Fede cristiana e ferite dell’uomo contemporaneo

Evangelizzazione: convertiti, lassi...

Card. Daneels. L’uomo moderno, ferito e nevrotico, può guarire recuperando il rapporto con Dio Padre, così come Gesù lo ha rivelato; nella paternità di Dio l’uomo, scoprendo di essere amato, ritrova la capacità di accettare se stesso e gli altri

Card. Godfried Daneels
arcivescovo di Malines – Bruxelles


Fede cristiana e ferite dell’uomo contemporaneo


L’uomo moderno, ferito e nevrotico, può guarire recuperando il rapporto con Dio Padre, così come Gesù lo ha rivelato; nella paternità di Dio l’uomo, scoprendo di essere amato, ritrova  la capacità di accettare se stesso e gli altri


 


(1) Oggi, come in ogni tempo, il Signore continua incessantemente a parlare al suo popolo, perché lo ama. Egli è un Dio d’amore e di misericordia. Ecco ciò che dice il Signore per bocca del suo profeta: “Perché volete ancora essere colpiti, accumulando ribellioni? La testa è tutta malata, tutto il cuore langue. Dalla pianta dei piedi alla testa non c’è nell’uomo una parte illesa, ma ferite e lividure e piaghe aperte, che non sono state ripulite, né fasciate, né curate con olio… E’ rimasta sola la figlia di Sion, come una capanna in una vigna, come una baracca in un campo di cocomeri, come una città assediata” (Is 1, 5‑6. 8). Sì, l’umanità e la Chiesa di questo fine secolo, cioè tutti noi, portiamo feríte. Non occorrono gli occhi di un profeta per accorgersene. Ma lo stesso Isaia ci mostra il terapeuta, Colui che può guarire tutti i nostri mali. “Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53, 3‑5).


Il nostro secolo è ferito. Forse più di ogni altra epoca della storia. Non è solo una febbre del corpo, ma anche dello spirito, dell’anima. “La testa è tutta malata, tutto il cuore langue”. Più che mai il mondo è alla ricerca del “serpente di rame fissato all’asta” (cfr. Nrn 21, 9), per avere la vita salva. Ora, il cristianesimo si dimostra sempre più la sola terapia capace di guarire l’uomo e la società contemporanea. La fede guarisce.


D’altronde è il grido con il quale Giovanni Paolo Il ha inaugurato il suo pontificato: “Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà… Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo… Non abbiate paura! Cristo sa cosa è dentro l’uomo! Solo Lui lo sa!” (2).


 


A che cosa serve la fede cristiana?


 A che cosa serve la fede? E’ una domanda che si ritrova nel cuore di molti, anche se non sale sempre alle labbra. Un gran numero di nostri contemporanei, soprattutto in Occidente, ha già dato una risposta a questa domanda: la fede non serve a niente. Certo, potrebbe darsi che la risposta non sia definitiva; non è però meno chiara. Per molti uomini e donne del secolo, la fede non contribuisce in nessun modo a soddisfare i bisogni di ogni giorno. Per l’uomo occidentale, nella maggior parte dei casi, la fede cristiana ‑ come d’altronde tutte le religioni ‑ non porta né la felicità, né la soluzione dei nostri problemi, né la guarigione del corpo o dello spirito. Voglio però citare la risposta molto semplice di una contadina ad una domanda che le veniva posta nel corso di un’ inchiesta fatta qualche anno fa: “La religione disse ‑ se non serve ad altro, serve a rendere felici”.


Credere è una sorgente di felicità e la religione può essere una cura d’ossigeno, profondamente terapeutica per l’uomo, per la cultura e la società.


Mi rendo conto del tono duro e nello stesso tempo arrischiato di questa affermazione. Essa susciterà delle resistenze; per qualcuno potrà causare nuove ferite. Quanti guaritori del corpo e dell’anima, ai giorni nostri! E quante delusioni! E’ comprensibile la sfiducia dell’uomo contemporaneo.


Ma non rettifico le mie affermazioni. La guarigione dell’uomo nella sua totalità ‑ corpo, cuore e anima ‑ fa parte dell’essenza stessa del messaggio di Gesù. “… Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando la buona novella del Regno e curando ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo… E così condussero a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guariva” (Mt 4, 23 s.). La fede, evidentemente, non si riduce alle sole virtù terapeutiche. Introduce anche nel mondo invisibile della grazia. Ma la grazia ha le sue manifestazioni nel mondo del visibile e del sensibile. Non è mai estranea alla sorte del corpo dell’uomo. Lo può guarire anche ora come al tempo della Chiesa nascente.


