto Santo di Lucca fu scolpito avendo come modello la Santa Sindone. In un’appendice alla narrazione di Leboino si racconta che un canonico lucchese, recatosi in pellegrinaggio in Terra Santa all’epoca della Prima Crociata o poco dopo, ebbe dal patriarca di Gerusalemme notizie di tradizioni gerosolimitane riguardanti il Volto Santo. Fra queste c’era quella secondo cui “Nicodemo vide in sogno un Angelo che lo sollecitò a lasciare ai venturi una qualche immagine del Cristo, conforme alla figura impressa nel lenzuolo”9. Questo “lenzuolo” è chiaramente la Sindone, anche se il racconto, tutt’altro che conforme alla narrazione evangelica, che il patriarca avrebbe fatto a proposito di esso, desta qualche perplessità. Agli inizi del XIII secolo, Gervasio da Tilbury, cancelliere dell’imperatore Ottone IV (1196-1218), scrive che Nicodemo scolpì il Volto Santo avendo presso di sé la Sindone, che poi ripose all’interno del simulacro con altre reliquie10. Quindi, secondo Gervasio, il Volto Santo sarebbe stato addirittura il primo “reliquiario” della Sindone, prima del suo trasferimento ad Edessa.


Tutti questi non sono nient’altro, se vogliamo, che “labili indizi” in favore dell’ipotesi che il nostro Volto Santo riproduca alcune parti in pratica, il viso e le mani di quella che la sindonologa Emanuela Marinelli ha definito “un’immagine impossibile”11. È noto come parecchi studiosi di fatto, tutti i sindonologi favorevoli all’autenticità della Sindone abbiano affermato l’origine sindonica delle più antiche immagini di Cristo, in particolare di quelle dette dalla tradizione “Volti Santi” e “Veroniche”12. In un mio articolo pubblicato in occasione del XII centenario della venuta a Lucca del Volto Santo13, affermavo che “Il Volto Santo è simile, ma indipendente da quelle immagini che in qualche modo riconducono alla Sacra Sindone, come se derivasse da una tradizione iconografica che abbia avuto come modello Gesù stesso”14. Questo perché nel nostro crocifisso manca la cosiddetta “curva bizantina” del “Cristo zoppo”, con una gamba più corta dell’altra, presente in quasi tutti i crocifissi dipinti posteriori al Mille ed attribuita a un fraintendimento della posizione dei piedi nella Sindone15. In realtà non avevo tenuto conto del fatto che il Mandylion l’immagine achiropita di Edessa, da molti identificata con la Sindone era anticamente mostrato ripiegato più volte, così che le “impronte” dei piedi non erano visibili; a conferma delle testimonianze antiche sono state trovate sulla Sindone le tracce di alcune ripiegature orizzontali16.


In altre parole, sembra lecito ipotizzare che il Volto Santo sia stato scolpito come “copia autentica” a tutto tondo di quelle parti dell’immagine sindonica, che si riteneva “lecito” riprodurre nei primi secoli dell’Era Cristiana, secondo il “tipo” iconografico presente anche nell’affresco di un crocifisso tunicato, conservato a Roma nella chiesa dei santi Cosma e Damiano, e datato dagli esperti all’VIII secolo, lo stesso a cui la tradizione fa risalire la venuta Lucca del Volto Santo17.


Un confronto mediante il computer


Oggi abbiamo a disposizione, grazie al computer, la possibilità di un confronto più diretto fra due immagini. Confronti di questo genere sono stati compiuti fra il volto sindonico e raffigurazioni del viso di Gesù in antiche icone orientali e monete bizantine18, come pure fra il volto sindonico e quello del “Volto Santo di Sansepolcro”, un crocifisso ligneo tunicato custodito nel Duomo di quella città della Valtiberina aretina19, molto simile a quello di Lucca. In tutti i casi il confronto ha dato esito positivo. Perché non tentare un confronto analogo fra il viso del Volto Santo di Lucca e quello dell’Uomo della Sindone? E, magari, anche un confronto analogo fra le mani, considerando la rassomiglianza, notata più sopra, anche di queste? Questi due confronti compiuti con l’aiuto del Prof. Giulio Fanti, del Dipartimento di Ingegneria Meccanica dell’Università di Padova sono stati recentemente oggetto di una mia comunicazione ad un congresso internazionale di sindonologia20.


