I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Il Prete (II)

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

 6. Pene e pericoli ai quali va soggetto il prete
 7. Obbligo di lavorare alla salute delle anime.
 8. Meriti e ricompense che procura n lavorare alla salute delle anime.
 9. Buon esempio che deve dare il prete.
10. Santità e perfezione che deve avere il sacerdote.

6. PENE E PERICOLI AI QUALI VA SOGGETTO IL PRETE. – «Chi desidera l\’episcopato (la carica di pastore), desidera un bel lavoro», scriveva S. Paolo a Timoteo (I, III, 2). Notate, commenta qui S. Gerolamo, «che il ministero sacerdotale è chiamato dall\’Apostolo un lavoro, non una dignità; una fatica non un passatempo; un\’opera che deve. indurre all\’umiltà, non provocare all\’orgoglio (Epl. LXXXIII, ad Ocean.)». Chi desidera il sacerdozio, desidera un\’opera grave di travagli, irta di spine, abbondante di sudori, di privazioni, di persecuzioni, di stenti. Un\’opera della quale ben si può dire con tutta ragione, quello che della temporale sovranità disse Antigono, re di Macedonia, al figlio: Non sai che splendida servitù è la dignità nostra reale?
Sì, il prete è soggetto a dura servitù, alle pene, ai dolori, a ogni genere di sacrifizi: «Riconoscete, scriveva S. Gregorio, che non a titolo di riposo, ma ad eccitamento a fatica, ci fu dato il nome di pastore. Mostriamo dunque nelle opere quello che siamo nel nome (Lib. IV, Epist. V)»… Pene e travagli seguono il sacerdote sul pergamo…, nel confessionale…, al letto dei malati… Quante insonnie, quanti affanni, quante sollecitudini!… Che terribile responsabilità è mai la loro!
«Ah io vedo tutti i Santi tremare, compresi di terrore, alla vista del grave carico che importa il divi il ministero (Epl. ad Mor. Rom.)», esclama atterrito S. Cipriano. E con ragione, poiché non vi è, dice S. Agostino, uffizio più faticoso insieme e pericoloso dell\’uffizio sacerdotale (Epist. XXII); non comune virtù esso infatti richiede, dovendo il sacerdote schivare non solo le colpe gravi, ma anche le leggere, come osserva S. Ambrogio (Epl. XXV); bisogna inoltre pensare, soggiunge S. Gregorio, che tanto più cresce la materia e la severità del conto che s\’avrà da rendere, quanto più sono numerosi e insigni i doni ricevuti (HomiL Xl. in Evang.). Se è vero, dice S. Agostino, che potrà appena ciascuno rendere ragione di se stesso nel giorno del giudizio, che cosa sarà mai dei sacerdoti ai quali Dio chiederà conto delle anime altrui? (Homil. VII).
«Se i sacerdoti vivono nel peccato, anche il popolo si volge al malfare, dice il Crisostomo; ma mentre ciascuno rende conto delle proprie colpe, i sacerdoti dovranno rendere conto dei peccati altrui (Homil. XXXIII, in Matth.)». Perciò non fa meraviglia se il medesimo Santo usciva in queste, che a prima giunta paiono avventate parole: «Non so se alcun direttore di anime possa andare salvo» (Epl. XXXIV); e se altra volta aggiungeva: «Non fa per dire, ma parlo come la sento: per me credo che siano pochi i sacerdoti che si salvino, e che i più si dannino (Homil. III, in Act. Apost.)».
All\’ordine dei, sacerdoti può applicarsi quel testo del salmo LXXXI: «Iddio sedette nell\’assemblea degli dèi: e in mezzo a loro giudica gli iddii». – «Grande dignità, ma gran peso!» esclama S. Lorenzo Giustiniani (Psalm. cap. XI). «Arte delle arti è il regime delle anime», dice S. Gregorio (Pastor.). E’ commendevole il detto dell\’Imperatore Leone: «Chi è richiesto di consecrarsi prete, si nasconda; chi è invitato, prenda la fuga; non sia ammesso se non colui il quale non ha nessuna ragione di rifiutarsi, e che vi è costretto in virtù di obbedienza (Lib. XXXI, de Episc. et Clericis)». Anche S. Bernardo sentenzia che chi supplica per essere prete è già giudicato; quindi assegna per regola al vescovo, che non solleciti ad entrare nel clero se non i ritrosi e quelli che vi si rifiutano (De Consider., 1. II, c. V). Il Savio disse: «Non cercare di diventare giudice, se non ti senti di tener fronte e conquidere il mal costume» (Eccli. VII, 6). Chi sa di essere schiacciato sotto il peso delle proprie iniquità, non deve farsi giudice delle altrui.

7. OBBLIGO DI LAVORARE ALLA SALUTE DELLE ANIME. – «Divinissimo è l\’uffizio di cooperare alla conversione delle anime», dice S. Dionigi Areopagita (De Eccles. hier, c. XIII); ma esso porta l\’obbligo a chi lo veste di attendervi con tutto l\’animo: perché i preti sono i condottieri del gregge di Cristo (AMBROS. De div. sac. c. II); e loro speciale attributo è strappare anime al mondo scellerato e darle a Dio (ANSELM. In Monolog.). Di modo che S. Gerolamo scriveva a un sacerdote: «Se vuoi esercitare il ministero del prete, fa che lucro dell\’anima tua sia procurare la salvezza degli altri (Epl. XIII)».
