Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (9)

Teologia: fondamentale, ascetica...

…Dell’obbligo di tendere alla perfezione. Dei motivi che rendono questo dovere più facile. Dell’obbligo per i religiosi di tendere alla perfezione. Obbligo fondato sui voti, sulle Costituzioni e sulle Regole. Dell’obbligo per i sacerdoti di tendere alla perfezione. L’insegnamento di Gesù e di S. Paolo. La natura degli uffici sacerdotali esige la santità. Il sacerdote, religioso di DIO, non può salvare le anime senza mirare alla santità….

CAPITOLO IV.


Dell’obbligo di tendere alla perfezione.


 


352. Esposta la natura della vita cristiana e la sua perfezione, ci resta ad esaminare se ci sia per noi un vero obbligo di progredire in cotesta vita oppure se basti di serbarla gelosamente come si custodisce un tesoro. Per rispondere con maggior esattezza, esamineremo tal questione rispetto a tre categorie di persone: 1° i semplici fedeli o i cristiani;  i religiosi; 3° i sacerdoti; insistendo su quest’ultimo punto per lo scopo speciale che ci siamo proposti.


 


ART. I. DELL’OBBLIGO PER I CRISTIANI DI TENDERE ALLA PERFEZIONE.


 


Esporremo . 1° l’obbligo in sé; 2° i motivi che rendono più facile questo dovere.


 


I. Dell’obbligo propriamente detto.


 


353. In materia così delicata è necessario usare la maggior precisione possibile. E’ certo che  bisogna e che basta morire in stato di grazia per salvarsi; pare quindi che non ci sia per i fedeli altro obbligo stretto che quello di conservare lo stato di grazia. Ma la questione sta appunto qui: sapere se si può conservare per un tempo notevole lo stato di grazia senza sforzarsi di progredire. Ora l’autorità e la ragione illuminata dalla fede ci mostrano che, nello stato di natura decaduta, non si può restare a lungo nello stato di grazia senza sforzarsi di progredire nella vita spirituale e di praticare di tanto in tanto alcuni dei consigli evangelici.


 


I. L’argomento d’autorità.


 


354. 1° La Sacra Scrittura non tratta direttamente una tal questione; posto che ha il principio generale della distinzione tra precetti e consigli, non dice ordinariamente ciò che nelle esortazioni di Nostro Signore è obbligatorio o no. Ma insiste tanto sulla santità che si addice ai cristiani, ci mette davanti agli occhi tale ideale di perfezione, predica così apertamente a tutti la necessità della rinunzia e della carità, elementi essenziali della perfezione, che ad ogni animo imparziale nasce subito la convinzione che, per salvarsi, è necessario, in certe occasioni, far di più di quello che è strettamente comandato e quindi sforzarsi di progredire.


355. A) Così Nostro Signore ci presenta come ideale di santità la perfezione stessa del nostro Padre celeste: “Siate perfetti come è Perfetto il Padre vostro celeste. Estote ergo vos perfecti, sicut et Pater vester caelestis perfectus est”[1]; tutti quelli quindi che hanno Dio per padre, devono accostarsi a questa divina perfezione; il che non può evidentemente farsi senza un qualche progresso. Tutto il discorso della montagna non è in sostanza che il commento e lo sviluppo di quest’ideale.  La via da tenere per questo è la via della rinunzia, dell’imitazione di Nostro Signore e dell’amor di Dio: ” Chi viene a me e non odia (cioè non sacrifica) il padre, la madre, la moglie, i figliuoli, i fratelli, le sorelle e persino la vita, non può essere mio discepolo: “Si quis venit ad me, et non odit patrem suum, et matrem et uxorem et filios et fratres et sorores, adhuc autem et animam suam, non potest meus esse discipulus[2]“.


Bisogna dunque, in certi casi, preferire Dio e la sua volontà all’amore dei genitori, della moglie, dei figli, della propria vita e sacrificar tutto per seguire Gesù; il che suppone un coraggio eroico che non si avrà al momento opportuno se. non vi si è preparati con sacrifici di supererogazione. E questa certamente via stretta e difficile e ben pochi la seguono; ma Gesù vuole che si facciano sforzi serii per entrarvi: “Contendite intrare per angustam portam[3]: non è questo un chiederci di tendere alla perfezione?


356. B) Né altrimenti parlano i suoi apostoli. S. Paolo rammenta spesso ai fedeli che sono stati eletti per diventar santi: “ut essemus sancti  et immaculati in conspectu ejus in caritate”; [4] il che non possono fare senza spogliarsi dell’uomo vecchio e rivestirsi del nuovo, cioè senza mortificare le tendenze della corrotta natura e senza sforzarsi di imitare le virtù di Gesù. Né a ciò potranno riuscire, aggiunge S. Paolo, senza studiarsi di pervenire “alla misura dell’età piena di Cristo, donec occurramus omnes… in virum perfectum, in mensuram aetatis plenitudinis Christi[5]; il che significa che, essendo incorporati a Cristo, noi ne siamo il compimento, e spetta a noi, col progredire nell’imitazione delle sue virtù, di farlo crescere e di integrarlo. Anche S. Pietro vuole che tutti i suoi discepoli siano santi come colui che li ha chiamati alla salute: ” secundum eum qui vocavit vos Sanctum, et ipsi in omni conversatione sancti sitis [6]. E come lo possono essere ,senza progredire nella pratica delle cristiane virtù? San Giovanni nell’ultimo capo dell’Apocalisse invita i giusti a non smettere di praticar la giustizia e i santi a santificarsi sempre più: ” Qui justus est, justificetur adhuc, et sanctus, sanctificetur adhuc “[7].


