I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Morte del peccatore

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

1. Ogni sorta di mali si rovesciano
sul peccatore che muore.

2. Dio si allontana dal peccatore
moribondo.
3. Il peccatore in punto di morte
cade nella disperazione.
4. La morte sorprende i peccatori.
5. I peccatori muoiono
nell’impenitenza.
6. La morte del peccatore è
pessima.
7. Esempi ricavati dalla morte di
alcuni empi.
8. La memoria dei peccatori finisce
nella maledizione.

9. Chi vive lontano da Dio muore in
sua disgrazia.

1. OGNI SORTA DI MALI
SI ROVESCIANO SUL PECCATORE CHE MUORE. – Il Salmista tratteggiò
con poche pennellate il quadro del peccatore morente. «I dolori
della morte mi circondarono, e i torrenti d’iniquità mi
riempirono di affanno. Avviluppato tra i lacci di mode, ebbi a
soffrire dolori d’inferno» (Psalm. XVII, 4-5). «Le
vostre saette, o Signore, mi penetrarono le carni, e la vostra mano
si è aggravata sopra di me. Il vostro sdegno non mi lascia più
parte sana nel corpo, la vista dei miei peccati mi conturba fino al
midollo delle ossa. Le mie iniquità mi si rovesciarono in
capo, ed io mi trovo accasciato come sotto insopportabile peso. Le
mie piaghe sono imputridite a cagione della mia insensatezza. Curvato
a terra, io divenni misero e tapino. Le mie viscere ardono di un
fuoco che le divora; tutto il mio corpo non è che una piaga.
Languisco affranto; fremo e urlo dentro di me. L’anima mia geme
angustiata, la mia forza mi abbandona, il lume degli occhi miei si
spegne; e già vo brancicando nel buio» (Psalm.
XXXVII, 2, 10). «Lo sgomento della morte si è
impadronito di me, il timore ed il terrore mi opprimono, le .tenebre
mi avvilupparono» (LIV, 4-5). «Ah! piombi la morte su
gli empi e li trabalzi vivi nell’inferno. Essi sono vestiti delle
loro malvagità, come di un abito» (LXXII, 6). «Nell’ora
della morte i mali investiranno l’uomo che ha commesso ingiustizia»
(Psalm. CXXXIX, 12). «Egli allora vedrà e
infurierà, e fremerà di rabbia» (Psalm.
CXI, 9). Il peccatore trema al ricordo della sua vita infame, alla
vista dei suoi accusatori…; viene meno sotto il peso dei suoi
patimenti, ed al pensiero di doversi staccare dal corpo, dal mondo,
dai beni, dai piaceri…; gli sta innanzi orrenda la morte, terribile
il giudizio di Dio: gli orrori dell’inferno è un’eternità
di supplizi non gli lasciano chiudere palpebra… «Da tutte le
parti, dice il Crisostomo, spaventosi tormenti gli si presentano agli
occhi: il timore dell’avvenire, i patimenti del presente, il rimorso
del passato (Homil. ad pop.)».
Il ricordo dei suoi delitti, dei
suoi scandali, delle sue empietà, tutto si rovescia d’un
tratto sul peccatore che muore. Mentre viveva, era quasi giunto, a
forza di soffocarne il grido, a dimenticarli, ma nell’ora della morte
gli si schierano tutti dinanzi come un esercito nemico, e gli dicono
insolenti: Ci conosci tu ora? Ecco, noi siamo l’opera tua… Nel
presente vede il mondo che fugge e lo disprezza, le ricchezze, gli
onori, i piaceri che svaniscono…; il corpo ch’egli tanto curava e
accarezzava e che, rotto dai dolori, comincia a corrompersi…; i
demoni che lo assediano, se lo contendono, lo accusano…; il severo
giudizio di Dio che lo attende…; la disperazione eterna…; insomma
tutti i mali scrosciano a un tratto sul corpo e su l’anima del
peccatore moribondo… Si adempie allora la parola del Signore: «Io
farò degli ultimi istanti del peccatore, un giorno pieno di
amarezza» (AMOS. VIII, 10).
Non avendo seminato
che erbe cattive, non avendo piantato che alberi selvaggi, nel giorno
della loro morte i peccatori mangeranno frutti acerbi e guasti; hanno
studiato il male e concepito l’iniquità, mangeranno di ciò
che hanno seminato… (Prov. I, 31). «I miei giorni,
esclamerà il peccatore con le parole di Giobbe, passarono, i
miei disegni svanirono lasciandomi lo strazio nel cuore» (IOB.
XVII, 11).