L\’obbligo di lavorare per estirpare il peccato dalle anime stringe così strettamente il sacerdote, che se manca a questo dovere il Crisostomo lo avvisa che i peccati altrui divengono peccati suoi propri; e sovente accade che un sacerdote, il quale non andrebbe dannato per le sue colpe, si perda per le colpe altrui da esso non impedite (Hom. III, in Act.)». «Se il prete, continua il medesimo Santo, si propone di salvare solamente l\’anima sua, e trascura quelle degli altri, sarà cacciato con gli empi nel fuoco eterno (Hom. XL)». Infatti nobilissima e preziosissima cosa, esclama S. Bernardo, è un\’anima riscattata col sangue di Gesù Cristo (Serm. in Pass.). Ella è tanto nobile e preziosa, dice S. Giovanni Crisostomo, che nessuna cosa del mondo, né tutto il mondo medesimo può uguagliarne il valore. Perciò, faceste voi elemosine immense, non fate mai tanto, quanto se convertite anche solo un\’anima (Homil. III, in Act.).
Lo stesso dicono a questo proposito anche S. Prospero, S. Ilario, S. Tommaso: «Chi ha la missione di predicare, scrive il primo, meni pure santissima vita; se egli trascura, o per timore o per umani riguardi, di riprendere quelli che vivono male, andrà perduto insieme a tutti quelli che per il suo silenzio perirono. E che cosa gli gioverà non essere punito per i suoi peccati, se lo sarà per i peccati altrui? (De Vita Contemp., 1. I, c. XX)». I sacerdoti si dannano per l\’iniquità dei popoli, sentenzia il secondo, quando non li istruiscano se ignoranti, non li correggano se malviventi (Sentent. 1. III, c. XLVI)». Finalmente in S. Tommaso troviamo che, se il prete, per ignoranza o per negligenza, non insegna al popolo la via della salute, egli sarà colpevole presso Dio delle anime che perirono sotto la sua condotta (Opusc. LXV).
S. Paolo assegnava a Timoteo come compito del suo ministero il vigilare il suo popolo, il non ricusare fatica, attendere all\’uffizio di evangelista, l\’adempiere tutte le incombenze sue (II Timoth. IV, 5). Il prete deve immaginarsi che il popolo cristiano gridi a lui come già gli Egiziani affamati a Giuseppe: «Dàcci del pane; or perché morremo noi di fame, sotto gli occhi tuoi? La nostra salute è nelle tue mani» (Gen. XLVII, 15-19); egli deve applicare a se stesso quelle parole dette da Giuditta ai sacerdoti ebrei: «Fratelli, giacché voi siete i sacerdoti del popolo di Dio, e da voi dipende l\’anima loro, guadagnate i loro cuori alla vostra parola» (IUDITH. VIII, 21). A lui è diretta quell\’intimazione d\’Isaia: «Ascendi su la vetta del monte, tu che evangelizzi; innalza quanto puoi la voce; grida con quanto fiato hai» (ISAI. XL, 9). Innalzatevi, o sacerdoti, fino a Dio, perché tutti vi vedano e intendano la vostra voce.
A giudizio di S. Basilio i predicatori devono essere: l° pastori…; 2° medici…; 3° genitori e nutrici…; 4° aiuti di Dio…; 5° piantatori di alberi nel dominio del Signore…; 6° architetti nel tempio di Dio (Homil. in Psalm.). S. Ilario li chiama seminatori per l\’eternità.

8. MERITI E RICOMPENSE CHE PROCURA IL LAVORARE ALLA SALUTE DELLE ANIME. – Quanto grande tesoro di meriti si procuri chi lavora alla salute delle anime, si vede da ciò, che è questa la sola opera intorno a cui si occupa Dio il quale di nient\’altro si dà pensiero, al dire di Clemente Alessandrino, se non di salvare l\’uomo (Admon. ad Gentes), e niente, secondo il Crisostomo, gli è più grato, niente gli sta più a cuore, niente prova più chiaramente ed efficacemente la fedeltà nel servizio di Dio è l\’amore a Gesù Cristo, quanto quel grande atto di carità che è il lavorare alla salute dei propri fratelli (Homil. in Genes.Homil. XXXI, ad pop.). «Volete voi onorare veramente Iddio? dice S. Lorenzo Giustiniani: Non l\’onorerete mai meglio che impiegandovi a salvare anime (De contempl. P. 2.a, n. 3)». S. Giovanni Crisostomo dice che «la salute del prossimo si deve preferire al martirio» (Homil. ut sup.).
Quelli che lavorano a salvare anime, sono nubi feconde che elevandosi lasciano cadere la pioggia fecondatrice della dottrina; tuonano per le minacce dei giudizi di Dio; splendono per le virtù e i buoni esempi… Quante anime si conducono a salvamento, tante corone e troni ci prepariamo nel cielo… Lavorare alla salute delle anime è un lavorare con Gesù Cristo; equivale ad essere un altro Gesù Cristo, un altro Salvatore e Redentore.
«Fratelli miei, scrive l\’Apostolo S. Giacomo, se alcuno devia dal retto sentiero, ed un altro ve lo rimette, sappia costui che chi riduce a conversione un peccatore, salverà l\’anima sua dalla morte, e coprirà la moltitudine dei suoi peccati» (IACOB. V, 19-20). Ora che ricompensa, che gloria non è mai il procurare la salvezza di un\’anima! Questo si rileva, 1° dal pregio di un\’anima; 2° dall\’esempio del Salvatore; 3° da ciò, che è questa l\’opera, non dico degli Angeli, ma di Dio medesimo; 4° dall\’esempio degli Apostoli e degli altri Santi; 5° da ciò, che in quest\’opera consiste la perfezione della carità e della virtù; 6° dalla mercede promessa, che è di salvare dalla morte l\’anima propria e quella del prossimo; di coprire la moltitudine dei peccati e propri e altrui.
E se, come nota S. Gregorio, fa un\’azione degna di preziosissima ricompensa chi scampa alla morte un corpo che pure tosto o tardi deve morire, qual merito, qual gloria non si acquista chi libera dalla morte un\’anima che ha da vivere eternamente nel cielo? Tante corone si guadagnano, quante anime si riconducono a Dio (Moral.. lib. XIX, c. XVI). Perciò S. Agostino non esita a sentenziare: «Hai tu salvato un\’anima? hai predestinato la tua» (In Isai.).