Il rapporto tra fede cristiana e salute dell’uomo è un tema molto sviluppato nella letteratura contemporanea. Il numero delle pubblicazioni dedicate a questo argomento non fa che aumentare. Ecco cosa scrive un autore olandese, Han Fortmann: “All’inizio del secolo, l’argomento appariva raramente nella letteratura; nel 1945 alcuni autori incominciano a parlarne; ai giorni nostri, le pubblicazioni sono innumerevoli. Termini come salute spirituale, igiene mentale e l’intero vocabolario terapeutico appartengono ormai al linguaggio dell’intellettuale medio” 2. Ma la fede è veramente terapeutica? In effetti, non mancano episodi nella storia umana che potrebbero suggerire il contrario. Gli eroi della fede e della santità non sono sempre stati modellí di equilibrio psichico. Pensiamo a Símeone lo Stilita, che vive per più di quarantacinque anni su una colonna nel deserto siriano; (3) a Francesco d’Assisi che, spinto da un irresistibile slancio di amore, bacia un lebbroso in un tempo in cui ogni contagio era fatale; a Filippo Neri che non temeva il ridicolo; a san Benedetto Labre, che non era certo un modello d’igiene; a Charles de Foucauld, che percorreva le vie di Nazaret seguito da una torma di bambini che lo dileggiavano e gli tiravano pietre; egli considerava un onore poter soffrire per Cristo.


Era, questo, masochismo? Tutto il mondo sa che san Gerolamo, uno dei più grandi santi e sapienti dell’Antichità cristiana, era ritenuto per uno dei caratteri più difficili della sua epoca; la lettera al giovane Agostino d’Ippona, che gli aveva mandato in omaggio uno dei suoi primi scritti, toglie ogni dubbio in proposito. Ricordiamo anche Teresa di Lisieux che a dodici anni, scoppia in lacrime perché la sua calza resta vuota la notte di Natale. Il P. Bruno, per lungo tempo redattore capo degli Studi Carmelitani, cita il motto terribile di Hildegarde von Bingen: “Dio non abita i corpi in piena salute”… C’è dunque qualcosa che rassomiglierebbe ad una nevrosi ecclesiogena? La santità si costruisce sulle rovine della salute fisica o psichica? E non si dica che sono i superiori che favoriscono questo stato di cose con la loro severità. Spesso è proprio il candidato alla santità che deve esser fermato sulla strada dell’ascesi. Poiché il rinnegamento di cui parla il Vangelo non dovrà essere una mutilazione dell’uomo, ma un superamento di sé nell’amore e nella gioia. E, per superarsi, non bisogna accettare se stessi del tutto tranquillamente.


Anche se, nel corso della storia della santità cristiana, alcuni santi sono passati attraverso i duri sentieri di una austerità corporale esagerata, così non è stato per la grande tradizione della santità cristiana. La gioia che pervade la narrazione della creazione nelle prime pagine della Bibbia e l’onda di ottimismo che l’attraversa tutta, portano a Gesù che guarisce il paralitico e gli perdona contemporaneamente i peccati: guarigione e remissione dei peccati, ecco le due facce di una stessa realtà (cfr. Mt 9, 1‑8). D’altra parte, il termine latino “salus” significa guarigione, benessere, perfezione; e la radice germanica “heil” è la base dell’aggettivo “heel”, che vuol dire: intero, senza difetti, completo. La fede completa e perfeziona l’uomo nelle sue fibre più profonde, nelle zone più nascoste del suo essere. Essa ridona all’uomo la sua perfezione; lo rende veramente se stesso.


Nella prima lettera ai Corinzi, S. Paolo scrive queste sorprendenti parole: “Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangía e beve la propria condanna. E’ per questo che’tra voi ci sono molti ammalati e infermi e un buon numero sono morti” (1 Cor 11, 29‑30). Certo, queste parole devono essere interpretate, ma non al punto da far loro dire esattamente il contrario del loro senso letterale. D’altronde, in molte preghiere dopo la comunione, la Chiesa non esita a chiedere “la guarigione del corpo e dell’anima attraverso la comunione al corpo e al sangue del Signore”. Guarigione e sacramento, infine, sono inseparabili nella teologia dell’unzione dei malati come nella sua liturgía. Quest’ultima fa riferimento al famoso passo della lettera di San Giacomo: “Chi è malato, chiami a sé i presbiteri della Chiesa e preghino su di lui, dopo averlo unto con olio, nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati” (Gc 5, 14 s.). Arcaismo? Regressione? Oppure realtà nascosta e passata sotto silenzio a causa di un razionalismo teologico?


Terminiamo con un testimone non sospetto, Gustav Jung. Egli scrive: “Quando uno dei miei pazienti è cattolico praticante, io gli consiglio senza eccezione di andare a confessarsi e comunicarsi… Per i protestanti la cosa non è così facile, essendo, il dogma ed il rituale, divenuti più scialbi al punto di aver perso in larga misura la loro efficacia. Sono assolutamente convinto che un gran numero di uomini dovrebbero essere membri della Chiesa cattolica, perché vi si sentirebbero veramente a casa propria”. Certo, Jung non è infallibile e si tiene strettamente su un piano terapeutico e pragmatico. Si rifiuta d’altronde di pronunciarsi sulla questione della verità teologica del cattolicesimo. Sono le semplici parole di un grande psicologo. Riteniamo, dunque, che sia falso affermare che ogni dogma porti al dogmatismo e ogni rito al ritualismo. Dogma e rito possono essere profondamente terapeuticí per l’uomo che cerca di trovare il suo posto in un mondo sconquassato. E ciò vale anche sul piano della civiltà, della cultura e della società.


