I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Purità

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

 1. In che cosa consiste la purità.
 2. Necessità della virtù della purità.
 3. Eccellenza e vantaggi della purità.
 4. Potenza miracolosa della purità.
 5. Motivi di essere puri.
 6. Mezzi per conservarci puri.

1. IN CHE COSA CONSISTE LA PURITÀ. – La purità consiste in una volontà ferma ed immutabile di non mai dare luogo nell\’anima a cosa che sappia d\’incontinenza… Qualunque cosa possa avvenirci, bisogna che stiamo saldi nel proposito di non volere nulla di ciò che vogliono i sensi e la carne… Le ribellioni involontarie e non consentite dall\’anima, non sono peccati… Sovente l\’anima non è padrona assoluta del corpo corrotto: ma negandogli ogni suo concorso, soggiogandolo per quanto le torna possibile, non solamente non cade in peccato, ma ne trae occasione di virtù e di merito… Non nel sentire la concupiscenza, ma nel consentirvi sta il male…
A rasserenarci e confortarci, viene l\’esempio di S. Paolo, di quel vaso di elezione il quale, benché rapito al terzo cielo, non si vergogna di confessare che aspra guerra gli facevano gli stimoli della carne, che non poteva far tacere. Udite le sue medesime espressioni: «Io provo nelle mie membra un\’altra legge che combatte la legge del mio spirito, e mi soggioga all\’inclinazione del peccato che è nelle mie membra. Misero me! chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Rom. VII, 23-24). Ma egli si consola poi avvertendo che s\’egli fa quello che non vuole e che gli ripugna, non è lui che lo fa, ma il peccato, cioè la concupiscenza, che si trova in lui (Ib. VII, 20). L\’io in me non è il corpo, ma la volontà; ora io, non voglio questi moti disordinati, io non vi consento: perciò non sono colpevole. Queste miserie del corpo ci umiliano e l\’umiltà ci apre il cielo.
E questo appunto ci rivela il medesimo Apostolo in un altro luogo, dove fa una confessione analoga a quella di sopra udita: «Affinché la grandezza delle operazioni non m\’inorgoglisca, è stato dato alla mia carne un pungolo, un angelo di Satana che mi schiaffeggi» (II Cor XII, 7). Questo angelo di Satana che malmenava S. Paolo era la rivolta della carne, i movimenti impuri. L\’Apostolo supplicava il Signore che lo liberasse da tale tirannia della carne, ed il Signore rispondeva che doveva bastargli la sua grazia, perché la forza si perfeziona nell\’infermità della carne. Perciò tutto lieto conchiudeva l\’Apostolo, che si sarebbe gloriato nelle sue infermità, affinché la forza di Cristo in lui abitasse (Ib. 8-9). I più grandi Santi soggiacquero a tali prove; ma il cuore loro non consentiva mai agli appetiti della carne. Non turbiamoci dunque, non cadiamo d\’animo; facciamo quello che facevano i Santi, e noi rimarremo puri, qualunque cosa avvenga fuori di noi.
Ma in qual modo, dirà tal uno di timida coscienza e fortemente tentato, in qual modo saprò io se ho acconsentito o no? Ecco la risposta dei, teologi. Quando una persona si allontana a tutto suo potere dalle occasioni prossime, vigila sopra i suoi sensi, non si fa lecite certe immodestie esteriori, essa può stare sicura che, non ostante lo scapestramento di sua immaginazione, e gli assalti di violentissime tentazioni, il suo cuore e la sua volontà non hanno parte nelle sensazioni carnali; essa è innocente, e se ne può conchiudere che non ha dato il suo consenso. In tal caso essa può con tutta ragione ripetere con S. Paolo: Se fo quello che non voglio, non sono io che lo fo, ma è la concupiscenza che abita in me; e allora si rassicuri, si rassereni e riconforti; perché se cedesse alla melanconia ed allo scoraggiamento, potrebbe il demonio approfittarne per farla cadere; Satana non cerca nulla di meglio che di disturbare le coscienze; e quando non può vincere, cerca di far credere al tentato, che egli ha consentito al male… Ma invece, dicono i teologi, se una persona non si tiene lungi dalle occasioni prossime del peccato, non sta vigilante sopra se stessa, si permette all\’esteriore qualche immodestia, come per esempio sguardi indiscreti e volontari; allora se ella dubita di avere consentito nel cuore, il suo dubbio è un errore, il consenso della volontà esiste, essa è colpevole. Su la scorta di questi principi pratici e positivi, riesce facile in molti casi sapere se vi fu consenso, o no.

2. NECESSITÀ DELLA VIRTÙ DELLA PURITÀ. – Che la virtù della purità, intesa nel significato sopra espresso, sia necessaria per appartenere al regno di Gesù Cristo, è detto chiaramente da S. Giovanni che, parlando del cielo, dice: «Niente d\’impuro vi potrà entrare» (Apoc. XXI, 27). Di modo che Clemente Alessandrino non considera per veri cristiani se non quelli che sono casti (Strom. lib. I); S. Gerolamo esige che la purità regoli tutte le nostre azioni e i nostri sguardi (Epist.), e Origene sentenzia che bisogna che chi intende salvarsi sia puro (In Cant).
«Viviamo in tutta continenza e onestà, scriveva l\’Apostolo delle genti ai Romani, non in mezzo alle crapule ed alle ubriachezze, non tra le orge e le impudicizie, vestiamoci del Signore Gesù Cristo, e non accarezziamo la carne nei suoi desideri» (Rom. XIII, 13-14); e ai Corinzi inculcava che si mondassero del vecchio lievito, perché fossero una pasta nuova (1 Cor V, 7). In altro luogo poi diceva loro chiaramente che né gli adulteri, né i fornicatori, né gli effeminati, né i pederasti, né gli altri di simile genia, avrebbero mai posseduto il regno di Dio, e su questo punto voleva che non s\’illudessero (Ib. VI 3-10); e più innanzi ripeteva: «Né la carne, né il sangue non potranno mai entrare al possesso del regno di Dio; e la corruzione non acquisterà mai l\’incorruzione» (Ib. XV, 50). E non solamente esclude dal regno di Dio chi in qualche modo si macchia d\’impurità, ma minaccia di morte chiunque blandisce la carne (Rom. VIII, 13).
