IL MARTIRIO? SÌ, PER UN BENE PIÙ GRANDE

Apologetica

“Apollonio, detto anche Sacca, rispose: «Ascoltami serenamente, o Perennio, mentre sto per pronunciare innanzi a te un discorso in difesa della fede giusta e santa. Chi si allontana dai giusti, buoni e meravigliosi comandamenti del Signore è un uomo senza legge, un empio, un vero ateo. Chi invece si allontana dall’iniquità, dall’ingiustizia, dall’idolatrìa e da ogni pensiero malvagio, e fugge il principio del male e non vi si rivolge più, questi è il giusto. Credi a noi, Perennio, per la stessa difesa che pronuncio, perché noi abbiamo appreso i venerabili e splendidi comandamenti del Signore dalla parola di Dio, che conosce tutti i pensieri degli uomini»” [Atti del martirio di sant’Apollonio, 4-5].


 


© Il “Timone” n. 15, settembre / ottobre 2002

IL MARTIRIO? SÌ, PER UN BENE PIÙ GRANDE


di Marta Sordi


 


“Volentieri vivo, ma l’amore della vita non mi induce ad avere paura della morte. Perché niente è più prezioso della vita eterna, che è l’immortalità dell’anima che in questa vita ha vissuto bene” [Apollonio]


L’Apologetica greca, a noi nota soprattutto attraverso le due Apologie del martire Giustino e quella di Atenagora, dell’epoca di Antonino Pio e di Marco Aurelio, era stata preceduta, forse già sotto Adriano, dalle apologie di Aristide e di Quadrato, per noi perdute, e, sotto Marco Aurelio, da quella di Melitone, di cui Eusebio ci conserva qualche significativo frammento.


L’apologetica in lingua latina, di cui Tertulliano è, tra la fine del II secolo e i primi anni del III, il massimo esponente, nasce poco più tardi di quella greca, sotto Commodo, con il discorso che il martire Apollonio, senatore romano, pronunziò, col permesso del prefetto del pretorio Tigidio Perenne (183-185 d.C.) davanti al senato durante il processo nel quale subì la condanna. Di questa apologia parla Eusebio, che aveva gli atti antichi del processo, e parlano anche Rufino e Gerolamo, che nel suo De viris illustribus la presenta come un insigne volumen e colloca per essa Apollonio tra i più antichi apologisti latini, insieme a Vittore e prima di Tertulliano, mentre in una lettera (Ep. 70) cita Apollonio fra gli scrittori greci: con una contraddizione forse solo apparente, perché Apollonio, che apparteneva probabilmente alla famiglia dei Claudi Apolloni di Smirne poteva, come scrittore, usare normalmente il greco, ma doveva usare necessariamente il latino per un discorso in senato.


Dell’Apologia si parla a più riprese sia nella redazione greca, sia in quella armena del processo (a noi pervenute ambedue con rielaborazioni tarde), ma di essa abbiamo, a mio avviso, l’eco immediata e vivissima nell’Apologetico di Tertulliano, scritto solo pochi anni dopo il martirio di Apollonio, che rivela in più punti contatti molto importanti con gli Atti a noi giunti, e numerosi spunti innovativi, rispetto alle argomentazioni della precedente tradizione apologetica cristiana, che sembrano risalire all’apologia perduta di Apollonio.


Su questi contatti e su queste innovazioni intendo ora richiamare l’attenzione. Il più importante di tali contatti e innovazioni riguarda l’atteggiamento dei Cristiani di fronte al culto imperiale: questo problema era stato trascurato dagli apologisti greci del II secolo e, a mio avviso, non per caso: nessuno degli imperatori del II secolo da Traiano a Commodo aveva imposto e neppure sollecitato il culto alla propria persona, ma i giudici di fronte ai quali comparivano gli accusati di cristianesimo lo chiedevano spesso come prova di lealismo, così che di fronte a! rifiuto dei Cristiani la colpa ad essi imputata tendeva a configurarsi, almeno agli occhi dell’opinione pubblica, come una colpa di lesa maestà. Per questo gli apologisti greci avevano preferito evitare il problema, pur riaffermando il lealismo dei cristiani verso l’impero e ricordando le loro preghiere per l’imperatore.