 


Una nuova nevrosi?


 Lo psichiatra olandese J. Van den Berg scrive: “E’ quasi certo che le turbe nevrotiche non si incontravano in Europa prima del XVIII secolo. Prima del 1733, non c’è libro di medicina che parli di nevrosi. Ora, se fossero esistite, sarebbero state facilmente individuate anche da un medico generico. Anche una persona non qualificata avrebbe potuto rimarcarle senza difficoltà. Ma non se ne trova traccia. Certo, non mancano persone complicate o bizzarre. I personaggi dell’Amleto di Shakespeare e certi personaggi di Molière presentano una grande complessità. Ma un uomo il cui carattere e la cui psicologia sono relativamente complicati non è un nevrotico”.


A partire da questo periodo, la situazione cambia completamente. Nevrosi e malattie psichiche invadono la nostra società come un’epidemia; tutto il mondo ne parla; la loro assistenza medica è diventata un gravame pesante per la società occidentale.


Qualcosa è dunque cambiato. Ma che cosa? Ecco un’ipotesi. La prendo a prestito dallo stesso Vari den Berg. Prima del XVIII secolo, l’uomo europeo viveva in un universo armonioso, posto all’interno di una rete di relazioni ben integrate. La relazione con Dio, con l’universo, col cosmo, i suoi rapporti con gli uomini e la società, con se stesso, erano ben definite. Ogni cosa aveva il suo posto e c’era un posto per ogni cosa. Si era stabilito un solido quadro di riferimento e la religione ne era il cemento. Le regole del gioco ‑ se possiamo così esprimerci ‑ in religione, in morale e in politica, erano fissate ed accettate.


A partire dal xviii secolo le cose sono cambiate. Molti autori parlano di un “riflusso di sessualità e di aggressività” nell’uomo dei tempi moderni. Di qui il sorgere di un numero considerevole di nevrosi, identificate più tardi dalla psicoanalisi. Di qui ha origine, dicono essi, la tristezza in Occidente. E’ innegabile che questo riflusso sia stato la causa di un certo numero di nevrosi nell’uomo occidentale. Gli studi e la pratica clinica di quella che viene detta psicoanalisi hanno contribuito moltissimo alla guarigione dell’uomo e continueranno a farlo. Nessuno negherà l’importanza di questo lavoro d’integrazíone delle pulsioni vitali a livello conscio, perché servano allo sviluppo dell’uomo.


Ma da allora, la sessualità e l’aggressività hanno fatto un come back spettacolare; ciò che, fino a poco tempo fa, era oggetto di un riflusso incosciente si è tramutato in un vero “nutrimento terrestre” obbligatorio per tutti. La sessualità ha perduto il suo mistero per diventare un erotismo sovente commercializzato. L’aggressività sbocca in una violenza che acceca e distrugge spesso senza motivo apparente. Le due sorelle un tempo esiliate sono ritornate a noi come delle gemelle. Sono onnipresenti. Des Guten Zuviet!


Ora, se la sessualità e l’aggressività non sono più bandite a livello conscio, né sono respinte; se dunque la causa apparente delle nevrosi è scomparsa, perché non ci comportiamo meglio? Poiché nessuno dirà che l’uomo occidentale contemporaneo è un uomo felice. Certo, c’è la crisi economica, che è reale, e le malattie che, malgrado i progressi medíci, riappaiono sempre sotto forme nuove. Ma non c’è altro? Perché l’uomo occidentale, che sta bene e vive in condizioni abbastanza confortevoli, è così “tranquillamente infelice”? Su tutta la civilizzazione occidentale aleggia questa nebbia leggera e quasi sorridente di malinconia. La nevrosi è dunque sempre là, immobile. Perché? Di qui viene la sofferenza discreta e civilizzata dell’uomo contemporaneo.


Ecco l’ipotesi di Van den Berg. Noi abbiamo “ricacciato” un’altra componente della nostra esistenza umana dalla coscienza chiara nel subcosciente. Come fu nel caso della sessualità e della aggressività, abbiamo respinto il senso di Dio e del trascendente. Perché nel nostro tempo un così grande silenzio per tutto quanto riguarda Dio? Nella vita di tutti i giorni, a tavola, sul lavoro, nella società: in una parola, là dove l’uomo vive le sue grandi scelte, non si parla mai di Dio. Tutto il campo del religioso, della fede, di Dio, il campo della “spiritualità”, è bandito dalla vita quotidiana, relegato in margine all’esistenza; il problema della caduta e della redenzione, della vita e della morte: dove lo mettiamo?