«A quel modo che in uno specchio appannato non può l\’immagine degli oggetti né riflettersi, né essere veduta, così, dice S. Basilio, in nessun modo l\’uomo, se non è puro, non può né ricevere né vedere i lumi dello Spirito Santo (Homil.)». S. Agostino, dopo di avere asserito che il cuore dev\’essere così puro come i raggi del sole, osserva che siccome la luce solare non si può vedere se non da occhi puri, così Iddio non può essere veduto se non da un\’anima pura (De Civit. Dei). Quindi Gesù Cristo non ad altri che a quelli del cuore puro promette la visione di Dio (MATTH. V, 8). E nell\’Apocalisse, Iddio dice: Fuori del mio tempio, fuori della mia casa, fuori del mio regno, ogni sorta d\’impudichi (XXII, 15).
Non ci farà dunque meraviglia, se udiamo il Crisostomo dirci che bisogna essere puri come gli Angeli, perché siamo chiamati ad abitare con loro (In Moral.); se S. Ambrogio asserisce che chi mantiene la castità è un Angelo; demonio chi la perde (Lib. de Virgin.); se S. Atanasio, mentre ravvisa nella purità una gemma preziosissima, afferma tuttavia che essa è affatto necessaria (Tract. de Virg.).

3. ECCELLENZA E VANTAGGI DELLA PURITÀ. – «Beata la sterilità volontaria e immacolata! esclama il Savio; essa avrà il suo premio, allorché Dio verrà a ricompensare le anime sante. Un dono speciale sarà dato alla sua fedeltà, ed una sorte luminosissima nella casa di Dio» (Sap. III, 13-14). «E infatti che cosa vi è di più splendido, dice S. Bernardo, che cosa vi è di più bello della castità la quale rende mondo l\’uomo concepito nell\’immondezza, di un nemico ne fa un familiare di Dio, di un uomo un Angelo! Solo la castità, in questo luogo e in questo tempo di mortalità, rappresenta in certo qual senso lo stato d\’immortalità e di gloria. I puri sono l\’ornamento della corte di Dio, formano il palazzo del re celeste, costituiscono la nobiltà della Chiesa (Epist. XLII). Già Tertulliano aveva chiamato la purità il fiore dei costumi, l\’onore dei corpi, l\’ornamento di ambo i sessi, il fondamento della santità (Lib. de Pudicit.).
E più ampiamente S. Cipriano: «La pudicizia forma la gloria dei nostri corpi, l\’ornamento dei costumi, la santità dei sessi, il vincolo del pudore, la fonte della castità, la pace delle case, la base della concordia. La pudicizia non cerca di piacere che a se stessa; si mantiene sempre riservata ed è sempre bella nella sua riservatezza; è la madre dell\’innocenza, e non mai meglio conosce la propria bellezza, che quando dispiace agli impuri. Nessuno può mai accusarla, nemmeno quelli che non l\’hanno, e si mostra venerabile ai suoi medesimi nemici i quali tanto più l\’ammirano, quanto meno possono combatterla e trionfarne. Ella non cerca altri ornamenti, essendo a se stessa di splendido ornamento. Questa virtù ci rende accetti a Dio e congiunti a Cristo; contro tutti gli illeciti movimenti dei carnali desideri, continuamente combatte e porta la pace ai nostri corpi: felice ella medesima, rende felici quelli che l\’albergano (De Bono pudic. lib. I)». Esclamiamo dunque con S. Efrem: «O madre della dilezione e vera distinzione della vita angelica! O purità, retaggio dei cuori immacolati, di soave bocca e di giocondo aspetto! O castità, tu rendi gli uomini simili agli Angeli! O castità, dono di Dio! O purità, porto tranquillo, collocato nella più alta regione della sicurezza e della pace! (Serm. de Castit.)». Ah sì certamente, perché, secondo S. Leone, «l\’uomo allora solamente gode vera pace e vera libertà, quando soggioga la carne allo spirito e lo spirito a Dio (Serm. de Nativ.)»; e questo si ottiene con la purità.
S. Gerolamo non dubita di affermare che la purità ha il merito e la gloria del martirio. Anche quando non vi è nessuna persecuzione di tiranni, scrive questo Padre, e il cristiano non sparge il sangue per Gesù Cristo, la pace ha tuttavia il suo martirio; poiché sebbene egli non stenda il collo sotto la mannaia del carnefice, abbatte tuttavia con la spada della purità i desideri carnali; questo equivale al martirio, ed è un vero martirio (Homil. III, in Evang.). In ciò conviene S. Bernardo il quale, dopo di aver detto che mortificare le opere della carne con lo spirito è un martirio e che la castità, principalmente nella giovinezza, veste la gloria del martirio, come nel casto Giuseppe, osserva che quantunque il martirio del sangue per mezzo del ferro paia più crudele, è però meno doloroso in durata che il martirio della castità (Serm. XXX, in Cant.).
