I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Niente (il) del mondo

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

1. Il mondo è povertà, vanità, falsità.
2. Il mondo è un esilio, un istante, una morte continua.
3. Nel mondo tutto scompare.
4. Vane occupazioni del mondo.
5. Il mondo non apprezza ogni sacrifizio fatto per lui.
6. La vita del mondo è vita di pena.
7. Il mondo è la terra delle iniquità.

1. IL MONDO È POVERTÀ, VANITÀ, FALSITÀ. –
«Metti la tua speranza nel denaro? scrive S. Agostino, tu vai dietro alla
vanità; speri negli onori? ti attacchi al fumo; confidi in qualche amico potente?
ti affidi al vento. Mentre ti affezioni a queste cose, o tu muori e le
abbandoni; oppure, se tu vivi, esse periscono e deludono la tua speranza.
Questa vanità di tutte le cose del mondo è indicata da Isaia: Ogni carne è
fieno, e tutta la sua gloria è come il fiore del prato; l’erba seccò e il fiore
cadde inaridito (De Civit. Dei)».
   Scrive S. Gregorio Nazianzeno:
Chi sono io? e dove mi trovavo prima che nascessi? e che cosa sarò? Il sentiero
della vita è sparso di afflizioni; non vi è tra gli uomini nessun bene solido e
reale; tutto è mancante e imperfetto. Le ricchezze sono tranelli; sogno, il
fasto dei grandi, lo splendore dei troni. La povertà rende schiavo, la bellezza
non dura che un giorno e scompare come il baleno; è duro il sottomettersi ad altri,
pericoloso il soprastare. La gioventù è un nulla, la vecchiaia è il triste
tramonto della vita. Le parole passano senza lasciare traccia; la gloria è una
folata di vento; là nobiltà, un sangue invecchiato; il matrimonio, una servitù;
il riposo, un segno di debolezza; il lavoro, una pena; i pubblici impieghi sono
scuole d’immoralità; la forza l’abbiamo comune col cinghiale; una parte,dei
navigatori naufraga, e la patria medesima può convertirsi in un abisso. Nel
mondo tutto è inciampo, vanità, falsità, indigenza; tutto è paura, finta gioia,
ombra, rugiada, corsa rapida, soffio che passa, vapore che si dissipa, sogno,
onda incostante, nave spinta da gagliardissimo vento,
orma che si scancella, polvere. Sia che sieda o stia in piedi, o vada o venga,
torni o cada, ogni uomo sta incatenato al tempo che fugge: egli è lo zimbello
del giorno e della notte, dei dispiaceri, delle traversie, delle calamità,
della morte (De vitae itin.).
   «Che cosa dici mai, o uomo? esclama il
Crisostomo. Chiamato al regno del Figliuolo di Dio, tu poltrisci? così facendo,
noi corriamo la sorte di quegli uccelletti tardi e pigri che, non volendo mai
uscire dal nido, tanto divengono più deboli quanto più a lungo vi si fermano.
Infatti questa vita è un nido di pagliuzze e di mota. Quand’anche mi mostri
magnifici palazzi e sontuose reggie, splendenti d’oro
e di gemme, io non le differenzio punto dai nidi delle rondinelle. Venuto l’inl’inverno, cadono tutti ad un modo (In Ep. ad Coloss.)». In quanto
poi alle felicità del secolo, che cosa sono mai, dice S. Agostino, se non sogni
di dormienti? Chi vede e conta tesori in sogno, si crede ricco, ma allo
svegliarsi si trova con le mani vuote; così avviene a quelli che si
compiacciono delle vanità del mondo. Si rallegrano in sogno; se i miseri non si
svegliano ora che lo svegliarsi torna loro a conto, si sveglieranno poi un
giorno loro malgrado. Su via dunque, svegliatevi, scuotetevi dal letargo (In
Psalm
. CXXXI). Ecco che il mondo, che tanto
amate, fugge, dice S. Gregorio papa. Com’è possibile che mentre già inaridisce
in se stesso, fiorisca ancora nei nostri cuori? (S. Greg.
Homil. in Evang.
)».
    «Vanità delle vanità, esclama il Savio, ed
ogni cosa è vanità. E che altro ha l’uomo di tutte le fatiche e di tutti i
lavori suoi, se non vanità e nulla?»  (Eccle. I, 2-3). Questa sentenza, vera durante la
vita dell’uomo, più vera in punto di morte, apparisce verissima dopo la morte.