O voi che vi affaticate intorno alla salute delle anime, udite la promessa che vi fa l\’Apostolo S. Pietro: «Quando comparirà il Principe dei pastori, ne avrete un\’immarcescibile corona di gloria» (I PETR. V, 4). Immensa e magnifica sarà tale corona, perché l° sarà proporzionata all\’immensa carità degli uomini di Dio; 2° proporzionata al loro zelo ammirabile; 3° la gloria del gregge si, rifletterà sul pastore; perciò tante corone avranno i santi pastori, quante saranno le pecore da loro condotte alla salute eterna. Nel giorno del giudizio, per sentenza di Papa S. Gregorio Magno, S. Tommaso condurrà seco gli Indi, S. Andrea l\’Acaia, S. Giovanni l\’Asia, S, Paolo l\’universo intero (Pastor.). E appunto perché si vedeva soprastare sul capo questa splendentissima corona, l\’Apostolo delle genti assicurava a se stesso di non essersi affaticato invano, di non esser corso a vuoto (Philipp. II, 16); ed esigeva che i sacerdoti i quali bene governano, e specialmente quelli che si applicano alla predicazione ed all\’insegnamento, fossero rimunerati di doppio onore (I Tim. V, 17). E da uno stuolo di sacerdoti l\’Apostolo S. Giovanni udiva cantarsi in cielo: «Signore, ci hai fatti re e sacerdoti per il servizio del nostro Dio, e noi regneremo» (Apoc V, 9-10).
Leggiamo nei Proverbi, che «l\’anima la quale benedice, prospererà, e chi inebria, sarà inebriato» (Prov. XI, 25). Ora chi più e meglio del buon prete benedice? Chi inebria al pari di lui di un\’ebbrezza tutta divina? Anch\’egli sarà benedetto di singolare benedizione, anch\’egli sarà beato di celesti delizie. Si possono a tutta ragione riferire al buon sacerdote quegli elogi che di Mosè e di Aronne fa la Sacra Scrittura. Egli piacque a Dio ed agli uomini, e la sua memoria è benedetta. Il Signore l\’ha uguagliato in gloria ai Santi dei primi giorni. L\’ha glorificato in presenza di re e gli ha dato a vedere la sua magnificenza. Ha stretto con lui alleanza eterna; l’ha vestito del sacerdozio del suo popolo, e inebriato di felicità e di glorie, l\’ha cinto d\’una fascia di onore, l\’ha coronato di splendentissimo diadema. (Eccli. XLV).

9. BUON ESEMPIO CHE DEVE- DARE IL PRETE. – Il Sacro Concilio di Trento dice che i papali tengono fisso lo sguardo nei preti come in uno specchio, per trarne quindi l\’immagine ed il modella della loro condotta (Sess. XXII, c. I). Perciò il grande Apostolo esortava Tito che si mostrasse in tutto ma dello di buone opere, nella dottrina, nella gravità, nell\’integrità; affinché quelli che sono nemici del sacerdozio, ne abbiano rispetto, non trovando nulla di male da dire sul conto suo (II, II, 7-9). «La luce del gregge, dice anche S. Gregorio Papa, sta nel buon esempio, nello zelo ardente del pastore. Importa assai che il pastore splenda per i suoi costumi e per la sua santa vita, affinché il popolo che gli è confidato passa trovare, come in uno specchio, nella sua condotta quello che deve fare e che deve correggere in se stesso (Lib. VII, epist. XXXII)».
Gesù Cristo affermò a lode del Battista, che questi era una lucerna ardente e lucente (IOANN. V, 35). S. Bernardo commenta così queste parale: «È cosa vana lo splendere solamente; piccola, il solamente ardere; piena e perfetta, l’ardere insieme e risplendere. Giovanni Battista era lucerna ardente e lucente; non lucente ed ardente, perché la luce di lui veniva dal suo fervido zelo, non questo da quella (Serm. de Nativ. Ioannis Baptistae)». Lo stesso pensiero espresse in altri termini S. Gregorio Nazianzeno, quando disse di S. Basilio, che la sua voce era un tuono, perché folgore era la sua vita (De Consid. 1. II).
«Io onorerò il mia ministero» (Rom. XI, 31), scriveva S. Paolo ai Romani. Ora come si onora dal prete il ministero sacerdotale? «Onorerete il vostro ministero, o sacerdoti, risponde S. Bernardo, con la gravità dei costumi, con l\’assennatezza dei consigli, con l\’onestà dei fatti. Queste sono le cose che dànno vero lustro e nobiltà all\’uffizio sacerdotale. Voi onorerete il vostro ministero, se avrete costumi illibati, se vi applicherete alle cose spirituali, se v\’impiegherete in buone opere (De Consid. 1. II)». Altra volta esortando i sacerdoti ad essere serbatoi, non gronde, perché queste dànno tutto quello che ricevono, mentre quelli dànno soltanto, quando sono così pieni da riboccare, e dànno solo quello di cui rigurgitano, e lamentando che ai giorni suoi molti canali o gronde vi fossero nella Chiesa, ma pochi serbatoi, propone loro l\’esempio di Gesù Cristo il quale, essendo fonte di vita, pieno in se stesso, cominciò a riempire della bontà sua i cieli, quindi venne su la terra e salvò col soverchio della sua pienezza gli uomini; visitò il mondo e l\’inebriò; e conchiude: fate dunque anche voi il medesimo; riempitevi, lavorate poi a diffondere dovunque la vostra abbondanza (Serm. XVIII, in Cantic.).
