I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Morte

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

1. Origine della morte.

2. Vi sono tre sorta di morti.

3. La morte è quaggiù
la suprema dominatrice.

4. Certezza della morte.

5. Incertezza della morte: l°
riguardo al tempo; 2° in quanto all’età; 3° in quanto
alla maniera di morire nel corpo; 4° in quanto al modo di morire
dell’anima.

6. La morte è vicina.

7. La morte ci accompagna.

8. La morte ci dice che tutto è
nulla.

9. In che stato la morte riduce
l’uomo.
10. Il pensiero della morte.
11. Preparazione alla morte.

1. ORIGINE DELLA
MORTE. – La morte non venne all’uomo dalla condizione di sua natura,
ma fu punizione del suo peccato (Rom. VI, 23), ed effetto
dell’invidia di Satana (Sap. II, 24). Infatti solamente dopo
la caduta di Adamo, Dio portò quella sentenza: «Tu sei
polvere, o uomo, e in polvere ritornerai» (Gen. III,
19). Dice S. Agostino: «L’uomo era stato creato immortale;
volle essere Dio; perdette non la qualità di uomo, ma
l’immortalità, e l’orgoglio della disobbedienza trasse seco la
pena della natura (Homil.)».
L’uomo non era
destinato di natura sua a morire; ma intanto non Dio, ma solo l’uomo
è autore della morte, perché peccando diede, di sua
volontà, origine alla morte. Il Signore ne aveva avvertito
Adamo dicendogli: Mangia a tuo volere di ogni frutto che è nel
giardino; ma del frutto dell’albero della scienza del bene e del male
non ne mangiare, perché dal giorno in cui ne gusterai, morrai.
(Gen. II, 16-17). Adamo non osservò il divieto,
assaggiò il frutto, e la morte tenne dietro a questa grave
disobbedienza. Egli volle il peccato, morte dell’anima, e gli toccò
sottoporsi alla morte del corpo, punizione della morte dell’anima, o
meglio punizione del peccato, principio di questa morte… Ecco il
prodotto, la mercede, il salario del peccato! – Stipendia peccati.
 
2. VI SONO TRE SORTA
DI MORTI. – Vi sono tre sorta di morti, dice il cardinale Ugone:
quella che viene dalla natura, quella che viene dal peccato, e quella
che viene dalla grazia. Nella prima, muore il corpo; nella seconda
l’anima; nella terza, tutto l’uomo. La prima separa l’anima dal
corpo; la seconda separa l’anima dalla grazia; la terza separa l’uomo
intero dagli impacci del secolo. La prima morte è per tutti;
la seconda per i peccatori; la terza per i giusti. Per la prima, il
corpo è sepolto nella terra; per la seconda, l’anima è
travolta nell’inferno; per la terza, si vola al cielo. Della prima è
detto nell’Ecclesiastico: «O morte, quanto amaro è
il tuo ricordo!» (XLI, 1). Della seconda, scrive il Salmista:
«La morte dei peccatori è pessima» (Psalm.
XXXIII, 21). La terza sospirava colui che disse: «Muoia l’anima
mia della morte dei giusti» (Num. XXIII,
10), (Tract. de Mort.).
 
3. LA MORTE È
QUAGGIÙ LA SUPREMA DOMINATRICE. – La morte è una
potente dominatrice che comanda a tutti gli uomini e sa farsi
obbedire… Vuole che l’uomo si prepari ad aspettarla, desidera che
lungo il suo cammino possa trovare gli uomini pronti e disposti a
riceverla… Ma non aspetta nessuno, neppure un istante; all’ora
segnata, essa chiama e bisogna seguirla senza indugio… Dite un po’
al peccatore, all’incredulo, all’empio, a tutti costoro che si
ribellano a Dio e gli disobbediscono, dite loro che resistano e
disobbediscano alla morte!… Insensati, non possono resistere alla
morte la quale non è che la cessazione del respiro, e
resistono a Dio, eterno, infinito, onnipotente! O mortali. ciechi e
perversi!…
 
4 CERTEZZA DELLA
MORTE. – «È decretato, scrive S. Paolo, che gli uomini
tutti quanti abbiano una volta a morire» (Hebr. IX, 27).
Gli empi e i libertini dubitano talvolta delle grandi verità
della religione, perché la voce delle passioni e l’indurimento
spirituale li assorda talmente che non odono più la voce di
Dio, né le grida della loro coscienza; ma nessuno ha mai,
neppure per un istante, messo in forse la certezza della sua morte…
.
 