Tutto il settore spirituale viene ora respinto. Il risultato è il medesimo: una nuova nevrosi, quella del silenzio intorno a Dio. Ecco quindi la nostra profonda ferita. L’uomo contemporaneo respinge il senso del trascendente, ciò che contraddistingue la sua umanità. Poiché la relazione con Dio fa parte dell’uomo. L’uomo supera infinitamente l’uomo, secondo il motto di Pascal. Un umanesimo ateo, per nobile che sia, non potrà impadronirsi di tutte le ricchezze dell’uomo, il quale sarebbe come “un busto greco, senza testa, senza braccia, senza gambe, divino frammento che canta l’inno della forma pura” (Théophile Gauthíer). Egli assomiglia a quelle statue di Michelangelo, scolpite a metà, che aspirano a uscire dal marmo e ad essere liberate. Così l’uomo senza Dio: egli è incomprensibile nella sua ricchezza profonda. Alcuni nostri contemporanei ne dubitano: in piena crisi di orientamento, essi intravvedono l’aurora. Non ha forse detto André Malraux che il secolo ventunesimo sarà metafisico e religioso? Non sarebbe proprio quella la nevrosi del nostro tempo, cioè la cospirazione del silenzio intorno a Dio? Se vogliamo guarire, non bisognerebbe ricominciare a nominare Dio ad alta voce, a parlare di Lui e a rendergli grazie. Tutti soffriamo nella sfera della spiritualità; e ne portiamo le tracce. Chi soffre in questo senso non è malato nel corpo. Gli manca semplicemente la gioia: è “semplicemente triste”. La nuova nevrosi è spirituale. E’ qui che bisogna guarire.


 


Quando il padre se ne va, i  figli hanno freddo


La realtà fondamentale che Gesù ha rivelato agli uomini è quella della paternità di Dio, un Dio d’amore che è Padre. Già l’Antico Testamento parla di Dio come di un Padre: Padre del popolo, del Re, dei giusti. Ma non è meno vero che la rivelazione del Padre è la missione propria di Gesù e costituisce l’essenza stessa del Nuovo Testamento. 1 primi autori cristiani hanno conservato il termine “Abba, Padre”, come l’avevano raccolto dalle labbra di Gesù; non hanno sentito la necessità di tradurlo. Anche san Paolo, che non aveva mai conosciuto personalmente Gesù, ha conservato il termine, talmente lo riteneva adatto a Gesù (Rm 8, 15; Gal 4, 6).


Gli studi psicologici ci hanno mostrato la struttura ed il carattere costitutivo dei legami con il padre nella genesi dell’uomo; ne hanno descritta la patologia. L’uomo, in effetti, è stato sovente profondamente segnato, anzi ferito, in questo campo. Non capita spesso che un fanciullo raggiunga l’età adulta, avendo trovato una relazione col padre liberatrice ed illuminante. E ciò vale anche per la genesi dell’umanità intera. Dall’inizio dei tempi moderni, la relazione con Dio, Padre dell’umanità, soffre violenza. E la dipendenza filiale da Dio, vissuta attraverso la religione, si vede colpita da regressione patologica. E’ innegabile che anche la religione conosce la sua patologia: un Dio‑Padre può schiacciare i figli. L’uomo allora si ribellerà; vorrà emanciparsi dal legame che lo lega ad un Dio oppressore. Per coloro che sono più deboli, la religione si tramuterà in angoscia. Nietzsche ha vissuto questo dramma. Ed ha concluso che l’accesso dell’umanità all’età adulta implica la morte di Dio. Da allora, la morte di Dio è diventato un tema classico in Occidente.


L’epoca in cui viviamo ha eliminato Dio in gran parte della cultura, del pensiero, della società. Generazioni intere hanno combattutto l’idea stessa dell’esistenza di Dio. Lo sviluppo dell’uomo, il progresso della civiltà, avvenivano a questo prezzo. Non c’è posto per due re dell’universo: Dio e l’uomo. E’ stata tirata la cortina del cielo, sono state tappate tutte le aperture nel firmamento, è stato dimenticato il rovescio dello scenario. Dio era morto, l’uomo poteva nascere. Ormai la strada che porta alla felicità era davanti a noi, ampiamente aperta.


Ma, da allora, è avvenuto quanto ci si aspettava? L’uomo, dopo questo lungo periodo di ateismo imposto o liberamente ricercato, è diventato più rigoglioso, più felice, più umano?


Al contrario, l’uomo ha perduto la sua anima; il mondo è diventato freddo. Quando il padre se ne va via, i figli hanno freddo. Quando Dio scompare, gli uomini cercano altre fonti di calore. Ma dove trovarle? Poiché non ci sono più Padri e siamo tutti orfani. Ecco un brano profetico. E’ tratto dal libro L’adolescente di Dostoevskij, scritto quasi cinquant’anni fa, all’alba di questo secolo di umanesimo ateo: “Gli uomini ‑ egli scrive ‑ diventati orfani, si stringerebbero ben presto gli uni agli altri, più strettamente e più affettuosamente; si prenderebbero le mani, comprendendo che ormai sono gli uni per gli altri. Allora scomparirebbe la grande idea dell’immortalità, e bisognerebbe sostituirla; tutta la sovrabbondanza d’amore per Colui che era l’immortalità si indirizzerebbe sulla natura, il mondo, gli uomini, ciascun filo d’erba… Si sveglierebbero e si affretterebbero ad abbracciarsi a vicenda, si affretterebbero ad amare, sapendo che i loro giorni sono fuggevoli e che è tutto quanto resta loro. Lavorerebbero gli uni per gli altri; e ciascuno darebbe tutto a tutti e per questo sarebbe felice. Ogni bambino saprebbe e sentirebbe che ciascun uomo sulla terra è per lui un padre e una madre”.


