I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Falsa confidenza

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

Si può cadere in ogni luogo e tempo. Non bisogna esporsi temerariamente. Non bisogna fidarsi nelle creature. Non bisogna fidare in sé. Ma Dio è buono. Ma, dirà alcuno, si vede dappertutto l’impunità.

1. Si può cadere in ogni luogo e tempo.
2. Non bisogna esporsi temerariamente.
3. Non bisogna fidarsi nelle creature.
4. Non bisogna fidare in sé.
5. Ma Dio è buono.
6. Ma, dirà alcuno, si vede dappertutto l’impunità.
 
   1. SI PUÒ CADERE IN OGNI LUOGO E TEMPO. – «Nessuno, dice S. Bernardo, si stimi forte ed impeccabile, né in cielo, né nel paradiso, né tanto meno su la terra; perché l’angelo cadde in cielo sotto gli occhi medesimi di Dio, Adamo cadde nel paradiso terrestre, dove abbondava di ogni cosa; Giuda cadde su la terra, ancorché allievo della scuola di un Dio, apostolo del Salvatore. Perciò io dico: nessuno si fidi né sul tempo, né sul luogo ancorché fosse in un chiostro; poiché non il luogo santifica gli uomini, ma gli uomini, santificano il luogo (Serm. de ligno, foeno et stip.) ». Di buono si può diventare cattivo: e se parecchi, come dice S. Gerolamo, di terreni divengono celesti, molti pure da celesti si cambiano in terreni (Epist.). L’apostolo S. Paolo era terreno, divenne celeste; ma per ciò appunto esortava quelli che si credono saldi, a badare di non cadere  (I Cor. X, 12). Chi è celeste non dev’essere senza timore e chi è terreno non deve mancar di confidenza, ma si adoperi a divenire celeste.

   2. NON BISOGNA ESPORSI TEMERARIAMENTE. – È sentenza dello Spirito Santo che chi scherza col pericolo, finirà col cadervi  (Eccli. III, 27). Quindi S. Paolo augurava ai Corinzi di non incontrare mai altra tentazione se non l’umana: (I Cor. X, 13), cioè tale che, per non essere molto forte, facilmente si supera: perché altrimenti correrebbero molto rischio di cadere, tanto più se vi si esponessero… Chi sta vicino al pericolo, osserva S. Cipriano, non può starsene lungo tempo sicuro (Serm.).
   È una confidenza che nuoce assai quella di chi si espone al pericolo prossimo con la fallace lusinga di non cadere, di serbarsi illeso in mezzo al male. Incertissima, anzi quasi disperata è la vittoria, quando uno si ostina a voler combattere in mezzo all’esercito nemico. È impossibile uscire di mezzo alle fiamme senza scottature, e se le fiamme sono violente vi si muore inceneriti… Raro avviene che non cada nel precipizio, chi si addormenta sull’orlo… In tali casi è cosa più sicura l’esagerare anziché scemare il timore, e confidare troppo; è più utile che l’uomo riconosca la propria debolezza e non si esponga, piuttosto che ambire nome di forte, esporsi e uscire fiacco e ferito dall’occasione del male, che si sarebbe dovuto prudentemente schivare…
   « Io non mi sono seduto nell’assemblea dei vanitosi, affermava di sé Davide, e non andrò mai con quelli che fanno male: ho sempre avuto in abominio le conventicole dei cattivi e non sederò con gli empi» (Psalm. XXV, 4-5). Non mi sono mai legato con chi ha il cuore, corrotto e non conobbi mai i perfidi che mi fuggivano (Psalm. C, 4).
   Leggiamo nella Genesi che Dina, figlia di Lia, volle per curiosità fermarsi a guardare le donne della contrada per la quale passava; Sichem, figlio d’Hemor, principe di quella regione, la rubò e la disonorò (XXXIV, 1-2). Deplorabile disgrazia! Noi siamo tutti i giorni testimoni di simili cadute; noi vediamo giovani persone che si espongono e perdono la virtù e la fede in seguito ad una colpevole imprudenza… Stia perciò la donna, dice S. Martino, ritirata nella sua casa; la sua prima virtù, la sua vittoria consistono. nel non essere veduta. Rammentino le femmine che ben cara ebbe a pagar Dina la sua curiosità, perché, come già avvertiva Tertulliano, una vergine che si mostra in pubblico, diventa vittima delle passioni che eccita (De spectac.).
   Imparino dunque le giovani a sottrarsi agli sguardi; non si espongano mai imprudentemente a vedere, né ad essere vedute. Prendano esempio dalla Santa Vergine, la quale dev’essere il loro modello. Ella tremò alla vista di un angelo, giudicandolo un uomo (Luc. I, 29). Fuggano le cattive compagnie, né vi prendano mai parte né con la mente, né col cuore, né con la volontà; non prestino mai loro orecchio, né molto meno la mano; detestino le loro parole e opere tenebrose: «La strada dei perversi formicola di armi e di assassini, dicono i Proverbi; ma chi custodisce l’anima propria, fugga lontano da loro»  (XXII, 5). Badino che gli uomini corrotti,stanno con gli occhi aperti e girano tutta la notte, per nuocere e sterminare mentre gli altri dormono; mentre i buoni stanno fiduciosi e senza timore, essi vegliano come ladri e malandrini per rapire l’onore e il cielo ad un’anima innocente ed immortale, che è costata il sangue di un Dio.
   Di quanti, purtroppo si può dire con Osea che imitano la colomba sedotta, la quale non ha più sentimento (VII, 11). Perché, 1° questa colomba si vede togliere tutti i mesi i suoi piccini, pure ritorna sempre a deporre le sue uova nel medesimo nido, a covarle finché schiudano, e sempre nutrisce i suoi piccioni; cento volte glieli tolgono e cento volte essa ritorna. Quel tale vede per esperienza che la tale persona, casa, o brigata riesce fatale alla sua virtù, eppure non cessa di frequentarla… O colomba sedotta e stupida! Ben diversamente si diportano gli altri animali; non appena si accorgono che è conosciuto il luogo del loro nido, vanno altrove, né più si lasciano vedere. Così deve fuggire ogni buon cristiano, tosto che si accorge che alcuno cerca di fargli dimenticare le promesse del battesimo… 2° La colomba domestica non schiva le reti quando vi è attirata; così fanno i ciechi amatori del mondo, allettati dalle seduzioni dei piaceri… L’uccello colto alla rete è perduto; invece dell’esca che gli ha fatto gola, vi trova la morte o la perdita della libertà. Tal è la sorte di chi, per falsa confidenza, va incontro ai pericoli.