L’empio, il mondano si consumano nel lavoro sotto il sole e si preparano
tormenti eterni. L’uomo saggio e pio, al contrario, lavora in una regione
superiore a quella del re degli astri; infatti radunando buone opere e meriti
di virtù, ripone il suo tesoro nel cielo, vive di Dio e riceve da lui la vita
eterna. «Ah se i ricchi ponessero mente a questa sentenza, dice S. Giovanni
Crisostomo, la scriverebbero su tutti i muri delle loro case, e su le porte, e
su le piazze, e su le vestimenta loro; perché le cose presentano molti aspetti
e molte immagini fallaci che traggono in inganno gli incauti. Importa dunque
ripetere tutti i giorni, nei conviti e nelle conversazioni, l’amico all’amico,
il vicino al vicino, queste parole: Vanità di vanità è ogni cosa (Paraenet. ad Eutrop.):
Vanità cioè ombra leggera e fuggitiva, cosa che non appaga il desiderio,
oggetto di nessun valore, futile, mutabile, soggetto alla corruzione, falso e
seducente.
   Tre sono le principali ragioni per le quali
la sacra Scrittura chiama vanità delle vanità tutte le cose del mondo: 1°
perché ogni creatura paragonata a Dio, al Creatore, che è l’oceano dell’essere e
di ogni perfezione, è come un niente…; 2° perché nessuna cosa creata può
rendere felice l’uomo o attutirne i desideri che sono immensi…; 3° perché
l’uomo abusa, nella sua storditezza, di ogni cosa
creata per la vanità, cioè se ne serve per soddisfare le sue vane concupiscenze
che lo conducono alla morte temporale e all’eterna.
   Il Venerabile Beda
chiama « cercatori d’inezie tutti gli amatori del mondo»  (Collectan.);
il profeta pregava il Signore che gli tenesse gli occhi, affinché non vedessero
le vanità della terra (Psalm. CXVIlI, 37). Barlaamo rimpiangeva
gli anni che aveva impiegato nel servizio del mondo, come anni passati nella
morte, non nella vita (Anton. in Meliss.). Filone dice che i pensieri dei mortali
somigliano ai sogni: vanno, vengono, si presentano, si allontanano, e quando
uno crede di afferrarli, stringe vuoto il pugno; proprio, secondo la sentenza
del Salmista, che «i ricchi del mondo dormirono il loro sonno e allo svegliarsi
si trovarono con le mani vuote»  (Psalm. LXXV, 5).
   «Ci sono sette cose che non possiamo trovare
nel mondo, osserva il Venerabile Beda, il che ne
dimostra la povertà e il nulla; e infatti dove trovare quaggiù vita senza
morte, gioventù senza vecchiaia, luce senza tenebre, gioia senza tristezza,
pace senza discordia, volontà senza resistenza, regno senza cambiamento? (Collectan.)». Togliete dal mondo la certezza della
vita, la gioventù, la gioia, la pace senza alterazione, la possibilità di fare
la propria volontà, la stabilità dell’ordine, che ci resta ancora, fuorché
calamità e scompiglio?
   A commento di quel testo scritturale: «Non
datevi a seguire le cose vane»  (I Reg. XII, 21), S. Gregorio scrive: «In paragone dei
beni eterni, le cose tutte, anche le ottime, di questo mondo, sono vanità;
infatti tutto quello che vi è quaggiù di lieto, di dilettevole, di grande, di
prospero, per ciò solo che a stento si procaccia e presto si perde, dimostra di
essere vano e senza sostanza. Le grandezze del secolo crollano a un soffio, la
bellezza si scolora in un attimo, la prosperità e la gioia scompaiono in un
batter d’occhio. Mentre si gode la vista del mondo fiorito, ecco che un
improvviso accidente lo turba o sopraggiunge la morte che finisce tutto. Vane adunque sono le allegrezze del secolo, che solleticano come
se fossero durature, e intanto ingannano, col loro scomparire, chi a loro si
attacca (Lib. V in I Reg. c. XII)».
   Volete sapere quali siano le vanità e le
falsità che esistono in tutte le cose create, e quale ne sia n numero? Non si
potrebbero veramente contare tutte, ma guardandole così all’ingrosso, se ne
presentano dodici che spiccano fra le altre come contrarie ad altrettanti beni
veri e reali che esistono in Dio e nel cielo: la prima, è la povertà di ogni
creatura; la seconda, è la sua inutilità; la terza, la sua incapacità di
saziare; la quarta, la sua breve durata; la quinta, la sua instabilità; la
sesta, la sua falsità, la settima, la sua insensibilità; l’ottava, la sua
infedeltà; tutto infatti c’inganna, e il campo e la vigna e la casa, ecc.; la
nona, l’incertezza che l’accompagna; la decima, la sua debolezza; l’undecima,
il disgusto e il vuoto che lascia; la duodecima, il
suo termine, la morte. In men che non si dice, tutto
termina, tutto scompare. E così gli amatori del mondo ricevettero la loro
mercede, conchiude S. Agostino; gonfi di vanità, non ebbero che cose vane  (De Civ. Dei).