Gesù Cristo ripeté tre volte a Pietro: Pasci le mie pecore, per mostrare che è dovere dei pastori nutrire i greggi loro in tre modi, con la parola della verità, con l\’esempio della vita, con la elemosina…; pascerli, secondo la frase di S. Bernardo, con la mente, con la bocca, con l\’opera; pascerli con l’orazione dell\’anima, con l\’esortazione della parola, con la pubblicità del buon esempio (Serm. II, de Resurrect.). È infatti verissima l\’osservazione di S. Gregorio Papa, che i più ubertosi pascoli per le greggi sono gli esempi dei pastori (Pastoral.).
Noi siamo spettacolo al mondo, agli Angeli, agli uomini, quindi dobbiamo menare una vita degna del Vangelo di Cristo, dice S. Paolo; e farci pienamente modelli al gregge, dice S. Pietro (I Cor IV, 9), (Philipp. I, 27), (I PETR. V, 3). Quindi il predicatore della Chiesa, secondo l\’avvertimento di S. Gregorio, veglia sollecito sopra se stesso e sopra quanto gli esce di bocca, per evitare il vizio della vanagloria in quello che predica di bene, perché non avvenga che la sua vita discorde dalle parole e perda, vivendo male, non ostante che parli bene, quella pace che predica nella Chiesa. Ma si studia con grande cura di turare la bocca ai suoi nemici, vivendo in modo che la sua condotta dia efficacia alle sue parole, e le sue parole giustifichino la sua condotta. E in tutto ciò egli non cerca punto la sua, ma la gloria di Dio, ed umiliandosi diventa ogni giorno più grande (Moral. lib. XXIII, c. I). «La casa tua, e la tua condotta, scriveva S. Gerolamo ad Eliodoro vescovo, sono come specchi e norme di disciplina per il pubblico. Tutto quello che gli altri vedono fare a te, pretendono di farlo anch\’essi. Guardati dal fare nulla che possa essere con ragione biasimato, o non possa imitarsi senza peccato (Ad Heliod. Episcop.)».
Conviene perfettamente a un sacerdote quello che di un governatore di una città diceva, per testimonianza di Cassiodoro, il re Teodorico. Chi occupa tale posto, non può fare nulla che il popolo non lo sappia: collocato in mezzo a tutti, egli attrae gli sguardi di tutti, e la voce e il giudizio del popolo ne promulga la vita intera. Quello che voi fate in segreto, non può rimanere nascosto, perché le vostre porte sono lucerne; e quand\’anche voi le teneste gelosamente chiuse, è necessario che ciascuno vi conosca, che siate guardati da tutti i lati, e che siate sempre nella luce (CASSIOD. lib. III). Sembrano dettate più per un sacerdote che per un principe, quelle parole di Seneca: « Non più a te che al sole è permesso di stare nascosto. Tu sei in seno alla luce; tutti gli occhi stanno rivolti a te (De Clement., lib. I, c. VIII)». Lunga e mal sicura è la via dei precetti, dice il medesimo filosofo, breve ed efficace è quella degli esempi (Lib. I, epist. VI).
«Sii esempio ai fedeli, scriveva l\’Apostolo a Timoteo, nei discorsi, nel modo di vivere, nell\’amore, nella fede, nella castità» (I Tim. IV, 12), cioè, come spiega S. Gerolamo, «tale dev\’essere il trattare e il conversare e il vivere del sacerdote, che da ogni suo movimento ed atto spiri fragranza di celeste grazia (Epl. XLIII)». Altra volta scriveva a Nepoziano: «Bada che le opere tue non contrastino con i tuoi discorsi, affinché non avvenga che mentre predichi pubblicamente in chiesa, possa alcuno dire tacitamente in se stesso: «Ora perché non fai tu, quello che insegni agli altri? (Epist. II)». I fatti precedano le parole, dice S. Ambrogio; anzi le parole a nulla approdano, se non sono confortate dai fatti (Serm. LXXIX), e se nessuna voce, al dire di papa S. Gregorio, più facilmente s\’insinua nel cuore degli uditori, che quella di colui la cui vita fa degno riscontro alla predicazione (Pastor., Pars. II, c. III); perché molto più efficaci sono gli esempi che non i discorsi, e l\’insegnare coi fatti, come dice S. Leone, ha molto più forza che l\’insegnare con la lingua (Serm. in Nativ. S. Laurent.); è pur vero quel che nota Tertulliano, cioè che «i discorsi non sostenuti dal buon esempio, divengono soggetto di vergogna anziché di onore (De Patientia)».
Perciò l\’abate Cheremone diceva che l\’autorità del prete non avrà mai efficacia se egli non la insinua nel cuore dei fedeli per mezzo dei suoi buoni esempi (Ap. Cassian. Coll. XI, c. IV); e S. Paolino dava per consiglio a Gioviano, che si mostrasse non tanto sapiente in parole quanto in opere; e più che discorrerne, facesse grandi cose (Epist.). Infatti, come avverte S. Bernardo: «Se il pastore, quantunque dotto, non mena vita esemplare, si deve temere che più noccia con la sua condotta dissipata, di quello che non giovi con la sua dotta parola (Serm. LXXVI, in Cantic.)». Perciò, dice il medesimo Padre, sono potenti in opere e in parole quei sacerdoti che mostrano costumi onesti, azioni virtuose, discorsi pieni di dottrina; che sono assidui alla preghiera, gravi nel portamento, perseveranti nella carità (Serm. de tribus Ordin.).
«Aprite il cammino, mostrate la strada, sgombrate tutto ciò che riesce d’inciampo al popolo », – gridava ai sacerdoti Isaia (ISAI. LVII, 14). Il gregge segue le orme molto più che le grida: «Perché, domanda S. Gregorio Nazianzeno, armare la lingua, mentre abbiamo legate le mani? Io non giudico sapiente chi si mostra tale nelle parole: ma bensì colui che parlando poco di virtù, molto ne dimostra nelle sue azioni, e dà con la sua condotta fede e autorità ai suoi discorsi. La sapienza che spicca nei fatti, è ben più nobile ed eccellente di quella che splende nelle parole (In Distich.)».
