Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1402-1417)

Teologia: fondamentale, ascetica...


Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO III. Capitolo II. Della contemplazione infusa. § II. I vantaggi della contemplazione. § III. Della chiamata prossima alla contemplazione. I. A chi Dio conceda la contemplazione. II. Segni della chiamata prossima alla contemplazione. Conclusione: Del desiderio della contemplazione.


§ II. I
vantaggi della contemplazione.

Questi vantaggi
superano anche quelli dell’orazione di semplicità, appunto perchè l’anima si
trova più unita a Dio e sotto l’influsso di una grazia più efficace.
1402.   1° Dio vi è più
glorificato
 1402-1. a) Facendoci sperimentare
l’infinita trascendenza di Dio, la contemplazione infusa fa che tutto il nostro
essere si prostri innanzi alla divina Maestà, ce lo fa benedire e lodare non
solo nel momento in cui lo contempliamo ma anche in tutta la giornata; quando si
è intravista quella divina grandezza, si rimane colti da ammirazione e da
religione dinanzi a lei. Ond’è che, non potendo contenere in sè questi
sentimenti, l’anima si sente spinta a invitar tutte le creature a benedire e a
ringraziar Dio, come diremo in appresso,
n. 1444.

b) Ossequi
che riescono tanto più graditi a Dio e tanto più onorifici per lui, in quanto
che sono più direttamente ispirati dall’azione dello Spirito Santo: è lui che
adora in noi, o piuttosto ci fa adorare con sentimenti di gran fervore ed
umiltà. Ci fa adorare Dio qual è in sè e ci fa capire che è questo un dovere del
nostro stato e che noi siamo creati unicamente per cantarne le lodi; e, per
farcele cantare con maggior ardore, ci colma l’anima di nuovi benefici e di
grande soavità.
1043.   2° L’anima vi è maggiormente
santificata.
La contemplazione infatti diffonde tanta luce, tanto
amore e tante virtù, che a ragione vien detta scorciatoia
per giungere alla perfezione.
A) Ci fa
conoscere Dio in un modo ineffabile e molto santificativo. “Dio allora,
quietamente nel segreto dell’anima, le comunica sapienza e conoscenza d’amore,
senza atti specificati, benchè permetta talora di tali atti con qualche
durata” 1403-1. Questa conoscenza è molto
santificativa, perchè ci fa conosere per esperienza ciò che avevamo prima
imparato con letture o con riflessioni proprie e ci fa vedere con uno sguardo
sintetico
ciò che avevamo analizzato con atti successivi.
La cosa è molto
bene spiegata da S. Giovanni della Croce 1403-2: “Dio, nell’unica e semplice sua
essenza racchiude tutte le virtù, tutte le grandezze dei suoi attributi: è
onnipotente, sapiente, buono, misericordioso, giusto, forte, amoroso ecc., ed ha
altri attributi e perfezioni infinite che noi ignoriamo. Ora, essendo egli tutto
questo nella semplicità del suo essere, quando, unito all’anima, crede bene di
aprirsele, le fa vedere distintamente in lui tutte le sue virtù e grandezze… E
poichè ognuna di queste cose è l’Essere stesso di Dio in ognuna delle sue
persone, o il Padre o il Figlio o lo Spirito Santo, e ognuno dei loro attributi
essendo lo stesso Dio e Dio essendo luce infinita e infinito fuoco divino… ne
viene che ognuno di questi attributi, che, come dicemmo, sono innumerevoli, e
ognuna di queste virtù illuminano e riscaldano come Dio”. Si capisce allora ciò
che dice S. Teresa 1403-3: “Quando è Dio che sospende e ferma
l’intelletto, gli somministra di che ammirare e di che occuparsi e fa che, senza
discorrere, intenda più in un credo che non pottemmo [sic] intender noi in
parecchi anni con tutte le nostre industrie terrene”.
Vi sono, è vero,
casi in cui la luce non è così distinta e rimane oscura e confusa; ma anche
allora impressiona vivamente l’anima, come abbiamo detto al
n. 1368.