2. DIO SI ALLONTANA
DAL PECCATORE MORIBONDO. – Sono terribili le parole di Dio: «Perché
vi ho chiamato e voi non avete risposto, vi ho steso la mano e non vi
degnaste di voltare la faccia; perché non avete ascoltato i
miei consigli e non vi siete curati delle mie minacce, anch’io mi
riderò e burlerò di voi, quando vi sarà avvenuto
quello che temevate; quando la disgrazia vi piomberà sopra
improvvisa, quando l’angustia e l’affanno vi stringeranno, quando la
morte vi verrà sopra come grandine. Allora essi
m’invocheranno, ed io farò il sordo; si leveranno di buon
mattino per cercarmi e non mi troveranno» (Prov. I,
24-28).
Dio tratterà i
peccatori nel modo stesso con cui fu trattato da loro; renderà
loro al punto di morte quello che essi gli diedero nel vigore della
loro sanità e robustezza; il riso, l’ironia, lo, derisione, il
disprezzo e l’abbandono… Quando, simili alle vergini stolte di cui
parla il Vangelo, batteranno alla porta del perdono e della grazia,
alla porta del cielo, gridando: «Signore, Signore apriteci»
(MATTH. XXV, 11)», il gran Dio risponderà loro:
«Andatevene; io non vi conosco» (Ib. 12). Voi non
appartenete al mio ovile.
Iddio si ride del
peccatore moribondo e lo schernisce, 1° castigandolo come sua
nemico, ma giustamente, a cagione dei suoi misfatti…; 2°
esponendolo alle derisioni del cielo, della terra, dell’inferno…;
3° rinfacciandogli le sue iniquità, come farà poi
di nuovo al giudizio universale…; 4° rallegrandosi della sua
giusta pena e facendo sì che se ne rallegrino gli angeli e i
santi come, secondo l’Apocalisse, si rallegrarono della rovina della
colpevole Babilonia, figura dei peccatori impenitenti. «E’
caduta, è caduta, grideranno anch’essi, questa Babilonia, ed è
divenuta casa dei demoni, asilo di ogni spirito immondo»
(Apoc. XVIII, 2). «Giubilatene, o cieli, o santi
apostoli e profeti, che Dio l’ha giudicata» (Ib. 20); 5°
Dio si ride del peccatore moribondo, abbandonandolo ai suoi nemici e
principalmente ai demoni che nel torturarlo e tormentarlo lo coprono
d’ironia e di scherno.
«In
quell’estremo, dice il Signore, m’invocheranno ed io non li esaudirò»
(Prov. I, 28). Al presente non vogliono udire la mia voce che
li chiama; in punto di morte, quando angosce e miserie li
stringeranno da ogni parte, io farò il sordo alla loro voce
che implorerà il mia soccorso. Allora il dolore vi aprirà
gli occhi, o peccatori, quegli occhi che le passioni e le impurità
oggi vi tengono chiusi; griderete a me piangendo, ma io non vi darò
retta, perché vivendo aborriste la disciplina e non voleste
temermi, non seguiste il mio consiglio, e disprezzaste le mie
correzioni (Ib. 29-30).
La ragione per cui
ordinariamente il peccatore moribondo non è esaudito da Dio,
benché lo invochi, è perché si è ostinato
nei quattro delitti, ai quali accenna il sopra riferito testo dei
Proverbi; delitti che contengono quattro gravi ingiurie alla
sapienza divina: la prima è l’aborrimento della disciplina,
perciò della scienza divina; la seconda, la trascuranza del
suo timore; la terza, il rifiuto di secondare i suoi consigli; la
quarta, il misconoscere e bestemmiare le correzioni della
Provvidenza.