I preti, dice Salviano, devono essere modello di virtù per tutti gli altri, precederli e sopravanzarli tutti in pietà e divozione, come a tutti soprastano in dignità ed onore; poiché non vi è cosa più vergognosa, che essere il più alto in dignità e il più spregevole per viltà di condotta. Che cosa è una prefettura senza meriti? Non altro certamente se non un titolo di onore presso colui che non è più uomo. Che cosa, è una dignità in un indegno? E una perla in una fogna. Perciò i preti che sono elevati a grande altezza per le loro funzioni, devono menare tal vita che corrisponda all\’altezza del loro ministero (Lib. ad Eccles.). Udite ancora come parla il Crisostomo: Si ricordi il prete che egli è la sentinella di tutti, affinché dia alle pecore grassi, pascoli, agli agnelli acque limpide, stermini i lupi, tenga discosti gli animali nocivi, curi i feriti, riconduca i traviati, istruisca gli ignoranti, rialzi i caduti, illumini tutti gli uomini in generale, e ciascuno di essi in particolare, animi tutto il gregge col suo buon esempio. La sua dottrina si mostri nelle parole e nelle opere; non sia mai l\’ultimo in nulla, egli che deve essere il primo in tutto. Risplenda in grazie, brilli per l\’adempimento dei suoi doveri. Sia umile nella sua autorità, sublime nella sua umiltà (Homil. de eo qui incidit in latron.).

10. SANTITÀ E PERFEZIONE CHE DEVE AVERE IL SACERDOTE. – «Bisogna che il vescovo (e lo stesso deve dirsi del prete, perché l\’episcopato non è che la pienezza del sacerdozio), nella sua qualità di economo di Dio, sia irreprensibile, non arrogante, non collerico, non violento, non cupido di turpe guadagno; ma ospitale, benigno, sobrio, giusto, santo, continente ». Così scriveva S. Paolo a Tito (Tit. I, 7-8). Si dovrebbe applicare ad ogni sacerdote l\’elogio fatto dal Nazianzeno a S. Atanasio: «Lodando Atanasio, io farò l\’encomio della virtù» (Orat. de S. Athan.).
È necessario, dice S. Gregorio Papa, che il prete sia puro nei suoi pensieri, edificante nelle sue opere, prudente nel suo silenzio, utile con la sua parola; che si accosti a tutti con la sua affabile condiscendenza, ma s\’innalzi sopra tutti con la contemplazione; che si unisca a quelli i quali fanno il bene e si opponga a coloro che fanno il male, che non trascuri i suoi doveri esteriori, occupandosi esclusivamente del suo interiore, né che dimentichi i doveri interiori, per consecrarsi tutto alle cure esteriori (Pastor., part. 2a, c. VII). Egli, come capo del gregge, deve avanzare in virtù tutti i fedeli, nota qui il Crisostomo, come il sole vince in splendore tutti gli astri. Gli tocca essere un Angelo non soggetto né ad agitazione né a vizio. Il Signore ha scelto i sacerdoti perché siano i fanali, le colonne, i maestri, le guide degli altri; perché vivano da Angeli in mezzo agli uomini, come uomini fatti in mezzo a ragazzi, come spirituali in mezzo a persone carnali; affinché i popoli traggano immense ricchezze dalla loro santità e perfezione (Homil. X, in Timoth. III).
«Sublime dignità, ma grande peso è quello dei sacerdoti! esclama S. Lorenzo Giustiniani. Collocati nel più alto luogo, bisogna che giungano al sommo delle virtù; altrimenti, si trovano al primo posto non per essere premiati, ma per essere severamente giudicati (De Iust. praelat. c. XI)». Di quanta santità e perfezione infatti non dev\’essere adorno il prete che S. Giovanni Climaco chiama il legato, il patrono, l\’avvocato del mondo, l\’uomo che può fare violenza a Dio, il collega degli Angeli, l\’abisso della scienza, il depositario dei misteri celesti, il guardiano dei segreti divini, la salute degli uomini, il dominatore dei demoni, la falce dei vizi, il padrone dei corpi? (Grad. IX).
Ecco ciò che scriveva S. Bernardo a Papa Eugenio, e fate conto che le sue parole siano rivolte a ogni ministro di Dio: «Considera che tu devi essere il modello della giustizia, lo specchio della santità, l\’esemplare della pietà, il propugnatore della verità, il difensore della fede, il duce dei cristiani, l\’amico dello sposo, il paraninfo della sposa, il pastore dei popoli, il maestro degli ignoranti, il rifugio degli oppressi, l\’avvocato dei poveri, la speranza dei miseri, il tutore dei pupilli, il giudice delle vedove, l\’occhio dei ciechi, la lingua dei muti, il bastone dei vecchi, il vendicatore delle iniquità, il terrore dei malvagi, la gloria dei buoni: verga dei potenti, martello dei tiranni, sale della terra, luce dell\’universo; il sacerdote dell\’Altissimo, il Cristo del Signore (De Consider. l. IV, c. IV)». Chi mai, pensando a questo, non converrà col Crisologo nel dire che i preti hanno, più che una dignità, un peso? (Serm. III).
Salviano dice che Dio fa, della perfezione cristiana, ai laici un consiglio, ai preti un comando (De Eccles. cath. l. II). Questo pensiero del santo Sacerdote di Marsiglia, concorda con quella sentenza del Crisostomo: «Il prete deve tenere una condotta irreprensibile» (Epist. VI, ad Iren.). Infatti, allorché gli Apostoli vollero costituire dei diaconi, dissero alla moltitudine congregata che scegliessero tra di loro quelle persone che godevano miglior fama e si mostravano più piene di Spirito Santo, e di sapienza (Act. VI, 3). Se tali qualità richiedevansi nei diaconi che dire dei sacerdoti? Non dovrebbe Gesù Cristo poter dire di ciascuno di loro: «Costui è per me un vaso di elezione»? (Act. IX, 15).
