Famiglia e tossicodipendenza

Vita cattolica: Matrimonio, laicato...

…Card. Alfonso Lopez Trujillo, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. La tossicodipendenza rivela un dramma agoscioso che ha a che vedere con il senso stesso dell’esistenza, con la verita’ dell’uomo, con la sua dignita’…

FAMIGLIA E TOSSICODIPENDENZA


 Qualche anno fa il Pontificio Consiglio per la Famiglia ha organizzato un Convegno Internazionale su questo tema. Quando siamo stati ricevuti dal Santo Padre, a conclusione delle tre giornate di lavoro, quasi a sintetizzare il percorso seguito da chi è vittima della droga, egli ci disse che si andava “dalla disperazione alla speranza”. E questo era stato il titolo del documento finale di grande risonanza grazie al contributo di persone e istituzioni con considerevole esperienza nella liberazione da questa nuova schiavitù.

Alcune delle semplici riflessioni che presento in questo importante Congresso riguardano elementi tratti dai colloqui che ho avuto in diverse occasioni sul tema che ci vede qui riuniti.


Da quel convegno sono trascorsi diversi anni che sono serviti a rassicurarmi su alcune impostazioni e orientamenti imprescindibili.



1. Portata di un profondo dramma umano



La tossicodipendenza rivela un insieme di sintomi che sono segni evidenti di un dramma agoscioso che ha molto a che vedere con il senso stesso dell’esistenza, con la verità dell’uomo, con la sua dignità. La droga rappresenta una fuga con la quale si pretende di riempire un vuoto. È il vuoto di una esistenza che, non essendo basata su valori fondamentali, resta come sradicata, esposta alle intemperie, non protetta. Questo vuoto toglie senso alla vita. È qualcosa che intacca la radice stessa dell’identità di chi, in quella situazione vive una dolorosa e terribile esperienza di schiavitù. Dà luogo al fenomeno della disperazione per la vertigine causata dal vuoto che deve essere colmato. I vuoti posso essere riempiti artificialmente (e ciò aggrava il fenomeno) mediante il ricorso alla stessa droga, oppure attraverso un paziente percorso che è quello della liberazione mediante l’entrare in se stessi, per adoperare l’espressione biblica del Figliol prodigo, per riconquistare una dignità di cui in qualche modo non si aveva più coscienza. Il nucleo del problema è una questione antropologica, estesa anche al campo delle relazioni che hanno il loro fulcro nella vita all’interno della società e della famiglia.


Chi sperimenta il dramma della tossicodipendenza, in un certo senso è vittima e prodotto doloroso di una società, sotto molti aspetti malata, incapace di offrire ragioni di vita e di speranza, ma che trasmette solo il proprio vuoto. Si tratta di una società confusa, nella quale la fede viene sradicata e non forma l’esistenza collettiva e individuale, vengono eclissate le ragioni della vita stessa favorendo una confusione che diventa il tarlo dell’anima.


Una società disarticolata, scardinata, produce i tipici fenomeni di cui è portatrice. Li trasmette o li trasferisce alle famiglie che (senza entrare in merito alle intenzioni dei genitori che molte volte sono persone buone, di buone intenzioni e di irreprensibile condotta) soffrono l’impatto della società che le soffoca provocando un sensibile vuoto nella loro reale capacità di incarnare i valori che servono da perno, che iluminano e orientano l’esistenza. Quando si afferma che le famiglie sono sradicate, non le si vuol colpevolizzare, aumentando la dimensione della loro tragedia. Non si tratta di cercare i responsabili ma di capire la concentrazione e le cause di certi fenomeni.


Credo che la cosiddetta “sindrome di Peter Pan“, per le tesi che questo libro ha diffuso, ci aiuti a capire tutta una serie di fenomeni. Nel nostro incontro di qualche anno, il professor Tony Anatrella ci metteva in guardia nei confronti dell’ “adolescenza infinita” (è il titolo di uno dei suoi libri), come stato o situazione di chi non matura. La sindrome di Peter Pan ci fa vedere un insieme di comportamenti secondo i quali l’opzione del protagonista di essere sempre un bambino, è unita in una disastrosa cospirazione, all’atteggiamento della famiglia che ha il timore di educare. Rinuncia alla sua missione centrale, di modo che ci troviamo di fronte a genitori di per sé generosi ma che non possiamo qualificare come buoni genitori perché disertano le esigenze della loro missione, invocando addirittura il diritto alla libertà dei figli. Non educano perché hanno paura di ferire la libertà dei loro figli. Ovviamente ciò si aggrava quando la stessa vita dei genitori non è affatto esemplare e non costituisce un cammino di realizzazione di sé nell’amore responsabile.