357. C) Questa conclusione sgorga pure dalla natura della vita cristiana, che, al dire di Nostro Signore e dei suoi discepoli, è una lotta ove la vigilanza e la preghiera, la mortificazione e la pratica positiva delle virtù sono necessarie per riportar vittoria: ” Vigilate e pregate per non entrare in tentazione, vigilate et orate ut non intretis in tentationem “[8]Dovendo lottare non solo contro la carne e il sangue, cioè contro la triplice concupiscenza, ma anche contro i demonii che in noi la aizzano, abbiamo bisogno di armarci spiritualmente e di valorosamente lottare. Ora in una lotta che duri a lungo, si è quasi fatalmente vinti se uno si tiene soltanto sulla difensiva; bisogna quindi ricorrere purè ai contrattacchi, cioè alla pratica positiva delle virtù, alla vigilanza, alla mortificazione, allo spirito di fede e di confidenza. Tal è veramente la conclusione che ne trae S. Paolo, quando, descritta la lotta che dobbiamo sostenere, dichiara che dobbiamo stare armati da capo a piedi come il soldato romano, ” cinti i lombi con la verità, vestiti dell’usbergo della giustizia, calzati i piedi pronti ad annunziare il Vangelo della pace, con lo scudo della fede, l’elmo della salute e la spada dello Spirito: State ergo succincti lumbos vestros in veritate, et induti loricam justitiae, et calceati pedes in praeparatione evangelii pacis; in omnibus sumentes scutum fidei … et galeam salutis assumite et gladium Spiritus[9] … Col che ci mostra che, per trionfare dei nostri avversarii, bisogna fare di più di quanto è strettamente prescritto.


358. 2° La Tradizione con ferma quest’ insegnamento. Quando i Padri vogliono insistere sulla necessità della perfezione per tutti, dicono che nella via che conduce a Dio e alla salute, non si può rimaner stazionarii, ma o che si avanza o che si retrocede: ” in via Dei non progredi regredi est “.


Così S. Agostino, facendo notare che la carità è attiva, ci avverte che non bisogna fermarsi per via, appunto perché l’arrestarsi è un retrocedere: “retroredit qui ad ea revolvitur unde jam recesserat”[10]; e Pelagio medesimo, suo avversario, ammetteva lo stesso principio, tanto è evidente. Quindi S. Bernardo, che da taluno è detto l’ultimo dei Padri, espone questa dottrina in forma drammatica: ” Non vuoi progredire? ‑ Non vuoi dunque retrocedere? ‑ Niente affatto. Che vuoi dunque? ‑ Voglio vivere in modo da star fermo nel punto in cui sono… ‑ Ciò che tu vuoi è cosa impossibile, perché nulla a questo mondo rimane nel medesimo stato”[11] … E altrove aggiunge: “Bisogna necessariamente salire o discendere; chi vuol fermarsi, cade infallantemente [12]. Anche il S. P. Pio XI, nell’Enciclica del 26 gennaio 1923 sopra S. Francesco di Sales, dichiara nettamente che tutti i cristiani, senza eccezione, devono tendere alla santità[13].


 


II. L’argomento di ragione.


 


La ragione fondamentale per cui dobbiamo tendere alla perfezione è quella appunto dataci dai Padri.


359. 1° Ogni vita, essendo movimento. è essenzialmente progressiva. nel senso che, quando cessa di crescere, comincia pure a decadere. La ragione che vi sono in ogni vivente delle forze disgregative, le quali, ove non siano infrenate, finiscono col produrre la malattia e la morte. Lo stesso avviene della nostra vita spirituale: a fianco delle tendenze che ci portano al bene, ve ne sono altre, attivissime, che ci trascinano al male; a combatterle, il solo mezzo efficace è di accrescere in noi le forze vive, l’amor di Dio e le virtù cristiane; allora queste tendenze cattive s’indeboliscono. Ma se desistiamo dal fare sforzi per progredire, i nostri vizi si ridestano e, riprendendo vigore, ci danno più vivi e più frequenti assalti; e se non ci scotiamo dal nostro torpore, viene il momento in cui, di debolezza in debolezza cadiamo in peccato mortale[14]. Tal è, ahimè! la storia di molte anime, come ben sanno i direttori che hanno esperienza. Ecco un paragone che farà capir la cosa. Per salvarci dobbiamo risalire una corrente più o meno violenta, quella delle nostre passioni disordinate che ci trascinano al male. Finché ci sforziamo di spingere avanti la nostra navicella riusciamo a risalir la corrente o almeno a contrappesarla ma, appena cessiamo di remare, veniamo dalla corrente travolti e indietreggiamo verso l’Oceano, ove ci attendono le tempeste, vale a dire le tentazioni gravi e forse anche le miserande cadute.