3. IL PECCATORE IN
PUNTO DI MORTE CADE NELLA DISPERAZIONE. – «Nel giorno della
morte, tutti i pensieri (le buone volontà) del peccatore
svaniranno» (Psalm. CXL V, 3). «E la loro speranza
va in fumo» (Sap. III, 11): «perché la
piaga del peccatore è senza rimedio» (MICH. I, 9).
Quanti vi sono che nell’ultima loro ora imitano Caino e gridano:
«Ahi! troppo enorme è la nostra iniquità, perché
possiamo sperare perdono» (Gen. IV, 13). Invece di
gettarsi nelle braccia della misericordia divina, essi non vedono che
la sua giustizia… invece di considerare i meriti del sangue di Gesù
Cristo, non vedono più che i molti ed enormi delitti di cui si
resero colpevoli… (Vedi Disperaz.).



4. LA MORTE SORPRENDE
I PECCATORI. – S. Paolo scrive: «Voi sapete benissimo, a
fratelli, senza che vi sia bisogno che noi ve ne scriviamo, che il
giorno del Signore verrà come ladro notturno. Quando i
peccatori diranno pace e sicurezza, allora sopraggiungerà ad
essi improvvisamente la morte e non avranno scampo» (1 Thess.
V, 3). I cattivi fanno assegnamento sul tempo, e questo mancherà
loro. La morte comparirà loro innanzi formidabile e pronta,
dice la Sapienza (VI, 6). La sciagura li sorprenderà
all’improvviso, leggiamo nei Proverbi, e la morte li investirà
come turbine (Prov. I, 27). La loro sorte somiglierà a
quella di una casa scossa dal terremoto, o di una nave che va a
picco, sbattuta dalla tempesta, e sconquassata dagli scogli…
Ecco come Dio percuote e castiga
gli empi che disprezzano le sue leggi; sono in pericolo, e intanto
scherzano credendosi al sicuro; la morte è vicina, ed essi
pensano alla vita; il tempo loro fugge, ed essi non badano
all’eternità. Né parenti, né amici ardiscono
avvertirli dell’avvicinarsi della morte. Vogliono ingannarsi e
s’ingannano; vogliono essere ingannati, e lo sono… A domani,
dicono, a domani gli affari di coscienza… E il domani non li trova
più: essi già sono entrati nella casa della loro
eternità…