Dal nostro osservatorio pastorale presso il Pontificio Consiglio per la Famiglia, possiamo affermare che molte famiglie sono oggi come un nastro scorrevole di una errata concezione dell’uomo che genera figli a sua somiglianza. Il vuoto diventa caricatura, smorfia di un povero o inesistente progetto umano.


Quanto detto finora deve essere confrontato con ciò che è e deve essere la famiglia in linea con un autentico umanesimo, come luogo in cui la persona umana si pone nel percorso iniziale per raggiungere la propria realizzazione. La famiglia è formatrice di persone. Questa mediazione sociale essenziale della famiglia non può essere sostituita! Permettetemi di adoperare un’espressione di S. Tommaso che egli attribuisce alla prima infanzia, ma il cui significato oggi può essere esteso anche all’adolescenza in un processo che ne favorisce la maturità. L’espressione del Santo Dottore è la seguente: la famiglia è un “utero spirituale” (II, 10, 20).


Che significato ha questa concezione in termini di educazione, di formazione integrale? Questa nozione ci stacca da una concezione biologica in cui dare alla luce non è qualcosa di separato da un processo educativo e formativo nell’amore e nella responsabilità.


La famiglia è una comunità di tutta la vita e una comunità di amore in cui l’educazione costruisce l’esistenza dei figli secondo un modello, un progetto, una verità dell’uomo. È un ambiente, l’atmosfera di protezione per la crescita dei figli come persone. Il professore che ha preso il posto del Santo Padre alla cattedra di Lublino, ha ricordato poco fa che, nella lingua polacca, la parola rodjina significa far crescere, dare alla luce. Questa è la ragione della indivisibilità dei due poli: Famiglia e Vita. La famiglia che non è sorgente dinamica, e non si pone come soggetto di crescita nell’itinerario della vita, non ha ragione di essere! Dare la vita, far crescere, implica una domanda: Quale vita, quale qualità, quale stile? Ci troviamo nel cuore di una antropologia in cui l’essere sociale dell’uomo scopre il suo stesso essere nella prima comunità, cellula primordiale della società.


Nella famiglia è racchiusa la verità sull’uomo, fatta vita, e non soltanto nella prospettiva della sapienza umana che vi è presente in preziosa sintesi, ma anche in tutta la formidabile illuminazione che ci viene dal Signore, in cui si scopre e si rivela il mistero dell’uomo. Nella famiglia la persona umana si apre alla sua stessa realtà, come soggetto individuale. In essa, inoltre, si va allargando il suo universo morale nella misura in cui, in un dialogo d’amore, sperimenta il suo valore, la sua dignità nel diventare oggetto d’amore dei genitori, centro delle loro vite; ciò costituisce un preludio per quando scoprirà che nel più profondo della sua dignità come persona c’è il fatto di essere amato come persona (non trattato come strumento o come cosa), dal Creatore stesso.


Molti dei grandi pionieri nella liberazione di tanti fratelli hanno saputo accompagnare e guidare questo itinerario, di modo che l’essere umano giunga ad una interiorizzazione, in se stesso, per iniziare il cammino (che molte volte è via di ritorno e di conversione) che porta al Padre, che porta a Dio. L’uomo nella sua interezza ha bisogno di sperimentare la realtà del proprio valore nel sentirsi amato. Questo valore aumenta in misure che non conoscono limiti quando ci si rende conto che è oggetto dell’amore di Dio stesso.