360. 2° Vi sono precetti gravi che in certe occasioni non possono essere osservati se non con atti eroici. Ora, tenendo conto delle leggi psicologiche, non si è ordinariamente capaci di compiere atti eroici, se prima non vi si è preparati con sacrifici, cioè con atti di mortificazione. A rendere questa verità più palpabile, diamo qualche esempio. Prendiamo il precetto della castità e vediamo quali sforzi generosi, talora eroici, richiede a poter essere conservata tutta la vita. Fino al matrimonio (e molti giovani non si sposano che a 28 o 30 anni) bisogna praticar la continenza assoluta sotto pena di peccato mortale. Ora le tentazioni gravi cominciano, quasi per tutti, all’età della pubertà e talora anche prima; a vittoriosamente resistervi, bisogna pregare, tenersi lontani dalle letture, dalle rappresentazioni dalle relazioni pericolose, deplorare anche le più piccole debolezze e approfittarne per subito e generosamente rialzarsi; e ciò per un lungo periodo della vita. Or questo non suppone forse sforzi più che ordinarii e qualche opera di supererogazione? Il matrimonio, contratto che sia, non mette al riparo da gravi tentazioni; vi sono periodi in cui bisogna praticare la continenza coniugale; al che è necessario un coraggio quasi eroico, che non si acquista se non con una lunga abitudine di mortificazione dei sensuali diletti e con la pratica assidua della preghiera.


361. Prendiamo ora la legge della giustizia negli affari finanziari, commerciali, industriali, e si pensi al gran numero di occasioni che si presentano di violarla; alla difficoltà di praticare una perfetta onestà in tempi in cui la concorrenza e la bramosia del guadagno fanno salire i prezzi oltre i limiti permessi; e si vedrà che, per restare semplicemente onesti, è necessaria una somma di sforzi e un’abnegazione più che ordinaria. Sarà capace di questi sforzi chi si abituò a non rispettare che le prescrizioni gravi, chi venne con la coscienza a compromessi prima leggieri, poi più seri, e da ultimo veramente gravi? A schivar questo pericolo, non e forse necessario fare un poco di più di ciò che è strettamente comandato, affinché la volontà, rafforzata da questi atti generosi, abbia maggior vigore a non lasciarsi trascinare ad atti d’ingiustizia?


S’avvera quindi dovunque quella legge morale che, per non cadere in peccato, bisogna fuggirne il pericolo con atti generosi che non cadono direttamente sotto precetto. In altre parole, per colpire nel segno si deve mirare un poco più in alto; e per non perdere la grazia bisogna rinvigorir la volontà contro le tentazioni pericolose con opere di supererogazione; bisogna insomma tendere alla perfezione.


 


II. Dei motivi che rendono questo dovere più facile.


 


I molteplici motivi che possono stimolare i semplici fedeli a tendere alla perfezione, si riducono a tre principali: 1° il bene dell’anima; 2° la gloria di Dio; 3° l’edificazione del prossimo.


362. 1° Il bene dell’anima è prima di tutto la sicurezza dell’eterna salute, la moltiplicazione dei meriti, e finalmente la gioia della coscienza.


A). L’opera grande che dobbiamo compiere sulla terra, l’opera necessaria anzi a dir vero, l’unica necessaria, è di salvarci l’anima. Se la salviamo, quand’anche perdessimo tutti i beni della terra, parenti, amici, riputazione e ricchezze, tutto è salvo; perché riavremo centuplicato in cielo tutto ciò che abbiamo perduto, e lo riavremo per tutta l’eternità. Ora il mezzo più efficace per assicurarci l’eterna salute è di tendere alla perfezione, ognuno secondo il proprio stato; quanto più ciò facciamo con senno e costanza, tanto più ci allontaniamo dal peccato mortale che solo può dannarci: è chiaro infatti che, quando uno sinceramente si sforza di divenire più perfetto, schiva per ciò stesso le occasioni di peccato, fortifica la volontà contro gli agguati che ci attendono al varco, e, venuto il momento della tentazione, la volontà, già agguerrita dallo sforzo verso la perfezione e abituata a pregare per assicurarsi la grazia di Dio, respinge con orrore il pensiero del peccato grave: potius mori quam faedari. Chi invece si permette tutto ciò che non è peccato grave, s’espone a cadervi quando si presenterà una lunga e violenta tentazione; abituato a cedere al piacere nelle cose meno gravi, c’è da temere che, trascinato dalla tentazione, finisca col soccombervi, come chi costeggia continuamente l’abisso finisce col precipitarvi. Per essere sicuri di non offendere gravemente Dio, il mezzo migliore è d’allontanarsi dall’orlo del precipizio, facendo più di quel che è comandato e sforzandosi di progredire verso la perfezione; quanto maggiore è la prudenza e l’umiltà con cui vi si tende, tanto maggiore è la sicurezza dell’eterna salute.