S. Paolo parlando di Gesù Cristo dice che conveniva che noi avessimo un tal pontefice santo, innocente, immacolato, separato dai peccatori e più sublime dei cieli (Hebr. VII, 26). Ora perché di tali qualità non dovrà essere fornito un sacerdote, luogotenente di Cristo? un sacerdote il quale amministra ogni giorno quei misteri nei quali, al dire del Crisostomo, non vi è nulla di terreno, ma tutto è spirituale e celeste, come gli inni angelici, le chiavi del regno dei cieli, la remissione dei peccati? Ah! diciamo pure col medesimo Padre: Se la vita dei sacerdoti dev\’essere una vita celeste, perché non sono celesti tutte le cose che essi fanno? (Homil.). Dello stesso avviso sono S. Gregorio Magno, il quale insegna che il prete deve essere morto al mondo e a tutte le passioni, per vivere di una vita tutta divina (Pastor. p. I, c. IX); S. Ambrogio, secondo il quale il sacerdote deve andare tanto innanzi in santità ai laici, quanto la grazia che a lui è data, supera quella dei semplici fedeli (Lib. III, Epist. XXV); S. Gregorio Nazianzeno che lasciò scritto: «Importa sopratutto nei sacerdoti, che si mostrino tanto innanzi in virtù, da sembrare creature piuttosto celesti che umane; e possano prima purgare se stessi e poi gli altri, addottrinare sé per insegnare agli altri; si facciano lumi per rischiarare i popoli; si accostino a Dio per condurvi le anime; sieno santi e perfetti per santificare e perfezionare gli altri (In Distich.)».
Bisogna che il prete sia una colonna per la fede, una regola per l\’equità; bisogna che in lui sia purità d\’intenzione, sublimità di contemplazione, che sia sostegno agli altri con parole di consolazione, con le sue preghiere, con i suoi esempi. «Il sole, scrive S. Ambrogio, è l\’occhio del mondo, la bellezza del giorno, lo splendore del firmamento, la misura del tempo, la forza ed il vigore degli astri (Offic. lib. I, c. VII)», tale deve essere il sacerdote. Il suo ritratto dev\’essere come quello che di S. Bernardo ci lasciò dipinto il suo storiografo, dicendo: Bernardo si mostrava sempre sereno in volto, semplice e modesto nell\’abito, riservato nelle parole, prudente nei fatti, assiduo alla sua santa meditazione, fervente nella preghiera, magnanimo nella fede, fermo nella speranza, pieno di carità, sublime nell\’umiltà, modello di pietà, ammirabile nei consigli, risoluto nelle imprese, lieto tra gli oltraggi, avveduto nella condiscendenza; di costumi dolcissimi e pieno di meriti, sovrabbondava di sapienza, non meno che di virtù e di grazia, innanzi a Dio e agli uomini.
Ai sacerdoti si riferiscono quelle parole di Dio, nell\’Esodo: «Voi sarete santi ai miei occhi» (Exod. XXII, 31); e loro dice in modo tutto speciale Gesù Cristo quello che diceva Gedeone ai suoi soldati: «Fate tutto quello che vedrete farsi da me» (Iudic. VII, 17). E al consecrarsi di ogni nuovo sacerdote, il Signore ripete ai popoli quello che disse ad Israele per riguardo alla scelta da lui fatta di Samuele: «Io susciterò per me un sacerdote fedele che si regolerà secondo i voti ed i voleri miei: ed io gli edificherò una dimora stabile, e camminerà con sicurezza tutti i giorni innanzi al mio Cristo» (I Reg. II, 35). Guai a quel sacerdote che non avvera in sé questo pronostico di Gesù Cristo! Ricordi che, annunziando esso gli oracoli divini, diventa divino (DIONYS. AREOPAG. De coelest. Hierarch.), e che tanto deve avanzare in santità e perfezione il rimanente dei fedeli, quanto l\’uomo è superiore ai bruti (CHRYSOST. Homil. III, in Act.).
Non vedete voi, dice S. Ambrogio, che niente di terreno si deve incontrare nei preti, niente di comune, niente di somigliante con la plebe? L\’altezza del sacerdozio esige la gravità e la perfezione. Come potrà il popolo rispettare un prete che veda simile a sé? Che cosa potrebbe ammirare nel sacerdote, se questi vivesse come lui? La plebe avrà sempre in dispregio quel sacerdote in cui non vedrà nulla di particolare. Quale idea volete voi che il popolo si formi di un prete in cui rilevi le medesime imperfezioni che in sé scorge e deplora? Siamo dunque per la nostra vita superiori agli altri uomini, e siano i nostri portamenti tali, che riducano al silenzio i nostri avversari. Sia irreprensibile la nostra condotta, la nostra virtù non comune, la nostra fede sublime, la nostra vita esemplare, il nostro. eroismo perseverante, la nostra tendenza invariabile verso il cielo (Epist. VI, ad Iren.).
«Sia il pastore sempre il primo alle buone opere, dice S. Gregorio Papa, affinché mostri con la sua santità e con la sua perfezione, la via del paradiso al suo gregge, e colui che segue la voce e i costumi del pastore, avanzi nella virtù, infiammato e diretto dai buoni esempi di lui, meglio ancora che dai buoni discorsi… La vita del predicatore suona ed arde: è ardente in desideri, rimbombante in parole. Importa che siano potenti in precetti, compassionevoli con i deboli, terribili nelle minacce divine, soavi nelle esortazioni, umili nell\’esercizio della loro autorità, superiori alle cose periture per il disprezzo in cui le hanno, forti nel sopportare le avversità (Pastor. pars II)». S. Isidoro di Pelusio raccomanda al prete che ami la solitudine ed il ritiro; vuole che sia tutto fede, tutto divozione, tutto amore al lavoro; industrioso e attento a trovare mezzi da salvare il prossimo, di un carattere irreprensibile, esattissimo nell\’osservanza della disciplina, assiduo alla santa meditazione, intrepido tra i pericoli di morte. Insomma, là sulla santità deve differire da quella di ogni altro buon fedele, come il cielo differisce dalla terra (Lib. II, Epist. CCV). Secondo il Cartusiano, il vescovo e i preti devono essere giunti a tale perfezione che in mezzo. alle passioni ed alle cadute del popolo, durino immobili in ogni genere di virtù, in splendore di ragione, in luce di saviezza, per vincere il male col bene, per reprimere e riformare con la loro vita celeste, i vizi degli uomini, essendone essi la regola ed il modello (De Sacerdot.).