Osserviamo innanzi tutto, il viso dell’Uomo della Sindone, posto a fianco di quello del Volto Santo di Lucca.



La forma allungata del secondo sembra riprodurre l’assenza delle parti laterali del primo. Gli occhi del Volto Santo appaiono come “fuori delle orbite”, cosa che potrebbe spiegarsi supponendo che lo scultore abbia voluto riprodurre in qualche modo le “macchie” visibili all’interno delle cavità orbitali dell’Uomo della Sindone, “macchie” che le ricerche moderne hanno identificato come impronte di due monetine romane, dei tempi di Ponzio Pilato, poste sulle palpebre21. La barba del Volto Santo è nettamente bipartita, come quella dell’Uomo della Sindone; anche il suo marcato distacco dal labbro inferiore sembra voler riprodurre un particolare ben visibile nel volto dell’Uomo della Sindone.


E veniamo ora al confronto più diretto, o meglio più “stretto”: il computer ci permette di compiere una transizione graduale da una figura all’altra, mediante una successione di sovrapposizioni parziali. La Figura 5 mostra una comparazione di questo tipo fra il negativo fotografico scelto perché dà un’immagine più distinta del viso dell’Uomo della Sindone e quello del Volto Santo.


Nel “passaggio” da un viso all’altro non si riesce a notare nessuna discontinuità significativa, a parte le macchie di sangue, assenti nel nostro simulacro, che raffigura Cristo “regnante dalla Croce”.


La stessa tecnica è stata usata anche per confrontare la mano destra del Volto Santo di Lucca con quella dell’Uomo della Sindone, usando questa volta l’immagine direttamente visibile sul lino. Dalla Figura 6 si può vedere che neanche qui ci sono discontinuità significative.



La lunghezza eccessiva, potremmo quasi dire “non naturale”, delle dita del Volto Santo si può spiegare col fatto che l’autore della statua scolpì il palmo di una mano avendo come modello l’impronta di un dorso di mano, in cui, per giunta, può essere difficile distinguere le dita dalle nocche. Per di più, il grumo di sangue della ferita, provocata dal chiodo confitto nel polso sinistro dell’Uomo della Sindone, può avere indotto lo scultore del Volto Santo ad allungarne ulteriormente le mani; infatti, egli credeva che i chiodi fossero stati confitti nei palmi, come si può vedere dalle capocchie dei chiodi sulle mani della statua.


Un “problema di fede”?


Il fatto che i risultati di questa analisi al computer avvalorino l’ipotesi che il Volto Santo di Lucca possa essere un “copia autentica” della Sindone non accresce soltanto l’importanza iconografica del nostro crocifisso, dandoci, per così dire, una “spiegazione storicamente plausibile” della tradizione che ne vuole autore Nicodemo, un uomo che era stato presente all’avvolgimento nella Sindone del corpo di Gesù crocifisso. Questi risultati fanno anche del Volto Santo un ulteriore elemento di un problema assai dibattuto, quello della datazione, e quindi dell’autenticità, della Santa Sindone. La “prova del carbonio 14”, compiuta nel 1988, anziché “risolvere una volta per tutte” tale problema, lo ha reso caso mai ancora più complesso: si è rivelata tutto, meno che un'”ordalia”, un giudizio definitivo e irrevocabile22.


Sia ben chiaro: la fede cattolica non dipende certo dall’autenticità di una reliquia, sia pure unica e importante come la Sindone. Non per nulla la linea di demarcazione fra favorevoli e contrari all’autenticità della Sindone attraversa trasversalmente le varie confessioni religiose. Da un lato, troviamo protestanti, ebrei e addirittura agnostici favorevoli all’autenticità: non tutti i sindonologi protestanti sono come quelli valdesi di casa nostra, che la negano a priori, forse confondendo inconsciamente il problema teologico della venerazione delle reliquie praticata dai cattolici e rifiutata da loro come da tutti i protestanti con quello scientifico e storico dell’autenticità di quella particolarissima reliquia. Dall’altro lato, troviamo cattolici decisamente contrari all’autenticità. Il più famoso è stato il sacerdote francese Cyre-Ulysse-Joseph Chevalier, che all’inizio del XX secolo dichiarò “falsa” la Sindone sulla testimonianza di un documento medievale come minimo “tendenzioso”23. Perfino l’abate Giuseppe Ricciotti, quando nella sua indubbiamente pregevole Vita di Gesù Cristo, scritta nel 1941, quando era già nota la singolare natura di “negativo ottico” dell’immagine sindonica discute e critica gli scritti, relativamente recenti o decisamente apocrifi, che parlano dell'”aspetto fisico” di Gesù, non nomina mai la Sindone24. Anzi, non sembra neanche accorgersi che quegli scritti descrivono, in realtà, proprio l’immagine visibile ad occhio nudo sulla Sindone. Insomma, anche uno dei maggiori esponenti dell’apologetica cattolica del XX secolo si è mostrato “indifferente” di fronte al problema sindonico. E non mancano oggi neppure vescovi perlomeno scettici nei confronti dell’autenticità. E, in fondo, è giusto che sia così: non è un problema di fede.