363. B) Così si accrescono pure ogni giorno i gradi di grazia abituale che si possiedono e i gradi di gloria a cui si ha diritto. Abbiamo visto infatti che ogni sforzo soprannaturale, fatto per Dio, da un’ anima che è in stato di grazia, le procura un aumento di meriti. Chi non si dà pensiero della perfezione e compie il proprio dovere con maggiore o minore noncuranza, acquista ben pochi meriti, come abbiamo detto al n. 243. Ma chi tende alla perfezione e si sforza di progredire, ne acquista un gran numero; accresce quindi ogni giorno il suo capitale di grazia e di gloria, e i suoi giorni sono pieni di meriti: ogni sforzo è ricompensato da un aumento di grazia sulla terra e più tardi da un peso immenso di gloria nel cielo; ” aeternum gloriae pondus operatur in nobis! [15].


364. C) Chi voglia godere un poco di felicità sulla terra, non vi è di meglio che la pietà: “la pietà, dice S. Paolo giova a tutto avendo promessa della vita presente e della futura: pietas autem ad omnia utilis est, promissionem habens vitae quae nunc est et futuro[16]. La pace dell’anima, il gaudio della buona coscienza, la fortuna di essere uniti a Dio, di progredire nel suo amore, di giungere a una sempre maggiore intimità con Nostro Signore: ecco alcune delle ricompense che Dio largisce fin di quaggiù ai fedeli suoi servi, in mezzo alle prove, con la gioconda speranza della beatitudine eterna.


365.2° La gloria di Dio. Nulla di più nobile che il procurarla, nulla di più giusto, se richiamiamo ciò che Dio ha fatto e fa continuamente per noi. Ora un’anima perfetta dà a Dio maggior gloria di mille anime ordinarie: moltiplica infatti ogni giorno gli atti d’amore, di riconoscenza, di riparazione, e dirige in questo senso tutta la vita con l’offerta spesso rinnovata delle azioni ordinarie, glorificando così Dio da mane a sera.


366. L’edificazione del prossimo. Per far del bene attorno a noi, per convertire qualche peccatore o incredulo e confermare nel bene le anime vacillanti, non vi è nulla di più efficace dello sforzo che si fa per meglio praticare il cristianesimo: se la mediocrità della vita attira sulla religione le critiche degli increduli, la vera santità ne eccita l’ammirazione per una religione che sa produrre tali effetti: “dal frutto si giudica l’albero: ex fructibus eorum cognoscetis eos”[17]. L’apologetica migliore è quella dell’esempio, quando vi si sa unire la pratica di tutti i doveri sociali. Ed è pure ottimo stimolo per i mediocri, che s’addormenterebbero nella tiepidezza se il progresso delle anime fervorose non li scotesse dal loro torpore.


È una ragione che molte anime oggi capiscono in questo secolo di proselitismo, i laici intendono meglio di prima la necessità di,difendere e di propagare la fede con la parola e con l’esempio. Spetta ai sacerdoti di assecondare questo movimento, formandosi attorno una schiera di valorosi cristiani che, non appagandosi d’una vita mediocre e volgare, si studino di progredire ogni giorno più nell’adempimento dei loro doveri; doveri religiosi prima di tutto ma anche doveri civili e sociali. Saranno ottimi collaboratori che, penetrando in posti poco accessibili ai religiosi e ai sacerdoti, li asseconderanno efficacemente nella pratica dell’apostolato.


 


ART. II. DELL’OBBLIGO PER I RELIGIOSI DI TENDERE ALLA PERFEZIONE.


 


367. Vi sono tra i cristiani di quelli che, volendo darsi più perfettamente a Dio e assicurarsi più efficacemente la salute dell’anima, entrano nello stato religioso. Questo stato è, secondo il Codice di Diritto canonico,[18] ” un modo stabile di vivere in comune, nel quale i fedeli, oltre ai precetti comuni, prendono ad osservare anche i consigli evangelici facendo i voti di obbedienza, di castità e di povertà “.


Che i Religiosi siano tenuti, in virtù dei loro stato, a tendere alla perfezione, è unanime dottrina dei teologi; è ciò che il Codice pure rammenta dichiarando che “tutti e ciascuno dei religiosi, tanto i superiori quanto gli inferiori, devono tendere alla perfezione del loro stato [19]. Quest’obbligo è talmente grave che S. Alfonso de Liguori non esita a dire che un religioso pecca mortalmente se prende la ferma risoluzione di non tendere alla perfezione o di non darsene alcun pensiero[20]. Con ciò infatti manca gravemente al dovere del proprio stato, che è precisamente di tendere alla perfezione. È anzi per questa ragione che lo stato religioso vien detto stato di perfezione, vale a dire stato ufficialmente riconosciuto dal Diritto Canonico come uno stabile genere di vita in cui uno si obbliga ad acquistare la perfezione. Non è quindi necessario aver acquistato la perfezione prima d’entrarvi, ma vi si entra appunto per acquistarla, come bene osserva S. Tommaso[21]. L’obbligo per i religiosi di tendere alla perfezione si fonda su due ragioni principali: 1° i Voti; 2° le costituzioni e regole.