5. I PECCATORI MUOIONO
NELL’IMPENITENZA. – «Se volete fare penitenza solo quando non
potete più peccare, è il peccato che abbandona voi, non voi che
abbandonate il peccato (Homil. XLI inter L)», diceva S.
Agostino. Alla morte i peccatori periranno, dice il Salmista (Psalm.
XXXVI, 20). Periranno, perché Dio li abbandonerà.
Né state ad opporre che, in
tal caso, l’invocazione di Dio e la penitenza del peccatore in punto
di morte si dovrebbero chiamare inutili e troppo tarde; poiché
l’invocazione di Dio e la penitenza, pèr quanto tarde, non
sono mai inutili in questa vita, quando siano sincere; ma piuttosto
bisogna dire che raramente sono sincere quelle che sono tarde.
Difatti può bene, in fin di vita, un peccatore qualunque,
anche incredulo, empio e indurito, invocare Dio; ma che cosa è
una tale invocazione? Essa ha comunemente lo scopo di chiedere la
remissione della pena, non il perdono della colpa. Il peccatore non
ha altro in mente, che di sottrarsi alla morte; ecco perché
non è esaudito: il suo peccato non gli è rimesso,
perché egli non domanda tale remissione. Allora è
impenitente. Non chiedendo il perdono della colpa, non ottiene né
quello della pena, né quello della colpa e muore da reprobo…
E poi invoca egli Iddio veramente di buon animo?.. si pente egli di
vero cuore?.. ha egli sincera volontà, qualora ottenga
guarigione, di non più offendere Dio in quelle cose in cui
l’ha fino allora offeso?… Ordinariamente tutto questo gli
manca e, mancando queste condizioni essenziali della contrizione,
l’impenitenza è reale…
«Il peccatore morrà
nell’ingiustizia che ha commesso», dice Ezechiele
(XVIII, 26). Questo vuol dire che il peccatore indurito e impenitente
morrà nel suo peccato e sarà riprovato… Ma di questo
indurimento e di questa riprovazione, si deve attribuire la causa non
a Dio, ma al peccatore, come apertamente proclama Osea: «La tua
perdita, o Israele, è opera delle tue mani» (XIII, 9).
Non Dio, ma tu medesimo, o peccatore, metti ostacolo al tuo
avviamento per la strada della salute; poiché da una parte tu
fai e vuoi fare quello che Dio vieta e detesta; dall’altra, né
adempi né vuoi adempire quello ch’egli ama e comanda. Ora se
tu non facessi quello che Dio abomina, egli verrebbe a te; la
giustizia che punisce, non precede il misfatto o il peccato, ma lo
suppone e lo segue… Peccatore, tu morrai in terra contaminata, dice
il profeta Amos (VII, 17); cioè in un corpo brutto di peccati,
macchiato dal vizio. «Voi mi cercherete e non mi troverete,
disse Gesù Cristo, mi cercherete e morrete nel vostro peccato»
(IOANN. VII, 34 – VIII, 21). Voi mi cercherete male e perciò
non mi troverete e, non trovandomi, morrete nel vostro peccato… «I
peccatori, come osserva S. Gregorio, avrebbero voluto, se fosse stato
in loro potere, vivere sempre per poter sempre peccare; ed infatti
non cessando mai dal peccare finché vivono, lasciano
apertamente arguire dalla loro condotta, che desiderano di vivere per
sempre nel peccato (Homil.)». Se in fine di vita cessano
di peccare, non è la loro volontà, ma la morte che li
impedisce dal perseverare nel male.



6. LA MORTE DEL
PECCATORE È PESSIMA. – «La morte del peccatore è
pessima» (Psalm. XXXIII, 21), dice il Salmista: «Morte
orribile è la morte del peccatore, dice l’Ecclesiastico,
e meno tristo di lei è l’inferno» (XXVIII, 25). Pessima
e terribile è la morte del peccatore, perché
abbandonato da Dio, dagli angeli, dagli uomini, condannato dalla sua
ragione e dalla sua coscienza, egli si sente opprimere sotto il peso
dei suoi misfatti e cade in preda al dolore, alla disperazione e ai
demoni. Orrenda è la sua morte, perché egli vede già,
per così dire, le fiamme dell’inferno investirlo e
consumarlo… Alla morte, scrive il grande Apostolo, i peccatori
soffriranno le pene dell’eterna dannazione (II Thess. I, 9).
In quel punto comincerà ad avverarsi la parola del Salmista:
«Il Signore renderà agli empi le loro iniquità, e
li perderà nella loro malizia» (Psalm. XCIII,
23).