Tuttavia, in questi tempi di diffusione sempre più capillare di una “nuova religiosità”25 pseudo-spiritualistica, quello dell’autenticità o meno della Sindone può diventare, almeno indirettamente, un problema di quale fede. Quel “testimone muto ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente della passione, morte e resurrezione di Cristo” come definì la Sindone Giovanni Paolo II il 13 aprile 1980 a Torino può ricordare a noi cattolici la “materialità”, la “carnalità” della Redenzione. Come dice Vittorio Messori in una sua recente intervista: “Per salvare l’anima in fondo basta Platone; per credere nell’immortalità dello spirito ci sono infinite filosofie; ma solo il cristianesimo afferma la salvezza dell’uomo tutt’intero, la resurrezione dei corpi”26. Per molti nostri contemporanei non è difficile accettare un “cristianesimo” disincarnato, in cui il Cristo è ridotto a una specie di “simbolo messianico” di sapore vagamente neo-gnostico27. Ma un “simbolo messianico” di questo genere non salva, non redime l’uomo nella sua totalità d’anima e corpo, come può fare solo il Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi.


Carbonio 14, una “datazione” incongrua


Quale ruolo viene ad avere il Volto Santo di Lucca nella questione della datazione della Sindone? Sostanzialmente lo stesso di tutte le “immagini achiropite” di Gesù Cristo sicuramente anteriori al 1260, la più antica fra le due date, 1260 e 1390, dell’intervallo indicato dalla famosa “prova del carbonio 14” del 1988. Potremmo dire che il confronto mediante computer fra il Volto Santo di Lucca e la Sindone di Torino aggiunge una specie di “centunesima prova” alle “cento prove sulla Sindone”, riportate da Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli nell’omonimo libro28.


Che il nostro crocifisso sia anteriore al 1260 è indubbio. La tradizione agiografica lucchese pone, come si è visto, l’arrivo del Volto Santo a Lucca nell’anno 782. Anzi, se volessimo prendere alla lettera un passo dello scritto di Leboino, così come è giunto fino a noi, dovremmo retrodatare l’arrivo addirittura di quarant’anni. Si legge infatti nella “leggenda”: “In mezzo a tanta esultanza e a sì solenne trionfo entrò il Volto Santo in Lucca, l’anno della salutifera incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo 742, al tempo di Carlo e Pipino, serenissimi re, nell’anno secondo del loro regno”29. Ma questa data è verosimilmente errata, soprattutto perché contrasta col ruolo preponderante dato, nella “leggenda”, al beato vescovo Giovanni I, che resse al diocesi di Lucca dal 780 all’801. L’anno 742 era il secondo di Carlomanno e Pipino il Breve, maggiordomi del Regno Franco, che non regnarono mai in Italia, mentre in quell’anno Lucca era ancora la città principale della Tuscia longobarda, su cui regnavano Liutprando e suo nipote Ildeprando. Sembra per lo meno strano che l’arrivo miracoloso o no del Volto Santo a Lucca sia stato registrato, nella Tuscia longobarda, secondo il numero degli anni di regno di due sovrani stranieri; e questo in un’epoca, in cui il riferimento al sovrano regnante in loco era un metodo di datazione più diffuso di quello dell'”era volgare”, al contrario di quanto avveniva già negli anni in cui fu redatto il testo definitivo della “leggenda”. È quindi probabile che un tardo redattore che scriveva negli anni intorno al 1100, quando ormai vigeva l’uso d’indicare la data come si fa oggi, inizio dell’anno a parte abbia confuso fra di loro due coppie di sovrani carolingi30. D’altra parte, che il testo leboiniano abbia avuto diverse redazioni successive, è ormai ammesso da tutti; ma è anche vero che diversi particolari della narrazione indicano che il suo nucleo originario debba risalire all’VIII secolo. Per esempio, un passo, in cui si parla di monaci siri che custodivano il Santo Sepolcro31; o il Gloria in excelsis, intonato dal beato Giovanni I e dal suo séguito alla vista del Volto Santo, invece del Te Deum, il cui uso come inno di ringraziamento non si diffuse prima del IX secolo32. Oltre a ciò, esistono non pochi indizi della presenza nel Duomo di Lucca, fin dagli anni dell’episcopato di Giovanni I, di un crocifisso molto venerato33.