5. INCERTEZZA DELLA
MORTE: 1° riguardo al tempo. – Lo spavento e il timore che
incute la morte non deriva dalla sua certezza che tutti sanno che si
deve morire e vi si assoggettano, ma dalla sua incertezza. «Iddio,
dice S. Agostino, vi dà parola che il giorno in cui vi
rivolgerete a lui, dimenticherà i peccati da voi commessi, ma
non vi ha giammai promesso il domani. Per ciò appunto ci sta
nascosto l’ultimo, perché impieghiamo bene tutti i giorni
(Homil.)».
«State
preparati, dice Gesù Cristo; perché quando meno ve lo
pensate, il Figliuol dell’uomo verrà» (LUC. XII, 40).
«E il giorno del Signore vi sorprenderà come ladro che
viene di notte», dice San Paolo (I Thess. V, 2). Se
domandate perché Iddio abbia voluto tenerci nascosta l’ultima
nostra ora, risponde S. Gregorio, che il Signore così ha
disposto, perché stiamo sempre nel timore e, non potendola
prevedere, vi ci prepariamo del continuo (Homil. XIII
in Evang
.). E come? con
l’esercizio incessante delle opere virtuose, secondo l’avviso del
Crisostomo il quale scrive: «Perciò volle Iddio che
fossimo incerti della durata di nostra vita; affinché in tale
incertezza non ci allontaniamo mai dalla virtù» (Homil.
in Act. Apost
.).
Siccome noi ignoriamo
pienamente l’anno, il mese, la settimana, il giorno, l’ora, il
momento della morte, bisogna, se non siamo pazzi del tutto, che
impieghiamo i momenti, le ore, i giorni, i mesi, gli anni, a
prepararci alla morte. Su quelle parole dell’Ecclesiastico:
«Ieri a me oggi a te» (XXXVIII, 23), Ugo da San Vittore
fa la seguente osservazione: Notate che la Scrittura non dice: Domani
a te, ma oggi, e questo sia perché nessuno è certo di
vivere al domani (De Anima). Scolpiamoci nella memoria quella
bella sentenza di Seneca: Voi non sapete in qual luogo la morte vi
aspetti; aspettatela dunque voi medesimi in ogni luogo.
in quanto
all’età
. – Dei bambini, quanti passeranno dalla culla alla
tomba? Giovani e ragazze, vedrete voi le altre età? lo
ignorate. L’infanzia, l’adolescenza, la gioventù, può
forse essere per voi, come fu per tanti altri, l’ultima età.
Il certo è che la morte preferisce immolare giovani vittime…
E voi che siete nel rigoglio dell’età virile, quando morrete?
Di qui a vent’anni, di qui a dieci, di qui ad un anno? Non lo sapete:
può essere domani, può essere tra un’ora… E voi,
canuti vecchi, quando morrete? Ah! voi sapete bene che la morte vi
sta ai panni, ma non ci. badate. Intanto e la canizie del capo, e le
rughe del volto, e il bastone a cui vi appoggiate, e la solitudine
che vi circonda, tutto vi dice: Vecchio, pensa alla morte. La morte
non trova omai quasi più vittima che tocchi la decrepitezza.
Tra mille persone è raro che s’incontri un ottuagenario…
Ogni trenta anni le generazioni si rinnovano quasi per intero…
in quanto
alla maniera di morire nel corpo
. – Quale sarà la malattia
foriera della nostra morte? Sarà lunga, O breve? ci abbatterà
di colpo violento o a poco a poco? Morremo noi di giorno o di notte,
il mattino o la sera? Nel nostro letto, dove forse già altri
morirono, nella nostra terra, nella nostra casa, ovvero in viaggio,
in paese straniero, svegli o addormentati, soli e senza soccorso,
ovvero circondati e rimpianti dai nostri? Cadremo di morte prevista o
impreveduta? Finiremo di fuoco, di acqua, o di fulmine, o sotto le
rovine di un edifizio, o in conseguenza di qualche caduta o di altro
accidente? Sarà per mano di un ladro o di un assassino, a
colpo premeditato o fortuito? Soccomberemo per male di capo o di
cuore, di viscere o di petto, di emorragia, di paralisia, o di
apoplessia fulminante, come ogni giorno accade a tanti? Forse a
mensa, sul lavoro, sul ballo, in un festino,
nell’ubriachezza, nei piaceri? Non forse subito
dopo il primo peccato che avremo commesso? Ecco altrettante
formidabili interrogazioni alle quali l’unica risposta che si può
dare è questa: non lo so!
Casimiro II, re di Polonia, morì
in mezzo a splendido banchetto. Ladislao, re di Ungheria e di Boemia,
morì mentre si disponeva a celebrare le nozze con Maddalena
figlia di Carlo re di Francia… La sentenza di morte contro
Baldassarre fu segnata e gli fu intimata in mezzo ad un’orgia
sacrilega, ed ebbe esecuzione la notte stessa… Non si è
forse veduto avvenire che il giorno medesimo degli sposalizi, prima
che il sole tramonti, uno degli sposi sia cadavere?
in quanto
al modo di morire dell’anima
. – Se è cosa terribile il non
sapere di qual morte sarà colpito il nostro corpo,
infinitamente più spaventosa è quella d’ignorare in
quale stato si troverà l’anima nostra al punto del suo
passaggio dal tempo all’eternità.
Avremo noi la comodità di
prepararci alla morte e di assestare i conti nostri con Dio?.. Avremo
tanta forza e intelligenza, che ci renda possibile una buona
confessione?… Avremo noi i mezzi di aggiustare gli affari della
nostra coscienza, e avendoli avremo anche la voglia di metterli in
pratica?… Proveremo noi un pentimento sufficiente? otterremo il
perdono dei peccati?.. Morremo in istato di grazia?… O Dio, che
terribili domande sono mai queste! domande, cui non si sa rispondere
che col tremito e col silenzio..