La prima dote di un buon prete, è l\’innocénza della vita, l\’austerità e la santità dei costumi; la seconda, è il ritiro e la meditazione; la terza, la libertà di parlare e di riprendere; la quarta, una pazienza invincibile ed un coraggio eroico; la quinta, uno zelo ardente per l\’onore ed il culto divino… La Sacra Scrittura osserva che Giuda Maccabeo scelse sacerdoti immacolati, osservatori della legge divina, i quali purificarono il tempio (I Mach. IV, 42-43). «I rivi che conducono acque irrigue, osserva il Crisostomo (Homil.), partono da fonti che scaturiscono da alti poggi. Siamo dunque anche noi, sacerdoti, di una grande elevazione d\’anima, e allora la misericordia non tarderà a spandersi e vivificare».
S. Agostino dice che il chierico, nell\’atto stesso in cui entra nel chiericato, si obbliga, alla professione di santità (Serm. LXXXIII, de Divers.); alla quale, osserva S. Gerolamo, è poi continuamente eccitato e dall\’abito che veste e dalla condizione in cui si trova (Epist. LVIII). E infatti, se professano che Dio è la porzione della loro eredità, nient\’altro devono curare, dice S. Ambrogio, che Iddio (De fuga saec. lib. II, c. II). «E che audacia sarebbe mai quella di un prete, dice S. Gregorio, che si presentasse a Dio come intercessore per i misfatti altrui, conoscendosi lordo egli medesimo delle stesse colpe? (Pastor. Pars. I)». È necessario, dice Papa Ormisda, che siano irreprensibili coloro i quali sono preposti a correggere gli altri. (Epist. CCL); monda e candida deve essere quella mano che deve lavare le macchie degli altri (GREGOR. M. Pastor. p. I, c. IX), e «nessuno, dice S. Dionigi, osi farsi guida agli altri nelle cose celesti, s\’egli non si è già reso, per lungo esercizio di virtù, somigliantissimo a Dio (De Eccles. hierarch. c. III)».
Un Concilio di Cartagine (Can. XLIV), intimava ai chierici che vivessero affatto lontani dal consorzio del secolo, ossia dei mondani. Il sacro Concilio di Trento esige che nelle persone del clero, e vita, e costumi, e abito, e portamento, e gesto, e parola, tutto insomma spiri gravità e inviti alla pietà (Sess. XXII, c. I, de Reform.). Dai Concilii poi di Nicea (Can. X), di Cartagine (Can. LXVIII), di Elvira (Can. LXXV), di Toledo (Can. XXX), rileviamo che per undici secoli fu escluso dall\’ordine chiericale chiunque avesse commesso un solo peccato mortale dopo il battesimo. Anche S. Tommaso insegna che non deve ammettersi agli ordini sacri chi ha qualche vizio, ma che devono presentare a Dio una coscienza monda e godere ottima riputazione presso la gente, quelli che devono farsi mediatori tra Dio e il popolo (Sup. q. 36, art. 1; q. 26, art. 1). Altrove ripete che devono essere di consumata virtù coloro che esercitano il divino ministero (In 4 Sent. distinc. 24, 3, q. art. 1).
Sembra dettato a bella posta per i sacerdoti quel testo di Seneca: «A quel modo che i raggi solari vengono sì a toccare la terra, ma senza lasciare il sole; così un\’anima sublime e sacra è mandata quaggiù per farei conoscere più dappresso le cose divine; conversa veramente con noi e con noi vive, ma rimane attaccata alla sua origine divina (Epist. XLII)». Devono i preti imitare il sole: 1° nell\’unicità; 2° nella purezza e nello splendore; 3° nell\’estensione della sua azione; 4° nella sua elevazione; 5° nella sua stabilità; 6° nella sua efficacia, bellezza, fecondità; 7° nel sua calore. Siate, o sacerdoti, il sole del mondo, come lo fu S. Paolo: sole nel tempio, sole in su le pubbliche piazze, sole nello studio, sole sul pergamo, sole all\’altare, nel confessionale, nelle conversazioni, a tavola; scoccate da vicino e da lontano, dappertutto, sguardi di santità e di perfezione.
Il grande pontefice dell\’antica legge vestiva il manto, la tunica, l\’efod, portava la cintura, sonagli d\’oro, lamine d\’oro, il razionale, la tiara. In questi ornamenti sono simboleggiate le doti e le virtù che devono fregiare un prete. Il razionale denota la pienezza della scienza sacra; il mantello che coprivagli le spalle, significa le buone opere; la tunica color di giacinto, figura la vita celeste; i campanelli, indicano la predicazione della parola divina; la tunica di lino, denota la perfetta castità; la cintura, la continenza; la tiara, la guardia di tutti i sensi; la corona che cingeva la tiara, indica la santità e la sovranità. Ogni prete dovrebbe meritarsi gli encomi che la Sacra Scrittura dà a Simone figliuolo di Onìa, di cui dice che sostenne la casa di Dio e fortificò il tempio. Ai suoi giorni, le acque delle fontane zampillarono. Ebbe cura del suo popolo; allargò l\’entrata alla casa del Signore. Brillò come la stella del mattina e come la luna nella sua pienezza; splendette come fulgido sole nel tempio di Dio. Si mostrò come l\’iride in mezzo a nubi di gloria; come le rose della primavera; come i gigli che spuntano lungo le fresche spiagge; come l\’incenso che svapora; come una fiamma, come vaso d\’oro ornato di diamanti; come oliveto verdeggiante e cipresso che s\’innalza al cielo. Nel tempo del suo pontificato il popolo traeva in folla ad adorare il suo Signore Iddio, si prostrava a terra per pregare innanzi all\’Onnipotente, all\’Altissimo (Eccli. I).