Il problema allora diventa il seguente: il crocifisso giunto a Lucca nel tardo VIII secolo, è lo stesso che oggi veneriamo all’interno della cappella eretta da Matteo Civitali nella navata sinistra del Duomo di S. Martino? Sì, perché a complicare le cose ci si sono messi gli storici dell’arte, che hanno giudicato, basandosi esclusivamente su “dati stilistici”, il Volto Santo un’opera della scuola dell’Antelami, scolpita fra l’XI e il XII secolo. Di qui le ipotesi, fatte dagli storici che hanno ritenuto valido questo giudizio, di sostituzioni in nessun modo documentabili34. Ma la storia dell’arte è tutt’altro che una “scienza esatta”: anche senza voler tirare in ballo la celebre beffa di cui fece le spese uno storico e critico d’arte come Giulio Carlo Argan delle “teste di Modigliani”, possiamo leggere, nel libro di mons. Lazzarini, che “un critico non medievale e di grande valore, basandosi sui soli dati stilistici, giudicò opera del sedicesimo secolo, un ritratto di S. Benedetto Giuseppe Labre, che era nato nel 1748 e morto nel 1783”35. Un altro esempio, ancora più pertinente, è quello del già ricordato Volto Santo di Sansepolcro. Fino al 1985 questo crocifisso era giudicato una scultura tardo-romanica dei secoli XII-XIII. In quell’anno la statua fu trasferita all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dove fu sottoposta a un accurato restauro, durato fino al 1989, che si rivelò un’autentica “sorpresa”; infatti, la rimozione del pesante strato di vernice scura, piuttosto recente, che copriva uniformemente tutto il crocifisso, e i saggi compiuti al di sotto della decorazione policroma romanica riportata alla luce, hanno permesso di retrodatare la scultura all’età ottoniana, più o meno agli anni intorno al 90036. Quali “sorprese” potrebbe riservare un restauro analogo compiuto sul Volto Santo di Lucca? Oggi sappiamo solo che, sotto la vernice nera che attualmente copre quasi tutta la statua, esiste una precedente colorazione rossa della tunica e celeste della croce37; ma niente ci assicura che sia la colorazione originaria. D’altro canto, un restauro analogo a quello compiuto anni fa sul crocifisso di Sansepolcro è difficilmente pensabile, e, forse, non sarebbe neanche troppo gradito ai lucchesi: basti pensare alle reazioni e alle polemiche che suscitò nel 1583 l’iniziativa del vescovo di allora, card. Alessandro Guidiccioni, di fare semplicemente lavare le mani e il viso del Volto Santo, forse solo per togliere il nerofumo depositato dalla fiamma delle candele38.


Ma torniamo al Volto Santo come possibile “copia autentica” della Sindone, e ai risultati dell’indagine al computer, che hanno gettato nuova luce sulle tradizioni raccolte dai “leggendaristi” medievali. È possibile che una statua presente a Lucca dalla fine dell’VIII secolo sia stata scolpita avendo come modello l’immagine visibile su una tela “tessuta fra il 1260 e il 1390”? Certamente no. Perfino nell’ipotesi del “rifacimento” fra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo come vorrebbero gli storici dell’arte il Volto Santo di Lucca resterebbe comunque anteriore al 1260. Come tutte le altre “immagini achiropite” di Gesù Cristo.


