Enrico Rebuschini, dei Chierici Regolari dei Ministri degli Infermi.

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

L’OSSERVATORE ROMANO Domenica 4 Maggio 1997

Una vita spesa al servizio dei malati


di Domenico Casera


Enrico Rebuschini è nato il 28 aprile 1860 a Gravedona, ridente e storica borgata sul Lago di Como.


Conseguì il diploma di ragioniere con ottime votazioni; si occupò come impiegato nell’industria serica del cognato a Crema. Aveva professionalmente l’avvenire assicurato. L’accordo con il cognato era ottimo. Ma egli sentiva che non era quella la sua strada. Non era tagliato per gli affari. Altri al suo posto avrebbero fatto molto meglio di lui, e si congedò dopo due anni, con una lettera sofferta e leale al datore di lavoro. È a questo punto che il papà lo lasciò libero di farsi sacerdote.

Preceduto e accompagnato da lettere lusinghiere di don Clinio Crosta, segretario del Vescovo di Como, Enrico scende a Roma, al Collegio Lombardo, e si iscrive all’Università Gregoriana il 3 novembre 1884.


Ottimi risultati accademici e più che positiva la dichiarazione del Rettore inoltrata al Vicariato per l’ammissione agli ordini Minori (primavera 1885). Ma dopo tre semestri completi, una gravemalattia lo obbliga a rientrare in famiglia nella primavera del 1886. Si trattava di una depressione psicospirituale profonda, per la quale fu necessario il ricovero in una casa di salute della Lombardia.


Fu un’esperienza molto rude, avviluppato com’era in una rete d’angoscia, di disperazione e di sensi di colpa che lo estraniavano dal mondo circostante e gli impedivano di proiettarsi nel futuro. «È stato Dio — egli scriveva evocando quel periodo — che operò la mia salute col darmi la confidenza nella sua infinita bontà e misericordia». Quella terribile parentesi acuì in lui una particolare sensibilità per chi soffriva di disturbi depressivi portandolo a farsi tramite «della misericordia di Dio e di quella dolcezza del Vangelo di cui tutti abbiamo bisogno». Ritrovata la piena tranquillità dello spirito, Enrico fu completamente assorbito in un progetto di santificazione personale difficile ed eroico, in una disciplina spirituale sorvegliata e costante, che costituiscono la base della sua futura abituale unione con Dio, della preghiera cui riservava tutti gli spazi che gli lasciavano liberi le sue molteplici e accaparranti occupazioni, e le ore della notte, il dono della contemplazione di cui Dio lo gratificò, ma anche i suoi modi sereni, umanissimi, con cui accoglieva le persone e l’evangelica dolcezza con la quale visitava gli ammalati e trattava con la  gente. Un quadernetto di 71 pagine che si è fortunatamente salvato dalla distruzione cui condannò i suoi scritti spirituali si apre con il voto — per le mani della Vergine Maria — di obbedire in tutto a Cristo «Via, Verità e Vita».


Erano quelli i mesi in cui maturava in lui la vocazione camilliana. Lo preparavano ad essa la propensione ai malati e ai bisognosi che sentiva in cuore e che in quel periodo si esternava nella visita agli infermi dell’ospedale civico e a quelli delle case private segnalati dalla S. Vincenzo. Ad essi dava generosamente fino all’ultimo centesimo e fino alla biancheria personale.


Verso i Camilliani lo indirizzò anche don Guanella, che stava avviando a Como le sue opere sociali, delle quali la mamma e la zia Lena, di p. Enrico erano generose e ferventi zelatrici. Non ci volle molto, al noviziato di Verona dove si presentò il 27 settembre 1887, per rendersi conto quale prezioso acquisto l’Ordine aveva fatto con questo ventisettenne postulante. Con dispensa pontificia, Enrico fu ordinato sacerdote il 14 aprile 1889 da Pio X allora vescovo di Mantova; fece la professione temporanea l’8 dicembre seguente e quella solenne l’8 dicembre 1891. Ebbe per due brevi periodi incarichi formativi e di insegnamento. Ma già nel 1891 fu destinato all’ospedale militare di Verona e poi (1893) a quello civile.


Il 1° maggio 1899 è trasferito a Cremona, dove rimase fino alla morte. Umile e discreto, ma sempre alacre e zelantissimo, non faceva nulla per attirare su di sé i riflettori dell’opinione pubblica: questi si attivarono da sé, fino a farsi testimonianza corale di santità: «Scosse salutarmente il suo Ordine religioso e la città di Cremona», afferma il Decreto super virtutibus.