Permettetemi due esempi che sono complementari e che per me sono stati come utili lezioni di “antropologia vissuta”. Il primo è stata la conferma che ho avuto nel Convegno Mondiale di Rio de Janeiro, da noi organizzato, sui Meninos de rua, “i bambini della strada”. Aveva sempre attirato la mia attenzione il fatto che i bambini della strada, i giovani abbandonati, non hanno paura della morte. Sono temerari, avventurieri. Molte volte sono usati per commettere imprese criminose che essi eseguono senza rendersi conto se stanno sognando o meno. Non hanno stima di se stessi. Credono di “essere in più”. Una serie di testimonianze mi convinsero di una realtà: quando questi bambini o giovani cominciano a sperimentare di essere veramente amati, di avere valore, di essere persone, è per loro come una risurrezione. Per questo motivo le istituzioni che si occupano di loro devono trasmettere rispetto ed amore, come se si trattasse di dare loro quel che non hanno avuto nelle loro famiglie. Ho visto molti volti di bambini e di giovani trasformarsi ed illuminarsi, come se in essi si riflettesse (e di fatto si riflette), la luce del Verbo incarnato, l’Immagine del Padre. L’altro esempio complementare l’ho avuto in un dialogo con alcuni tossicodipendenti, durante la prima tappa, dolorosa e sofferta, della loro liberazione. Ho chiesto loro come si sentivano. La risposta è stata: stiamo scoprendo ciò che siamo. In fondo ogni uomo scopre continuamente ciò che è, ciò che deve essere, ma in modo speciale lo è questo itinerario di liberazione e di speranza per colui che passa attraverso il dramma della droga.


In molti dialoghi e in molte visite a diverse istituzioni, abbastanza frequenti tempo fa, soprattutto nella varietà e nelle esperienze così positive d’Italia, a poco a poco ho compreso qualcosa che – devo confessarlo – all’inizio non capivo del tutto: non soltanto che “la droga non si combatte con la droga”, ma che il problema della tossicodipendenza è, in primo luogo, una questione di valori, di un ritornare al centro dell’esistenza, là dove l’uomo non è un’incognita, ma un mistero, in cui è profondamente impegnato (l’idea è di Gabriel Marcel), che non è un interrogativo senza risposta, un tunnel senza uscita. Si stanno aprendo delle vie, l’alba avanza, nella misura in cui coloro che sono stati fatti schiavi dai vuoti della società (senza valutare per ora ciò che appartiene alla responsabilità personale), quando si aprono le porte di un mondo angusto e scuro, in un camminare che porta agli altri e all’Altro, per la via dei valori incarnati e ricuperati.


Ero rimasto molto impressionato da alcune lettere di Victor Frank e di ciò che per lui aveva rappresentato l’esperienza di sopravvissuto dai campi di concentramento nazisti. Nonostante tutto, queste persone erano capaci di sopravvivere, superando ogni tipo di torture e soprusi, amavano la vita, vi trovavano un senso, perché in loro non erano morti gli ideali. Molto di questa esperienza l’ha tradotta nella sua “logoterapia”, che è un metodo per far rinascere un ideale, per trasmettere i valori, proprio dove tutto era disarticolato e perso.


Per tale motivo condivido profondamente l’idea che la via della liberazione deve seguire i sentieri di una seria antropologia, e anzi nelle società che hanno profonde tradizioni culturali cristiane, deve percorrere il sentiero di una evangelizzazione personalizzata, di modo che sia l’incontro con Dio, con il Signore, il passaggio alla speranza, alla risurrezione, quando si fa la via della scoperta e del ritorno alla casa del Padre. Nella parabola del Figliol prodigo, c’è una chiave di lettura che è il termine greco ANASTASIS, che significa risurrezione, ma anche alzarsi, mettersi in piedi, come decisione vitale di chi è stato capace di entrare in se stesso, di incontrare se stesso, nel dialogo reale, anche se più nascosto, della coscienza. In questo senso la liberazione passa attraverso una nuova rete di relazioni umane, dove le istituzioni fanno da “comunità”, da famiglia, da centri dove si sperimentano dimensioni nuove di un amore che riscatta, che libera, che trasforma. In altri termini, il cammino di liberazione non è una questione medica, ma di personalizzazione o, perlomeno, un processo in cui la medicina è un sussidio ma non ha una funzione principale.