La purità è la cittadella insuperabile della santità; essa difende l\’uomo da ogni disonore e da ogni infamia, è la base della forza, l\’annientamento della lussuria, il sostegno della probità, la morte della malvagità; la vittoria dell\’anima, il freno del corpo; l\’abbondanza delle glorie, fa sterilità delle ignominie; la guida della virtù, il flagello del vizio; la libertà del bene, la schiavitù del male; il porto dell\’onestà, il naufragio di tutti i misfatti; la madre della verginità. L\’avversario di tutto ciò che è immondo; la corazza del pudore, il muro della forza, la rovina del disonore, la morte della corruzione. Essa genera la sincerità, abolisce gli scandali; allontana ogni falsità; modera gli istinti; doma le cattive inclinazioni; calpesta e regna su le perverse tendenze; procura ogni maniera di trionfo, abbatte ogni genere di eccessi. Essa è la spada della disciplina, con cui si uccide la dissolutezza; è l\’armatura dei valorosi, che disarma quello che è vile e transitorio; è 1\’onoratezza dei costumi, la via della luce, l\’abisso in cui scompare ogni degradazione; è il refrigerio del cuore in cui spegne ogni fiamma sregolata; è il riposo della salute, il ricovero contro la perdizione, la vita dello spirito, la morte della carne (Auct. lib. De Singularitate clericor. apud S. Cyprian.). Alla vista di questo magnifico quadro, chi non griderà con S. Efrem: O purità, freno degli occhi, tu dissipi le tenebre e rendi l\’uomo tutto luce! O purità, tu crocifiggi la carne e la riduci in schiavitù e ti slanci in un attimo al cielo! O castità, tu moderi le passioni, le riduci all\’impotenza, e liberi l\’anima dalle loro crudeli agitazioni! O purità, tu illumini i giusti, e leghi Satana nei suoi cavernosi abissi! O purità, tu bandisci la pigrizia, e dài la pazienza! O castità, carro spirituale, tu porti l\’uomo al soggiorno celeste! O purità, regina dei fiori e per lo splendore e per la bellezza e per l\’olezzo! O castità, tu sei l\’araldo dello Spirito Santo e abiti con lui (Serm. de Castit.).
Tutto dolcezza è il frutto della purità, scrive S. Cirillo; impareggiabile è la sua bellezza, soavissimo il suo odore, inestimabile il suo valore. Essa è il più prezioso diamante della natura e della virtù; è la suprema temperanza, la più compiuta vittoria; in lei si aduna tutta la gloria. È rosa che esala soavissimo olezzo. O virtù angelica della purità, tu sei la regina dell\’uomo! O mirabile zaffiro! O lucidissima perla! (Homil.). Quanto grande, come eccellente è la purità! esclama S. Atanasio: come splendida è la sua gloria! O castità, tesoro incomprensibile! O continenza, amica di Dio e tema delle angeliche lodi! O purità, che sfuggi alla morte ed all\’inferno, e ti abbracci all\’immortalità! O continenza, gioia dei Profeti, lustro degli Apostoli, vita degli Angeli, corona dei Santi (Tract. de Virgin.). Diciamo dunque con S. Agostino: «Voi mi ordinate, o Signore, la purità; datemi la forza di mantenerla, e comandate quello che volete (Lib. Confess.)».
Dice lo Spirito Santo che tutti i tesori del mondo non sono prezzo condegno di un\’anima casta (Eccli. XXVI, 20). Qual tesoro infatti basterebbe per prezzo di un Angelo? Or bene, tale, per sentimento di tutti i Padri, è un\’anima pura. L\’uomo puro è un Angelo, scrive S. Ambrogio (De Virgin.), da cui si differenzia, soggiunge S. Bernardo, non in felicità, ma in coraggio (Ep. ad Henric. Senonens. Episc.). « Per il merito di questa virtù, dice Cassiano, gli uomini diventano uguali agli Angeli (Institut.).); anzi, secondo la frase di S. Efrem, sono trasformati in veri Angeli» (In Vita S. Abrahae). Infatti l\’Angelo è un puro spirito, e la purità è, secondo il medesimo Padre, «la vita dello spirito» (Serm. de Castit.); l\’Angelo vede Iddio, la purità, mondando le anime, le rende atte a vedere Dio, dice S. Agostino (Confess.). S. Pier Damiani la chiama la regina delle virtù (Epist.), e S. Basilio ci assicura che rende l\’uomo somigliantissimo a Dio (Epist.). A tutta ragione pertanto il Venerabile Beda la paragona al sale che impedisce i vermi e la chiama il sale del cristiano (In Sentent.). S. Cipriano la chiama l\’acquisto dei trionfi (De Bono Pudic.); S. Gerolamo vede in lei l\’ornamento della Chiesa di Dio, il più ricco e nobile diadema dei sacerdoti (Epist.); S. Atanasio esclama: O purità, dimora dello Spirito Santo, vita degli Angeli, ornamento degli eletti! (Tract. de Virg.); e S. Tommaso da Villanova conchiude che l\’uomo, sia pure umile, sia divoto, se non è puro, è niente (Epist.).
Considerando l\’eccellenza, le ricchezze, le meraviglie della purità, chi di noi non si sente stimolato e determinato a praticarla ad ogni costo? «Nessun argomento di condanna, scrive S. Paolo, vi resta in quelli che vivono in Cristo Gesù, e non camminano secondo la carne» (Rom. VIII, 1). «Se vivremo secondo la carne, morremo; ma se mortificheremo con lo spirito le opere della carne, vivremo» (Ib. 13). «L\’uomo raccoglierà di quello che semina, dice ai Galati; chi semina nella carne, raccoglierà corruzione, e chi semina nella purità dello spirito, raccoglierà vita eterna» (Gal. VI, 8). Finalmente a Timoteo dice che l\’uomo il quale si mantiene puro, sarà un vaso di onore, santificato, utile al Signore, e atto ad ogni opera buona (Tim. II, 21).
Tanta è la protezione di Dio e degli Angeli su le anime pure, che furono sempre preservate e conservate illibate in mezzo a tutte le sollecitazioni, le minacce, i furori dei più crudeli tiranni. Illustre esempio ce ne porge tra gli altri la vita di S. Teofila, martirizzata sotto l\’imperatore Massimo. Esposta agli insulti di parecchi dissoluti giovinastri, ella si mise a pregare così: Gesù mio, mio amore, mia luce, mio spirito, custode della mia castità e della mia vita, guardate colei che è vostra sposa; affrettatevi a soccorrermi, affinché i lupi non si divorino la vostra pecora. O mio celeste sposo, salvate la vostra sposa; o sorgente di castità, custodite la mia. Trascinata la Santa in un lupanare, ecco comparire un Angelo il quale colpisce a morte il primo libertino che osa avvicinarsele; acceca il secondo, e punisce tutti gli altri con altri diversi castighi. Chi sta a fronte col Dio dei cristiani? Simili tratti ci presentano S. Agnese, S. Cecilia, S. Lucia… S. Chiara, vedendo il monastero cinto da una soldatesca sfrenata e furibonda, sale su le mura e grida: Non vogliate, o Signore, abbandonare alle fiere le anime che a voi si confidano. – E subito il monastero e la città di Assisi si trovano libere da soldati e salve. Nessuna vergine, per visibile protezione di Dio, non fu mai, né mai poté essere vinta da alcuno anche dei più impuri tiranni; non poterono mai sedurne alcuna, per quanto vi si siano studiati con gli artifizi e la violenza. O miracolo dei miracoli, che non altrove fuorché nella santa nostra religione c\’è dato vedere, e che luminosamente prova come Dio ama e protegge le anime pure e caste! Basta questo miracolo a provare la divinità della religione.
«Beati quelli che hanno il cuore puro, dice Gesù Cristo, perché vedranno Iddio» (MATTH. V, 8). Lo vedranno quaggiù per la sua grazia: lo vedranno nel cielo, per la visione beatifica, per il possesso ed il godimento della gloria eterna… «Vincere la voluttà, è la più grande e 1a più dolce voluttà, nota S. Cipriano; è il più saporito piacere, perché nulla tanto rallegra e colma l\’anima di felicità, quanto una coscienza pura (De disciplina et bono pudicit.)». Alla purità si possono riferire quegli encomi che della Sapienza fa lo scrittore inspirato: «Tutto l\’oro messo in suo confronto è un po\’ di arena, e l\’argento è come fango. Essa è più bella del sole e di ogni stella; paragonata alla luce, ne è più bella. Con essa vengono insieme tutti gli altri beni e innumerevoli ricchezze ella ci porta; anzi è essa medesima un tesoro immenso, al quale chi ricorse divenne amico di Dio» (Sap. VII, 9-11, 14, 29). Ad imitazione dunque del Savio amiamola di più che la sanità e la bellezza, preferiamola alla luce, perché il suo lume non sarà mai spento (Ib. 10).
La purità è glorificata dalla nobiltà della sua origine, essa abita con Dio. Se le ricchezze sono desiderabili in questa vita, che cosa vi è di più ricco della purità? Noi dobbiamo dunque risolvere di condurla ad abitare con noi, sapendo ch\’ella ci farà parte dei suoi beni e ci solleverà nelle nostre angustie. Per mezzo di lei noi acquisteremo riverenza tra la gente, otterremo un nome immortale e lasceremo dietro di noi una memoria imperitura. Quando noi entreremo nella nostra casa, riposeremo con essa, perché la sua compagnia non porta amarezza e tedio, ma letizia e soavità. Conoscendo poi che da noi non possiamo possedere questa celeste virtù, quando Iddio non ce la dà, e che è grande sapienza sapere l\’eccellenza di questo dono e chi lo dà, dobbiamo andare al Signore e domandarglielo (Sap. VIII).
«Qual frutto più squisito, qual più dolce nutrimento della purità del cuore? », esclama S. Ambrogio (De Virg.). Felice in se stessa, la purità rende l\’uomo felice… Procura la pace, la gioia, l\’onore, la riputazione, la sanità, la bellezza, la grazia; una lunga vita, una quieta e santa morte, Dio in vita, in morte, nell\’eternità… Un\’anima pura è simile alla Chiesa di Gesù Cristo. La Chiesa, sposa del Verbo divino, è immacolata nel concepimento dei suoi figli; è feconda, perché mette alla luce del Vangelo una moltitudine sterminata di figli; essa è vergine per la castità, e madre per la sua fecondità. Questa madre vergine ci concepisce non per opera di uomo, ma dello Spirito Santo; ci partorisce non tra i dolori, ma tra il gaudio degli Angeli; ci nutrisce non col latte corporeo, ma col latte della divina dottrina e della sana morale. Ella è madre nostra per mezzo dei sacramenti e delle virtù. Così l\’anima pura non concepisce che buoni pensieri e pii desideri. Questo concepimento genera nobili e grandi azioni. L\’anima pura concepisce per mezzo dello Spirito Santo e partorisce a Gesù Cristo una numerosa famiglia di virtù. Non che provare dolore nel generare le virtù, essa è inebriata di gioia; si ciba del santo Vangelo, e nutre, veste, alleva la grande sua famiglia delle virtù, col pane vivificato della parola di Dio, della divina Eucaristia, la veste di Gesù Cristo… La purità fa di noi altrettanti templi, tabernacoli, vasi della divinità. Per lei noi siamo i figli di Dio, i membri di Gesù Cristo, i suoi eredi e coeredi…

4. POTENZA MIRACOLOSA DELLA PURITÀ. – «Io vi dò la mia parola, diceva Gesù Cristo, che chi crede in me farà le opere medesime che io faccio, e ne farà delle più grandi ancora» (IOANN. XIV, 12). Quali sono queste opere cosi portentose, così mirabili e più stupende di quelle di Gesù Cristo, che farà chi crede in lui? Origene è d\’avviso che questi fatti cosi miracolosi consistono, se si badi alla fragilità della natura umana, nel vincere la carne, il demonio e il mondo; nel serbarsi puro in mezzo alla corruzione della carne e del mondo; poiché quello che Gesù Cristo guadagna in noi, per mezzo della purità, è qualche cosa di più grande che non quello che ha vinto in se stesso (In Cantic). Passare la propria gioventù nella modestia, nella castità, nella purezza, nella continenza, come praticò Giuseppe, è opera più difficile che la creazione del mondo. Un giovane ritirato che fugge volontariamente il mondo per non essere sedotto; una ragazza che, ad esempio di Maria Vergine, non conosce altro luogo eccetto la chiesa e la propria casa, che vigila sul corpo, sui sensi, su lo spirito, su l\’anima, sul suo cuore; che li domina e governa, non ostante la loro resistenza forte e tenace: un tal giovane è più grande, più bello, più ricco, più prezioso agli occhi di Dio che gli Angeli medesimi. Gli Angeli, infatti, sono puri, ma loro non costa pena ad esserlo, non avendo corpo: non sono esposti alla tentazione; lungi dal demonio e dal mondo, non incontrano nemici accaniti a perseguitarli; non sanno che cosa sia concupiscenza; sono impeccabili, essendo confermati in grazia. Ma un giovane va esposto a mille nemici, a continui pericoli…
Gli Angeli non hanno merito se si mantengono puri, essi sono tali per natura, per bontà di Dio; ma un giovane casto e puro è tale per merito, in mezzo a molteplici e rischiosissime prove. Il soldato che diventa capitano perché è nobile ha minor merito ed è meno onorato di quello che arriva allo stesso grado per sua bravura e coraggio in mezzo alle battaglie… Una vita casta e pura è l\’opera più eccellente di Dio e dell\’uomo. L\’anima pura può dire con Maria: «Colui che è onnipotente, ha fatto in me grandi cose… E in questo, Iddio ha manifestato il valore del suo braccio » (LUC. I, 49-51).
La castità, la mortificazione della carne, è una morte vivente; bisogna vivere di morte; bisogna uccidersi mille volte al giorno per scansare la morte. La castità mette a morte la concupiscenza nel corpo, nel cuore, nell\’anima; essa abbatte le cattive tendenze, le uccide e immola a Dio. Dove è sacrifizio più eroico e più gradito agli occhi di Dio? Se voi soggiogate l\’orgoglio del vostro corpo, dice Origene, voi immolate a Dio un toro; se reprimete i movimenti della carne, voi immolate un montone; se resistete alla lussuria, immolate un capro; se mortificate i pensieri carnali, se alle voglie colpevoli impedite lo scatto, voi immolate a Dio una colomba ed una tortora (In Levit.).
L\’impudico si serve delle sue passioni per discendere nell\’inferno e farsi schiavo di Satana; l\’uomo casto e puro si serve delle sue passioni per ascendere al cielo e divenire libero figlio di Dio, mettendo loro un freno che le doma… Vincere la voluttà è la più insigne delle vittorie; non si dà trionfo uguale a quello che si porta su le proprie passioni. Infatti colui che atterra un nemico, è in verità più forte di lui, ma è uno straniero, mentre chi vince la passione della carne, è più forte di se stesso. Mozzare ad altri un braccio, dimostra ardimento e coraggio, ma di valore ben più grande fa prova chi lo mozza a se stesso. A ragione pertanto Agesilao, re dei Lacedemoni, comprese tutti i beni recati agli Spartani dalle leggi di Licurgo in quell\’uno che è il disprezzo delle voluttà (Ant. in Meliss.), e meritamente ammirata è quella sentenza che si leggeva sul sepolcro di Scipione: «La più grande delle vittorie è vincere la voluttà».
S. Agostino dovette la sua conversione agli esempi di forza e di coraggio nel combattere e vincere i piaceri illeciti, che osservò nelle persone che frequentava. Egli disse tra sé e sé: «O Agostino, non potrai tu fare quello che fanno cotesti e coteste? O forse che costoro i quali si mantengono puri e casti, lo fanno per propria virtù e non per l\’aiuto di Dio? E allora udì la castità suggerirgli : Gèttati, Agostino, nelle braccia di Dio, e non temere; egli non le ritirerà per lasciarti stramazzare (Confess. l. VIII, c. XI)». La corona del generoso atleta spetta al vincitore della voluttà. L\’uomo puro è, infatti, il domatore del più terribile fra i nemici. Ecco perché S. Cirillo chiama la mortificazione della carne, il consolidamento ed il rigoglio della virtù (Catech. lib. III). All\’uomo puro è adatto il ritratto che di Giuda Maccabeo tracciò la Sacra Scrittura: Giuda vestì la corazza come un gigante, si coprì delle sue armi nei combattimenti, e tutto il campo proteggeva con la sua spada. Divenne simile ad un leone ruggente alla vista della sua preda: inseguì gli empi, scovandoli da tutte le parti. Il terrore del suo nome mise in sbaraglio i suoi nemici; tutti gli operai d\’iniquità allibirono di spavento e la salvezza del popolo fu l\’opera del suo, braccio. Egli rallegrava Giacobbe con le sue gesta e la sua memoria sarà benedetta in eterno (I Mach. III).
Osservate l\’ammirabile coraggio del casto Giuseppe. Il suo mantello è afferrato, ma il suo spirito non può essere afferrato, dice S. Ambrogio, lascia il mantello e scuote da sé un misfatto (De Ioseph.). Egli uscì vittorioso; disprezzò gli sguardi e la fiamma dell\’impudica sposa di Putifarre: ebbe in dispregio le catene, le prigioni, le minacce; amò meglio esporsi alla morte, esente dal vizio impuro, anzi che arrivare al potere con un\’azione colpevole. «Sforziamoci, dice S. Gregorio, a resistere e trionfare degli allettamenti della carne. Richiamiamo alla mente l\’esempio di Giuseppe che tentato dalla moglie del suo padrone serbò la castità con pericolo della vita. Donde ne venne che colui il quale aveva saputo ben reggere il suo corpo, diventò governatore di tutto l\’Egitto (Homil. XV, in Ezech.)». E Sant\’Agostino parlando del medesimo Giuseppe così si esprime: «Giuseppe caldo di amore per il suo Dio, sommamente amabile, non è vinto dall\’amore di una donna; non basta a scuoterlo né la giovinezza né l\’autorità di colei che lo invita e preme al peccare. Grande è veramente Giuseppe; venduto, non sa essere schiavo; amato; sdegna di amare; pregato e supplicato, rifiuta; afferrato, si svincola e fugge (De Ioseph.)».
La purità è la fortezza insuperabile della santità della vita, è, il più fermo baluardo contro la più gagliarda delle tentazioni, la tentazione del vizio impuro… Considerate la forza eroica della casta Susanna: ella resiste e preferisce morire prima che consentire alle colpevoli voglie di due vecchi. Quindi Iddio le salva la vita con un miracolo, per ricompensarla di aver salvato ella stessa la sua virtù e il suo onore. Osservate, dice S. Gerolamo, il coraggio di Giuditta per conservare
la sua castità; ma osservate nel medesimo tempo come i suoi elogi si perpetuano per i secoli. Esempio ammirabile dato a tutti! Colui che è il rimuneratore della castità, le diede tale forza, che prostrò Oloferne, vinse colui che fino allora era da tutti creduto invincibile, superò colui che da nessuno mai era stato superato (De Iudith.).
L\’anno 870 i Danesi, impadronitisi dell\’Inghilterra, si andavano avvicinando ad un monastero abitato da venti religiose. Corsa voce del loro imminente arrivo, la virtuosa superiora del convento, di nome Ebba, per salvare la sua castità e quella delle sue dilette suore, si mozzò il naso ed il labbro superiore, e suggerì alle sorelle di fare ciascuna il medesimo, e tutte subito le imitarono. Giunti i Danesi, e vedutisi così ingannati, appiccarono fuoco alla casa e vi bruciarono dentro le religiose le quali morirono martiri della castità. Che sublime eroismo! (RIBADEN.). S. Casimiro, re di Polonia, caduto in grave malattia, preferì morire piuttosto che violare il voto di verginità da lui emesso; ed alle insistenze dei medici non rispondeva che queste tre parole: – Eligo virgo, mori – Preferisco morire vergine (SURIUS In Vita). Udite anche il bell\’esempio di un pagano. Narra Plutarco nella vita di Demetrio, che Democle ancora ragazzo si gettò nell\’acqua bollente, per sottrarsi alle infami proposizioni di Demetrio; scelse morire anziché macchiarsi.
È sentimento di S. Basilio, che a cagione della lotta tremenda che la purità sostiene quaggiù, e della vittoria che riporta, le anime pure sono angeli, e non del più basso ordine, ma dei più illustri ed elevati (Tract. de Virg. c. LXXIX); e S. Bernardo Mserisce che la differenza tra l\’Angelo e l\’uomo puro non è nella felicità, ma nella forza e nel coraggio. La castità dell\’Angelo è più calma, quella dell\’uomo più eroica (Epist. LII, ad Henr. Senon. Archiep.). Questa potenza, questo coraggio, in una parola questo eroismo a vincere la voluttà, a conservare la purezza, la castità, è nella Chiesa cattolica cosa di tutti i secoli, di tutti i giorni, di tutti i luoghi, di tutte le età. Senza parlare di quei sacri asili nei quali vanno del continuo migliaia di vergini a rinchiudersi per vivere e morire senza macchia, noi troviamo anche in mezzo alla corruzione del secolo, in tutti i sessi, in tutte le età, in tutti gli stati, in tutte le condizioni, schiere di Angeli per purezza e castità. Lodato e ringraziato ne sia Iddio!

5. MOTIVI DI ESSERE PURI. – «Non sapete che voi siete il tempio di Dio e che in voi abita lo spirito di Dio?», diceva l\’Apostolo ai Corinzi (I Cor. 1I1, 16). Noi siamo il tempio non dell\’uomo, ma di Dio; noi siamo dunque un tempio santo, non profano; tempio nel quale Dio abIta per la fede, la grazia, la carità, e per gli altri suoi doni… Ora udite quello che aggiunge S. Paolo: «Se alcuno adunque profana il tempio del Signore, Iddio lo perderà; perché il tempio di Dio è santo, e voi siete questo tempio» (Ib. 17). Poi va innanzi e continua: «Ignorate forse che le vostre membra sono le membra di Cristo? Strappando adunque a Gesù Cristo le sue membra, ne farò io le membra di una prostituta? Che il cielo me ne scampi!» (Ib. VI, 15). E poi ancora: «Non sapete forse che i vostri corpi sono l\’abitacolo dello Spirito Santo, che vi fu dato da Dio, e che voi non appartenete a voi? Infatti siete stati riscattati ad alto prezzo; glorificate e portate Dio nel vostro corpo» (Ib. 19-20). Noi siamo stati comprati, non apparteniamo a noi medesimi; e queste sentenze vogliono dire che noi non siamo padroni dei nostri corpi; che essi appartengono a Gesù Cristo; che le nostre membra non sono nostre, ma membra del corpo di Gesù Cristo; che il nostro corpo è costato il sangue del Redentore; che l\’impurità l\’insozza e lo disonora; che la castità lo nobilita e onora; che se sarà casto e puro risusciterà alla gloria. Se alcuno dunque ci sollecita al male, rispondiamogli: Il mio corpo non è mio, ma di Gesù Cristo; è il corpo di un Dio, io sono un Dio; ora Dio è senza macchia, non si imbratta né può imbrattarsi…
Secondo S. Paolo, noi siamo templi del Dio vivo (II Cor. VI, 16); ora cinque cose, dice S. Bernardo, avvengono. nella consecrazione di un tempio: l\’aspersione, l\’iscrizione, l\’unzione, l\’illuminazione, la benedizione (Serm. I, de Dedicat.); e per tutti questi misteri, sono consacrati a Dio i nostri corpi, i nostri cuori, le anime nostre… Un tempio dev\’essere rispettato; eppure che cosa è un tempio materiale, paragonato al tempio dei no.stri corpi? 1° Le nostre chiese non sono costrutte dalla mano di Dio; i nostri corpi sono formati dalle sue dita. 2° Le nostre chiese non sono le membra di Gesù Cristo, mentre tali sono i nostri corpi. 3° Le chiese non sono il tempio vivo dello Spirito Santo, come i nostri corpi. 4° I nostri templi non sono fatti a immagine di Dio, né sono forniti d\’intelligenza e di amore, come siamo noi 5° Le nostre chiese sono templi materiali, sono un simbolo, una figura del cielo, tempio vero di Dio, i nostri corpi sono fatti per giungere all\’acquisto vero e reale del cielo. 7° Le nostre chiese non sono i figli di Dio, gli eredi e coeredi di Gesù Cristo, né vivono e si cibano come noi della sostanza divina. «Sappia dunque ciascuno, conchiudiamo con S. Paolo, possedere il suo corpo in santificazione ed onore» (Thess. IV, 4).