1404.   B) Produce poi specialmente
un fervidissimo amore che, secondo S. Giovanni della Croce, viene
qualificato da tre principali eccellenze: a) Prima di tutto l’anima
ama Dio non da sè ma da Lui; eccellenza ammirabile, perchè così ama per
mezzo dello Spirito Santo, come s’amano il Padre e il Figlio; secondo che lo
stesso Figlio dichiara in S. Giovanni: affinchè sia il loro l’amore con
cui mi amasti, e che io pure sia in loro
” 1404-1.
b) La
seconda eccellenza è di amar Dio in Dio; perchè in questa ardente unione
l’anima si perde nell’amor di Dio e Dio si abbandona all’anima con grande
veemenza.
c) La terza
eccellenza di questo sommo amore è che l’anima in questo stato ama Dio per
ciò che è
, vale a dire che l’ama non solo perchè si mostra verso di lei
generoso, buono e glorioso ecc., ma molto più ardentemente lo ama perchè è
essenzialmente tutto questo.
Possiamo
aggiungere con S. Francesco di Sales 1404-2 che quest’amor di Dio è tanto più
ardente in quanto che è fondato su una conoscenza sperimentale. Come colui che
“con vista molto chiara sente e prova il grato splendore di un bel sol
nascente”, ama la luce meglio del cieco nato che non ne conosce che la
descrizione, così colui che gode di Dio con la contemplazione l’ama molto meglio
di colui che non lo conosce che per istudio; “perchè l’esperienza di un bene ce
lo rende più amabile che non tutte le scienze che se ne potesse avere”. Così,
aggiunge, S. Caterina da Genova amò più Dio che non il sottile teologo
Ocham; questi lo conobbe meglio colla scienza e quella con l’esperienza,
esperienza che la condusse più avanti nell’amor serafico.
Ciò che aumenta
ancora quest’amore è che facilita la contemplazione, la quale a sua volta
accresce l’amore: “Perchè l’amore, avendo eccitato in noi l’attenzione
contemplativa, quest’attenzione fa da parte sua nascere un più grande e più
fervido amore, che è in fine coronato di perfezione quando fruisce di ciò che
ama… l’amore stimola gli occhi a guardare sempre più attentamente la diletta
bellezza, e la vista sforza il cuore a sempre più ardentemente amarla” 1404-3. Il che spiega perchè i Santo amarono
tanto.
1405.   C) Quest’amore è accompagnato
dalla pratica di tutte le virtù morali nel grado superiore, specialmente
dell’umiltà, della conformità alla volontà di Dio, del santo abbandono; e quindi
pure del gaudio e della pace spirituale, anche in mezzo alle prove, talora
terribili, sostenute dai mistici. Il che vedremo più minutamente quando
esamineremo i vari gradi di contemplazione,
n. 1440,
ecc.

§ III. Della
chiamata prossima alla contemplazione.

1406.   Lasciamo per ora da parte la
controversa questione della chiamata generale e remota di tutti i
battezzati alla contemplazione. Tenendoci, per quanto è possibile, sul
terreno dei fatti, vogliamo esaminare queste due questioni:


  • 1° a
    chi Dio ordinariamente conceda la grazia della contemplazione;

  • 2° quali
    siano i segni della chiamata prossima e individuale alla
    contemplazione.