Il linfa di un cammino di interiorizzazione che riguarda l’identità della persona umana, della sua “irrefrenabile sete di dignità”, meno sentita in situazioni confusionali, è la scoperta del fatto che l’uomo non è un’incognita, ma che la sua profonda realtà e il senso della sua esistenza si esalta in Dio. Lui è Veritatis Splendor che illumina la verità dell’uomo. È Qualcuno che non è totalmente un’incognita per l’uomo che, infatti, non avrebbe accesso nemmemo alle soglie del suo essere Trascendente, quasi fosse vero quel che in forma poetica scriveva Kafka: “Perciò Dio deve rimanere nascosto nell’oscurità. E poiché l’uomo non può accedere a Lui, egli arriva all’oscurità che avvolge la divinità. Lui lancia carboni ardenti sulla notte gelata. Essa, però è elastica come la gomma. Essa si ritira…” (Citato in Il Pensiero Debole, Ed. Feltrinelli, in collaborazione, pag. 212).


Per chi ha fede, per le culture che sono state penetrate profondamente dalla rivelazione, Dio non regna nelle ombre, ma è il sole che viene dall’alto, che permette il suo peregrinare nel mondo e non soltanto di andare avanti con esitazioni da cieco. In una parola, l’itinerario dell’interiorizzazione passa attraverso il dialogo dell’uomo con Dio. L’uomo, sradicato da se stesso, che si stacca dal suo centro verso la X, secondo l’espressione di Hegel diventa una incognita segnata dal “disincanto”.


Diverse volte e in diverse occasioni è sorto questo problema: il recupero e l’incarnazione dei valori, viene fatto al margine della fede, dei valori cristiani, di una esplicita evangelizzazione oppure, dove c’è una cultura cristiana (almeno non del tutto ecclissata). La liberazione è frutto di una vera evangelizzazione, nella quale la Buona Novella di Gesù fa sì che l’esistenza riscatti la sua eminente dignità. In questo senso, se di medici si tratta, questi è Gesù. È ovvio che la via non può essere identica nei paesi in cui il Vangelo non è penetrato nella società e non ha dato luogo ad una cultura cristiana. Ma, dubito molto che, là dove i giovani in qualche modo hanno avuto un contatto con l’educazione cristiana, la miglior strada sia un semplice lavoro permeato dalla ragione non illuminata dalla fede.



2. Dalla famiglia ferita alla famiglia che accompagna



Potremmo riflettere molto sulle esigenze affinché, a cominciare dalle famiglie, si eviti il dramma che vede sprofondare molte persone nei tentacoli di questa moderna schiavitù. La risposta integrale è una famiglia profondamente evangelizzata, resa capace di adempiere la sacra missione alla quale Dio stesso l’ha chiamata, in cui il compito dell’educazione viene seriamente preso in considerazione.


Formare le famiglie come Chiesa Domestica offre la sicurezza, in termini generali e normali, che si superino i vuoti e l’esistenza venga considerata come perno. Si dovrebbe seguire passo a passo il compito della famiglia come “formatrice di persone”, in cui i genitori sono i primi evangelizzatori. Il regalo della nascita è la stessa comunità familiare che, quale utero spirituale, permette una crescita genuina simile a quella del Dio Bambino presso la Famiglia di Nazareth.


Mi sia permesso di aggiungere l’importanza che ha in questa missione una adeguata formazione sessuale nell’amore e l’importanza su questo tema del nostro Documento: Sessualità umana: verità e significato. In sintesi, possiamo dire brevemente che la verità dell’uomo deve assicurare il collegamento per quanto riguarda ciò che è veramente una sessualità umana (non animale), in cui la realtà della persona umana – corpo e anima – acquisisce tutta la sua grandezza; una sessualità nell’amore, come apertura, altruismo, responsabilità e rispetto verso l’altro, un amore che, nel matrimonio, diventa concreto e acquista il suo massimo spessore e serietà, di amore totale, fedele, esclusivo e fecondo, al servizio della famiglia e questa, a sua volta, al servizio della società.