E allora, potrà domandare qualcuno, i risultati del test del carbonio 14? Per prima cosa, per dare un risultato attendibile, quel test deve essere compiuto su un campione il più possibile esente da contaminazioni39; cosa che non si può certo dire del tessuto sindonico, viste le vicissitudini subite dalla Sindone, se non altro dal 1353 anno in cui ricomparve nella cittadina francese di Lirey, nella Champagne, dopo che un lenzuolo praticamente identico era scomparso da Costantinopoli nel 1204, durante la IV Crociata fino ad oggi40, a causa delle quali può essere avvenuto un “ringiovanimento” del tessuto, per aggiunta di carbonio recente41. Secondo, quella del carbonio 14 è una prova, non la prova decisiva e inconfutabile, che nelle scienze sperimentali semplicemente non esiste. La datazione di un reperto e più che mai di un reperto unico come la Sindone non può essere che il risultato di una ricerca interdisciplinare: e risultato, per così dire, “provvisorio”, sempre modificabile mediante nuovi esperimenti. È passato circa mezzo secolo da quando la scoperta del test del carbonio 14 diede l’illusione di avere trovato un “metodo di datazione assoluta” dei reperti organici. Oggi tale illusione sopravvive solo nell'”uomo della strada” e… negli specialisti della datazione radio-carbonica.


Trent’anni di attività di ricerca nel CNR mi hanno convinto che non c’è niente di più dannoso per la scienza che la “mentalità specialistica” di alcuni suoi cultori, mentalità che, talvolta, ha fatto fallire sul nascere importanti progetti di ricerca interdisciplinare. Una mentalità di questo genere sembra aver caratterizzato proprio gli scienziati incaricati di eseguire le prove di datazione del tessuto sindonico mediante il carbonio 14, o almeno buona parte di essi42. Da questo punto di vista, chi scrive si è sempre sforzato di evitare di acquisire una “mentalità specialistica”, sia nella sua attività professionale, sia nel coltivare il maggior numero possibile di interessi extra-professionali. Fra cui quello che lo ha portato a compiere questo modesto studio sul Volto Santo e la Sindone; con la speranza, fra l’altro, che possa essere l’occasione per dare un significato più profondo alla venerazione che noi lucchesi tributiamo da secoli a quel simulacro di Cristo regnante dall’alto della Croce.


Scheda bio-bibliografica


Giulio Dante Guerra nasce a Lucca il 13 settembre 1946, dalla famiglia che ha dato alla Chiesa lucchese la beata Elena Guerra, fondatrice delle Oblate dello Spirito Santo, e lo storico del Volto Santo mons. Almerico Guerra. Laureatosi in chimica presso l’Università di Pisa nell’aprile del 1970, nel novembre dello stesso anno è vincitore di una borsa di addestramento del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). È attualmente Primo Ricercatore del CNR presso il Centro di Studi sui Materiali Macromolecolari Polifasici e Biocompatibili del CNR di Pisa. È autore di numerose pubblicazioni scientifiche nel campo della polimerizzazione ionica ed elettroiniziata e in quello dei biomateriali. Refrattario per principio ad ogni tipo di “specializzazione”, agli interessi scientifici in senso stretto ne affianca altri nel campo dell’apologetica e dell’agiografia, di cui sono testimonianza i suoi studi: De libello a Jacobo Monod de alea et necessitate conscripto thomistica censura, in Atti dell’VIII Congresso Tomistico Internazionale, Vol. V, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1982, pp. 359-364; La “leggenda” del Volto Santo di Lucca, in Cristianità, anno X, n. 88-89, agosto-settembre 1982; Il culto del Volto Santo di Lucca attraverso i secoli, ibid., anno X, n. 91, novembre 1982; La vita non è nata per caso, ibid., anno XI, n. 97, maggio 1983; La Madonna di Bonaria, ibid., anno XII, n. 106, febbraio 1984; La Madonna di Guadalupe. Un caso di “inculturazione” miracolosa, Cristianità, Piacenza 1992; La disputa fra Luigi Galvani e Alessandro Volta e il mito della “neutralità della scienza”, in Cristianità, anno XXIV, n. 260, dicembre 1996; L’origine della vita, in IDIS, Voci per un “Dizionario del Pensiero Forte”, a cura di Giovanni Cantoni, Cristianità, Piacenza 1997, pp. 251-256.