I. A chi Dio conceda la contemplazione.

1407.   1° Essendo la contemplazione dono
essenzialmente gratuito,
n. 1387,
Dio la concede a chi vuole, quando vuole e come vuole. Ordinariamente però e in
via normale, non la concede che alle anime ben preparate.
Per eccezione e
in modo straordinario, Dio concede talvolta la contemplazione ad anime spoglie
di virtù a fine di strapparle dalle mani del demonio.
È quello che dice
S. Teresa 1407-1: “Vi sono anime che Dio sa di poter
guadagnare mercè di questi favori. Poichè le vede del tutto traviate, vuole che
nulla manchi da parte sua; e benchè siano in cattivo stato e prive di virtù, dà
gusti e favori e tenerezze, che cominciano a eccitarne i desideri. Le fa talora
entrar perfino in contemplazione, ma è cosa rara e dura poco. Opera così,
ripeto, per vedere se, con questi favori, vorranno disporsi a godere spesso
della sua presenza”.
1408.   2° Vi sono anime privilegiate
che Dio chiama alla contemplazione fin dall’infanzia: tale fu S. Rosa da
Lima e ai dì nostri S. Teresa del Bembin Gesù. Ve ne sono altre che vi sono
guidate e vi fanno progressi rapidissimi che paiono sproporzionati alla loro
virtù.
È quanto narra
S. Teresa 1408-1: “Ve ne è una di cui mi ricordo in
questo momento. In tre giorni Dio la arricchì di beni così grandi, che, se
l’esperienza di ormai parecchi anni unita a progressi sempre crescenti non mi
rendessero la cosa credibile, io la terrei impossibile. Un’altra lo fu nello
spazio di tre mesi. Erano tutte e due di poca età. Ne vidi altre non ricevere
questa grazia se non dopo molto tempo… Non si ha da por misura a un Padre così
grande e così bramoso di concedere benefici”.
1409.   3° Ordinariamente però e in via
normale, Dio innalza di preferenza alla contemplazione le anime che vi si sono
preparate col distacco, colla pratica delle virtù e coll’esercizio
dell’orazione, massime dell’orazione affettiva.
Tal è
l’insegnamento di S. Tommaso 1409-1, il quale dichiara che non si può
giungere alla contemplazione se non dopo aver mortificato le passioni colla
pratica delle morali virtù. (cfr.
n. 1315).

S. Giovanni della
Croce dice lo stesso, svolgendo ampiamente questa dottrina nella Salita del
Monte Carmelo
e nella Notte dell’Anima, ove dimostra che, per
giungere alla contemplazione, bisogna praticare lo spogliamento più intiero ed
universale e aggiunge che se vi sono così pochi contemplativi, è perchè pochi
sono gli intieramente distaccati da se stessi e dalle creature: “se l’anima,
egli dice, togliesse del tutto questi impedimenti e veli, rimanendosi in pura
nudità e povertà di spirito, subito, già semplice e pura, si trasformerebbe
nella semplice e pura sapienza divina che è il Figlio di Dio” 1409-2. S. Teresa vi batte sopra
continuamente, raccomandando specialmente l’umiltà: “Fate prima ciò che venne
raccomandato agli abitanti delle precedenti mansioni, e poi umiltà! umiltà! Per
lei il Signore cede a tutti i nostri desideri… Io penso che quando Dio vuol
concederla, la dà a persone che vanno già rinunziando alle cose di questo mondo,
se non di fatto perchè impedite dal loro stato, almeno col desiderio, poichè le
chiama ad attendere in modo speciale alle cose interiori. Quindi io sono
persuasa che, se si lascia fare a Dio, non restringerà qui la sua liberalità
verso anime che evidentemente chiama a salire più in alto” 1409-3.
1410.   4° Le principali virtù che bisogna
praticare sono: a) una grande purità di cuore e un intiero
distacco da tutto ciò che può condurre al peccato e turbar l’anima.
Come esempi di
imperfezioni abituali che impediscono l’unione perfetta con Dio,
S. Giovanni della Croce cita “il chiacchierar molto; qualche leggero
attacco che non si ha il coraggio di rompere, a persona, a vestito, a libro, a
cella, a cibo preferito, a piccole familiarità, a leggiere inclinazioni ai
propri gusti, a volere saper tutto e sentir tutto, e altre simili
soddisfazioni”. E ne dà la ragione: “Fa lo stesso che un uccello sia legato a un
filo sottile o a un grosso; perchè, sebbene sottile, vi starà legato come al
grosso, finchè non lo spezzerà per volare… E così è dell’anima che è attaccata
a qualche cosa; per quanto sia virtuosa, non giungerà alla libertà della divina
unione” 1410-1.
1411.   b) Una grande purità di
spirito
, vale a dire la mortificazione della curiosità, che turba e inquieta
l’anima, la distrae e la dissipa in tutte le parti. Ecco perchè coloro che per
dovere del proprio stato hanno da leggere molto e da studiare, devono
mortificare spesso la curiosità e fermersi di tanto in tanto per purificare
l’intenzione e volgere tutti i loro studi all’amor di Dio. Questa purità vuole
pure che si sappiano diminuire e a tempo opportuno abbandonare i ragionamenti
nell’orazione, e semplificare gli affetti, per giungere a poco a poco a un
semplice sguardo affettuoso su Dio. A questo proposito S. Giovanni della
Croce biasima fortemente quegli inetti direttori che, altro non conoscendo che
la meditazione discorsiva, vogliono obbligare tutti i penitenti a far
incessantemente lavorare le loro potenze 1411-1.
1412.   c) Una gran purità di
volontà
con la mortificazione della propria volontà e col santo abbandono
(nn. 480, 497).
d) Una
viva fede che ci faccia vivere in tutto secondo le massime del Vangelo
(n. 1188).