 


I. Obbligo fondato sui voti.


 


368. Chi si fa religioso intende di darsi e di consacrarsi più perfettamente a Dio: per questo fa i tre voti. Ora questi voti obbligano ad atti di virtù che non sono comandati, e che sono tanto più perfetti in quanto che il voto all’intrinseco loro valore aggiunge quello della virtù della religione; e hanno pure il vantaggio di sopprimere o per lo meno di attenuare alcuni degli ostacoli maggiori alla perfezione. Il che intenderemo meglio toccando in particolare di questi voti.


369. 1° Col voto di povertà si rinunzia ai beni esterni che si possiedono o che si potessero acquistare; se il voto è solenne, si rinunzia al diritto stesso di proprietà, per modo che tutti gli atti di proprietà che si volessero poi fare, sarebbero canonicamente nulli, porne il Codice dichiara al can. 579; se il voto è semplice, non si rinunzia al diritto di proprietà ma al libero uso di questo diritto, di. cui non si può usare che col permesso dei Superiori e nei limiti da essi fissati.


Questo voto ci aiuta a vincere uno dei grandi ostacoli alla perfezione: lo smoderato amore delle ricchezze e i fastidi causati dall’amministrazione dei beni temporali; onde è un gran mezzo di progresso spirituale. D’altra parte impone penosi sacrifici, perché non si ha quella sicurezza e quell’indipendenza che viene dal libero uso dei propri beni; si devono talora soffrire certe privazioni imposte dalla vita comune; è penoso e umiliante il ricorrere a un Superiore ogni volta che si ha bisogno di cose necessarie. Vi sono dunque in ciò atti di virtù a cui urlo si è obbligato per voto e che non solo ci fanno tendere alla perfezione ma vi ci avvicinano.


370. 2° Il voto di castità ci fa trionfare di un secondo ostacolo alla perfezione: della concupiscenza della carne; e ci libera dalle occupazioni e dagli affanni della vita di famiglia. È ciò che fa rilevare S. Paolo quando dice: “Chi è senza moglie, si da pensiero delle cose del Signore, del come piacere a Dio: chi è ammogliato, si da invece pensiero delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, e resta diviso”[22]. Ma il voto di castità non toglie la concupiscenza, e la grazia che ci vien data per osservarlo non è grazia di riposo ma grazia di lotta. Per serbarsi continenti tutta. la vita, bisogna vigilare e pregare, cioè mortificare i sensi esterni e la curiosità, reprimere i traviamenti dell’immaginazione e della sensibilità, condannarsi a una vita laboriosa, e sopratutto dare interamente il cuore a Dio con la pratica della carità, cercar di vivere in intima e affettuosa unione con Nostro Signore, come diremo parlando della castità. Ora è chiaro che l’operare così è un tendere alla perfezione, è un rinnovare incessantemente gli sforzi per vincere se stessi e padroneggiare una delle più violente tendenze della corrotta nostra natura.


371. 3° L’obbedienza va ancora più in là, sottomettendo non solo a Dio ma anche alle Regole e ai Superiori ciò che più ci preme, la nostra volontà. Infatti col voto d’obbedienza il Religioso si obbliga a obbedire agli ordini del suo legittimo Superiore in tutto ciò che riguarda l’osservanza dei voti e delle costituzioni. Ma per costituire un obbligo grave, occorre un ordine formale e non un semplice consiglio; ciò che si conosce dalle formule usate dal Superiore, per esempio se comanda in nome o in virtù di santa ubbidienza, in nome di Nostro Signore, o intimando un precetto formale, o usando altra espressione equivalente. Vi sono certamente dei limiti a questo potere dei Superiori: bisogna che comandino secondo la regola, “restringendosi a quanto vi si trova formalmente o implicitamente inchiuso, come sarebbero le costituzioni, gli statuti legittimamente stabiliti per procurarne l’osservanza, le penitenze inflitte per punire le trasgressioni e prevenire le ricadute, tutto ciò che riguarda il modo di ben adempiere gli uffici e una buona e retta amministrazione “[23].


Ma, non ostante queste restrizioni, resta pur sempre vero che il voto d’obbedienza è uno di quelli che costano di più alla natura umana,appunto perché molto ci preme l’indipendenza della nostra volontà. Per osservarlo, ci vuole dell’umiltà, della pazienza, della dolcezza; bisogna mortificare la vivissima propensione che abbiamo a criticare i Superiori, a preferire il giudizio nostro al loro, a seguire i nostri gusti e talora i nostri capricci. Vincere queste tendenze, piegare rispettosamente la volontà a quella dei Superiori vedendo Dio in loro, è certamente tendere alla perfezione, perché è coltivare alcune delle virtù più difficili; ed essendo la vera ubbidienza la miglior prova d’amore, equivale in sostanza a crescere nella virtù della carità.