Sì, quando il padre scompare, i figli battono i denti per il freddo. Se Dio se ne va, eccoci in pieno inverno. Tutta la nostra civiltà è come gelata; anche l’amore. Il contatto tra razze e lingue si è irrigidito. C’è così poca solidarietà, poco calore nella società; non c’è che il rumore sordo e metallico del conflitto o il silenzio della diffidenza. Siamo come gli uccelli in inverno. Nell’attesa, ci assembriamo intorno alle poche fonti di calore, le ultime trincee della nostra civiltà, dove resta un po’ di brace sotto la cenere; sono l’amore e le feste, spesso spinte al parossismo della febbre erotica o dell’orgia. Ma tutto ciò non ci dà calore. Le feste sono spente, sia in senso proprio che figurato. Dov’è dunque il sole? Dov’è dunque Dio? Poiché senza di lui ogni fuoco non è che un fuoco di paglia; non dura che un istante, non a sufficienza per riscaldare veramente i bambini.


Quando il sole scompare, l’uomo cambia. Tutte le nostre relazioni cambiano, anche quelle che ci collegano alla natura; piante ed animali diventano improvvisamente oggetto di un’immensa tenerezza ecologica. Tentiamo di ricostruire la natura. Prima violentata, essa riceve ora dalle nostre mani una parvenza d’ordine; è il giardino giapponese: due ciliegi, tre ciottoli in una pozza d’acqua e da qualche parte il gorgoglío rassicurante di una fontana. Ma tutto ciò non ci riscalda né guarisce la nostra solitudine.


Bisogna trovare altre cose. Sì, occorre ritrovare l’infanzia e la relazione filiale col Padre. E questo è possibile. Da questa rinascita prometeica, all’aurora dell’età adulta della nostra civiltà, può emergere una seconda semplicità, una spontaneità riconquistata. Questa seconda infanzia non sarà identica alla prima, poiché sarà passata attraverso l’età della critica. Sarà altro. Ma ritroverà la gioia e la semplicità dell’infanzia, arricchite, questa volta, dai frutti della sofferenza. Gesù dice: “Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Mt 18, 3). La vera infanzia è dunque davanti a noi; bisogna chiederla, accoglierla come una grazia. Ecco ciò che ci può guarire: il senso della nostra filiazione divina ritrovato, l’entrata in una seconda infanzia, il passaggio dalla scienza alla sapienza, dalla testa al cuore.


Scoprire Dio come un Padre ed entrare con Cristo in questa esperienza filiale, vuol dire fede cristiana, profondamente terapeutica per la nostra civiltà. In Occidente, la crescita incontrollata dell’io è diventata tumore maligno. Il senso di Dio è entrato in crisi e, per questo stesso fatto, l’uomo ha perduto la sua identità e la sua gioia. Poiché ogni colpo inferto a Dio, ferisce l’uomo nel profondo della sua natura. Rende triste.


Il testo di Dostoevskij è profetico anche su un altro punto. Sembra suggerire che l’assenza del Padre comune si traduca in una ricerca frenetica di fraternità e di coesione tra i bambini orfani. La sparizione della dimensione verticale sbocca in un’esaltazione delle relazioni orizzontali. Il calore del sole deve essere sostituito con il calore del nido. In effetti, dopo la scomparsa di Dio, mai si è assistito come oggi ad una tale ricerca di comunicazione, di solidarietà, di pianificazione della società e del mondo. Il “noi” ingoia l’“io” col pretesto di salvarlo o di proteggerlo. La ricerca febbrile di ogni forma di comunanza, grande e piccola, sarebbe proprio estranea alla scomparsa del Padre? La fraternità universale è possibile in assenza di un Padre comune? Il fatto che si ignori il Padre obbliga gli uomini a dimostrare vicendevolmente che appartengono alla stessa famiglia. E’ una prova che deve essere data in ogni momento.


 


Essere accolti così come si è: l’amore e la misericordia


 Ecco l’essenza del messaggio evangelico. Ed il segreto della guarigione. E’ l’apostolo Giovanni che parla nella sua prima Lettera: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). Facendosi uomo, Dio ci ha accettati come siamo, con la nostra storia, fatta di cadute e riprese . Non abbiamo bisogno di tenerci sulla punta dei piedi per meritare l’amore di Dio. Per amarci, egli non tiene conto dei nostri talenti, delle nostre qualità, della nostra buona volontà: Egli ci ama gratuitamente. Sposa la povera umanità dicendo a ciascuno di noi: “Voglio riceverti come sposa: vogli rispettarti ed amarti, nella buona e nella cattiva sorte, voglio amarti per tutta l’eternità”. Attraverso l’incarnazione si manifesta la sorgente di guarigione per gli uomini: Dio li accetta come sono al fine di poterli amare per sempre.