E in mezzo a questi dubbi, a
queste trepide questioni che mettono in affanno chiunque vi pensi,
noi ridiamo!… non ci pensiamo!… ci divertiamo!… perdiamo il
tempo!… Noi dimentichiamo il Creatore, non preghiamo, offendiamo
Dio e non ci prepariamo a morire da cristiani!… O ciechi e
insensati che siamo!…

6. LA MORTE È
VICINA. – «Io va da una tomba in un’altra tomba », diceva
S. Gregorio Nazianzeno (Distich.); cioè, dal seno di
mia madre in cui stetti racchiuso per nove mesi come in una tomba, io
passo alla morte ed alla sepoltura… La culla dei bambini ha la
figura di un cataletto e annunzia nella sua forza, al bambino, il
destino che lo attende.
La vita umana è
da S. Gregorio Papa paragonata a una navigazione. Chi viaggia in
mare, o sieda, o stia ritto o coricato, non cessa mai dall’avanzare,
portato dalla nave. Tale è la vita nostra: o dormiamo o siamo
desti, o parliamo o tacciamo, o riposiamo nel nostro letto o facciamo
viaggio, non cessiamo mai di avvicinarci in ciascun giorno, in ogni
istante, al termine a cui ci attende la morte (Lib. VI Epist.
XXVI
).
Voi dite: io conto
venti, trenta, cinquant’anni di vita; voi v’ingannate, questi anni
non sono vostri, ma della morte che li ha conquistati sopra di voi.
Tutti possiamo dire con S. Pietro: «Io sono certo che ben
presto leverò di quaggiù la mia tenda» (II, I,
14). Il tempo si urta e s’incalza, e mentre noi stiamo pensandoci,
periamo… «L’uomo passa come ombra, si agita e si affatica
inutilmente; ammassa tesori e non sa chi li godrà»
(Psalm: XXXVIII, 6). Chi è che non possa dire: «I
miei giorni scomparvero come sogno, ed io seccai come erba falciata?»
(Psalm. CI, 12).
La Scrittura paragona la vita
dell’uomo, tanto è rapida e breve, alla corsa di una nave
sospinta dal vento, allo scoccare di una freccia, al volo di un
uccello, a un fiato, alla folgore, al lampo… Chiedete ai vegliardi
di novant’anni, a questi rari avanzi di altra età, se la vita
loro parve lunga; vi risponderanno che a loro sembra di averla
incominciata ieri. E poi, che cosa sono cent’anni, se bisogna morire?
Che cosa sono cent’anni, quando sono raggiunti? Che cosa è la
vita umana di oggidì in paragone di quella degli uomini
antidiluviani? Uscivano appena d’infanzia all’età in cui i
vecchi dei nostri giorni sono già ridotti in cenere…
Ecco perché, nei tempi
andati, coronandosi un imperatore, quattro scultori gli presentavano
dei marmi diversi, affinché scegliesse quello che preferiva
per il suo sepolcro. Era un opportuno ricordo che gli si dava, della
morte, in mezzo al fasto e alla pompa che avrebbe potuto farlo
insuperbire.
Il papa Stefano II
regnò solo quattro giorni; Celestino IV, diciassette;
Bonifazio VI, quindici; Sisinio, venti; Damaso II, ventitré;
Pio III, ventisei; Marcellino II, ventuno; Urbano VII, sette; Leone
XI, ventisette. Di questo ultimo si narra che morendo dicesse: «O
come sarei più tranquillo e felice se invece delle chiavi del
cielo, avessi tenuto quelle di un convento! (Histor. Eccles.)».
E così è in tutte le condizioni, per la brevità
e rapidità della vita. «Ricordiamoci dunque, dirò
col Savio, che la morte non tarda, e che vi fu partecipato il decreto
il quale vi condanna a discendere nella profondità della
terra, il decreto pronunziato sul mondo: Egli morrà»
(Eccli. XIV, 12).
 
7. LA MORTE CI
ACCOMPAGNA. – Il tempo non è altra cosa, dice S. Agostino, che
un correre verso la morte; noi moriamo ogni giorno, perché
ogni giorno la morte ci ruba qualche brandello di vita (De Civit
Dei
, 1. XIII, c. X). Nel punto medesimo in cui siamo entrati alla
vita, dice il Savio, abbiamo cominciato a camminare verso la morte e
ad uscire dalla vita. Appena nati, cessiamo di essere (Sap.
V, 13).
«Quanto
cresciamo in età, tanto la nostra vita diminuisce, e l’ora
medesima in cui diciamo io vivo, già l’abbiamo divisa con la
morte (Lib. III, c. XXIV)». Il cibo, col quale
ristoriamo le nostre forze, prova che la morte ci toglie sempre
qualche cosa; il sonno ci ruba un terzo della vita; per i primi sei
anni non abbiamo l’uso della ragione; il lavoro abbrevia la vita, i
piaceri la sconcertano, i disgusti la rodono, le malattie la
consumano, ecc. Togliete tutto questo, che cosa vi resta della vita?
Quasi nulla.