7. ESEMPI RICAVATI
DALLA MORTE DI ALCUNI EMPI. – La Sacra Scrittura ci narra che Dio
percosse l’empio Antioco di una piaga invisibile e incurabile; dolori
atroci e spasimi crudeli ne laceravano le viscere; dal suo corpo
scaturivano vermi, le sue carni cadevano corrotte a brani, ed egli
viveva in mezzo a tanti dolori; e il puzzo che da tanta corruzione si
levava era tale, che il suo esercito non poteva soffrirlo (II Machab.
IX, 5, 9). Così moriva Antioco maledetto, da Dio e dagli
uomini. E di morte con simile finiva Erode Ascalonita, l’uccisore
degli innocenti, il persecutore di Gesù Cristo; né
altra sorte toccò al nipote suo Erode Agrippa. Considerate
quale morte incontrarono l’ostinato Faraone e l’empio Baldassarre, e
il traditore Giuda…
Nerone, ridotto a doversi uccidere
di proprio pugno, non poté riuscirvi se non con l’aiuto di
Apafrodito, suo famigliare… Domiziano fu ucciso da un suo
liberto… Settimio Severo morì di disgusto, lasciando un
figlio che aveva attentato alla sua vita e che uccise poi il proprio
fratello. Tutta la sua famiglia perì miseramente… Massimiano
cadde trucidato dai propri soldati… Decio rimase sepolto in una
palude… Gallo fu ucciso un anno dopo che aveva ordinato la
persecuzione… Valeriano e Aureliano finirono di morte violenta…
Caro, che si faceva chiamare dio, cadde incenerito dal fulmine.
Numeriano suo figlio fu scannato dallo zio Apro; un altro figlio di
Caro, da Diocleziano; Diocleziano terminò col veleno una vita
divenutagli pesante e odiosa, una vita macchiata di orribili
delitti… Massimiano Erculeo fu costretto a strangolarsi con le
proprie mani… Galerio vide, come Antioco, la sua carne cadergli a
brani, rosa dai vermi… Massimino Daia lasciò la vita tra
spasimi atroci… Massenzio, sconfitto da Costantino, cadde nel
Tevere e vi affogò… Licinio fu messo a morte… Tutti sanno
come finì Giuliano l’Apostata…
Quasi tutti gli
eresiarchi finirono malamente e di morte inaspettata. Manete ebbe
strappate le viscere dal corpo, per ordine del re di Persia…
Montano s’impiccò… Alcuni Donatisti avendo gettato la santa
Eucaristia ai cani, furono immediatamente messi in brani da quegli
animali divenuti arrabbiati… Ario lasciò l’anima insieme con
gl’intestini… Priscilliano fu decapitato per ordine del tiranno
Massimo… Leone l’armeno, iconoclasta, fu assassinato in chiesa…
Eraclio, fautore del monotelismo, fu colto da morte subitanea e
spaventosa… Valente, ariano, fu vinto dai Goti e bruciato…
Anastasio, partigiano di Eutiche, perì colpito dal fulmine. I
vermi rosero la lingua del bestemmiatore Nestorio… Lutero morì
soffocato nel suo letto, dopo una lauta cena, ed uno storico
contemporaneo racconta che una frotta di diavoli, sotto sembianza di
corvi, volarono attorno al suo corpo orribilmente gracchiando, e
l’accompagnarono fino alla tomba… Zuinglio lasciò la vita in
una battaglia. Calvino, divorato dai vermi, spirò
bestemmiando… Enrico VIII, re d’Inghilterra, morì da
disperato… Questi ed altri casi della morte spaventosa dei grandi
peccatori stanno registrati nella Storia Ecclesiastica; del
resto la propria esperienza può avere insegnato a ciascuno
quanto riesca disgraziata in generale la morte dei malvagi induriti
nel male.