NOTE


1 Cfr. mons. Pietro Lazzarini, Il Volto Santo di Lucca, Pacini Fazzi, Lucca 1982, pp. 45-50.


2 “Uomo della Sindone” è chiamato dai sindonologi il “personaggio” quasi certamente Gesù di Nazaret l'”impronta” del cui corpo è visibile sulla Santa Sindone di Torino. Cfr., p. es.: Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, La Sindone. Storia di un enigma, Rizzoli, Milano 1998; Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, Cento prove sulla Sindone. Un giudizio probabilistico sull’autenticità, Edizioni Messaggero Padova, Padova 1999.


3 Cfr. Gv 19, 38 ss.


4 Ibid. 19, 40.


5 Cfr. Mt 27, 59; Mc 12, 46; Lc 23, 53.


6 Cfr. la traduzione italiana in mons. Pietro Lazzarini, op. cit., pp. 45-58. Il testo latino oggi noto è datato dagli esperti fra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo.


7 Ibid., p. 56.


8 Cfr. ibid., pp. 93-96.


9 Ibid., p. 54.


10 Cfr. Gervasii Tilburiensis, Otia imperialia, seu de miraculis orbis terrae, III, 21, cit. in mons. Almerico Guerra, Storia del Volto Santo di Lucca, Tip. Arciv. S. Paolino, Lucca 1881, pp. 16-17.


11 Cfr. Emanuela Marinelli, La Sindone. Un’immagine “impossibile”, San Paolo, Cinisello Balsamo 1996.


12 Cfr. Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 63-71.


13 Cfr. Giulio Guerra, La “leggenda” del Volto Santo di Lucca, in Cristianità, anno X, N. 88-89, agosto-settembre 1982, pp. 7-10.


14 Ibid., pp. 9-10.


15 Cfr. Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 70-71; Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit., p. 162.


16 Cfr. Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 47-52; Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 158-159.


17 Cfr. mons. Pietro Lazzarini, op. cit., p. 174.


18 Cfr. Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 68-69; Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 161-162; Mario Moroni e Francesco Barbesino, Apologia di un falsario. Un’indagine sulla Santa Sindone di Torino, Maurizio Minchella, Milano 1997, pp. 11-12.


19 Cfr. Enzo Papi, Il Volto Santo di Sansepolcro, fede e storia fra X e XX secolo, La Ginestra, Sansepolcro 1993, pp. 51-57.


20 Cfr. Giulio D. Guerra, Il “Volto Santo di Lucca” è una copia della Sindone? Una comparazione fra le due immagini mediante computer. Comunicazione presentata al Worldwide Congress “SINDONE 2000”, Orvieto 27-29 agosto 2000.


21 Cfr. Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 107-109; Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 141-143.


22 Cfr. Francesco Barbesino e Mario Moroni, L’ordalia del carbonio 14, Mimep-Docete, Pessano (MI) 1995.


23 Cfr. Orazio Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 53-59.


24 Cfr. abate Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, 5a ed., Mondadori, Milano 1974, Vol. I, pp. 190-194.


25 Cfr. Massimo Introvigne, La questione della nuova religiosità, Cristianità, Piacenza 1993.


26 Vittorio Messori, Ritorno alla materia, intervista a cura di Roberto Beretta, in Il Timone, anno II, n. 8, luglio-agosto 2000, p. 8.


27 Su “neo-gnosticismo” e “nuovo gnosticismo” cfr. Massimo Introvigne, Il ritorno dello gnosticismo, SugarCo, Carnago (VA) 1993.


28 Cfr. Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit.


29 Mons. Pietro Lazzarini, op. cit., p. 48. Cfr. l’originale latino in mons. Almerico Guerra, op. cit., p. 305.


30 Cfr. mons. Pietro Lazzarini, op. cit., pp. 97-110.


31 Cfr. mons. Almerico Guerra, op. cit., p. 322.


32 Cfr. ibid., p. 318.


33 Cfr. mons. Pietro Lazzarini, op. cit., pp. 111-120.


34 Cfr. ibid., pp. 85-86.


35 Ibid., p. 87.


36 Cfr. Enzo Papi, op. cit., pp. 27-43.


37 Cfr. mons. Pietro Lazzarini, op. cit., p. 89.


38 Cfr. Elio Bertini, Il Volto Santo nella storia di Lucca, Pacini Fazzi, Lucca 1982, pp. 32-36.


39 Cfr. Francesco Barbesino e Mario Moroni, op. cit., pp. 5-10.


40 Cfr. Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 76-82.


41 Cfr. Francesco Barbesino e Mario Moroni, op. cit., pp. 55-61.


42 Cfr. ibid., pp. 47-54.