Desidero ora parlare delle famiglie ferite dal dramma dei propri figli attanagliati dai tentacoli della droga, che non temono di fare un proprio esame di coscienza o, comunque, decidono di aiutarli per vincere una battaglia in cui va di mezzo la propria felicità. Non è possibile che le famiglie si disinteressino del dramma dei propri figli, come se si trattasse di qualcosa che non le riguarda! Nei momenti opportuni, secondo le esperienze raccolte, le istituzioni si associano sempre di più alle famiglie durante il processo di liberazione e di consolidamento. Queste hanno bisogno, prima di tutto, di essere aiutate e formate per poter esercitare un ruolo positivo che promuova e non sia d’intralcio sulla via verso la speranza. In una comunità di recupero, incontrai un gruppo di famiglie che andavano a visitare i loro figli. Una di esse mi disse: siamo venuti questa settimana, come abitualmente facciamo, “per fare il pieno” (per fare un paragone con il fatto di riempire il serbatoio delle macchine). Per ricevere, cioè, tutta la carica di energia che le rendesse capaci di essere buoni collaboratori per il completo recupero dei propri figli.


Certamente in questi anni, ci sono stati molti progressi e si sono accumulate nuove esperienze in questo campo. In collaborazione con il Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari, da tempo stiamo pensando e preparando un incontro speciale su questo particolare compito, con tutta la creatività che richiede questa sfida.


Non è possibile pensare che, nel momento in cui lasciano le comunità, coloro che hanno raggiunto la speranza e sono in possesso di nuove ragioni per vivere, possano evitare le ricadute, senza la fattiva partecipazione delle stesse famiglie. Questo e molti altri interrogativi con le relative risposte saranno oggetto dell’incontro di cui abbiamo parlato.



3. Il ruolo della società



Prendiamo qui il concetto di società nella sua dimensione più ampia, soprattutto in riferimento agli ampi spazi della cultura.


Oggi, infatti, i cambiamenti culturali hanno molto a che vedere con la comunità politica, con il ruolo dei governanti e dei legislatori, in quanto non poche leggi in evidente relazione con il bene comune generano implicite concezioni antropologiche, forme di comportamento.


Quando parliamo di sensibili vuoti, si potrebbe pensare che esageriamo. Sono molti i pensatori che oggi denunciano una situazione di pronunciato pessimismo, perfino di disperazione, in una società che era come ubriaca dei propri successi e del mito di un progresso costante e sostenuto. Si potrebbe fare appello ad un numero importante e qualificato di testimoni. Ma, per ragioni di tempo, preferisco pormi nella prospettiva di ciò che, dopo diversi dibattiti chiarificatori, l’Esortazione Apostolica Reconciliatio et Poenitentia ha chiamato “il peccato sociale”. Ci sono forme di vita oggi, diffuse e accettate, rafforzate da istituzioni e leggi che hanno tutti i requisiti per essere denominate peccato sociale. Una società bombardata ogni giorno da messaggi aperti o sublimali che vede serie alterazioni nel suo spirito, fino a raggiungere le forme pronunciate di una malattia dello spirito, è quanto più ci preoccupa per quanto riguarda la sorte delle persone umane, di quelle più fragili, che hanno sete di verità, di ragioni per vivere, per emergere dalla propria tragedia.


Dobbiamo prendere in considerazione due concezioni complementari sul significato di peccato originale presenti nell’esortazione apostolica Reconciliatio et Poenitentia. La prima fa riferimento alla solidarietà umana, così misteriosa e impercettibile e così reale e concreta, del peccato originale. Si può parlare di una “comunione nel peccato” per cui “un’anima degradata dal peccato, degrada anche la Chiesa e, in qualche modo, il mondo intero. In altri termini, non c’è nessun peccato, anche il più intimo e segreto, il più strettamente individuale, che riguardi esclusivamente colui che lo commette” (Cfr. n. 16). Potremmo parlare di forza espansiva, come di una esplosione del peccato, che polverizza le relazioni dell’uomo e manda in rovina la società e, in essa, le persone. Il secondo aspetto riguarda la qualifica di sociale in quanto tende all’aggressione diretta del prossimo. Sta a significare i peccati contro la giustizia, contro la comunità. Nel caso dell’aggressione contro i diritti della persona umana, incominciando dal diritto alla vita, senza escludere quello del nascituro, oppure ogni peccato contro il bene comune, o il peccato di commissione od ommissione da parte di dirigenti politici, economisti, ecc. Altre concezioni potrebbero avere minore interesse per quanto concerne queste riflessioni (cfr. RP n. 16).