A Cremona collaborò, in piena intesa col superiore del tempo, alla progettazione della nuova Casa di Cura San Camillo, della quale fu nominato economo proprio quando, nel 1903, bisognava assicurarne il funzionamento. Coprì questo incarico per 34 anni, cioè fino al 1937, ad un anno dalla morte. Cumulò questo incarico con quello di superiore a tre riprese, per undici anni. Affrontò responsabilità lontane dalla sua propensione ad una vita alacre e zelante, ma discreta, in posizione di subordine, note solo a Dio. Ne affrontò con esemplare fortezza, mantenendo sempre vigile e assiduo il contatto con Dio. Confidava agli intimi che, percorrendo il breve tratto che separava il suo ufficio dalla cappella e concentrandosi in preghiera davanti al tabernacolo, trovava poi le soluzioni giuste ai problemi assillanti che si presentavano.


Il Rebuschini morì a Cremona il 10 maggio 1938, di broncopolmonite. Dio gli concesse di poter lavorare fino all’ultimo giorno tra i suoi malati.


 


 


Motivo di gioia e di grande orgoglio


ANGELO BRUSCO


Superiore Generale


 


Motivo di gioia per tutta la Chiesa, la beatificazione di Padre Enrico Rebuschini rallegra in modo particolare la Famiglia camilliana. Per una felice coincidenza, questo importante evento cade nel 250° anniversario della canonizzazione di San Camillo, offrendo così l’opportunità di vedere riflessa la ricchezza spirituale del Fondatore in uno dei suoi figli che ha raggiunto la perfezione della carità. Inoltre, mentre ci prepariamo a celebrare con solennità questo grande evento, risuonano ancora nei nostri cuori le note gioiose delle beatificazioni delle Madri Giuseppina Vannini e Maria Domenica Brun Barbantini, fondatrici rispettivamente delle Figlie di San Camillo e delle Ministre degli Infermi di San Camillo. Come non vedere nell’elevazione agli onori degli altari, avvenute nello spazio di pochi anni, di tre persone che si sono nutrite della spiritualità di San Camillo, un segno particolare dell’amore del Signore verso la Famiglia camilliana e una conferma del valore del carisma della carità misericordiosa verso chi soffre?


La beatificazione di Padre Enrico dimostra che se la santità è il traguardo cui ogni credente, e soprattutto ogni religioso, è tenuto a tendere, le modalità per raggiungere tale traguardo conoscono mille variazioni. Nella persona e nell’attività di P. Rebuschini invano possiamo cercare lo stile carismatico, la leadership, la creatività e il trasporto emotivo non solo di San Camillo ma anche di molti altri religiosi camilliani che, durante i quattro secoli di vita dell’Ordine, hanno interpretato il carisma della carità misericordiosa verso gli infermi. Per chi finora ha potuto confrontarsi con il solo modello del Fondatore dell’Istituto camilliano, probabilmente riesce forse difficile apprezzare nella giusta misura la santità di una persona che ha conosciuto vie d’espressione così ordinarie,inserite com’erano nella più normale quotidianità. Ma allo sguardo di chi segue attentamente l’itinerario biografico di P. Enrico, tale quotidianità non tarda ad assumere un carattere eroico, apparendo come il luogo dove il nuovo beato ha realizzato fino alla perfezione la sua vita di credente nella linea del carisma camilliano, la carità misericordiosa verso gli infermi. 


Entrato nell’Ordine camilliano con il proposito di «consumare il proprio essere per dare Dio al prossimo vedendo in esso il volto stesso del Signore», P. Enrico ha dato prova di fedeltà, impegnandosi in un profondo cammino mistico e ascetico, caratterizzato da un’intensa e ordinata vita di preghiera, un gusto straordinario dell’eucaristia, la costante considerazione positiva degli altri anche in circostanze complesse, un’osservanza attenta e serena dei voti, una disciplina rigida, una costante autoformazione, anche culturale…


Per tutta la Famiglia camilliana la beatificazione di P. Enrico è uno stimolo a vivere con sempre maggiore autenticità la vocazione alla santità, nel servizio degli ammalati, svolto con intelligenza e amore. Da tale vocazione, infatti, «sviluppata nell’impegno personale e comunitario, dipendono — come si afferma in Vita Consecrata — la fecondità apostolica, la generosità nell’amore per i poveri, la stessa attrattiva vocazionale sulle nuove generazioni» (n. 93).