8. LA MORTE CI DICE
CHE TUTTO È UN NULLA. – La figura di questo mondo passa, dice
il grande Apostolo (I Cor VII, 31). Notate che l’Apostolo
chiama la vita una figura, un’ombra passeggera. È questa la
vera definizione della vita umana!…
Il giorno presente fugge, dice il poeta, e non
sappiamo se per noi sorgerà l’aurora del domani, e che ci
apporterà, se travaglio o riposo. E così passa la
gloria del mondo. Vuoi tu, domanda Giusto Lipsio, che ti parli
chiaro? Ecco quello che ti dico: tutte le cose umane sono fumo,
ombra, vanità, scena da teatro; in una parola, sono niente (In
eius Vita
). Infatti, il mondo è un teatro sul quale si
rappresenta la scena della vita. Il luogo di questo teatro è
la terra; gli uomini che entrano ed escono sono gli attori. Una
generazione passa, dice l’Ecclesiastico, l’altra viene. Due
porte mettono su la scena; la nascita per quelli che entrano, la
morte per quelli che escono. Ciascuno indossa una divisa; quello che
fa la parte da re, non porterà fuori del teatro né la
porpora, né lo scettro.
Ah, la scena finisce presto…
Palazzi, ville, tesori, in mano di quanti sIete già passati? e
quanti abitatori e padroni cambierete voi ancora? Dov’è
Sansone, l’Ercole dell’universo? Dove Salomone, il più
sapiente dei re? Dove l’eloquente Cicerone, l’erudito Plutarco, il
divino Platone? Dove sono tanti uomini celebri, tanti famosi
conquistatori, tanti prìncipi, tanti Cresi? Disparvero in un
batter d’occhio. Dove trovarli?

Chi più
conosciuto, più ammirato, più lodato di Alessandro
Magno? Ecco che cosa ne dice la sacra Scrittura: Egli regnò in
Grecia; uscì dalla terra di Cethim; vinse Dario, re dei Persi
e dei Medi. Diede molte battaglie, espugnò le più
munite fortezze, mandò a morte i re della terra. Si spinse
fino agli ultimi confini del mondo; raccolse le spoglie di una turba
di nazioni, e l’universo ammutolì al suo cospetto. Raccolse le
sue forze e n’ebbe un esercito potentissimo e il suo cuore si gonfiò
di orgoglio. Si rese padrone dei popoli e dei re i quali divennero
suoi tributari. Dopo questo, cadde in letto… e morì (I Mach.
I, 1-8). Ieri l’universo intero non gli bastava; oggi gli bastano sei
piedi di terra. Ieri opprimeva la terra, oggi la terra pesa sopra di
lui, lo copre. E, cosa notevole! ottenne a stento quello che al più
miserabile è concesso, la sepoltura; infatti, per motivo dei
contrasti sorti tra i suoi successori, il cadavere di lui stette
trenta giorni insepolto… Chi non vede in questo esempio come la
morte provi che l’uomo, qualunque egli sia, non è che polvere,
ombra, fumo, ossia un bel niente?
 