   Questo mondo è una commedia che finirà con
un tragico spogliamento… Tutto nel mondo è tenebre e sogno… al primo
comparire del gran giorno del Signore, tutto sfumerà… «Era un’ombra, dice il
Crisostomo, e scomparve; era un fumo, e si dissipò; era tela di ragno, e fu
scopata (In Psalm)». Dov’è oggi dì il fasto di
Nembrod? Dove la potenza di Assuero che imperava su
ventisette nazioni? Che cosa è della gloria di Ciro, con tanta pena
acquistata?… dello splendido regno di Dario?.. dei tesori di Creso? Chi trova
al presente le innumerabili schiere di Serse, il
vasto impero di Alessandro, l’immenso potere di Pompeo, l’invincibile fortuna
di Cesare, la sconfinata monarchia di Augusto? Che cosa ci resta delle
ributtanti lascivi e di Tiberio, del crudele fasto di Nerone, dell’orgoglio di
Semiramide, della fatale bellezza di Elena, delle voluttà di Cleopatra, della
felicità di Livia, dei magnifici abbigliamenti di
Agrippina? Vanità delle vanità, tutto è passato e ricaduto nel nulla. Che cosa
è divenuta la sua erba Babilonia, la sterminata Menfi, Cartagine
terrore di Roma, l’illustre Argo, la bella Corinto, la ricca Sardi, e
Gerusalemme la santa? Mucchi di pietre, covili di fiere e di serpi, vanità di
vanità. Bisogna dunque staccarci dalle cose del mondo e abbracciarci a Dio
solo. Se voi amate il secolo, dice S. Agostino, esso v’inghiottirà (In Psalm.). «Usciamo di qui, dice S. Gregorio di Nazianzo, diveniamo uomini, lasciamo i sogni, passiamo al
di là delle ombre. Rinunziamo ai troni, alle grandezze, alle ricchezze, allo
splendore; tutto ciò non è che gloria da fanciulli, giuoco mimico, spettacolo
teatrale (Epistola LVII)».
    «Io ho veduto, dice l’Ecclesiaste,
che il riso è ingannatore e alla gioia ho detto: perché mi lusinghi
invano?»  (Eccle.
II, 2). La voluttà mentisce; non è un piacere, ma un dolore ed un tormento. La
ricchezza mentisce; non è abbondanza, ma è privazione delle ricchezze che sono
nel cielo. Gli onori mentiscono; non sono onori, ma oneri e ludibrio del
secolo. «La vera felicità consiste, dice S. Eucherio, nel tenere a vile la
felicità del mondo e ricercare con ardore le cose divine, trascurando quelle
della terra (Epistola ad Valerian.)». «Quelli
che piangono per vani oggetti, dice S. Agostino, piangono invano, e quelli che
ridono delle vanità, ridono del proprio male; essi sbagliano perché si
rallegrano di ciò che dovrebbe rattristarli, ridono quando converrebbe loro
piangere; simili ai bambini che si baloccano e saltellano mentre muoiono i loro
genitori (In haec verba Eccle.)».
   O nulla del mondo! «L’uomo, dice l’Ecclesiaste, uscì nudo dal seno di sua madre, e nudo vi
ritornerà, non portando con sé nulla dei frutti delle sue fatiche. O
inenarrabile miseria! quale venne, tale se ne andrà. E che cosa vale l’essersi
tanto affaticato?»  (V, 14). I più
floridi regni del mondo non sono che vento, e vento sono le ricchezze e la
gloria loro; essi si assaltano e combattono gli uni contro gli altri e passano
come vento; sono terribili come le tempeste e scompaiono ad un tratto come
polvere.