   3. NON BISOGNA FIDARSI NELLE CREATURE. – Non confidate nelle creature, ai figli degli uomini ancorché potentissimi, dice il Salmista, perché presso di loro non si trova scampo (Psalm. CXL V, 2); e vana e pericolosa, dice il Savio, è la speranza che si mette in loro (Sap. III, 11). Non fidatevi mai di chi vi adula e vi assicura che non vi è pericolo di sorta in quel festino, in quella danza, in quel teatro, in quella relazione, in quel convegno, in quella casa, in quella veglia, in quelle congreghe. «Non fidatevi, dice Ezechiele, di quelli che vi adagiano i gomiti sopra i cuscini, che pongono guanciali sotto il capo di ogni età per sedurre le anime. Guai a costoro! »  (XIII, 18). Riposare nelle creature, è come appoggiarsi ad una canna che si spacca e vi trafigge; è, un costruire su la sabbia, sul niente…
 
   4. NON BISOGNA FIDARE IN SÈ. – Gesù dice a Pietro: Tu mi negherai. Pietro gli risponde baldo e risoluto: Quand’anche ne dovesse andare il capo, non vi rinnegherò (MATTH. XXVI, 35). Ecco una grande confidenza in se stesso; ma ne sarà punito: e ben presto il baldanzoso Pietro alla voce di una semplice fantesca rinnegherà e non una sola volta ma tre, il suo divin Maestro in faccia a tutti  (Ib. 70)… Donde mai un mutamento così grande e improvviso? Dalla troppa sicurezza nelle proprie forze, dal cimentarsi volontariamente nel pericolo. Se Pietro fosse stato savio e riserbato, si sarebbe mai immischiato in quell’orda di forsennati, di depravati, sapendo che nulla avrebbe potuto a favore del suo Maestro?… Perché è curioso, perché vuole sapere che cosa si dirà e si farà, si espone da temerario e si stima forte; una falsa confidenza lo acceca. Che cosa ne succede? che rinnega tre volte Gesù Cristo; prima che i nemici del Salvatore lo condannino a morte e lo uccidano, Pietro uccide l’anima propria. Oh! quanti imitatori ha Pietro nella sua falsa confidenza; perciò quanti seguaci ha nel suo misfatto!… Si noti che Gesù gli aveva predetto la sua triplice negazione. – Non monta; egli vuole, pieno di se stesso, affrontare i pericoli… Non si accorge forse tutti i giorni quella tale persona, che, gonfia di cieca confidenza, corre alla sua rovina, senza temere di nulla, credendosi invincibile? È il caso di dire con S. Paolo: « Stimandosi saggi diventano insensati», rinunziano all’anima e alla ragione  (Rom. I, 22).

   5. MA DIO È BUONO. – Ma perché mai, replicherà tal uno, mancare di confidenza, con un Dio così buono? Non sarebbe questo un fare torto alla sua misericordia? Non ci raccomanda egli forse di avere una confidenza incrollabile? «Ah! risponde Sant’Agostino, non figurarti Dio talmente misericordioso da non veder più la sua giustizia; bada, che quando ti sarai radunato un tesoro d’ira per il giorno della vendetta, dovrai sperimentare la giustizia di quel Dio la cui misericordia hai disprézzato (In Psalm)». Quanto più un arco è teso, dice S. Gerolamo, tanto più lontana e veloce vola la saetta scoccata. Così Dio è longanime nell’attendere a penitenza il peccatore, ma se questi, pieno di chimerica confidenza, si serve del tempo che Dio gli concede, per continuare la catena dei suoi misfatti, allora viene colpito senza remissione dal dardo della collera divina…
   Questa, dice S. Lorenzo Giustiniani (Lib. de Ligno vitae), lenta si muove alla vendetta, ma supplisce all’indugio con la gravità del supplizio. L’Altissimo differisce a punire; ma quelli che tollera più a lungo, affinché si convertano, se non si emendano, condanna più rigorosamente; quanto più li aspetta a penitenza, più si mostrerà severo nel giudicarli se restano incorreggibili.
   Dio è buono. Sì, ma è buono appunto perché è giusto; se fosse ingiusto, sarebbe buono? E sarebbe giusto se lasciasse impunito il delitto? Sì, Dio è buono, ed infinitamente buono, ma è questo un motivo per burlarsene, per oltraggiarlo, e soprattutto per continuare nel male?..

   6. MA, DIRÀ ALCUNO, SI VEDE DAPPERTUTTO L’IMPUNITÀ. – Ascoltate l’Ecclesiastico: «Non dire: Ecco che io ho peccato, e qual cosa mi è avvenuto di sinistro?» (V, 4). I peccatori sono veramente insensati: peccando incorrono l’eterna dannazione; perdono la grazia di Dio, che è il più prezioso tesoro; gettano via l’amor di Dio; sciupano tutte le loro virtù e i meriti; si chiudono per sempre il cielo e intanto dicono allegri e baldanzosi: Noi abbiamo peccato e che cosa ci è accaduto di male? Quasi che non sia il sommo dei mali essersi tirato in capo tanti mali e aver perduto tanti beni! quasi che il supremo giudice dei vivi e dei morti non deva rendere a ciascuno secondo le opere! quasi che non sia vero che la sua giustizia, come la sua misericordia, hanno ciascuna i loro tempi! quasi che il castigo non attenda il malfattore! Sono veri stolti accecati dal demonio e dalle passioni… Deh! «non aggiungere colpa a colpa, e non dire: La misericordia di Dio è grande, egli ci perdonerà la moltitudine delle nostre offese; poiché la misericordia e l’ira vengono da lui prontamente»  (Eccli. V, 5-7).
   Si vede l’impunità trionfare da ogni parte, voi dite. Ma l’abbandono cui Dio lascia il peccatore non è il più terribile dei castighi? Ma l’accecamento e l’induramento spirituale, nel quale Dio permette che cada il peccatore, non è già un effetto della giustizia divina? Ma le cadute e le ricadute, gli abiti inveterati, non sono un principio di riprovazione? Ma la morte nel peccato, l’impenitenza finale, non è una pena irrimediabile, il sommo della disgrazia?
   Si vede l’impunità allagare d’ogni parte, voi dite. Ma la fede che illanguidisce, la carità che si spegne, la preghiera trascurata, i sacramenti disprezzati, il tempo che si perde ogni giorno, la legge di Dio calpestata, le grazie rifiutate non sono altrettanti tesori di vendetta ammassati per l’eternità?.