9. IN CHE STATO LA
MORTE RIDUCE L’UOMO. – «Tu sei polvere, o uomo, e in polvere
ritornerai» (Gen. III, 19). «Nudo uscii dal seno
della madre e nudo vi rientrerò» (IOB. I, 21). Giobbe dà
il nome di madre alla terra, perché gli fornirà una
tomba che gli ricorda il seno della sua genitrice.
O pastura dei vermi, o massa
informe di polvere e di corruzione, o goccia di rugiada, o vanità,
perché tanto insuperbirti? Che cerchi tu in questo mondo? Che
cosa desideri?.. Essere cenere su la terra, per essere cenere nella
terra: ecco tutto l’uomo!
Osservate quel misero
peccatore che, avendo dimenticato Dio nel tempo di sua vita, non
aveva mai dato uno sguardo alla morte per prepararvisi. Ieri godeva
buona salute e oggi eccolo steso sul letto del dolore. Il male
infierisce, la febbre aumenta. Tre persone vengono chiamate al suo
capezzale: il prete, il medico, il notaio. Quanti affari da
assestare! E la cosa preme; il medico dichiara che la morte incalza;
del resto tutti già se n’accorgono; gli occhi gli si
appannano, il volto si scolorisce, il naso si affila; diviene sordo;
perde l’intelligenza; già stenta a parlare. Prete, medico,
notaio, fate presto, perché la morte è vicina…
Ciascuno infatti si affretta a compiere il suo dovere, tra gemiti di
una famiglia desolata. Ma la morte arriva e colpisce: non si ha più
che un cadavere. La prima persona che si avverte è il
becchino; mentre costui prepara la fossa, altri si affrettano ad
avviluppare in un brandello di lenzuolo quel resto della morte; tutti
si allontanano… Vi si gettano sopra sei piedi di terra; la fossa è
chiusa, il corpo abbandonato, l’anima giudicata per l’eternità…
Non vi resta più che da innalzare su quella tomba un monumento
e scrivervi un epitaffio. Ma non occorre pensarci: il profeta ne ha
fatto uno che serve per tutti gli uomini. «La morte se ne
pascerà» (Psalm. XLVIII, 14).
O mortali! voi
calpestate la terra; voi regnate su la terra; ma usciti dalla terra,
ritornerete di nuovo terra. «Noi nasciamo su la terra, dice S.
Bernardo, e moriamo su la terra, ritornando là donde fummo
tratti (Serm. in Psalm.)». Ma, peggio che terra, noi
diventiamo marciume e vermi: «Alla putredine ho detto: tu sei
mio padre, ed ai vermi, voi siete mia madre e mie sorelle»
(IOB. XVII, 14). «Dopo la morte i vermi, scrive un poeta, dopo
i vermi la puzza e l’infezione e l’orrore; così ogni uomo è
cambiato in qualche cosa che non ha nulla dell’uomo». Per
quanto sia grande e rara la bellezza di una persona, essa diventa,
sotto i colpi della morte, cosa orribile e spaventosa: vermi e
putridume. «Quando l’uomo si spegnerà, dice
l’Ecclesiastico, avrà per sua eredità rettili,
vermi e bestie» (Eccli. X, 13).
Che cosa è
l’uomo? domanda S. Efrem; poca cosa: un gruppo di vermi; un pugno di