   Tutti i beni di questo mondo sono fallaci;
hanno apparenza e non realtà; stimolano la fame e la sete e non l’appagano; dànno solletico agli occhi, ma non cibo all’anima. La
ragione è questa, che l’anima è stata creata a immagine di Dio, e per ciò
capace di godere di un bene infinito, che è Dio; essa fu fatta per Iddio, e
quindi non può essere né soddisfatta né tanto meno riempita da nessun bene
finito, ombra e niente come le cose tutte della terra. Infatti, non appena ella
gode di un oggetto, subito ne desidera un altro. L’anima terrestre e carnale
somiglia al cane avido il quale, mentre ingoia il boccone che gli fu gettato,
cerca con l’occhio quello che il padrone può avere tra mano. «Guarda, o uomo,
dice S. Bernardo, che tutto quello che fai in questo
mondo, è vanità, stoltezza, pazzia, eccetto quello solo che fai in Dio e per
Iddio e a onore di Dio. E tu ami il mondo, e abbandoni Iddio! Chi ama il mondo
è sempre in angustia; vivere per il mondo, è morire; solo l’anima che è morta
al mondo, vivrà. Morite al mondo mentre vivete nel corpo, affinché morto il
corpo cominciate a vivere in Dio (Serm. de
Miseria
)».      

   Il peccatore che mette la sua felicità nelle
creature e non nel Creatore, la mette in un’ombra, in un niente; ma quanto
sembrano grandi all’uomo cieco, le ombre delle creature, nelle tenebre della
presente vita! In sul tramonto del sole, le ombre dei monti vanno allungandosi,
finché divengono gigantesche; così a misura che Dio scompare dall’orizzonte
dell’uomo, le ombre che proiettano le vanità 
della terra, si stendono e si allargano sul cuore del mondano che le
ammira e le ricerca. Egli imita il cane di Esopo, il quale quando vide riflessa
nell’onda del rio la carne che teneva in bocca, lasciò questa per addentare
quella e perdette il reale per aver voluto l’immaginario. È questo precisamente
il caso dei mondani: abbandonano la suprema verità, il sommo bene che è Dio,
per afferrare l’ombra e non hanno né Dio, né l’ombra.
   Grida la stalla di Betlemme, grida la
mangiatoia, gridano le lagrime di Gesù nascente e le fasce in cui fu avvolto,
grida la croce, grida il sangue di Gesù Cristo, e che cosa gridano? Gridano
l’umiltà, la povertà, la penitenza, il disprezzo delle ricchezze, dei piaceri,
degli onori del mondo. Gridano: «E fino a quando, o figliuoli degli uomini,
avrete cuore di macigno? perché amate la vanità e cercate la menzogna?»  (Psalm. IV,
3). Le grandezze, le promesse del secolo sono vanità, sono un nulla;
disprezzatele, e cercate soltanto le cose sode e desiderabili. In cielo
solamente e in Dio, non già su la terra e nelle creature, sono la vera potenza,
la vera gloria, la vera felicità, i veri tesori. Ecco quello che Gesù Cristo
non ha mai cessato di raccomandare dal presepio al Calvario, con le parole e
molto più con i fatti.
 
    2. IL MONDO È UN ESILIO, UN ISTANTE, UNA
MORTE CONTINUA. – Il mondo è per l’uomo un esilio… Paolo Orosio,
amico di S. Agostino, diceva: lo mi servo della terra come di un esilio; perché
la vera patria, la patria che io amo, non si trova in nessuna parte del globo
lo non ho perduto nulla là dove non ho amato nulla ed ho tutto, quando ho colui
che amo. Egli è lo stesso verso tutti; è lui che m’illumina e a sé mi unisce.
   «Egli berrà camminando dell’acqua del
torrente» (Psalm. CIX, 8). S. Agostino
commenta così: «Il torrente rappresenta il passaggio della stirpe umana
soggetta alla morte. Come un torrente si forma di acqua piovana, e gonfia, e fa
fracasso e corre rapido, e correndo passa, cioè termina il suo corso; così va
la vita di ogni mortale. Gli uomini nascono, vivono, muoiono; mentre gli uni
muoiono, gli altri nascono. Che cosa vi è quaggiù che possiamo rendere stabile?
Che cosa vi è che non corra a ingolfarsi nell’abisso, come corrono al mare le
acque del cielo raccoltesi in fiumi ed in torrenti? (In
hoc vers. Psalm
)».
 
   3. NEL MONDO TUTTO SCOMPARE. – Nel mondo
tutto si muta e si rinnova, solo Dio è colui che è  (Exod. III,
14); cioè Dio solo è immutabile. « Io il Signore e non mi muto» (MALACH. III,
6). «Voi, o Signore, esclama il Salmista, siete eternamente lo stesso»  (Psalm. CI,
28). Al contrario, il titolo che conviene al mondo e ad ogni creatura è questo:
Io sono creato, io cambio; cambio di corpo, di spirito, di volontà, di
desideri, di affetti; sono insomma in un movimento ed in un mutamento continuo.
Poiché la natura creata è dipendente, debole, imperfetta, mobile, instabile, si
muta continuamente. Ecco perché quelli i quali mettono la loro speranza e il
loro amore nell’uomo o in qualunque altra creatura, si sentono stimolati ad una
fame e sete insaziabile; si vedono assaliti da desideri e da timori, passano da
un sentimento e da un affetto ad un altro, senza mai quietare, secondo le
parole di Geremia: «Gerusalemme si è sprofondata nel peccato, perciò divenne
instabile»  (Lament.
I, 8). Quindi il Crisostomo dice: «Perché cerchi quaggiù, o uomo, gioie stabili
e durevoli? caduco e breve è tutto ciò che qui vedi (In Epistola ad Rom.)».
   Volete voi essere fermo, costante,
immutabile, non ostante la naturale vostra debolezza? Unitevi alla natura
immutabile e al bene solido che è Dio. Dio non cambia mai, le creature cambiano
ad ogni vento; ora vogliono, poi non vogliono più; quest’oggi amano, domani
odiano; il mattino piacciono, la sera dispiacciono. Quest’oggi ci spalleggiano,
domani ci abbattono; un giorno vogliono e non possono, un altro possono e più
non vogliono. Un momento toccano al colmo degli onori e della fortuna, e poco
dopo si trovano nelle strettezze; al presente vivono, tra poco saranno morte.
   La sentenza di morte contro il genere umano,
contro i popoli, i regni ed ogni creatura del mondo, fu segnata dall’Eterno,
quando disse all’uomo: «Tu sei polvere ed in polvere ritornerai» (Gen.
III, 19). Polvere è ogni ricchezza, potenza, grandezza di questo secolo, e come
polvere scomparisce tra i turbini del tempo. «Grida, disse una voce ad Isaia. E
che cosa devo gridare? Che ogni carne è erba e tutta la gloria sua è come il
fiore del campo. L’erba inaridisce e il fiore cade appassito» (ISAI. XL, 6-7).
A chi le mediti con umiltà, queste parole rendono facile tutto ciò che è duro e
penoso: distruggono i vizi, infiammano alla virtù, e attirano tutte le grazie
di Dio…
   «Tutto lo splendore del genere umano, nota
S. Agostino, gli onori, i poteri, i tesori sono fiore di prato. Fiorisce quella
casa e diviene grande; fiorisce quella famiglia e diventa numerosa; ma per
quanti anni?… Tutto ciò che fiorisce quaggiù, tutto ciò che splende o per
beltà o per ricchezza, non dura (In Psalm. CIX)».
Che cosa sono su la terra i personaggi più eminenti e più celebri, dice S.
Gregorio, se non fiori di campi? Tuttavia la vita presente non è che un fiore (Moral. 1. XI, c. XXVI).
   Se l’uomo, che pure è il re del creato, non
è che una bolla di sapone, e la sua vita una comparsa da teatro, un fiore che
appena sbocciato appassisce, che cosa sarà delle altre creature tanto inferiori
a lui? Ben comprendono questa verità i dannati, ma troppo tardi. A che ci giovò
la superbia? essi vanno dicendo, che cosa abbiamo raccolto delle nostre
ricchezze? Tutto passò come un’ombra, si dissipò come fumo, apparve e scomparve
come il baleno. O come vede e pesa le cose al giusto, chi nutre la mentre di
tali pensieri! Perché, o infelice e cieco mortale, invidii
la condizione di questo o quell’uomo, se tu puoi morire domani e forse oggi
stesso? Perché la bellezza di quella persona accende le vostre passioni? Non vi
accorgete che ambite un fiore dei prati, che di qui a poche ore languirà
appassito? – Omnis caro foenum.
– Perché imbandire di tante delicate vivande la mensa? Perché tanto coltivare
la carne? – O figli degli uomini, perché obbedire alle voglie della carne la
quale non è che fieno e cenere; perché amare la vanità e dilettarvi della
menzogna?
   «O misera condizione dell’uomo! esclama S.
Gerolamo tutto il tempo che noi viviamo senza Gesù Cristo, è tempo sciupato (Epitaph. Nepot.)».
«Badate, dice S. Agostino, che il mondo passa: guardate che il mondo  cade; e se vi badate, osservate che trascina
con sé tutte le cose» (In Psalm. CIX).
 
   4. VANE OCCUPAZIONI DEL MONDO. – Nei mondani
si avvera quel detto del Salmista: «Siano essi come ruota, come pula aggirata
dal vento» (Psalm. LXXXII, 12). Di loro scrive
Isaia, che confidando nel nulla, parlano cose vane, concepiscono il male e
partoriscono l’iniquità; ordiscono tele di ragno  (ISAI. LIX, 4-5). «Ordire tele di ragno,
spiega S. Gregorio, è fare una cosa per impulso della carne o del mondo; non
poggiando tali opere sopra solida base, non può mancare che il vento non se la
porti (Moral. lib.
XV, c. IX)».
   Noi vediamo il ragno affaticarsi a ordire e
sviscerarsi; per far che? una tela lurida e senza consistenza. Cosi gli uomini
carnali e mondani si affaticano, si logorano, si spossano e abbreviano i loro
giorni; e che cosa fanno? tele di ragno, cioè cose frivole, vane, periture, che
il più piccolo accidente manda a male. – O tessitori e mercanti insensati, che
lavorate intorno al nulla, intorno a ciò che non dura un batter d’occhio; che
ordite vizi e permutate beni infinitamente preziosi ed eterni con cose da
nulla, con l’amaro frutto del peccato; voi che date il cielo per la terra,
l’anima per il corpo, la virtù per il vizio, il Creatore per la creatura, la
libertà per la schiavitù, la felicità per l’infelicità, la vita in cambio della
morte; quanto siete ciechi, storditi e pazzi!… Perché mai, invece d’imitare
il ragno non prendete a modello il baco da seta, la cui opera è bella, utile e
solida?..
   Di voi parlò Aggeo quando disse: «Avete
seminato assai e mietuto poco: avete mangiato e non vi siete sfamati, bevuto e
non dissetati; vi siete vestiti e non vi siete scaldati; avete raccolto argento
e lo avete messo in una borsa forata» 
(AGG. I, 6). O vane occupazioni dei mondani! Se collocati su la vetta di
altissimo monte, potessimo vedere ai nostri piedi tutta intera la terra, io vi
mostrerei, dice S. Gerolamo, innumerevoli ed immense rovine, le nazioni lottare
contro le nazioni; i regni sterminare i regni; voi vedreste questi torturati,
quelli scannati; gli uni naufragare, gli altri essere trascinati schiavi; di
qua nozze, banchetti e gioia, di là sepolture, gemiti e lutto; vedreste gli uni
entrare nel mondo, gli altri uscirne; dove l’abbondanza dei beni, dove la più
squallida indigenza; questi nuotare nell’abbondanza, e i più stentare la vita;
e tutti i più robusti eserciti e la gente tutta che ora abita la terra ed è nel
rigoglio della vita, destinata a morire in breve volgere di tempo (Epl.
III,
ad Heliod
.).
   Il mondo è in un movimento
perpetuo; i suoi figli vanno e vengono, ascendono e discendono. I lavori di
mano, il traffico, il commercio, lo studio delle lettere e delle scienze, i
viaggi, le liti, le accuse, le difese, i giudizi, gli odi, le vendette, le
querele, le lotte, costituiscono il loro vivere, formano la loro occupazione.
Costruiscono, abbelliscono, fanno progetti su progetti, ma intanto, quanti ve
ne sono che in mezzo a queste agitazioni pensino a Dio e si preparino alla
morte?

   5. IL MONDO NON APPREZZA OGNI SACRIFIZIO
FATTO PER LUI. – «Perirono, dice il Salmista, e i loro corpi divennero
letame»  (Psalm.
LXXXII, 9). Insensati che non volete servire Dio e correte pazzamente dietro a
questo mondo volubile, malvagio, crudele, ingrato e che vi fugge. Voi vi
sacrificate per lui ed esso vi dimentica; voi l’adulate ed esso vi disprezza;
voi l’accarezzate, ed esso vi immola. Voi gli date il corpo, l’anima, la
coscienza, il cuore, il cielo e Dio; esso vi ricambia con dolori, umiliazioni,
inganni, lagrime, affanni; col disonore, con una morte spaventosa, e finalmente
con l’inferno. Vedi come il mondo ripaga i suoi! non ha mai dato, né può dare
altra moneta ai suoi ciechi adoratori!