8. LA MEMORIA DEI
PECCATORI FINISCE NELLA MALEDIZIONE. – «Il loro ricordo si è
spento col rumore che destò la loro morte» (Psalm.
IX, 7), dice il profeta. E in altro luogo così parla
all’empio: «Iddio ti distruggerà per sempre; ti
schianterà e ti porterà via d.alla tua casa; ti
sradicherà dalla terra dei viventi» (Psalm. LI,
5).
«Il Signore,
leggiamo nella Sapienza, si riderà degli empi. Cadranno
disonorati e diventeranno oggetto di obbrobrio tra i morti in eterno.
Il Signore li stritolerà nel loro orgoglio fattosi muto e li
strapperà dalla loro base; gemeranno oppressi da mali e il
loro nome sparirà dalla memoria degli uomini» (Sap.
IV, 18-19). «La memoria del giusto, dice il Savio, vivrà
tra le lodi; il nome degli empi marcirà nell’infamia»
(Prov. X, 7). Il nome dell’empio, la sua gloria e la sua fama
spandono fetore di morte; avrà per sua porzione l’oblio e il
disprezzo. Il loro nome cadrà infracidito, cioè sarà
calpestato e scomparirà come tronco secco e tarlato divelto
dal turbine e gettato lungo la pubblica strada. Non essendo condita
del sale della virtù e della saggezza divina, la loro fama si
corrompe, e si attirerà l’esecrazione e la maledizione
universale. La gloria temporale degli empi si oscura e svanisce; di
modo che gli uomini, quando se ne parla, li biasimano, li straziano,
li nominano con orrore… «Vi sono di quelli, dice
l’Ecclesiastico, di cui non si conserva memoria; perirono come
se non fossero mai esistiti, nacquero ed è come se non
avessero mai veduto la luce; e i figli degli empi dividono la sorte
dei padri loro» (Eccli. XLIV, 9)… Detestati in vita,
aborriti in morte, saranno ancora maledetti al di là del
sepolcro.

9. CHI VIVE LONTANO
DA DIO MUORE IN SUA DISGRAZIA. – «Già sovente l’ho
detto, scriveva S. Paolo ai Filippesi, ed ora piangendo lo ripeto: vi
sono molti che vivono da nemici della croce di Gesù Cristo;
molti la cui fine è la perdizione, i quali adorano il ventre e
mettono la loro gloria in ciò che forma il loro disonore e
altro non gustano che le cure terrene» (Philipp. III,
18-19).
«Se non temete
il peccato, scrive S. Agostino, temete la morte, perché il
peccato consumato genera la morte. Se non temete il peccato, temete
le conseguenze del medesimo, vi spaventi l’abisso al quale vi
conduce. Il peccato è dolce, ma è amara la morte nel
peccato. Questa è la disgrazia degli uomini, che morendo
lasciano gli oggetti per possedere i quali si erano abbandonati al
peccato, ed altro non portano con sé che il peccato il quale
li brucerà in eterno (Homil. ad pop.)». Strana
illusione dei peccatori! Essi non badano che il piacere del peccato,
di cui vorrebbero godere in eterno, sfugge loro subito; e che il
castigo del peccato, al quale vorrebbero sottrarsi, non si
allontanerà mai da loro!…
Di essi dice il Salmista: «Le nazioni
sprofondarono nell’abisso di morte che esse medesime si sono scavate;
il loro piede fu colto al laccio che esse medesime avevano teso…
Gli empi siano precipitati nell’inferno insieme con tutte le genti
che dimenticano Dio» (Psalm. IX, 15, 17). «Ecco
che quelli i quali si allontanano dal Signore, periranno; e saranno
travolti nell’abisso di perdizione» (Id. LXXII, 26)
(LIV, 24).
«La giustizia
divina, secondo l’osservazione di S. Agostino, si vendica del
peccatore permettendo che, avendo egli dimenticato Iddio in vita,
dimentichi se stesso in morte (Homil. ad pop.)». I
disgraziati andranno dicendo sul letto di morte: «Noi non
abbiamo voluto dare nessun segno di virtù nei giorni della
nostra vita ed eccoci ora divorati dalla nostra malvagità»
(Sap. V, 13).
Ascoltiamo dunque
l’avviso dell’Ecclesiaste, e «premuniamoci contro il
giorno cattivo» (VII, 15), schivando il male e facendo il bene,
secondo la regola del profeta (Psalm. XXXVI, 27). Guardiamoci
dall’imitare quel cieco peccatore di cui il medesimo profeta scrive,
che «non ha voluto comprendere per non essere obbligato a
impiegarsi in buone opere» (Id. XXXV, 3).