Dio ci accetta come siamo. Ecco ciò che ci può guarire. La nostra epoca è contraddistinta da una grandissima mancanza di accettazione. “Ah! Se tu squarciassi i cieli e discendessi fino a me” (cfr. Is 63, 19). E’ il grido del popolo nelle tenebre indirizzato al suo Dio: ogni marito lo ripete alla moglie, ciascuna moglie al marito, ciascun figlio al padre e alla madre, ogni genitore al figlio. Essere accettato e accettare gli altri, non sta proprio qui la grande terapia per il nostro tempo?


Accettare il coniuge che vive sotto lo stesso tetto. All’inizio di una vita a due, si può pensare: il mio coniuge è come me, è la mia immagine, il mio secondo “io”, un altro me stesso. Mi rassomiglia in tutto; pensa e sente come me. Ma tutto cambia così in fretta. Il coniuge è diverso: è tutt’altro; è un po’ come Dio. Mi chiede di accettarlo così com’è. Mi dice: “Ah! Se tu potessi squarciare il tuo involucro per venire fino a me. Prendimi come sono, accettami; non obbligarmi a stare sempre sulla punta dei piedi sforzandomi di piacerti. Poiché io sono altro”.


Nessuno è straordinariamente altro più del bambino. E’ il frutto di una coppia, ma è del tutto un altro. In un primo tempo anche il bambino, agli occhi dei genitori, è un secondo “io”, la loro immagine perfetta. Ma, di giorno in giorno, si rivela “altro”, e la sua domanda diventa più pressante: “Prendetemi dunque come sono. Amatemi non perché vi rassomigli. Amatemi per quello che sono. Mettetemi al mondo una seconda volta. Poiché vi è una doppia paternità e maternità e una doppia nascita”. Al momento della prima, l’uomo e la donna si appropriano della parola biblica: “Ho acquistato un uomo dal Signore” (Gri 4, 1). Essi amano il loro figlio per questa rassomiglianza. Ma c’è una seconda paternità e maternità: quella che accetta il bambino per se stesso, così com’è, diverso e “altro”. Ogni bambino è generato una seconda volta allorché i genitori lo accettano nella sua diversità e alterità. Questo bambino, che è tuttavia carne della nostra carne e sangue del nostro sangue, è molto diverso da noi. Migliaia di famiglie vivono nella sofferenza questo paradosso. Il bambino dice ai genitori: “Mi avete dato la vita una prima volta, diventate ora padre e madre una seconda. Poiché io sono diverso”. E, al contrario, migliaia di genitori dicono ai loro figli: “Indubbiamente non siamo come voi avreste desiderato. Anche noi siamo “altri”; siamo invecchiati, siamo diversi. Prendeteci come siamo e diventate figli nostri una seconda volta”.


C’è il bambino senza voce. Quello che non è ancora nato, né è in età di difendersi. Ma egli è là, annunciato, forse inatteso. Egli è certo silenzioso; grida tuttavia più forte: “Accettatemi. Datemi un nome. Prendetemi come sono. Sono un bambino”. Infine, ci sono gli stranieri nelle nostre città. Anch’essi non cessano di gridarci: “Ah! se poteste squarciare i vostri veli per venire fino a noi! Accettateci come siamo!”.


In un mondo che soffre tanto di mancanza di accettazione, di riconciliazione e d’amore, la fede cristiana può essere profondamente terapeutica. Essa sola può instaurare una civiltà di amore sul modello con cui Dio ci ama. L’amore di Dío è realistico: non dipende dalle qualità dell’uomo amato; ama gratuitamente, creando egli stesso le qualità che vorrebbe vedere presenti nell’essere amato. Certo, il Vangelo ci dice: “Siate perfetti come il Padre Celeste”, e “anche se avete fatto tutto quanto era necessario, consideratevi dei servi inutili”. Esso ci pone delle esigenze radicali. Ma non è meno vero che quanto Dio ci richiede, comincia col farcene dono. Egli ordina e dona. Fa anche di più: Egli perdona, se non rispondiamo alle esigenze richieste. Dio solo è capace di riunire le tre cose: ordinare, donare e perdonare. Per ogni forma di autorità ciò sarebbe autodistruzíone. Sta proprio qui la potenza dell’amore in Dio, l’Amore che è Dio: egli ci accetta come siamo, molto tempo prima che ne siamo coscienti e molto tempo dopo che siamo fuggiti lontani da lui. Poiché “in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4, 10). E ancora: “Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo giusto. Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2, 1‑2).


 


“La verità vi renderà liberi”


L’uomo contemporaneo è afflitto da una ferita di cui a mala pena si rende conto. E’ la crisi di verità. Per secoli, una sequenza inínterrotta di sistemi filosofici ed ideologici ha finito per far cadere l’uomo contemporaneo nello scetticismo e nell’incertezza. “Dov’è la verità?”. La domanda di Pilato è diventata la nostra, quella di tutta una civiltà. La stessa ricerca della verità è stata abbandonata; il ricercatore è affaticato, stanco di continuare il cammino. L’uomo ha bisogno di un messaggio vero, di un punto di ancoraggio. Poiché il nostro male non è solamente il freddo, ma anche le tenebre. Abbiamo freddo, sicuramente, perché ricerchiamo gli ultími fuochi accesi su questa terra. Ma, a che cosa serve essere al caldo se siamo immersi nelle tenebre? L’amore non è sufficiente, occorre anche e soprattutto la verità, senza la quale il fuoco non è che un fuoco di paglia. Nel cuore del messaggio cristiano è inciso il versetto del Salmo che canta la liturgia di Natale: “Misericordia e verità si incontreranno” (Sal 85, 11). Per questo dobbiamo ritornare alla semplicità del Vangelo e della Tradizione, alle fonti del messaggio così come è stato rivelato dai profeti e dagli apostoli, così come è predicato nella Chiesa.


Da dove provengono le nostre ferite? Da dove proviene la nostra mancanza di gioia? Francesco d’Assisi non aveva un Vangelo diverso dal nostro. Come mai egli fu molto più gioioso di noi? Perché Francesco si attenne al Vangelo così com’è: Evangelium sine glossa, Vangelo e niente di più. Leggendo il Vangelo, Francesco lascia i margini in bianco e non scrive alcuna nota. Vangelo senza correzioni o, come egli dice, testo senza commenti attenuanti. Arriva allora la parola di Dio, pungente come una freccia, in pieno cuore. Essa provoca sicuramente delle ferite che però guariscono presto e bene. Non scriviamo tra le righe: impediremmo alla parola di Dio di guarirci. Le togliamo la sua forza terapeutica.


Con ciò non si vuol dire che il Vangelo non possa ricevere spiegazioni o commenti, i quali sono più che utili e ci apportano luce e comprensione. Ma sarà di qui che sprizzerà la gioia? Quale sarà la sua sorgente, se non è prima di tutto la semplice obbedienza di fede con un cuore di fanciullo? Può darsi che Francesco si sia spesso sbagliato nell’esegesi “scientifica”; ma non si sbagliava sul senso profondo della Scrittura. Perché aveva un cuore obbediente e perfettamente libero. Ecco perché comprendeva a1l’istante ciò che Dio voleva dirgli. Ma c’è di più. Francesco rimaneva sempre nel seno della tradizione vivente nella Chiesa. E proprio nel centro delle acque di questo grande fiume egli accoglieva la parola. “Nessuno mi ha insegnato ciò che dovevo fare ‑ egli scrive nel suo testamento ‑ ma l’Altíssimo stesso mi ha rivelato ciò che dovevo vivere secondo il Santo Vangelo. Io l’ho fatto scrivere in poche parole, molto semplici, Sua Santità il Papa me l’ha confermato”.


Non si può comprendere la parola di Dio se non ponendoci nella grande corrente della Tradizione vivente della Chiesa; qui si ritrovano grandi e piccoli, santi e peccatori, scienziati e illetterati, pastori e gente comune, tutti coloro che hanno ascoltato. La parola di Dio non è comprensibile se non per chi la riceve nel seno materno della Chiesa. E’ qui che essa può germinare, essere portata e nutrita, essere difesa e rimessa incessantemente in equilibrio. Come un bambino nel seno della madre.


 


Dare tutto per ricevere il centuplo


Ci sono ancora altri motivi che causano la mancanza di gioia nell’uomo contemporaneo. Ciò deriva anche dal fatto che noi raramente diciamo “sì” alla parola di Dio in qualsiasi modo essa si presenti. Il primo “si”, quello dell’umile ascolto, è.sorgente di gioia, di gioia mariana. 1 nostri cuori, spesso, sono tristi perché il nostro “sì” è seguito ben presto da un “ma” che lo modifica. Questo “ma” è come un macigno e non fa che otturare la sorgente della gioia. Il “sì, ma” rende sempre profondamente tristi. Vediamo perché.


L’uomo è come un albero. Dio l’ha piantato nel giardino del suo creato, solidamente interrato, tre volte abbarbicato. E le nostre radici sono il desiderio innato di possessione, di sessualità, di sviluppo di sé. E’ così che Dio ci ha creati, come leggiamo nella prima pagina della Bibbia. E con il commento: “E Dio vide che quanto aveva fatto era cosa molto buona”. Ma capita al nostro albero come al ricino del profeta Giona: c’è un piccolo verme che rode le radici. L’albero di Giona era cresciuto in una notte; era molto solido ed in buona salute; la notte seguente si è disseccato. E’ la stessa cosa per noi: desiderare denaro, formare una famiglia, avere figli, crescere: ecco l’albero solido e verde; è in buona salute. Ma in una notte tutto può cambiare. Perché il desiderio di possedere diventa ben presto una passione, spinta fino all’estremo? La corsa incontrollata al denaro, il sesso, il predominio sugli altri non sono che portatori di morte. Ciò che in sé era buono, segno di salute, diventa patologico. Cellule buone si moltiplicano senza controllo: è il cancro. Contemporaneamente arriva il dolore: ciò che doveva rendere l’uomo felice, lo sprofonda nella tristezza. Molte nostre malinconie provengono proprio da questo: noi ci siamo incatenati a tante cose al punto d’aver perduto la piena libertà del paradiso. L’uomo vecchio si è installato in noi. In qualche parte portiamo, sin dall’origine, una ferita. Ecco la causa della nostra mancanza di gioia: l’albero è sano, e le radici anche. Ma… c’è il verme.


E, nello stesso tempo, non possiamo fare a meno di essere toccati dal radicalismo del Vangelo; è più forte di noi: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del Vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna” (Mc 10, 29‑30). Poiché l’uomo vecchio non può soffocare in noi il desiderio, latente ma forte, di diventare un “uomo nuovo” generato dallo Spirito, ci saranno sempre uomini che marciano contro corrente: poveri, casti e obbedienti. Costoro hanno abbandonato tutto per ricevere tutto centuplicato. Ecco che anche ai nostri giorni, il deserto si rípopola e fiorisce grazie ad un popolo nuovo. Essi vi scoprono un’altra gioia. Nei momenti migliori, non possiamo fare a meno di cercare Dio, come la bussola che si volge al Nord. Siamo segnati nell’anima, e “Dio pose lo sguardo nei nostri cuori” (Sir 17, 7). Perché, al di là della nostra stessa libertà, siamo posseduti da un profondo desiderio di Dio: la creatura tende al suo Creatore e a lui conducono tutte le nostre strade interiori. “Sei tu che hai creato le mie viscere ‑ dice il salmista ‑ e mi hai tessuto nel seno di mia madre… Tu conosci fino in fondo la mia anima” (Sal 139, 13‑14).


Ma c’è di più. Nonostante il nostro attaccamento alle ricchezze, portiamo, nel più profondo di noi stessi, il gusto della sobrietà e della povertà. Nonostante l’aggressività e la violenza, è nascosta in noi un’immensa tenerezza per tutti gli uomini, per tutti i viventi. Anche se esuberanti ed irriflessivi, tutti siamo presi, a certe ore, dalla tristezza; l’Amore è così poco amato. E, per torbido che possa essere, il nostro occhio conserva la nostalgia della purezza e della trasparenza. Senza dubbio, le Beatitudini non rappresentano le nostre più immediate aspirazioni; costituiscono nondimento la nostra seconda natura, quella che la grazia sta facendo nascere in tutta l’umanità dopo che Cristo è risuscitato dai morti. Basta ascoltare il linguaggio delle Beatitudini ed il nostro cuore risuona in tutte le sue fibre. Poiché noi siamo fatti così: siamo stati creati proprio per incontrare Dio.


 


Come Eliseo


Ci sono ancora altre ferite oltre a quelle che ho enumerato: pensiamo ai problemi del disarmo e della pace, della fame, della mancanza di libertà e dell’oppressione, dei diritti dell’uomo non riconosciuti in molti punti del globo. Non ne ho parlato, e me ne scuso. Ma senza dubbio altri l’hanno fatto. Anche in questi casi la fede cristiana può guarire. Da parte mia, ho voluto considerare le ferite nel cuore dell’uomo, da cui deriva quanto c’è di buono o di cattivo: desideravo infatti qui analizzare soprattutto la guarigione interiore.


Perché il messaggio cristiano, annunciato dalla Scrittura, raccolto e trasmesso dalla Tradizione, predicato dalla Chiesa, è una forza che può far rinascere un mondo in agonia. Perciò, affrettiamoci a fare come Eliseo: “Si distese sul ragazzo morto; pose la bocca sulla bocca di lui, gli occhi sugli occhi di lui, le mani nelle mani di lui e si curvò su di lui. Il corpo del bambino riprese calore. Apri gli occhi. Egli disse alla madre: Prendi tuo figlio” (2 Re 4, 34).


 


“Chiesa, Sposa di Cristo! Fa’ salire lodi ed opere di bene verso il Figlio che ti ha donato il sangue grazie al quale ogni giorno tu sei guarita coi tuoi figli” (Liturgia siriana orientale)


 


Note:


(1) Conferenza tenuta il 23 gennaio 1983.


(2) GIOVANNI PAOLO II, Omelia della Messa d’intronizzazione, 22 ottobre 1978, in Insegnamento di Giovanni Paolo II, 1, Roma, Libreria Editrice Vaticana, 1979, p. 38.


(3) FORTMANN, Heel de mens, p. 56.