cenere; un sogno; un’ombra. Egli è passato, egli ha cessato di
comparire. Questo leone invincibile, questo tiranno fortissimo, così
potente, così altero, che il mondo ne tremava, toccò il
suo fine; eccolo steso nella bara. Colui che soperchiava gli altri, è
soperchiato; colui che dominava, è dominato; colui che
incatenava, è incatenato (De iis qui in Christo dormier.).
Del corpo di ogni
uomo, ma specialmente dei grandi e dei potenti secondo il secolo, si
può dire quello che dice la Scrittura, di Gezabele: «E
le carni di Gezabele saranno come fango su la terra; e tutti quelli
che capiteranno a vedere grideranno: Ed è questa Gezabele?»
(IV Reg. IX, 37).
Sul punto di morire
Saladino, re di Siria e dell’Egitto, comandò che fosse portato
per tutte le file dei suoi eserciti, il suo vessillo coperto di un
lenzuolo funebre ed un banditore gridasse: Ecco il solo oggetto che
dei suoi possessi porterà con sé il dominato re della
Siria. e dell’Egitto! (In eius Vita).
Di S. Francesco
Borgia, duca di Candia, leggiamo che avendo dovuto accompagnare alla
tomba dei re il corpo di Isabella di Portogallo, moglie di Carlo V, e
fare la ricognizione del cadavere, lo vide così deforme, così
orribile, ributtante, che non osò certificare che quello fosse
il corpo dell’imperatrice, ma fissandovi sopra lo sguardo, esclamò:
Ed è questa Isabella, imperatrice del mondo? ed è
questa la saggia e pia Isabella, gioia della Spagna, onore
dell’impero, speranza dell’universo? Dov’è l’avvenenza del suo
volto? dove lo splendore dei suoi occhi? dove la maestà della
regia potenza? E illuminato in quel punto dalla grazia, considerando
la vanità del mondo, fece il proposito di rinunziare a tutto e
di servire Dio solo. Mantenne il proposito, visse e morì da
gran santo (In Vita).
Ma il cadavere disceso nel
sepolcro, vi rimarrà almeno in stato di cadavere? No, ma
diventa cosa che non ha nome nel linguaggio umano. Leggiamo in
Ezechiele: «Io ti ridurrò al nulla, dice il Signore
Iddio, e tu non sarai più; ti cercheranno, e non ti troveranno
più in eterno» (XXVI, 21).
Il Delrio riferisce un epitaffio
composto da un re di Francia; epitaffio che sarà ben presto
quello di ciascuno di noi. Eccolo: «Ho riso, piango. Sono
stato, e non sono più. Ho lavorato, mi riposo. Ho giocato, più
non gioco. Ho cantato, ora taccio. Ho nutrito il corpo, ora alimento
i vermi. Ho vegliato, ora dormo. Ho dato il benvenuto, ora dò
l’addio. Ho preso, e sono preso. Ho vinto, e sono vinto. Ho
combattuto, godo la pace. Sono vissuto conforme alle leggi di natura,
e conforme a queste leggi muoio, Non resisto, perché l’oppormi
sarebbe impossibile. Terra fui una volta, e terra sono ridivenuto. Il
mio potere è svanito. Mondo caduco, addio; vermi, vi saluto e
poso nel mio ultimo letto».

10. IL PENSIERO DELLA
MORTE. – Quando sarà giunto il giorno della nostra morte, che
cosa ci gioverà, domanda S. Gregorio, l’aver custodito con
tanta gelosia e con tanto affanno il tesoro accumulato da noi con
tanta sollecitudine? Che cosa serve il cercare onori e ricchezze se
appena acquistate bisogna abbandonarle? Se vogliamo dei beni,
cerchiamo e amiamo quello che possederemo per sempre: se ci fanno
paura i mali, temiamo quelli che soffrono i reprobi e che non avranno
mai fine (Lib. IV, Epist. ad Andream).
Dice lo Spirito
Santo: «L’uomo tesoreggia e non sa per chi raduni i suoi
tesori» (Psalm. XXXVIII, 6). «L’imprudente e
l’insensato, scompariranno insieme, e le loro ricchezze passeranno a
mani straniere; loro dimora sarà il sepolcro» (Psalm.
XL VIII, 10-11). Nell’ultima ora gli avari e quanti hanno il cuore al
mondo, ripeteranno con Agag: «Così adunque ci dividi, o
morte amara» (I Reg. XV, 32). Su via dunque, o ciechi
figli di Adamo, figli della terra, bramate di possederla, come la
possiedono i rettili; aggiungete podere a podere, casa a casa, affare
ad affare, divertimento a divertimento; vi toccherà morire
domani, è forse anche quest’oggi!… O stupide cure dei
mortali, o qual vuoto, qual nulla c’è in fondo alle cose!
O Dio! come mai al punto di morte
l’avaro sarà dolente di aver lavorato per gli altri che presto
lo abbandoneranno, e di non aver fatto nulla per se stesso! Che
desolante pensiero sarà mai questo: di tutti i beni, di tutti
i piaceri, di tutte le creature che erano ai miei servizi ed usi,
altro non mi resta che il sepolcro! (IOB. XVII, 1).
«Se n’andrà
l’uomo nella casa della sua eternità» – dice
l’Ecclesiaste (XII, 5). Questo dovrebbe essere l’argomento
continuo dei nostri pensieri, se intendiamo di vivere da buoni
cristiani; perché, come osserva S. Gerolamo, «facilmente
disprezza tutte le cose terrene, colui che tiene l’occhio fisso
all’ultima sua ora (Epist. CIII) ».
«Quando la
carne ci tenta, dice S. Gregorio, chiediamo a noi medesimi che cosa
sarà di essa dopo la nostra morte e allora si comprenderà
che cosa è quello che si ama. Niente tanto giova a rintuzzare
gli stimoli della carne, quanto il meditare che cosa sarà dopo
morte, quello che si ama vivo (Mor.)».
Leggiamo di un
solitario il quale, mentre era tentato violentemente d’impuro affetto
verso una persona la cui immagine non gli si partiva mai dallo
sguardo, venne a sapere che quella persona era morta. Appena lo
seppe, subito si recò alla tomba di quella, la scoperchiò
e tolto si di dosso il mantello, lo tuffò in quell’ammasso di
putridume e di vermi di cui era pieno il sepolcro, poi ritornò
al deserto. Quivi poi quando la tentazione lo assaliva, contemplando
il mantello infetto e lordo, gridava: O corpo mio, tu hai quello che
cerchi, saziati dunque! E così si mortificava finché la
passione sbolliva (Vit. Patr.).
Dove non vi è
il pensiero e il timore della morte, regna la dissolutezza e ogni
genere di peccati e dove si trovano costumi corrotti, vi è la
perdita dell’anima. Per salvare l’anima, bisogna dunque pensare alla
morte. Non ci passino mai dalla mente quelle parole di San Gerolamo:
«Sia che io mangi, sia che beva, sia che studii, sia che a
qualunque lavoro attenda, sempre rimbomba nelle mie orecchie il suono
dell’ultima tromba: Sorgete, o morti, venite al giudizio (Epist.
ad Heliodor.
)».
Pensiamo alla morte e
noi riusciremo sempre vincitori del demonio, del mondo e delle
concupiscenze carnali. «Vivete pensando alla morte, scrive S.
Gerolamo; l’ora fugge, l’istante medesimo in cui parlo, già è
trascorso (Epist. XVI ad Princip.)». «O morte,
esclama il Savio, quanto è amaro il tuo ricordo all’uomo che
se la passa tranquillo in mezzo ai suoi beni! O morte! cara e dolce
suona la tua sentenza all’uomo virtuoso e povero» (Eccli
XLI, 1, 3). Diciamo spesso a noi medesimi: io morrò; perché
dunque attaccarmi così strettamente ai beni, alla fortuna,
agli onori, ai piaceri, alle creature, alla vita, al corpo?.. Io
morrò: perché non procurerò di assicurarmi una
buona e santa morte con la fuga del peccato e con la pratica di tutte
le virtù?… Quanto è saggio colui che calpesta i beni
terrestri e perituri e lavora a provvedersi gli eterni e celesti!…
«Meditare su la
morte è da filosofo», sentenzia Platone (De Legib.);
Seneca ci assicura che niente tanto aiuta ad acquistare temperanza in
tutte le cose, quanto il frequente pensiero della brevità e
dell’incertezza del tempo. Qualunque cosa facciate, volgete lo
sguardo alla morte (Epist. XIII). Queste parole di un pagano
parvero così assennate a San Gerolamo, che le fece sue
scrivendo ad Eliodoro. Il medesimo Seneca dava ancora per avviso,
d’impiegare ogni giorno così, come se fosse l’ultimo della
nostra vita (In Prov).
 