Volete vedere il ritratto di un vero sacerdote? Eccovelo tratteggiato dal pennello del Nazianzeno nel suo Panegirico in lode di S. Atanasio: Tante virtù mostrava Atanasio in mezzo ad un\’umiltà profonda, ad una vita sublime, che nessuno osava aspirare a tanta perfezione. Pieno di carità, a tutti dava facile accesso alla sua persona; tutto viscere di misericordia e tutto dolcezza, non seppe mai che cosa fosse la collera; ammirabile nelle parole, più ammirabile ancora compariva nelle opere e nei costumi. Di Angelo aveva la sembianza, più che di Angelo l\’anima; potente ad istruire, mantenevasi calmo e piacevole anche quando doveva riprendere ed ammonire (Serm. XXI). Felice il mondo se di tutti i sacerdoti potesse dirsi altrettanto! Udite queste gravi parole di S. Giovanni Crisostomo, o sacerdoti di Dio, e vi siano stimolo, ammonimento e minaccia.
«Vi sono molti sacerdoti e pochi sacerdoti; molti di nome, pochi di fatto. Guardate dunque in qual modo sedete su la cattedra; perché non la cattedra fa il sacerdote, ma il sacerdote la cattedra; non il luogo santifica l\’uomo, ma l\’uomo fa santo il luogo. Chi sederà bene su la cattedra, ne avrà onore; chi male, disonora la cattedra, poiché vi sta seduto per giudicare. Se santamente vivete e insegnate rettamente, voi sarete i giudici di tutti; se al contrario insegnate bene e vivete male, giudicherete voi soli. Infatti vivendo bene e insegnando rettamente, insegnate al popolo come deve vivere; ma insegnando bene e vivendo male, date materia a Dio per condannarvi (Homil. XLIII, in Matth. c. XXIII)». La sentinella sta in luogo elevato e non al basso, dice S. Gregorio Papa, essa vuole vedere di lontano quello che succede; così il prete il quale ha l\’ufficio di vegliare sul popolo, deve tenersi elevato con una vita santa, per essere in grado di portare soccorso. Perciò Isaia dice: Ascendete su la vetta del monte, voi che evangelizzate Sionne, indicando con questo che chi deve annunziare la parola di vita, si deve innalzare per mezzo di buone opere (Homil. II, in Ezech.).
Ascoltate quali sono, secondo S. Bernardo, coloro i quali il vescovo può ammettere alla prelatura ed anche al sacerdozio: «Ammetti quelli che sono retti nei loro giudizi, prudenti nei loro consigli, discreti nel comandare, abili nel regolare, coraggiosi nell\’operare; quelli che non\’ mercanteggiano la loro missione, che non cercano l\’oro, ma la salute; quelli che siano per i re un Battista, per gli Egizi un Mosè, per i fornicatori un Finees, per gli idolatri un Eli, per gli avari un Eliseo, per i mentitori un Pietro, per i trafficanti nel luogo sacro un Gesù Cristo; quelli che non disprezzano il popolo, ma l\’istruiscono; che non adulano i ricchi, ma santamente li spaventano; che non temono le minacce dei grandi, ma le disprezzano; quelli che non si mescolano con la turba, né se ne partono inveleniti; che non ispogliano le chiese, ma le adornano; che non vanno a caccia di denaro, ma confortano gli infelici, correggono i malviventi; che hanno cura della propria fama, ma non invidiano quella degli altri. Quelli che amano e praticano la preghiera e che in tutte le imprese più confidano sul soccorso di Dio che implorano, che non su la loro industria o fatica. Quelli i cui discorsi edificano, la cui vita è modellata su la giustizia, la cui presenza procura la grazia, la cui memoria è benedetta. Quelli che sono amabili non a parole, ma in fatti, reverendi non per il fasto, ma per le buone azioni. Quelli che sono umili con gli umili, innocenti con gli innocenti; che rimproverano severamente gli uomini dal cuore duro, raffrenano i malvagi, puniscono gli orgogliosi. Quelli che non studiano di arricchire o sé o i parenti con le spoglie della vedova, col patrimonio degli sventurati. Quelli che dànno gratuitamente ciò che gratuitamente ricevettero, rendendo spassionatamente giustizia a quelli che gemono ingiustamente oppressi, vendicando le nazioni, riprendendo i popoli colpevoli (De Consider. 1. IV, c. I)».
È dottrina di S. Tommaso, che i sacerdoti sono tenuti ad una santità più sublime di quella dei religiosi, a cagione delle sublimi funzioni del sacerdozio, e principalmente del santo sacrifizio della messa. Da ciò conchiude che in ugual condizione di cose, il sacerdote pecca più gravemente del religioso che non è prete (2.a 2.ae, q. 184, art. 9). E poi, se Dio, come osserva il Bellarmino, esigeva tanto grande santità nei leviti dell\’antica legge, i quali non immolavano che agnelli e tori, quanto più sublime non dev\’essere la santità e la prudenza di colui che ha per uffizio di sacrificare a Dio il proprio suo Unigenito, l\’Agnello divino? (In Psalm. lib. IX, c. 9). Ah! esclamiamo pure col Crisostomo, che più splendida del raggio solare conviene che sia quella mano che tocca il corpo di un Dio, quella bocca che è investita da fuoco celeste, quella lingua che rosseggia del tremendissimo Sangue di Cristo (Hom. VI, ad pop. Antiv.).