Ma il problema trascurato dagli apologisti non poteva essere ignorato dai martiri, ed è proprio negli Atti dei Martiri di Scillium in Africa del 180 che troviamo, in una delle risposte di Donata, una ferma e puntuale distinzione: Honorem Caesari quasi Caesari, timorem autem Deo (Onore a Cesare come sovrano, ma timore soltanto a Dio).


Apollonio affronta ampiamente il problema nella prima udienza e afferma che i Cristiani rifiutano e ritengono turpe il giuramento per la Fortuna dell’imperatore, perché per essi grande giuramento è la verità contenuta in un semplice “sì”; la diffidenza viene dalla menzogna e per la menzogna si moltiplicano i giuramenti… Riguardo poi al sacrificio che Perenne gli chiede all’immagine dell’imperatore, egli risponde che lui e tutti i Cristiani offrono a Dio un sacrificio puro e incruento, con le preghiere in favore di coloro che la Provvidenza ha posto a regnare sulla terra. Ogni giorno anzi essi pregano il Dio che abita nei cieli per l’imperatore Commodo sapendo che non per opera di altri, ma solo per volontà dell’invitto Dio, egli regna sulla terra.


Tertulliano è il primo, fra gli apologisti a noi giunti, ad affrontare il problema del culto imperiale nel suo doppio aspetto di giuramento per la Fortuna o per il Genio dell’imperatore e di sacrificio all’imperatore o per l’imperatore e lo fa sviluppando le argomentazioni di Apollonio (nei capp. 30 e seguenti dell’Apologetico), fino alla famosa affermazione di 33,1: Noster est magis Caesar a nostro Deo constìtutus (Cesare è più nostro, perché è stato costituito dal nostro Dio), con cui, ribaltando tutte le accuse politiche, anticipa l’impero romano-cristiano.


Nella confutazione dell’accusa di lesa maestà, fondata sulla più autentica tradizione romana e con la ripresa esplicita della terminologia e della propaganda augustea, l’influenza di Apollonio su Tertulliano appare decisiva, ma essa non si manifesta solo qui: totalmente nuova rispetto all’apologetica precedente è, infatti, in Apollonio e in Tertulliano, la concezione eroica della vita di fronte alla morte che il Cristianesimo ispira e che nasce dall’esperienza unica del martirio.


A Perenne, che, fra lo sconcertato e l’incredulo, aveva domandato ad Apollonio, che gli aveva parlato del giudizio che attende tutti dopo la morte, della mortificazione praticata dai Cristiani delle passioni colpevoli, per vivere secondo i comandamenti divini ed essere con Dio dopo la morte: “Per questo Apollonio muore volentieri?”, il martire risponde: “Volentieri vivo, ma l’amore della vita non mi induce ad avere paura della morte. Perché niente è più prezioso della vita eterna, che è l’immortalità dell’anima che in questa vita ha vissuto bene”. E, più avanti, dopo aver parlato di Cristo e dell’adesione a Lui in una fede che non può essere ingannata, conclude con un’argomentazione per assurdo (che sarà ripresa da Tertulliano): “E se anche fosse un inganno questo che noi diciamo dell’anima immortale,… sopporteremmo volentieri di essere ingannati, perché abbiamo imparato a vivere bene”. Per Apollonio il martire è un vincitore senza delusioni possibili e la sua scelta è, in ogni caso, valida per la vita anche se, per assurdo, non lo fosse per la morte.


Il Cristianesimo rende degna di essere vissuta la vita presente. La coscienza di una nuova dignità morale acquista col Cristianesimo la sicurezza garante di vittoria con cui il primo apologista latino affronta la morte, minimizzando con una battuta scherzosa la scelta di un eroismo consapevole (“Si può morire di febbre o di dissenteria: farò conto di essere stato ucciso da uno di questi malanni”) conquistò Tertulliano ed influì in modo decisivo sul suo Apologetico, la cui stupenda conclusione ne porta l’impronta indelebile: “Diventiamo di più quanto più siamo mietuti da voi: perché il sangue dei martiri è seme di cristiani… Per questo ringraziamo quando ci condannate, perché, per quel contrasto che c’è sempre fra le cose umane e quelle divine, mentre voi ci condannate Dio ci assolve”.


“Ringrazio il mio Dio per questa tua sentenza, o Perenne, che è per me fonte di salvezza”, aveva detto, pochi anni prima di Tertulliano, Apollonio.