11. PREPARAZIONE ALLA
MORTE. – S. Gregorio dice: «Siccome ignoriamo affatto l’ora in
cui verrà la morte e dopo di lei non ci sarà più
modo di fare nulla, non ci rimane che un partito da prendere; ed è
di cogliere al volo il tempo che Dio ci concede. Se noi la temiamo
prima che si presenti, quando verrà sarà già
vinta (Moral.)». Moriamo spesso in vita, per vivere dopo
morte. Chi vuole schivare la morte eterna, sappia che deve prevenire
la morte col pensiero della morte (Epicarmi); e disprezzare
vivendo quello che non potrà più avere dopo la morte
(Homil. ad pop.).
Possiamo morire ad
ogni istante e ciascuna delle nostre azioni può essere
l’ultima… Dunque dobbiamo fare ogni azione come vorremmo averla
fatta all’ora della morte e del giudizio divino… «Vivete,
dice S. Gerolamo, come se doveste morire ogni giorno (Epist.
XVI)». Figuratevi di udirvi rivolgere ogni mattino
quell’intimazione del profeta al re Ezechia: «Assesta gli
affari tuoi; ché la morte ti sovrasta e più non vivrai»
(ISAI. XXXVIII, 1)… Il pensiero della morte si accompagni a tutte
le vostre opere e imprese… «Prevenite con le opportune
disposizioni quel giorno che suole prevenire», scrive S.
Agostino (De Civit. Dei)… Guardiamo tutte le cose al fioco
chiarore della morte… Esaminiamo la nostra vocazione, e ogni nostra
risoluzione sia guidata dal pensiero dell’ultimo istante… Sediamo
con la mente, di quando in quando, su la nostra bara, per conoscere
quello che dobbiamo fare, e in qual modo farlo… «La morte ci
attende in ogni luogo; è da saggio, scrive S. Bernardo,
aspettarla ad ogni varco (Serm. in Cantic