Il prefetto del Pretorio avendo domandato a S. Serafina vergine e martire: Dov\’è il tempio del Cristo che tu adori, e quale sacrifizio gli offri? n\’ebbe in risposta: Praticando la castità, io sono il tempio di Gesù Cristo al quale offro me stessa in sacrifizio. Allora il preside le disse: Se dunque alcuno ti togliesse la castità, tu cesserésti di essere il tempio di Dio? E la Santa rispose fiera e indignata, con le parole di S. Paolo: Se alcuno viola il tempio di Dio, Dio lo sperderà. Provatosi poi quel mostro a farle violenza, ella fu, per insigne miracolo della protezione divina, preservata da ogni oltraggio (SURIO).
«Noi aspettiamo, secondo le promesse divine, nuovi cieli e nuova terra nei quali abita la giustizia, scrive S. Pietro. Perciò, tenendovi, o carissimi, in quest\’aspettazione, procurate di essere trovati in pace, senza sozzura, né macchia davanti al Signore» (II PETR. III, 13-14). Nulla infatti entrerà di macchiato nel regno dei cieli, dice l\’Apocalisse (XXI, 27), «Chi ascenderà sul monte del Signore? esclama il Profeta: chi abiterà nel suo santuario? Colui che ha pure le mani e il cuore (Psalm. XXIII, 3-4).

6. MEZZI PER CONSERVARCI PURI. – 1° «Religione pura e immacolata, dice S. Giacomo, è quella di chi si mantiene netto dalle sozzure del secolo» (IACOB. I, 27). Infatti come osserva S. Tommaso d\’Inghilterra, il mondo non è mondo, perché macchia i cuori puri; dunque colui che si affeziona al mondo, come potrà essere mondo? (In eius Vita).
«Io vi scongiuro, o miei fratelli, scriveva l\’Apostolo al Romani, per la misericordia di Dio, che offriate i vostri corpi in ostia viva, santa, grata a Dio, rendendogli così un culto ragionevole. E non conformatevi a questo secolo, ma trasformatevi in un nuovo spirito, affinché conosciate quale sia la volontà di Dio, quello che gli piace, quello che è buono e perfetto» (Rom. XII, 1-2). Offrite a Dio i vostri corpi; guardateli come stranieri; assoggettateli al dominio di Dio, per servirvene non secondo la vostra volontà, ma per il culto e l\’onore di Dio… Fare del proprio corpo un\’ostia vivente è, secondo l\’interpretazione di Papa San Gregorio, farne un\’ostia consecrata alle virtù, non dedita al vizio, perché questa sarebbe un\’ostia morta (In his verbo Apost.). Fare del proprio corpo un\’ostia santa, vuol dire separarlo dalle cose immonde; se ne fa poi un\’ostia gradita a Dio, per mezzo delle buone opere dell\’anima e del corpo…
Notate che S. Paolo fa qui allusione alle qualità delle vittime dell\’antica legge. 1° La vittima, secondo il sacerdozio di Aronne, doveva essere senza macchia, intera e sana. E in questo senso l\’Apostolo vuole che siamo ostia vivente. 2° Per l\’immolazione, la vittima era santificata, di maniera che non era permesso agli impuri di toccarla: quindi esige una vittima santa; cioè vuole che consecriamo il nostro corpo a Dio per mezzo della divozione dell\’anima. 3°. La vittima consumata dal fuoco era offerta a Dio in odore di soavità; e questo significa che S. Paolo chiede a noi un\’ostia accetta a Dio per la consumazione di un ardente amore. 4°. Si adoperava del sale per la vittima: il sale figura la sapienza spirituale: perciò Gesù Cristo diceva ai suoi Apostoli: «Abbiate del sale in voi» (MARC. IX, 49). L\’altare di quest\’ostia, dice S. Gregorio, è il cuore nel quale il fuoco della compunzione e della carità brucia e consuma la carne (In his verbo Apost.).
L\’Apostolo S. Giuda ci ammonisce che bisogna odiare la tonaca macchiata della carne (IUD. 23). «Il casto Giuseppe, secondo. la bella osservazione di S. Ambrogio, si spogliò del suo mantello, ma non perciò scappò nudo, perché era vestito del marito del pudore (De Ioseph)». A questo proposito fa quell\’avviso di S. Pietro: Vi supplico, miei cari, di astenervi, come stranieri e viaggiatori, dai desideri carnali che combattono contro lo spirito; menando una vita pura in mezzo ai gentili affinché, invece di diffamarvi come malfattori, al veder le vostre buone opere, glorifichino Iddio nel giorno della sua visita (I PETR. II, 11-12). A questo mira anche quella raccomandazione di S. Paolo a Timoteo: «Le donne attempate, abbile in conto di madri: le giovani, considerale come sorelle in ogni purezza» (I, V, 2). Degno di un maestro cristiano è l\’ordine che dava ai suoi discepoli Demetrio Falereo: 1° che rispettassero in casa i genitori; 2° rispettassero quelli in cui s\’incontravano per via; 3° quando erano soli, rispettassero sempre se medesimi (Anton. in Meliss.).
«La nostra carne, dice S. Bernardo, è lo strumento, o meglio il laccio del demonio (Epist. XLII, ad Henric.); e molto più pericolose e più da témersi sono le insidie della carne che non ogni altro nemico; perciò è necessario, dice S. Basilio, che si freni, si castighi, si domi, s\’incateni come belva feroce (In Psalm). Così c\’insegna a fare S. Paolo che di se medesimo scriveva: «Io combatto contro il mio corpo, non quasi però menando colpi all\’aria; ma lo castigo e lo riduco in servitù per timore che dopo di aver predicato agli altri, non diventi io medesimo un reprobo» (I Cor IX, 26-27). Tertulliano asserisce che la purità conserverà, anche in mezzo al secolo, chi si lascerà guidare dalla disciplina e si reprimerà con la mortificazione. Qui è giocoforza combattere, e nei combattimento sta tutta la vittoria. Questo grave autore dice che è cosa utilissima anche per il corpo, che l\’anima resista alle sue concupiscenze; con ciò la carne resta ella medesima purificata dei suoi vizi. La carne, egli dice, non è nostra nemica; e quando resistiamo alle sue tendenze, allora veramente l\’amiamo, perché la guariamo. La continenza vigila e lavora a reprimere e curare tutte le follie della concupiscenza, opposte alla vera sapienza; affinché l\’uomo, non vivendo più secondo l\’uomo terreno e carnale, possa dire col grande Apostolo: «Io vivo, ma non più io, bensì Cristo vive in me» (Gal. II, 20). Perché, continua Tertulliano, quando non sono più io che vivo, allora sono più fortunatamente io. Se vivo di me, allora non sono più io: vivendo di Gesù Cristo, sono tutto quanto io (Lib. de Pudicit.).
