Coppia, bambino e fecondazione artificiale: questioni bioetiche

Morale: contraccezione, dissenso...

La “ricostruzione” va iniziata dal sapere che il bambino – oggi è falsamente inteso come veicolo della realizzazione di coppia – è un segno di dono, non un oggetto di narcisismo con cui autorealizzarsi, in quanto serve all’autorealizzazione individuale. Una bioetica umana dovrà quindi farsi più matura con l’assunzione di un modello relazionale di coppia concepita come sviluppo della persona secondo cui prima viene sempre l’Altro”

Coppia, bambino e fecondazione artificiale:questioni bioetiche



 

Sin dalle loro origini, e ancora oggi, le tecniche di manipolazione genetica hanno a che fare con gli individui, non con le relazioni tra essi. In altri termini, queste tecniche non sono relazionali e la bioetica tende a non problematizzare questo aspetto. Essa si rivolge a uno o più individui e non mai alle conseguenze sulle relazioni.

Quando un medico interviene con tecniche come, ad esempio, la Fivet, non si chiede quali conseguenze avrà sul figlio, quale sia l’influenza che il medico esercita entrando nella mediazione di coppia. Nè tantomeno la bioetica, come disciplina, si pone questo problema.

La bioetica si preoccupa che questi atti siano il più corretti possibile, ma non si chiede quali siano le conseguenze di questi atti sulle relazioni tra i soggetti interessati.

La bioetica a cui mi riferisco è quella emersa originariamente nelle università americane. Solo in seguito tale impostazione è stata inquadrata in un discorso più ampio; si è parlato, quindi, di volta in volta di bioetiche con particolari indirizzi ideologici o dottrinali, per esempio di “bioetica cattolica”. Non tutta la bioetica americana, però, può essere trasferita in un contesto diverso, poichè la base etica della bioetica americana è fortemente biologica, rispetta una filosofia dell’adattamento che è una filosofia individuale e non relazionale.

Una tale bioetica non può offrire alcuna risposta valida ad una coppia narcisistica che vive il bambino in funzione di sè. E ciò perchè un’etica (e una bioetica) di carattere utilitaristico e strumentale richiede l’elaborazione di una cultura della vita. In particolare, la considerazione della vita come dono va inquadrata in un disegno più ampio. Un dono che è tale se veramente accettato da una coscienza e da una cultura spirituale.

Una coppia senza figli matura dal punto di vista umano se la cultura ed i valori di riferimento rispecchiano una cultura della vita come dono. La coppia a questo punto crea, in presenza di un bambino, una vera relazionalità, una “triade”, invece di una somma di “diadi”, come succede in una cultura narcisistica.

Una “triade” è sinergia, accrescimento reciproco. Ma questo la bioetica non lo sa.

Una coppia narcisistica, come quella che ricorre, ad esempio, alla fecondazione artificiale, rimane allo stesso livello o addirittura rafforza il narcisismo di fondo, se le tecnologie vengono adoperate senza un minimo di coscienza umana dei problemi relazionali.

La relazionalità aperta, quella dell’orientamento alla vita come dono, si contrappone quindi alla relazionalità chiusa della cultura narcisistica. La coppia diventa veramente tale nel momento in cui si apre alla relazionalità come generatività.

La coppia è una relazione tra due persone che, nel corso della storia, è profondamente mutata. Un tempo essa era una relazione psicologica, sociale, giuridica, materiale, culturale. Oggi queste dimensioni della relazione si autonomizzano: ogni aspetto ha una sua logica autonoma. Una possibile integrazione tra i vari aspetti deve fare riferimento all’esistenza di valori ultimi. Non è possibile servirsi solo di convenzioni pragmatiche.

La ricerca di grande parte della bioetica attuale si colloca sul piano contrattualistico. Si cercano patti, convenzioni che rispettino gli interessi in gioco. E’ la cosiddetta etica post-convenzionale senza verità, che al massimo riesce a superare uno stretto utilitarismo, ma resta con un’idea di giustizia che è comunque contrattuale. Qualche limite convenzionale esiste solo nel momento in cui essa viene riconosciuta e legittimata.

Le convenzioni, i contratti fra le parti, non sono sociologicamente sufficienti per umanizzare le bio-tecnologie.

Occorre che la struttura etica del contesto familiare e, in questo caso, l’uso che essa fa dei servizi sanitari, rispetti i diritti della persona come soggetto singolo e inoltre i diritti delle relazioni tra i soggetti stessi.

Le ricerche finora effettuate si sono in gran parte occupate dei limiti da porre nel campo operativo sanitario con valenza bioetica.

E’ certo che dei limiti, dei confini all’agire, siano necessari, ma bisogna capire esattamente la differenza tra il porre dei semplici limiti formali (quantitativi) oppure limiti che creino una differenza qualitativa rispetto a ciò che è illecito. Ad esempio, in Inghilterra si permette l’esistenza di banche del seme solo con limiti quantitativi alla proliferazione di questi centri, per non aumentare la pericolosità genetica del fenomeno. Ma il problema etico di ottenere, conservare e offrire seme umano non è affrontato.

Un approccio più sostanziale al problema considera il consenso alla nascita, ossia alla creazione di un figlio con seme anonimo come un diritto non disponibile.

Come scrive Dionigi Tettamanzi :” il consenso eventualmente dato al coniuge che si faccia fecondare da una terza persona, non modifica il giudizio morale negativo sulla fecondazione eterologa. Quel consenso non ha alcun valore, poichè ha per oggetto un diritto indisponibile, cioè non a disposizione del titolare”.

Da un punto di vista sociologico, quando diciamo che l’atto di generare un figlio è un atto etico, per eticità intendiamo il fatto costitutivo della relazione tra le persone.

Come scrive E. Levinas, l’eticità è riconoscere la regola secondo cui “prima c’è sempre l’Altro”.

Il dono rivela una particolare caratteristica dell’esistenza personale, anzi della stessa essenza della persona (Karol Wojtila, “Amore e responsabilità”, ed. Marietti).

La persona è quindi essenzialmente “per l’altro”, il carattere di dono è nella costituzione stessa della persona.

Quando il libro della Genesi afferma che “Non è bene che l’uomo sia solo”, afferma che da solo l’uomo non può realizzare totalmente la sua essenza.

Il dono deve esserci quindi nel rapporto di coppia e, nondimeno, nel rapporto con il bambino. Altrimenti la coppia si chiude e perde la sua stessa natura, che è quella di una chiamata personale allo sviluppo diadico, poi triadico e così via.

La relazione non si risolve aprendo la coppia ad un altro, ma trasformandosi in una relazione di dono che, se può, genera un figlio. Se non può, deve aprirsi in altre direzioni. Ad altre forme relazionali, come l’assunzione di responsabilità verso bambini soli, attraverso l’adozione. La percezione della necessità di un’etica non contrattualistica ma normativa nasce in realtà dal riconoscimento dell’Altro come assoluto, inteso come fatto di etica naturale.

Solo in questo modo si perde la possibilità che si usino strumentalmente le altre persone per sè stessi.

L’atto umano è etico nel momento in cui rispetta l’assoluto della persona. La normazione prima di tutto è il riconoscimento della esistenza di una normativa interna alle relazioni.

L’etica utilitaristica non rispetta il senso e l’essenza delle relazioni umane. E’ un’etica strumentale che vorrebbe, ma non può, staccare lo strumento del contesto normativo del fine, che è l'”assoluto relativo” della persona umana.

 

Il problema è capire quale relazione intercorre e deve esistere fra il bambino e la coppia.

La cultura attuale si focalizza sulla coppia, sulle dinamiche di coppia, fondandosi su un codice simbolico culturale essenzialmente binario, quanto mai semplificatore.

Si procede con le coppie bene-male, io-tu, e così via, senza che queste coppie includano un “terzo”.

In questo sistema culturale, produrre una triangolazione è quindi molto complicato, perchè si tratta di introdurre un terzo elemento in una scelta che può essere concepita solo in termini binari. Al contrario, nella concreta fenomenologia, quando un bambino entra in una coppia ne modifica profondamente i rapporti, perchè il rapporto a due viene mediato dal “terzo”, il bambino. Il rapporto diretto io-tu subisce delle modifiche che, se non comprese, possono portare a frustrazione, disturbo, aggressività nella relazione a due.

Bisogna esaminare la maturazione della coppia di fronte al bambino, il tipo di cultura di coppia verso il bambino.

Siamo in presenza infatti di una cultura di mancata relazione triangolare. Anche quando il bambino materialmente esiste, non si crea mai un sistema di relazioni a tre. Ci sono tante “diadi” ma manca una sistematica relazione triangolare. Riguardo all’esame di questa cultura è possibile fare alcune considerazioni:

1. Le tendenze nel controllo delle nascita sono il prodotto di una cultura che si basa da un lato sulla costruzione di un sistema artificiale di vita, in questo caso di riproduzione artificiale della vita, dall’altro sulla amoralità della coppia.

La tecnologia che interviene sulla coppia che vuole avere figli si innesta sulla tendenziale amoralità della coppia stessa. L’uso di queste tecnologie è funzionale ad un tipo di relazione di coppia che in psicologia e sociologia definiamo “narcisistica”.

Da una ricerca effettuata al reparto di Fisiopatologia della riproduzione umana del Policlinico S. Orsola nel 1984, emergono alcune caratteristiche della coppia che si avvicina alla FIVET: età nel 70% tra i 30 e 39 anni; si dichiara al 90% di religione cattolica, di cui solo l’8% “non praticante”.

Oltre la metà appartengono alla fascia impiegatizia, di buon livello di istruzione.

Sono coppie quindi di una certa età, e con una certa “consapevolezza culturale”.

Nel 38% dei casi non sono state tentate, prima della FIVET, altre soluzioni per ovviare alla sterilità.

La maggior parte di queste coppie sarebbe in linea di principio disposta a sostituire la FIVET con una adozione, però esistono difficoltà pratiche nelle relative procedure.

Nel 91% dei casi le coppie non conoscono nessuno che abbia già fatto ricorso alla FIVET.

L’8% delle coppie si dichiara disposta a ripetere il tentativo di FIVET nel caso di fallimento del primo.

Solo nel 70% dei casi il medico di famiglia è informato del tentativo di FIVET. Solo nel 75% dei casi le famiglie di origine della coppia sono informate della decisione di ricorrere alla fecondazione artificiale.

Nei casi in cui la famiglia di origine sia stata informata della decisione, ben il 70% concorda con la coppia. La presunzione che assegnava agli anziani valori etici contrari a questo tipo di pratiche risulta formalmente smentita.

Nella coppia, la decisione di sottoporsi alla FIVET è stata presa di comune accordo nell’84% dei casi, mentre, quando è uno solo che prevale, si registra la prevalenza della moglie con il 13% e solo nell’1% è il marito a decidere.

Sono coppie che da parecchi anni tentano di avere figli, con diagnosi di sterilità nel 56% femminile, nel 5% maschile, nel 31% di =coppia, nell’8% sconosciuta.

L’80% è favorevole alla contraccezione, il 40% è favorevole all’aborto. La coppia che si rivolge alla FIVET non ha aspetti patologici di carattere fisico in altri campi. E’ però una coppia molto incerta, che vive in un “mondo amorale”. Vuole il bambino a tutti i costi, indipendentemente da problemi morali.

Il bambino viene a coprire un bisogno del tutto privatizzato. Il rivolgersi alla tecnologia è una scelta che non mette in causa valori o decisioni di tipo morale, è quindi amorale.

La caratteristica distintiva di queste coppie è la mancanza della percezione della moralità degli altri; non ci si rende conto che sono in gioco gli aspetti più tipicamente etici del comportamento. I comportamenti etici hanno a che fare con la riposta all’altro; queste coppie non vogliono rispondere a nessuno di ciò che fanno, non al bambino, tantomeno alla società.

Quella che hanno preso è una decisione basata su sentimenti, in modo poco razionalizzato. Anche se presa dopo lungo tempo è fondamentalmente “istintiva”. Vengono saltati spesso i filtri del consiglio di altri, come ad esempio il medico di base o la famiglia di origine.

Negli altri aspetti, le coppie intervistate, sono nella norma. Possono anche avere dei comportamenti morali, ma quando compare il bambino “desiderato” l’eticità scompare. Se ne può concludere che la coppia oggi è un fenomeno relazionale molto privatizzato che non vive alcun senso di responsabilità verso l’esterno.

Questo corrisponde ad una evoluzione del codice simbolico dell’amore, che è un codice sempre più narcisistico, inteso non nel senso di Freud, ma di autorealizzazione dell’io attraverso l’amore per l’altro. In apparenza l’affetto c’è, e c’è anche una forma di amore, ma la funzione è narcisistica.

Siamo in presenza di uno svuotamento della coppia che rimane certo basata sull’amore, ma non più su un amore ideale, di virtù, di perfezionamento dell’oggetto che si ama.

L’amore diventa una “comune problematizzazione del mondo”. Ci si ama tanto quanto si riesce a definire assieme le problematiche del mondo, in questo caso il bambino.

La coppia quindi si cementa nel fare del bambino l’oggetto di un comune problema. Questo è visibile nella fortissima tendenza ad avere il “proprio” bambino, a tutti i costi, e nella grande chiusura della coppia di fronte alla riflessione sui problemi che, per esempio, una eventuale FIVET potrà provocare nel figlio.

E’ plausibile chiedersi come mai, proprio mentre tanta gente usa tecnologie per non avere figli, altra gente le usi per cercare di averli.

La spiegazione risiede nel fatto che viviamo in una cultura che si basa sulla “integrazione paradossale”: cioè si ammettono contemporaneamente i contrari e si integra il tutto passando da un contrario all’altro.

Anche il diritto non è più fonte di “ordinamento”, ma di dissoluzione.

Tutte le leggi sulla famiglia dal 1975 ad oggi scontano questo approccio di “integrazione paradossale”, legittimando contemporaneamente principi contrari; basti ricordare la legge 194 sull’aborto, dove nell’art. 1 si enuncia un principio etico di tutela della vita e della maternità e poi per tutto il resto della legge si smentisce il principio stesso.

Mentre la “modernità” aveva una certa idea di emancipazione, di liberazione dell’individuo, l’epoca in cui viviamo è definibile come “post-moderna” in quanto non ha più un ordine etico finalizzato alla umanizzazione della persona. Tutto è definito come “possibile”. Si vuole rendere possibile l’improbabile.

La “ricostruzione” va dunque iniziata da qui. Dal sapere che il bambino è una forma della comunicazione di coppia, è una forma simbolica, un segno di dono, non un oggetto di narcisismo con cui autorealizzarsi. Oggi il bambino è falsamente inteso come veicolo della realizzazione di coppia, in quanto serve all’autorealizzazione individuale.

Il bambino è un’immagine fantasticata, evasiva, non reale, allo stesso modo in cui si evade dalla realtà.

E’ un problema di distorsione relazionale. Non c’è capacità di costruire una vera relazione triangolare. Una bioetica umana dovrà quindi farsi più matura con l’assunzione di un modello relazionale di coppia concepita come sviluppo della persona secondo cui prima viene sempre l’Altro”.

 

Pierpaolo Donati – ordinario di sociologia all’Università di Bologna

(C) “Orizzonti della Bioetica”