La comunità ecclesiale trovi nel futuro Beato un modello di amore misericordioso verso chi soffre, sull’esempio di Cristo «divino Samaritano delle anime e dei corpi».


 


 


La perfezione della carità: un filo d’oro che unisce il suo apostolato al carisma del Fondatore


Per il religioso camilliano, San Camillo è, dopo Cristo, il modello per eccellenza del servizio agli infermi. Così è scritto nella nuova Costituzione dell’Ordine: «Seguendo l’esempio del Fondatore ognuno di noi s’impegna nel ministero verso gli infermi con ogni diligenza e carità, con quell’affetto che suole un’amorevole madre al suo unico figlio infermo, secondo che lo Spirito Santo gli insegnerà» (n. 64).


Enrico Rebuschini ha seguito Cristo misericordioso con Camillo e come Camillo lo ha seguito. Ciò non significa che egli abbia ripetuto pedissequamente il Fondatore, ma, come lui, è stato fedele alla vocazione della carità misericordiosa verso gli infermi. E questo nel particolare ambito della sua personalità e dei contesti specifici in cui è stato chiamato a vivere e lavorare.


Il punto che unisce San Camillo e Rebuschini va cercato nella perfezione della carità, da essi raggiunta, che ha trovato la sua espressione in una piena dedizione a Dio e al prossimo infermo.


San Camillo avrebbe desiderato avere mille vite per metterle a servizio di chi soffre. Era nel desiderio di P. Enrico «consumare l’essere mio per dar ai miei prossimi il possesso di Dio». Due cuori, dunque, che hanno saputo amare con una «carità fatta di squisita sensibilità, di eroica pazienza e specialmente di sorprendente altissima comprensione. Quella carità che sa farsi tutta a tutti e tutta con ciascuno».


Ancor prima d’entrare nell’Ordine camilliano, Enrico mostrava una disposizione particolare verso i poveri e gli ammalati.


Nella sua famiglia, si respirava un clima ricco di solidarietà al quale egli non rimase indifferente. Ciò spiega le sue frequenti visite agli infermi del paese e dell’ospedale di Como, nel periodo in cui lavorava nell’amministrazione di tale istituzione sanitaria. Si recava al «capezzale degli ammalati più poveri, più bisognosi, più soli per i quali sacrificava tutto fino all’ultimo centesimo, di cui poteva disporre fino alla sua biancheria personale».


Divenuto religioso camilliano, Padre Rebuschini svolse per un breve periodo il ministero di cappellano negli ospedali militare e civile di Verona. A Cremona dove si recò nel 1899 e dove rimase fino alla morte avvenuta nel 1938, egli esercitò il servizio degli ammalati in svariati modi: ministero a domicilio, cura pastorale delle Figlie di San Camillo, cappellania della Casa di Cura S. Camillo, di cui era pure l’economo. Momenti d’emergenza mobilitarono in maniera straordinaria la comunità camilliana, chiamandola all’assistenza delle vittime del colera (1903), dei feriti della prima guerra mondiale (la Casa di cura si era trasformata in ospedale militare) e dei tubercolotici della Val Trompia (1925 30). Il filo d’oro che unisce tutte le attività che Padre Enrico ha svolto è la donazione generosa di se stesso. In lui si è verificato un progressivo movimento interiore che lo ha portato a fare del malato e del povero il centro della propria amorosa attenzione. Così il decreto sulle virtù sintetizza la dimensione «camilliana» di Padre Enrico: con un servizio esemplare agli infermi, egli ha prolungato «l’inesauribile misericordia e bontà di Gesù Signore, il quale si chinò su tutte le miserie dell’umanità ferita dal peccato e attraverso la cura e salvezza dei corpi doloranti diede pace e salvezza agli uomini».


Ha offerto ai malati «di fare esperienza della misericordia di Dio e di quella dolcezza del vangelo di cui tutti abbiamo bisogno».


Numerose testimonianze, depositate nei processi canonici, mettono in luce il suo zelo apostolico, che lo portava ad affrontare ogni fatica per rispondere con prontezza e amore ai bisogni spirituali e anche materiali dei malati e dei poveri. Nell’esercizio del suo ministero, p. Enrico doveva «fare i conti» con alcuni limiti della sua personalità, definita «timida e incerta». La grazia supplì a questi limiti, senza eliminarli, «assicurandogli aiuti straordinari con effetti sorprendenti».


Afferma un testimone che egli «sapeva accostare — ma non so ancora spiegarmi come riuscisse a farlo — qualunque ammalato e conquistarne l’anima, pur senza parlare, e cioè con quelle poche e tronche parole che gli riusciva di dire». Il suo viso e tutta la sua persona parlavano più che la sua bocca.


 


Una parte importante del ministero camilliano di P. Rebuschini era costituita dall’attività amministrativa svolta nella Casa di Cura per molti anni. È possibile per un economo – amministratore diventare santo? Padre Enrico non solo ha testimoniato che si possono gestire affari materiali con mani pure, ma ha mostrato che anche l’attività gestionale, amministrativo economica compiuta dai religiosi può — e deve — essere vissuta come espressione del carisma e compiuta come un ministero, alla stessa stregua di quello svolta nel servizio diretto — sanitario o pastorale — al malato. Questo può realizzarsi quando il religioso addetto all’amministrazione sanitaria — con l’ufficio «zeppo di carte, di pratiche, di macchine oggi sempre più sofisticate» — sa conservare nel cuore lo spirito di donazione ed avere la certezza fortificante di avere al centro della propria opera il Cristo presente nel malato.


 


Quale messaggio p. Rebuschini ha lasciato alla Chiesa e alla società, e soprattutto al mondo della sofferenza e della salute? Una risposta ci giunge dal Vescovo di Cremona, Mons. Giulio Nicolini, che ha scritto: «La sua glorificazione viene ad assumere il valore di uno stimolo energico alla sensibilità evangelica verso i sofferenti ed i malati nel corpo e nello spirito. Una dimensione di civiltà e di carità che tutti coinvolge, in special modo il mondo sanitario, in nome della dignità della persona umana, che nel vangelo trova la sua più alta ed esemplare testimonianza».


A.B.


 


 


La guarigione miracolosa di un moribondo


Il Sig. Giuseppe Losi, protagonista del presente caso clinico, è nato il 27 settembre 1910 a Monticelli Pavese; all’epoca dei fatti in esame era ammogliato e, come professione, faceva il sarto a Codogno, nell’hinterland milanese. Di genitori sani, morti ultrasettantenni, ha tre fratelli, uno dei quali religioso Camilliano — Fr. Aurelio —, altri due artigiani come lui e una sorella. Di salute si può dire che a quel momento, nessuno aveva palesato qualcosa di serio, però è interessante notare che erano tutti accomunati da una caratteristica: presentavano difficoltà di digestione.


L’evento di cui ci stiamo occupando prese le mosse nel novembre 1949: presentando gonfiore agli arti inferiori, Giuseppe Losi si recò dal fratello Aurelio, infermiere nella clinica S. Camillo di Milano; questi a sua volta lo fece visitare dal medico Dott. Angelo Mortari, il quale diagnosticò un difetto mitralico, inoltre tonsille grosse e purulente. Alla visita successiva, fatta il 20 novembre, il medico poté riscontrare che il quadro clinico era peggiorato: era insorta una miocardite endocardite con sospetto di pericardite settica. Per conseguenza il Dott. Mortari lo ricoverò e lo sottopose ad una energica cura antibiotica e salicilica. Mentre era in corso questa terapia, l’improvviso affacciarsi di un edema polmonare acuto fece precipitare la situazione mettendo in pericolo la vita stessa dell’ammalato: erano le 17,30 del 25 novembre 1949 e, malgrado l’affannarsi dei medici che tentarono il tutto per tutto, la crisi apparve ben presto inarrestabile. Oltre alla gravità in sé, ci si mise anche un’inusitata lunghezza — l’edema durò quasi otto ore — per cui ai medici, vista l’inefficacia della terapia, non restò


altro che emettere prognosi infausta quoad vitam.


All’una del mattino del successivo giorno 26, mentre appariva a tutti prossimo l’esito fatale, Fr. Aurelio Losi pensò di raccomandare il fratello morente all’intercessione del Servo di Dio P. Enrico Rebuschini; corse quindi a prendere una sua reliquia e la mise nel taschino del pigiama dalla parte del cuore. Ebbene, erano appena trascorsi 10 minuti da quel momento, che Giuseppe Losi si risvegliò, si mise a sedere sul letto, allontanò il bidone dell’ossigeno, disse di sentirsi bene e chiese di essere ben sistemato per dormire. Era guarito in modo repentino e perfetto, tanto che dopo circa un mese tollerò ottimamente un intervento di tonsillectomia. Riprese subito un intenso ritmo di lavoro e conobbe da allora un periodo di benessere che durò per venti anni: morì infatti l’8 dicembre 1969 a seguito di una disfunzione renale. Sulla valutazione del caso è stato espresso il convincimento che la guarigione di Giuseppe Losi, estranea alla scienza medica, sia di origine soprannaturale.


La diffusione dell’Ordine Camilliano nelle terre dei cinque Continenti


«Verrà tempo in cui pianticella del nostro Istituto estenderà i suoi rami in tutto il mondo». La profezia di San Camillo sta realizzandosi. L’Ordine camilliano, infatti, è attualmente presente nei 5 continenti: 10 paesi europei, 2 del Caucaso (Armenia e Georgia), 2 dell’America del Nord, 5 dell’America latina, 6 dell’Asia e 5 dell’Africa. Chi volesse informarsi su che cosa fanno gli oltre mille religiosi camilliani (padri e fratelli) sparsi nel mondo, riceverebbe questa risposta: stanno vicini agli ammalati. Tale prossimità si esprime in vari modi. 


Vi è innanzitutto il servizio sanitario prestato nelle strutture gestite dall’Ordine: ospedali, case di cura, residenze per anziani, case di accoglienza di diverso tipo. Ad autentiche cattedrali della scienza e della tecnica si affiancano iniziative più limitate, rispondenti ai bisogni dei malati più poveri e alle vittime delle nuove malattie sociali. Sono così nate, in vari paesi, una ventina di case per malati di AIDS, tossicodipendenti, terzomondiali, ecc. In questo settore dell’assistenza i religiosi fratelli hanno svolto e svolgono tuttora un ruolo fondamentale.


Accanto al servizio sanitario va, poi, ricordata l’assistenza pastorale. Diverse centinaia di padri camilliani svolgono la missione di cappellani ospedalieri. Ubbidendo ad un’esortazione di Giovanni Paolo «ad abbinare sempre all’insostituibile prossimità verso il malato l’evangelizzazione della cultura sanitaria, per testimoniare la visione evangelica del vivere, del soffrire e del morire», sono state istituite numerose scuole per la formazione degli operatori sanitari e pastorali.


Tra di essi eccelle per importanza il «Camillianum», Istituto Internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria, aggregato alla Pontificia Facoltà teologica «Teresianum», ormai giunto al suo decimo anno di vita. Seguendo l’orientamento conciliare e postconciliare, anche l’Ordine camilliano ha scelto tra i suoi obiettivi più importanti la «comunione e la collaborazione» con i laici.


Una testimonianza


Fiorino Tagliaferri, che fu Vescovo di Cremona dal 1978 al 1983, in occasione del cinquantesimo della morte ha rilasciato questa testimonianza: «Posso dire sinceramente di averLo incontrato davvero e più volte, nei miei anni cremonesi, attraverso la memoria che tiene viva l’ammirazione e la devozione verso di Lui. È una memoria di qualità. Né convenzionale né occasionale; un ricordare di tipo familiare, dal di dentro della vita, spontaneo e largamente condiviso non solo dai Suoi confratelli, i Figli di san Camillo, e dal clero diocesano, ma dal popolo cremonese che lo sente più che mai suo e Gli vuol bene come fosse vivo.


Mi parlavano di Lui come l’avessero davanti: ed erano ricordi di anni lontani o testimonianze ricevute da altri e conservate con quella sincerità che, attestandosi sulla verità e nel vissuto, rifugge da ogni enfasi.


Proprio come mi immagino fosse Lui: schivo e generoso, umile e instancabile, esigente con se stesso e totalmente disarmato nel dono di sé, innamorato di Dio come un mistico e disponibile a tutti come un apostolo.


Ma c’è anche una testimonianza mia personale alla quale non posso rinunziare. E la offro senza pretese. Più volte, nella Cappella della Clinica san Camillo di Cremona, ho sostato in preghiera davanti alla tomba di p. Enrico. Quel pregare, che non aveva niente di straordinario, mi dava un tale senso di pace che non mi so spiegare.


P. Enrico io continuo a pensarlo così».