2° Alla mortificazione bisogna aggiungere la vigilanza; perché, come osserva S. Paolo, questo gran dono della purità noi lo portiamo in fragili vasi di creta, affinché la gloria di conservarlo intatto sia data a Dio, non a noi (II Cor. IV, 7). Da queste parole impariamo ancora che tale vigilanza mai non avremo, se non ricorrendo con la preghiera a Dio. Salomone confessa di se medesimo, che avendo conosciuto per esperienza come non gli era possibile di mantenersi continente, senza che Dio gliene desse la forza, e che atto di gran senno era già questo di sapere da chi venga tale dono, se ne andò al Signore e lo pregò con tutto l\’ardore dell\’animo suo (Sap. VIII, 21). Ecco perché il Salmista non cessava di gridare al Signore: «Create in me un cuore puro, o mio Dio» (Psalm. L, 12). «Liberatemi, o Dio mio Salvatore, dalle suggestioni della carne e del sangue» (Ib. 16). «Cavatemi dal fango, perché non vi resti affogato» (Psalm. LXVIII, 15).
3° Affinché poi la preghiera e la vigilanza ottengano sicuro il loro effetto, devono avere per compagne, 1° la carità; perché, secondo S. Bernardo: «La castità senza la carità è la lampada senz\’olio; togli l\’olio, la lucerna più non manda lume, togli la carità, la castità più non piace a Dio (Epist. XLII, ad Henric.)». 2° La modestia, in tutti gli atti del corpo: «Tienti riservato, scrive S. Efrem (Serm. de Castit.), nell\’abito, nel cibo, nella parola, nello sguardo, nel portamento, nel pensiero, nel riso». Voi ben sapete, o Signore, diceva Sara, ch\’io ho conservato l\’anima mia pura da ogni desiderio cattivo. Io non mi sono mai accomunata a quelli che amano i sollazzi, e mi tenni sempre in disparte da coloro che vivono nella dissipazione (TOB. III, 16-17). 3° Il timor di Dio; il quale è, secondo S. Leone, il chiodo che fissa nel cuore dell\’uomo la continenza (Serm. de Quadrag.) e in conseguenza di questo, l\’osservazione della legge divina, perché in essa è la perfezione dell\’incorruttibilità, e l\’incorruttibilità unisce a Dio (Sap. VI, 19-20). Il timore di Dio e l\’osservanza della legge divina sono quella croce su la quale S. Paolo dice che i veri seguaci di Gesù Cristo hanno conflitto la loro carne coi vizi e con le concupiscenze sue (Gal. V, 24).
4° Tra i mezzi per mantenersi puri non si deve dimenticare l\’umiltà la quale, per sentimento di S. Agostino, tiene presso la castità il luogo di custode (Serm. CCL, in Temp.). Cassiano ci assicura che nessuno può essere casto, se non è umile (Collat.); perché, come soggiunge San Bernardo, «l\’umiltà è quella che guadagna da Dio il dono della castità» (Serm. in Cant.). E S. Giovanni Climaco paragona colui che vuole mantenersi puro senz\’umiltà, a un tale che vogando con una mano, volesse con l\’altra pesare le acque del mare (Gr. V).
5° Rimedi potenti contro le tentazioni della carne sono ancora: 1° il pensiero della presenza di Dio. Susanna tra le branche dei due vecchioni geme, e dice loro: Io non veggo che pericoli da tutte le parti; perché se cedo merito la morte; se resisto, non camperò dalle vostre mani. Ma è molto meglio per me il cadere nelle vostre mani resistendo, che peccare alla presenza del Signore (DAN. XIII, 22-23). 2° La meditazione della passione di Gesù Cristo. Questa è la spada che trafigge a morte ogni voglia di carne. «Quante volte un impuro pensiero mi travaglia, io tosto corro a rifuggirmi nelle piaghe di Cristo», diceva di sé S. Agostino (Serm. CCL, de Temp.). 3° Il culto e l\’invocazione della Madre di Dio, Maria Santissima. Infatti essa è la Vergine dei vergini, l\’asilo della castità, la regina della purità, la potentissima e fidatissima custode della verginità; essa ne vendica tutti gli oltraggi: la storia di tutti i secoli ce ne sta mallevadrice.
6° Finalmente, il primo e principale di tutti i mezzi, quello senza del quale tutti gli altri a poco o nulla giovano, sta nel non fidarsi alle proprie forze, ma fuggire, e prontamente e animosamente fuggire. «Uccidi il nemico mentre è ancora piccolo», grida S. Gerolamo (Epist.). «Contro l\’impeto della libidine, prendi la fuga, dice S. Agostino, se vuoi ottenere vittoria (Serm. CCL, de Temp.)». O quante persone, dice S. Gerolamo, ragguardevoli per dottrina e santità ruppero in questo scoglio dell\’impurità, per troppa sicurezza che avevano in se stesse! Non vi sia nessuno che in ciò si creda al sicuro da ogni pericolo: siate anche santi; non siete impeccabili (Epist.)». «Infatti, siamo noi forse di sasso o di ferro, e non uomini soggetti alla fiacchezza della comune natura? dimanda S. Giovanni Crisostomo: Afferrate carboni ardenti, e pretendete di non bruciarvi? Se metti una fiaccola in un mucchio di fieno, oseresti tu sostenere che non prende fuoco? Or bene quello che è il fieno rispetto al fuoco, è la nostra natura rispetto alla concupiscenza (Homil. ad pop.)». «Il modo più spedito e più sicuro di vincere la lussuria, diceva anche S. Filippo Neri, è di fuggire» (In Vita). Quindi S. Gerolamo suggeriva come primo e principale rimedio contro questo vizio, l\’allontanarsi da coloro la cui presenza invita al male (Epist.).