   Troppo duro sembra a qualcuno il servizio di
Dio e se ne lamenta come di un peso insopportabile; ma i sacrifizi
ch’esso dimanda, possono forse paragonarsi a quelli
che esige il mondo? Del resto, se qualche pena costa il servizio di Dio, non ne
abbiamo forse, nella grazia quaggiù e nella gloria in cielo, ampio
risarcimento? Dove sono invece i compensi che dà il mondo? Ohimè! per tutta paga
dei tormenti con cui strazia le sue creature in questa vita, ne prepara e
assicura a loro di quelli eterni nell’altra.

   6. LA VITA DEL MONDO È VITA DI PENA. –
Faticosa è la vita che l’uomo fa in questo mondo, dice S. Gregorio; è più vana
delle favole, più veloce di un corsiero; posa su l’instabilità e su la
debolezza; non ha vigore né forza. E’ una catena di provvedimenti irresoluti,
di agitazioni incessanti, di lavori continui. Chi c’è che non sia tormentato
dal dolore, dalle sollecitudini e dal timore? Le lacrime si mescolano al riso,
la tristezza alla gioia; una sazietà pesante e noiosa succede alla fame, e la
fame alla sazietà. Di notte si sospira il giorno; lungo il giorno si desidera
la notte; se il freddo punge, si desidera il caldo; se il caldo incomoda,
s’invoca il freddo. Appetito e voglia prima del cibo, gravezza, torpore e
capogiro dopo il pasto. Lo sdegno, l’ira, la collera e mille altre passioni non
cessano di travagliare e tiranneggiare l’uomo (Moral.
lib. VI).
   Non vero coraggio, non eroismo nei mondani;
ma il fuoco del delitto e del disordine. Il vizio adorano, la virtù
impauriscono… Che cosa diventa l’uomo, ancorché forte, ricco, potente, se
abbandona Iddio, la virtù e la religione e se la virtù e Iddio abbandonano lui?
Esso non è più altro che un cumulo di debolezza, di cadute e di ricadute; è
l’immagine della follia, la preda di malnate voglie, lo zimbello delle
passioni, dei vizi, delle tentazioni, del mondo, del demonio, della carne,
della morte, dell’inferno, di tutte insomma le miserie corporali e spirituali
temporali ed eterne…
   «I giorni sono cattivi», scrive
l’Apostolo  (Eph.
V, 16); cioè i giorni della vita presente sono pieni di ambascia, di dolori, di
stenti, di noie, di affanni, di dispiaceri, di tristezza, di gemiti, di pianto,
di tentazioni, di pericoli, di acciacchi di ogni sorta… E tanto misera ed
esposta ai pericoli la vita di questo mondo, che molti preferiscono la morte; e
per quanto la vita sia breve, a loro sembra già troppo lunga. Chi è vissuto da
buon cristiano, non ha da temerne l’arrivo, ma anzi da desiderarlo, e quelli
che desiderano di vedere prolungati i loro giorni, piuttosto dovrebbero
piangere su gli anni scorsi… «La terra langue nell’abbattimento e nella
tristezza; è coperta d’immondizie», dice Isaia  (XXXIII, 9). «Che altro grida, dice S.
Gregorio, che altro grida quel mondo, che tanti dispiaceri ci dà continuamente,
se non che non l’amiamo? (Moral. lib. VI) ».
   La vita presente, scrisse S. Agostino, è un
faticoso pellegrinaggio; è fuggevole, incerta, laboriosa; ci espone ad ogni
tortura; trascina dietro di sé ogni male; è la regina dell’orgoglio; piena di
miseria e di errori. Non bisogna chiamarla vita, ma morte. Infatti, l’uomo
muore in ciascun istante e non cessa di cambiarsi se non per sottostare a
diversi generi di morte… Chi avrà il coraggio di chiamare vita il tempo che
passiamo in questo mondo? Bella vita, davvero, questa che gli umori alterano, i
dolori accasciano, i calori disseccano, un soffio avvelena, i piaceri snervano,
le ambasce consumano, l’inquietudine abbrevia, e il cui sentimento resta ottuso
dalla sicurezza! I cibi ci gonfiano, i digiuni ci estenuano, le ricchezze ci
rendono alteri, burberi e millantatori, la povertà ci fa vili, abbietti e
adulatori, la gioventù ci imbaldanzisce, la vecchiaia ci curva, la tristezza ci
abbatte, la malattia ci prostra. A tutti questi malanni segue la morte la quale
mette talmente fine a tutte le gioie di questa misera vita, che quando essa è
spenta, volentieri c’immagineremmo che non è mai esistita. Questa morte è
veramente vita, e la vita è una specie di morte.