372. Come si vede, la fedeltà ai voti inchiude non solo l’osservanza delle tre grandi virtù della povertà, della castità e dell’ubbidienza, ma anche di molte altre che servono ‘alla loro tutela; e l’obbligarsi ad osservarli è certamente un obbligarsi a un grado di perfezione poco comune. Il che risulta pure dal dovere di osservare le Costituzioni.


 


II. Obbligo fondato sulle Costituzioni e sulle Regole.


 


373. Chi entra nello stato religioso, si obbliga con ciò stesso a osservarne le Costituzioni e le Regole, che sono spiegate nel corso del noviziato prima della professione. Ora qualunque sia la Congregazione che uno abbraccia, non ce n’è alcuna che non si proponga per fine la santificazione dei suoi membri, e che non determini, talvolta in modo molto particolareggiato, le virtù che si devono praticare e i mezzi che ne agevolano l’esercizio. Chi è sincero si obbliga quindi ad osservare, almeno sostanzialmente, questi diversi regolamenti, e con ciò ad elevarsi a un certo grado di perfezione; perché, quand’anche non si pratichino le regole che all’ingrosso, ci sono pur sempre molte occasioni di mortificarsi in cose che non sono di precetto; e lo sforzo che per questo si è obbligati a fare è uno sforzo verso la perfezione.


374. Qui si presenta la questione se le mancanze alle regole religiose siano peccato o semplice imperfezione. Per rispondervi bisogna fare varie distinzioni.


a) Vi sono regole che prescrivono la fedeltà alle virtù di precetto o ai voti, o i mezzi necessari per osservarli, come sarebbe la clausura per le comunità claustrali. Coteste regole obbligano in coscienza, appunto perché non fanno che promulgare un obbligo risultante dagli stessi voti; infatti facendoli uno si obbliga ad adempierli e ad usare i mezzi necessari per la loro osservanza. Obbligano sotto pena di peccato grave o leggiero, secondo che grave o leggiera ne è la materia. Sono quindi regole precettive, e in certe Congregazioni sono nettamente indicate sia direttamente, sia indirettamente, con una sanzione grave che implica una colpa dello stesso genere.


375. b) Vi sono invece regole che o esplicitamente o implicitamente sono date come puramente direttive. 1) Il mancarvi senza ragione è certamente un’imperfezione morale; ma non è in sé peccato neppur veniale, non essendovi violazione d’una legge o d’un precetto. 2) Tuttavia S. Tommaso[24] fa giustamente notare che si può peccar gravemente contro la regola se si viola per disprezzo (disprezzo della regola o dei Superiori); leggermente, se si viola per negligenza volontaria, per passione, per collera, per sensualità, o per qualsiasi altro motivo peccaminoso; in tali casi la colpa sta nel motivo. Sì può aggiungere con S. Alfonso che la colpa può essere grave quando le mancanze sono frequenti e deliberate, sia per lo scandalo che ne risulta e che induce gradatamente un notevole indebolimento della disciplina, sia perché il colpevole s’espone così a farsi cacciare dalla Comunità con gran detrimento dell’anima.


376. Ne consegue che i Superiori sono obbligati per dovere dei proprio stato a fare diligentemente osservare le regole, e che chi trascura di reprimere le trasgressioni anche leggiere della regola, quando tendono a diventare frequenti, può commettere colpa grave, perché promuove in tal modo il rilassamento progressivo, che in una comunità è grave disordine. Tale è la dottrina del De Lugo, di S. Alfonso, dello Schram[25] e di molti altri teologi.


Del resto il vero religioso non fa tutte queste distinzioni ma osserva la regola più esattamente che può, sapendo che è questo il mezzo migliore di piacere a Dio: “Qui regulae vivit Deo vivit, vivere in conformità della regola è vivere per Dio”. Parimenti non si contenta di osservar puramente i voti ma ne pratica anche lo spirito, sforzandosi di progredire ogni giorno più verso la perfezione, secondo le parole di S. Giovanni: ” Chi è santo si santifichi di più”; e allora s’avverano per lui le parole di S. Paolo:” Chi seguirà questa regola godrà la pace e potrà fare assegnamento sulla divina misericordia, pax super illos et misericordia”[26].


 


ART. III. DELL’OBBLIGO PER I SACERDOTI DI TENDERE ALLA PERFEZIONE.


 


377. I sacerdoti, in virtù del loro ministero e della missione che loro incombe di santificare le anime, sono obbligati a una santità interiore più perfetta di quella dei semplici religiosi non elevati al sacerdozio. Tal è l’espressa dottrina di S. Tommaso, confermata dai più autentici documenti ecclesiastici: “quia per sacrum ordinem aliquis deputatur ad dignissima ministeria, quibus ipsi Christo servitur in sacramento altaris; ad quod requiritur major sanctitas interior, quam requirat etiam religionis status[27]“. I Concilii, massime quello di Trento[28], i Sommi Pontefici, specialmente Leone XIII[29] e Pio X[30], insistono tanto sulla necessità della santità pel sacerdote, che il negare la nostra tesi sarebbe un mettersi in flagrante contraddizione con queste irrefragabili autorità. Ci basti ricordare che Pio X, in occasione del cinquantesimo anniversario del suo sacerdozio, pubblicò una lettera indirizzata al clero cattolico, ove dimostra la necessità della santità pel sacerdote e indica esattamente i mezzi necessari per acquistarla, mezzi che, a dirlo di passata, sono quelli stessi che inculchiamo noi nei nostri Seminarii. Dopo aver descritto la santità interiore (vitae morumque sanctimonia), dichiara che sola questa santità ci rende quali la divina nostra vocazione richiede: uomini crocifissi al mondo, rivestiti dell’uomo nuovo, che non aspirino se non ai beni celesti e che si studino con ogni mezzo possibile d’inculcare agli altri gli stessi principi: “Sanctitas una nos efficit quales vocatio divina exposcit: homines videlicet mundo crucifixos… homines in novitate vita, ambulantes… qui unice in caelestia tendant et alios eodem adducere omni ope contendant “.


378. Il Codice sancì queste idee di Pio X, insistendo, più che l’antica legislazione non facesse, sulla necessità della santità pel sacerdote e sui mezzi di praticarla. Dichiara nettamente che “gli ecclesiastici devono condurre una vita interiore ed esteriore più santa dei laici e dar loro buon esempio con le virtù e le buone opere”. Aggiunge che i Vescovi devono fare in modo “che gli ecclesiastici s’accostino frequentemente al Sacramento della Penitenza per purificarsi delle loro colpe; che ogni giorno attendano per un po’ di tempo all’orazione mentale, visitino il SS. Sacramento, recitino il rosario in onore della Vergine Madre di Dio, e facciano l’esame di coscienza. Almeno ogni tre anni, i preti secolari devono fare, in una casa pia o religiosa, gli esercizi spirituali per quel tempo che verrà stabilito dal Vescovo; né potranno esserne dispensati se non in casi particolari, per ragioni gravi e coll’espressa licenza dell’Ordinario. Tutti gli ecclesiastici, massime i sacerdoti, sono obbligati in modo particolare a porgere al proprio Ordinario rispetto e obbedienza[31].


Del resto la necessità pel sacerdote di tendere alla perfezione si prova: 1° con l’autorità di Nostro Signore e di San Paolo; 2° col Pontificale; 3° dalla natura stessa degli uffici sacerdotali.


 


I. L’insegnamento di Gesù e di S. Paolo.


 


379. 1° Nostro Signore insegna eloquentemente, così con gli esempi che con le parole, la necessità della santità pel sacerdote.


Ne dà l’esempio. A) Egli, che fin da principio era pieno di grazia e di verità, “vidimus eum… plenum gratiae et veritatis“, volle sottomettersi in quanto poteva, alla legge del progresso: “progrediva, dice S. Luca, in sapienza, in età, in grazia davanti a Dio e davanti agli uomini: proficiebat sapientià et aetate et gratiá apud Deum et homines [32]. E per trent’anni si venne preparando al suo ministero pubblico con la pratica della vita nascosta e con tutto ciò che le è connesso: preghiera, mortificazione, umiltà, obbedienza. Tre parole compendiano trent’anni della vita del Verbo Incarnato: “Erat subditus illis[33]. Per predicare più efficacemente le virtù cristiane, cominciò col praticarle: “caepit facere et docere[34]; tanto che avrebbe potuto dire di tutte le virtù ciò che disse della dolcezza e dell’umiltà: ” discite a me quia mitis sum et humilis corde”[35]. Quindi, verso il fine della vita, dichiara con tutta semplicità che si santifica e si sacrifica (la parola sanctifico ha questo doppio senso) perché i suoi apostoli, e i suoi sacerdoti loro successori, si santifichino anch’essi in tutta verità: ” Et pro eis ego sanctifico me ipsum ut sint et ipsi sanctificati in veritate [36]. Ora il sacerdote è il rappresentante di Gesù Cristo sulla terra, è un altro Cristo: “pro Christo ergo legatione fungimur[37]. Anche noi dobbiamo quindi tendere incessantemente alla santità.


380. B) La qual cosa del resto risulta pure dagl’insegnamenti del Maestro. Durante i tre anni della vita pubblica, il grande suo lavoro è la formazione dei Dodici: questa l’occupazione principale, non essendo la predicazione al popolo che un accessorio e, come a dire, un modello del come i suoi discepoli avrebbero poi dovuto predicare. Dal che derivano le seguenti conclusioni .


a) Gli altissimi insegnamenti sulla beatitudine, sulla santità interiore, sull’abnegazione, sull’amor di Dio e del prossimo, sulla pratica dell’obbedienza, dell’umiltà, della dolcezza e di tutte le altre virtù così spesso inculcate nel Vangelo, sono certamente rivolti a tutti i cristiani che aspirano alla perfezione, ma prima di tutto agli Apostoli e ai loro successori: sono essi infatti gli incaricati d’insegnare ai semplici fedeli questi grandi doveri, più con l’esempio che con le parole, come il Pontificale rammenta ai diaconi: “Curate ut quibus Evangelium or annuntiatis, vivis operibus exponatis”. Ora, come tutti convengono, quest’insegnamenti formano un codice di perfezione e di altissima perfezione. I sacerdoti sono dunque obbligati, per dovere del proprio stato, ad accostarsi alla santità.


381.b) Agli Apostoli in modo tutto particolare e ai sacerdoti sono dirette quelle esortazioni a maggior perfezione contenute in molte pagine del Vangelo: “Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo: Vos estis sal terrae… Vos estis lux mundi[38]:. La luce di cui qui si parla non è soltanto la scienza, ma è pure e principalmente l’esempio che illumina e stimola più della scienza: ” Risplenda la vostra luce dinanzi agli uomini, affinché, vedendo le vostre opere buone, glorifichino il Padre vostro che è nei Cieli: Sic luceat lux vestra coram hominibus, ut videant opera vestra bona, ci glorificent Patrem vestrum qui in caelis est”[39]. A loro pure in modo speciale si rivolgono i consigli sulla povertà e sulla continenza, perché, in virtù della loro vocazione, sono obbligati a seguir Gesù Cristo più da vicino e sino alla fine.


382. c) Vi è poi una serie d’insegnamenti che sono direttamente ed esplicitamente riservati agli apostoli e ai loro Successori[40]: quelli che Gesù dà ai Dodici e ai Settantadue inviandoli a predicare nella Giudea e quelli che disse nell’ultima Celia. Ora questi discorsi contengono un codice di perfezione sacerdotale così alta da risultarne per i sacerdoti uno stretto dovere di tendere incessantemente alla perfezione. Dovranno infatti praticare il disinteresse assoluto, lo spirito di povertà e la povertà effettiva, contentandosi del necessario, lo zelo, la carità, la piena dedizione, la pazienza e l’umiltà in mezzo alle persecuzioni che li aspettano, la fortezza per confessar Cristo e predicare il Vangelo a tutti e contro tutti, il distacco dal mondo e dalla famiglia, il portamento della croce e la perfetta abnegazione[41].


383. Nell’ultima Cena[42], Gesù dà loro quel comandamento nuovo che consiste nell’amare i fratelli come li ha amati lui, cioè sino alla intiera immolazione; raccomanda la fede viva, una piena confidenza nella preghiera fatta in suo nome; l’amor di Dio che si manifesti nell’osservanza dei precetti; la pace dell’anima per accogliere e gustare gl’insegnamenti dello Spirito Santo; l’intima e abituale unione con lui, condizione essenziale di santificazione e d’apostolato; la pazienza in mezzo alle persecuzioni del mondo che odierà loro come odiò il Maestro; la docilità allo Spirito Santo che verrà a consolarli nelle tribolazioni; la fermezza nella fede e il ricorso alla preghiera in mezzo alle prove: in una parola le essenziali condizioni di quella che oggi chiamiamo vita interiore o vita perfetta. E termina con quella preghiera sacerdotale, piena di tanta tenerezza, con cui domanda al Padre di custodire i suoi discepoli come li custodì lui nella sua vita mortale; di preservarli dal male in mezzo a quel mondo che devono evangelizzare e di santificarli in tutta verità. Questa preghiera ei la fa non solo per gli Apostoli, ma anche per tutti coloro che crederanno in lui, affinché siano sempre uniti coi vincoli della fraterna carità come unite sono le tre divine persone, che siano tutti uniti a Dio e tutti uniti a Cristo ” affinché l’amore con cui tu amasti me sia in loro e io in essi “.


Non è questo un intiero programma di perfezione, anticipatamente tracciatoci dal Sommo Sacerdote, di cui siamo i rappresentanti sulla terra? E non è cosa consolante il sapere che pregò perché potessimo attuarlo?


384. 2° S. Paolo quindi s’ispira a quest’insegnamento di Gesù quando a sua volta descrive le virtù apostoliche. Dopo aver notato che i sacerdoti sono i dispensatori dei misteri di Dio, i suoi ministri, gli ambasciatori di Cristo, i mediatori tra Dio e gli uomini, enumera nelle Epistole Pastorali le Virtù di cui devono essere ornati i diaconi, i presbiteri e ì vescovi. Non basta che abbiano ricevuto la grazia dell’ordinazione, ma devono risuscitarla, farla rivivere, per tema che diminuisca; ” Admoneo te ut resuscites gratiam quae est in te per impositionem manuum mearum