Il peccato sociale può essere vincolato più o meno espressamente e passare attraverso una considerazione di carattere antropologico. Non si tratta soltanto dei severi condizionamenti di cui soffre l’individuo in una società dove l’ossigeno è rarefatto bensì, e questo è ancora peggio, fa riferimento ad un tipo di concezione dell’uomo che lo degrada. È una concezione che genera una specie di “anima”. È il dramma del nostro tempo in cui nell’erosione morale e nella confusione concettuale si diffondono impostazioni che distruggono l’uomo. Non è soltanto una posizione errata ma l’apologia e la diffusione dell’errore come se si trattasse di verità. È, per così dire, il vuoto difeso, il disordine e il degrado che passano come conquiste di libertà. Stando così le cose, ci troviamo di fronte ad una società malata che non soltanto non educa ma si disintegra, che non permette alla famiglia di adempiere la sua funzione essenziale. Si arriva ad un pluralismo impositivo in cui si protesta perché viene denunciata una determinata situazione. Se Cipriano denunciava già a suo tempo che ci sono crimini che, quando sono perpetrati dallo Stato passano come virtù (cfr. De Unitate Ecclesiae), nella Evangelium Vitae si denuncia che nelle leggi inique i delitti sono assunti come diritti. In questo caso la malattia sociale è ancora più pericolosa e rovinosa per la società e per lo stesso indviduo, perché equivale ad un sotterramento sistematico dei valori senza i quali è impossibile costruire le persone nella dimensione di un vero umanesimo ed edificare la società. In questi casi la “civiltà dell’amore” diventa un semplice ideale, perché sono state messe delle bombe a tempo per scardinare la persona umana. Non è forse questa una situazione disastrosa, come un’onda che sradica, confonde e disturba l’uomo? Penso che tutto ciò non può non avere un’incidenza quando parliamo del vuoto della società.


Uno speciale capitolo di attenzione meriterebbe tutto ciò che concerne la relazione tra Stato e Famiglia, affinché la famiglia sia non soltanto rispettata ma aiutata nel suo compito formativo. Quando, attraverso la cospirazione dei mezzi di comunicazione, si attenta contro la cosiddetta “ecologia umana”, si mettono le fondamenta per il pericoloso aumento della fuga nella droga da parte di persone che non soltanto hanno avuto un vuoto, ma che sono state disturbate nell’impostazione della vita da una cultura disgregante conosciuta come “cultura della morte”.



Conclusione



In riferimento a questa preoccupazione antropologica, nell’iter del figlio che ritorna alla casa del Padre, è necessario recuperare alcune verità che rendono possibile l’interiorizzazione dell’uomo, quell’alzarsi in piedi per intraprendere la strada di ritorno, il cammino di libertà che nella parabola acquista la qualifica di una “risurrezione”. Colui che era morto è tornato alla vita. Questa risurrezione è possibile perché l’uomo recupera la sua dignità nello stesso momento in cui si incontra con Dio e, in Lui, con se stesso. Perciò questa risurrezione diventa il passaggio dalla disperazione alla speranza.


Ed è in questo impegno che la Chiesa deve occupare un posto preminente, ragione per la quale siamo qui riuniti.


Pertanto, in queste semplici riflessioni, più che insistere sui doveri della società organizzata, dello Stato, di fronte al delitto del narcotraffico o di ricordare gli aiuti che si devono offrire alle istituzioni che si dedicano a liberare i ragazzi dalla droga, vorrei lanciare un appello a favore di una conversione sociale alla dignità dell’uomo. Bisogna chiedere che il permissivismo comodo ma distruttore dei governanti e dei legislatori non venga adoperato come strumento per aggravare i problemi. La conversione sociale corre di pari passo con una conversione della famiglia verso ciò che costituisce il progetto di Dio. Soltanto pochi giorni fa, nel Convegno Mondiale di Rio de Janeiro, il Santo Padre, in una bellissima improvvisazione si è riferito all’architettura divina, impressionante, di Rio de Janeiro, e alla sua architettura umana. Tutto ciò riguardava la famiglia che è anche, e soprattutto, architettura di Dio e dell’uomo. L’armonia di questa architettura è quella che permetterà lo sviluppo armonico dei figli, di modo che crescano in umanità e non diventino vittime dell’inferno della droga.


Card. ALFONSO LOPEZ TRUJILLO
Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia