I DOVERI CONNESSI ALLA FORTEZZA (40)

Teologia: fondamentale, ascetica...

…LA FORTEZZA. Fortezza e umiltà. Oggetto e soggetto della virtù della fortezza. Vizi opposti alla virtù della fortezza. Parti integrali della virtù della fortezza. Particolarità della fortezza soprannaturale. Natura e caratteri del martirio….

Trattato di Teologia morale


PARTE III


I DOVERI DELL’UOMO NEI SUOI RAPPORTI CON IL PROSSIMO


4. DIRITTI E DOVERI SOCIALI


B) I DOVERI CONNESSI CON LA GIUSTIZIA E LE ALTRE VIRTÙ CARDINALI



2.     I DOVERI DELLE ALTRE VIRTÙ CARDINALI


II. LA FORTEZZA (396).


1. fortezza e umiltà.


La pratica del bene non è senza difficoltà: occorre forza per superarle. Il fondamento della forza è il senso della grandezza dell’uomo e sotto questo aspetto pare contrapporsi all’umiltà cristiana, che nasce dal senso della grandezza di Dio e dal nulla dell’uomo.


Ma se il nulla dell’uomo è un nulla di fatto in rapporto a Dio, sotto un altro aspetto la dignità dell’uomo è insondabile, la sua gloria inesprimibile, dopo che Dio lo ama e lo chiama a partecipare alla sua vita. E nella creazione appartiene all’uomo di governare il mondo, di servirsene per meglio conoscere, per meglio amare, per meglio possedere Dio. La sua vocazione è sublime, la sua missione d’una grandezza che confonde lo spirito. Non esiste quindi contraddizione tra umiltà e fortezza.


Come l’umiltà, la virtù della fortezza è innanzi tutto una virtù improntata a verità; ma ambedue si muovono in diversi settori. L’umiltà si sviluppa nell’angolo di visuale del nulla dell’uomo di fronte a Dio, la fortezza nella Considerazione della grandezza dell’uomo in quanto è amato da Dio e sospinto alla gloria dall’impulso della grazia divina.


L’umiltà ben compresa genera allora la forza, perché è conoscenza esatta di Dio e di un Dio che ci ama e quindi della nostra gloria. E d’altra parte la forza non si concepisce senza umiltà, perché noi non possiamo apprezzare la nostra gloria nella sua misura che a condizione di avere una visione esatta della trascendenza divina.


La via, per comprendere meglio la diagnosi della fortezza come virtù morale soprannaturale, è la considerazione della fortezza come semplice virtù naturale.


Fortezza ci da subito l’idea di qualche cosa che da lo slancio alla vita morale; e apre gli orizzonti della grandezza d’animo e della generosità.


Nel suo significato più ampio la virtù della fortezza è intesa come vigore dell’animo nel compimento del proprio dovere e perciò più che una virtù speciale è la virtù in generale, o meglio ancora, la condizione indispensabile per l’esercizio di tutte le virtù perfette, le quali debbono essere praticate anche nelle circostanze più difficili (397).


In un significato più ristretto la fortezza è quella virtù morale particolare, la quale rende l’uomo intrepido di fronte a qualsiasi pericolo e prova della vita, specialmente quello della morte, che sfida senza paura ed affronta con coraggio, esente da temerarietà (398).


C’è oggi da chiedersi, innanzitutto, verso quale meta debba tendere l’esercizio della virtù della fortezza cristiana. La meta senza dubbio è la salvezza cristiana e non una semplice liberazione umana, politica ed economica, dai mali di questo mondo. Nel Nuovo Testamento la salvezza è essenzialmente spirituale ed escatologica, anche se tra la salvezza escatologica e spirituale e la liberazione umana c’è un legame strettissimo, perché il peccato è l’origine e la causa dei mali del mondo e Cristo, salvando l’uomo dal peccato, lo salva anche dai mali del mondo, essendo egli il salvatore di tutto l’uomo. II cristiano ha la stessa missione della chiesa, che è quella di annunziare e portare la salvezza cristiana, così facendo non si estranea dalla liberazione umana, ma vi porta il suo contributo specifico che è essenzialmente spirituale e che, se venisse a mancare, la stessa liberazione umana potrebbe mutarsi in forme più raffinate di oppressione e di schiavitù.



2. Oggetto e soggetto della virtù della fortezza.


Oggetto materiale remoto della virtù della fortezza sono i mali gravi in genere ed in particolare i pericoli di morte, che a causa della paura o dell’audacia, distolgono l’uomo dal compiere il proprio dovere, persuadendolo a non affrontarli, oppure spingendolo a compiere eccessi di temerarietà (399).


Oggetto materiale prossimo è la giusta moderazione della paura e dell’audacia, dettata dalla ragione e dalla prudenza, e attuata coll’impedimento e l’esclusione degli eccessi nei moti dell’una o dell’altra passione.


Oggetto formale è la bontà morale speciale derivante dal dovere compiuto, nonostante la difficoltà del pericolo.


Soggetto di questa virtù è l’uomo, l’uomo viatore, la cui vita sulla terra è milizia, ossia combattimento. Più particolarmente, atteso che oggetto proprio della virtù della fortezza sono i pericoli da superare, cioè il bene arduo da conseguire; atteso che il bene arduo in generale è l’oggetto dell’appetito sensitivo irascibile, bisogna dire che il soggetto della virtù della fortezza è l’appetito sensitivo irascibile, naturalmente sotto la direzione


della ragione.


Gli atti poi della virtù della fortezza erano abbracciati dagli antichi in queste due espressioni: ardua aggredi e sustinere, intraprendere e sopportare cose difficili.


Vi sono infatti sul cammino della virtù molti ostacoli, difficili a vincersi e sempre rinascenti, che non bisogna però assolutamente temere, ma affrontare, anche col pericolo della vita, esplicando tutta la propria attività per superarli felicemente. Più spesso invece tali pericoli non sono da affrontare, ma da sopportare con fermezza, costanza e pazienza, perché sono già presenti.


E questo secondo atto della virtù della fortezza è il principale, perché il più comune e perché, generalmente, più difficile del primo (400).


Per mettere bene a fuoco la questione occorre tenere presente che la fortezza ha in sé un aspetto intellettuale ed un aspetto volontario; l’aspetto intellettuale è l’entusiasmo, cioè lo stato di gioiosa eccitazione dello spirito in presenza della bellezza; l’aspetto volontario è la generosità, che è il donarsi ed il donare con coraggio.


L’entusiasmo illumina la via e per essere veramente illuminante deve essere equilibrato dalla prudenza e dalla temperanza. La generosità da lo slancio per il raggiungimento del bene, nonostante le difficoltà che si è costretti a sopportare.



3. Vizi opposti alla virtù della fortezza.


La virtù della fortezza sta dunque nel mezzo tra l’eccessivo timore, che spinge alla fuga del dolore e dei pericoli e l’eccessiva audacia, che spinge a gettarsi ad occhi chiusi nei pericoli, come affrettare con la catastrofe il termine della prova e del dolore. Quindi i vizi opposti a questa virtù sono fondamentalmente: il timore per difetto e l’audace temerità per eccesso. Il timore qui va inteso non in genere, ma come inordinata e non ragionevole eccessiva trepidazione, nel temere cioè ciò che non si deve ragionevolmente temere, o nel temere non secondo il quando, il dove, il come. All’eccesso opposto si trova il vizio della spericolatezza che non teme i pericoli e neppure la morte, quando si dovrebbero temere, per un cinico disprezzo della vita; o quello della temerità, che si getta ciecamente ad ardue imprese, per superbia, vanagloria, presunzione o stoltezza.



4. Parti integrali della virtù della fortezza (401).


La virtù della fortezza, a differenza delle altre virtù non ha parti soggettive specificamente diverse per il suo oggetto speciale proprio, che sono particolarmente i pericoli di morte, i quali, in quanto tali, sono tutti della stessa specie, sebbene vi si dia, pur restando sempre nella stessa specie, una graduatoria, il cui apice è dato dal martirio.


La virtù della fortezza ha quindi soltanto parti integrali, se riguardano l’oggetto primario materiale della fortezza ossia i pericoli di morte, e potenziali o complementari, se riguardano l’oggetto materiale secondario, ossia i mali gravi ed i pericoli meno gravi di quelli della morte.


Convengono pertanto le parti integrali con le parti potenziali nella ragione formale della virtù della fortezza, che è la fermezza d’animo contro i pericoli ed i moti delle passioni, sebbene differiscano per l’oggetto primario. Due, come si è detto, sono gli atti della virtù della fortezza: aggredire e sostenere.


a) Ora per l’aggredire sono necessario due cose: la preparazione d’animo e l’intrepidezza di fronte al pericolo.


1) La prima virtù integrale della fortezza quindi sarà quella che porta l’individuo a concepire ed a volere cose grandi, difficili, eroiche, degne di grande onore, vale a dire la magnanimità, detta pure grandezza d’animo o nobiltà di carattere.


L’esercizio di ogni virtù consiste appunto nella disposizione abituale della persone a compiere qualunque azione ardua a qualsiasi virtù appartenga, non precisamente perché oggetto dell’una o dell’altra virtù e quindi non precisamente perché è, p. es., la castità o l’umiltà, ecc., ma solo perché comporta una particolare difficoltà a superare la quale è necessaria una forza d’animo rilevante.


Alla virtù della magnanimità si oppone per difetto la pusillanimità o piccolezza di spirito, vizio per cui non si tenta ciò che è proporzionato alle proprie forze naturali, ma per eccessivo timore di cattiva riuscita si rischia e si rimane inoperosi; per eccesso invece si oppone la presunzione, la quale inclina ad affrontare pericoli superiori alle proprie forze, l’ambizione e la vanagloria, che fanno ricercare l’onore e la gloria disordinatamente.


2) La seconda virtù integrale della fortezza è la costanza nell’esecuzione di ciò che si è incominciato con fiducia, ossia la virtù della magnificenza o munificenza; virtù morale inclinante l’uomo a fare grandi opere e quindi grandi, ma giuste spese, richieste da tali opere.


Quando però tali opere sono ispirate ad una falsa magnificenza allora si ha per difetto il vizio opposto della parvificenza (spilorceria o grettezza), che non sa proporzionare le spese all’importanza dell’opera da intraprendere e non fa che cose piccole e meschine; per eccesso il vizio opposto della sontuosità (prodigalità o dissipazione), per cui si spreca e si spende più del ragionevole.


b) Per il secondo atto della virtù della fortezza, e cioè il sostenere, si richiedono parimenti due virtù integrali:


1) la pazienza che sostiene l’uomo contro la tristezza nella lotta contro i pericoli;


2) la perseveranza, che inclina l’uomo a lottare sino alla fine, senza cedere alla stanchezza, allo scoraggiamento od alla sensualità.


I vizi opposti alla virtù della pazienza sono due: per eccesso la insensibilità, per la quale non si da il giusto valore ai pericoli e non si prendono le dovute precauzioni, che la retta ragione suggerisce; per difetto l’impazienza, per la quale si rifugge dal pericolo a causa della tristezza falsamente esagerata.


I vizi opposti alla virtù della perseveranza, sono pure due: per eccesso la pertinacia od ostinazione, per la quale, irragionevolmente, si perdura in un proposito più del conveniente, malgrado la tristezza e la fatica; per difetto la incostanza (fiacchezza o debolezza), la quale determina l’interruzione irragionevole dell’opera intrapresa per la diuturnità della fatica.



5. Particolarità della fortezza soprannaturale.


Come tutte le virtù soprannaturali la virtù della fortezza non è propriamente un abito, perché non da la facilità, ma solo la possibilità, con una minima tendenza di agire.


Viene infusa al momento della giustificazione con la grazia, le virtù teologali e le altre virtù morali.


Gli atti, le parti integrali, l’oggetto materiale della fortezza cristiana sono identici a quello della virtù naturale. Il soggetto è la volontà dell’anima cristiana. L’oggetto formale poi è la bontà soprannaturale meritata con la repressione delle impressioni del timore, con la moderazione dell’audacia, secondo le regole della ragione e della prudenza soprannaturale.


Ma l’atto più perfetto della fortezza cristiana è il martirio, per cui si accetta volontariamente per motivo soprannaturale la morte stessa in testimonianza della fede o di una virtù cristiana. È qui che trova la sua espressione più completa il senso assoluto del dovere.



6. Natura e caratteri del martirio (402).


La parola martire e martirio derivano dal greco e significano testimonio e testimonianza. Nell’uso accettato dalla Chiesa si prende per testimonianza della verità cristiana resa con il sangue fino a subire la morte corporale. Il martirio è quindi l’atto supremo della virtù della fortezza.



a) Perché si possa parlare di vero martirio si richiede il verificarsi di alcune condizioni:


1) che si subisca veramente la morte corporale. Martire è detto infatti il perfetto testimone della fede cristiana, secondo la quale dobbiamo sostenere tutti i mali piuttosto che subire un danno per l’anima, Ma colui che ancora rimane nella vita del corpo, non dimostra in modo assoluto di disprezzare tutte le cose terrene per amore di Cristo, Nostro Signore. Quindi, prima della morte sofferta per il Signore, nessuno può essere chiamato martire in senso completo. Per questo coloro che sostennero tormenti per il Signore, ma non fino alla morte, non sono perfettamente e completamente martiri, sebbene abbiano ricevuto ferite mortali, dalle quali avrebbe dovuto seguire la morte, da cui tuttavia in modo più o meno miracoloso furono liberati.


2) che si subisca la morte, inflitta in odio alla verità cristiana.


La verità della fede cristiana esige non solo l’adesione interna della mente alle verità rivelate (pia credulitas cordis), ma anche la professione esterna, che si ha non solo con le parole, ma coi fatti, con cui si dimostra la propria fede. E perciò tutte le opere delle virtù, in quanto si riferiscono a Dio, sono in qualche modo professioni ed attestati di fede, in quanto attraverso la fede è fatto a noi noto che Dio ci richiede simili opere e ci premia per esse, e per questo possono essere ragione di martirio. Perciò è celebrato dalla Chiesa il martirio di S. Giovanni Battista, il quale non per non negare la fede, ma per reprimere l’adulterio sopportò la morte, e quello di S. Maria Goretti, eroina della purezza;


3) che la morte sia inflitta dal nemico della fede divina o della virtù cristiana.


Perciò non sono martiri, in senso stretto: a) quelli che sopportano la morte per malattia contratta dai lebbrosi o dagli appestati, che curarono per amore di Dio; sembrano invece veri martiri quei soldati, che con pura intenzione, cioè per Dio, per amore della giustizia o della legge divina combatterono e furono uccisi in una guerra giusta; b) coloro che subirono la morte per verità naturali; c) coloro che subirono la morte per l’eresia (un eretico in buona fede che muore per Cristo forse può mettersi tra i martiri, ma non un contumace). Per la stessa ragione non sono martiri: d) coloro che si uccisero per conservare qualche virtù cristiana, perché questo suicidio è illecito, se non è scusato dalla buona fede dell’agente o eseguito per speciale impulso dello Spirito Santo;


4) che la morte sia accettata volontariamente. Perciò se l’adulto viene ucciso nel sonno per la fede, senza che egli prima abbia pensato al martirio, probabilmente non è vero martire. Tuttavia alcuni autori insegnano che l’uomo, che tutto lasciò per il Signore, è vero martire, anche se viene ucciso nel sonno in odio alla fede cristiana dai nemici della religione.


I SS. Innocenti si dicono veri martiri, perché in caso l’accettazione della volontà fu supplita da una grazia particolare. Nelle cause di beatificazione e canonizzazione dei martiri l’esame si estende a tutti questi elementi, che se esistono, dispensano dall’esame della eroicità delle virtù e, a volte, anche dalla prova complementare dei miracoli (403).



b) II martirio:


1) giustifica il peccatore, sia battezzato che non battezzato. Tuttavia si richiede che il martirio sia unito all’attrizione dei peccati commessi, Infatti, se neppure il Sacramento del battesimo rimette i peccati senza l’attrizione, a maggior ragione la esige il martirio. Sembra attrizione sufficiente, se il martire accetta volontariamente la morte per amore di Dio;


2) essendo il più perfetto atto di carità, distrugge nei giusti ogni colpa veniale e tutta la pena temporale ancora da scontarsi per i peccati passati. Per questo ogni martire entra subito in cielo, senza che passi per il purgatorio, e perciò scrive Innocenzo III fa ingiuria al martire colui che prega per il martire (404);


3) merita inoltre un notevole aumento di grazia e di gloria;


4) merita una speciale corona nel cielo, che è chiamata aureola. San Tommaso la chiama una gioia (gaudium), un privilegiato premio corrispondente ad una privilegiata vittoria (405).



c) II martirio era stato predetto da Gesù, come uno dei caratteri della sua Chiesa (406). Gli Apostoli, protestando di essere i testimoni di Cristo, affrontano serenamente la morte (407). Il martirio degli Apostoli e dei primi martiri è un suggello della realtà storica del Vangelo, come fatto, e della verità, come dottrina di Gesù Cristo, in quanto quei martiri attestarono con il sangue ciò che videro, udirono e credettero.




NOTE


396       Cfr. S. Theol., 1-2, q, 61; 2-2, q .123 e ss,; L, LESSIO, De justitia et iure coeterisque virtutibus cardinalibus lib. III, cap. 1 e ss., Parisiis 1606; V. OLLET, Force, in DTC VI, 537-539; A. GARDEIL, Dons du S. Esprit, IV, 1746-47; A. TANQUEREY, Précis de théologie ascétique et mystique, Paris 1925, n. 1076-1094; 1330-1334; J. M. JANVIER, Esposizione della morale. Morale speciale. X. – La virtù della fortezza, Torino-Roma 1938; VARI AUTORI, Fortezza, in Tabor, 5 (1951) 101 ss.; J. LECLERCQ, Vita nell’ordine, Roma 1955, 323-350; K. RAHNER, Missione e grazia, Roma 1964, 421-458; S. TOMMASO D’AQUINO, La somma teologica, vol. 20, La fortezza, Firenze 1968.


397       S. Theol. 2-2, q. 123, a. 3, dove S. Tommaso la chiama condizione di ogni virtù. Cfr. P. PALAZZINA La virtù della fortezza, in Tabor, 5 (1951) 101-110. Spesso nella Sacra Scrittura ricorrono i termini, che richiamano l’idea di fortezza: **, ***, ***, ****, *****  che la Volgata traduce qualche volta con la parola virtus, qualche altra volta con la parola fortitudo (Sal 17,33; 20, 2; 21,16; 42,12; II Re, 2,1; Mt 7,22; Mc 6, 15; Lc 5, 17; 1 Cor 1, 24; 1 Pt 2, 9, 5, 9 ecc.).


Senza dubbio le idee di forza e di potenza sono maggiormente accentuate nel Vecchio Testamento; non mancano ad ogni modo anche nel Nuovo. In tutta la S. Scrittura però la parola fortitudo e quasi sempre sinonimo di “virtù in generale”, in quanto sta ad indicare o semplicemente un abito buono o la fermezza che ogni individuo deve possedere nel conseguire il bene proposto dalla ragione. Un solo testo (Sap. 8, 7) si richiama con  certezza alla virtù della fortezza nel suo significato tecnico.


398      Cfr. la definizione del LESSIO (De iustitia et iure, 1. III, c. 1) e quella più comprensiva di S. TOMMASO (S. Theol. 2-2, q. 123, a. 1). Non bisogna confondere questa virtù con la temerità, peggio ancora con la ferocia; oggetto di una virtù non può essere che una cosa onesta.


399     S. Theol. 2-2, q. 123, a, 3.


400     S. Theol. 2-2, q. 123, a. 6 ad 1.


401   Cfr. A. DE SERTILLANGES, La philosophie morale de St. Thomas d’Aquin, Paris 1916, 420 ss.; P, PALAZZINI,  Magnificenza, in EC, VII, 1846, A, THOUVENIN, Magnanimité, in DTC, IX, 1550-1553.


402      Cfr. S. Theol. 2-2, q. 124; BENEDETTO XIV, De servorum Dei beatificatione, III, cap. 11-20; D. MARSIGLIA, II martirio cristiano, Roma 1915, E. PETERSON, Martirio e martire, in EC, VIII, 233-236; GARNEAU, La theologie du martyre au commencement du 3° siede, Montreal 1942.


403 Cfr. S. INDELICATO, Il processo apostolico di beatificazione, Roma 1945, 302 ss.