   Io non so qual nome dare a questa triste
vita; se devo chiamarla una vita che muore, o meglio una morte che vive (Medit.).
   Quaggiù la carne, il mondo, il demonio ci
tentano a vicenda e talvolta tutti insieme. Talvolta siamo perseguitati da
scrupoli, tal altra siamo vittime di sospetti temerari ed ingiuriosi, di
maldicenze, di calunnie, di rimproveri, di affronti, di beffe, di scherni, di
oltraggi, ecc…«Disprezziamo dunque la terra, conchiude S. Gregorio, e
mettendo in oblio e sotto le calcagna le cose tutte del tempo, procuriamoci i
beni eterni (Homil. in Evang.)».
   Ecco il giudizio che fa del mondo e di tutte
le grandezze e gioie terrene uno che le sperimentò tutte: «Non ho negato ai
miei occhi nessuna cosa che fosse loro piaciuta né ho rifiutato al mio cuore
nessun piacere, credendo mio compito godermi il frutto dei miei sudori. Come
però mi volsi alle opere, frutto delle mie mani, ed ai lavori nei quali mi ero
affaticato invano, vidi e trovai tutto vanità e afflizione di spirito»  (Eccle. II,
10-11). Anche la corona dei re è pesante, incomoda e spinosa: essa è
intrecciata di cure, di inquietudini, d’imbrogli, d’insonnie, di gelosie, di
travagli, di pericoli di ogni specie. Antigono diceva al figliuol
suo:  Non hai ancora imparato, o figlio,
che il nostro regno non è altro che una nobile schiavitù? (Anton.
in Meliss
.). Sensatissima fu la risposta data da
Saturnino alle legioni romane che lo invitavano a vestire la porpora imperiale:
– Ah! voi ignorate, o soldati, disse loro, quanto grave e rischiosa impresa sia
il regnare. La spada sta sempre sospesa su le teste coronate. Le guardie stesse
sono da temere, e degli amici non c’è da fidarsi. Chi è capo di un regno, non
mangia quando vuole, non va dove vuole, e non fa né guerra né la pace come
vuole; e come presto finiscono i re ed i regni! (Anton.
in Meliss
.).
   Il cardinale Bellarmino
a chi si rallegrava con lui della sua elevazione alla porpora, rispondeva: –
Ohimè! voi non sapete che lunghe spine stanno nascoste nelle pieghe della
porpora (In Vita).

   7. IL MONDO È LA TERRA DELLE INIQUITÀ. –
«Maledetto sia l’uomo, esclama Geremia, che confida nell’uomo (cioè nel mondo),
e che si appoggia ad un braccio di carne, allontanando il suo cuore da Dio!
Sarà come l’erica del deserto, nella quale non cade mai goccia di rugiada; ma
abiterà in landa incolta e deserta, in una terra seminata di sale, in cui non
può abitare persona» (IER. XVII, 5-6). «La terra è veramente, come la chiama S.
Agostino (De Civit. Dei), una regione di
scandali, di tentazioni e di ogni sorta di mali; affinché noi gemiamo quaggiù
in basso, e meritiamo di godere lassù in alto. Qua le tribolazioni, là le
consolazioni. Che cosa vi può essere nella regione dei morti, se non dolore,
timore, gemiti e sospiri? Cessino dunque una volta gli uomini di desiderare e
amare le cose che passano!». Gridiamo sospirando col Salmista: «Povero me,
perché il mio esilio fu prolungato!» (CXIX, 5).
   Ascoltiamo l’avviso che dava al suo popolo
S. Giovanni Crisostomo, esortandolo a non voler discendere in mezzo al mondo,
ma piuttosto a sempre cercare di alzarsi verso il cielo. Finché gli uccelli
volteggiano nell’aria, è difficile che siano colpiti; finché l’uomo si tiene
con l’occhio della contemplazione e con l’affetto del cuore, nel cielo, i suoi
nemici non possono prenderlo nelle loro reti. Il demonio e il mondo sono
cacciatori; mettiamoci tanto in alto, che non possano raggiungerci.. Chi s’innalza verso Dio, non si lascia adescare dalle cose terrene. Guardate dall’alto della montagna, le città paiono assai piccole, e gli uomini sembrano
formiche; vedute dall’alto della contemplazione spirituale, le grandezze del
mondo sembrano ben poca cosa. Chi contempla il mondo da tale vetta, trova vile
e spregevole tutto ciò che è del mondo, gloria, onori, ricchezze e potenza (Homil.
XV, ad pop
.).