e) Un
religioso silenzio onde poter trasformare in preghiera tutte le nostre
azioni (n. 522-529).
f) Infine,
e soprattutto, un ardente e generoso amore, che giunga sino
all’immolazione di sè e alla gioconda accettazione di tutte le prove (n. 1227-1233).

II. Segni
della chiamata prossima alla contemplazione.

1413.   Quando un’anima, coscientemente o
incoscientemente, si è così disposta alla contemplazione, viene il momento in
cui Dio le fa capire che deve lasciar la meditazione discorsiva.
Ora, dice
S. Giovanni della Croce 1413-1, i segni che indicano questo momento
sono tre.
1° “La
meditazione diventa impraticabile, perchè l’immaginazione resta inerte e il
gusto di questo esercizio è scomparso
, e il sapore prodotto altre volte
dall’oggetto a cui l’immaginazione s’applicava, si è cangiato in aridità.
Quindi, finchè il sapore persiste e si può passare meditando da un pensiero
all’altro, non bisogna abbandonarlo, salvo quando l’anima provasse la pace e la
quiete di cui si parla nel terzo segno”. La causa di questo disgusto, aggiunge
il Santo, è che l’anima ha già quasi intieramente tratto dalle cose divine tutto
il bene spirituale che con la meditazione discorsiva ne poteva trarre; onde non
vi si sa più adattare, il gusto e il sapore più non ritornano; ed ha quindi
bisogno di nuova via 1413-2.
1414.   2° Il secondo segno si manifesta
colla “nesuna voglia di fissar l’immaginazione o il senso su qualsiasi
oggetto particolare
interno od esterno. Con ciò non intendo dire che
l’immaginazione non vada o venga — perchè essa anche nel profondo raccoglimento
suole divagare — ma che l’anima non ha nessun desiderio di fissarla di
proposito su oggetti estranei”.
E il Santo spiega
così: “Avviene in questo nuovo stato che l’anima, mettendosi in orazione,
assomiglia a uno che abbia acqua dinanzi a sè e soavemente la beva, senza sforzo
e senza doverla cavare per mezzo dei tubi delle passate considerazioni e forme e
figure. Di quisa [sic] che, appena si mette alla presenza di Dio, si trova in
atto di conoscenza confusa, amorosa, pacifica e calma, in cui l’anima sta
bevendo sapienza, amore e dolcezza. Questa è la ragione per cui l’anima sente
pena e disgusto quando, stando in tal quiete, la vogliono far meditare e
lavorare in particolari considerazioni. Le avviene allora come a un bambino, al
quale, mentre sta poppando il latte già preparato e raccolto, si togliesse la
mammella, costringendolo ad armeggiare e a spremere per riaverlo”.
1415.   3° Il terzo e più certo segno è
se l’anima si compiace di starsene da sola con Dio, fissandolo con amorosa
attenzione senza particolari considerazioni
, in pace interna, quiete e
riposo, senza atti ed esercizi delle potenze, memoria, intelletto e volontà,
atti ed esercizi discorsivi, che consistono nel passar da una cosa all’altra;
contentandosi della conoscenza e dell’attenzione generale ed
amorosa di cui parliamo, senza particolare percezione d’altra cosa”.

“Quest’amorosa
cognizione generale è talora così delicata, così sottile, massime quando è più
pura, semplice, perfetta, e più spirituale ed interna, che l’anima, pur stando
in lei occupata, non se ne avvede e non la sente. Il che più
frequentemente accade, come diciamo, quando questa conoscenza è in sè più
chiara, pura, semplice e perfetta; e tale è quando investe un’anima molto netta
e lontana da ogni altro genere di cognizioni e notizie particolari a cui
l’intelletto o il senso possano appigliarsi… Essendo più pura e perfetta e
semplice, meno la sente l’intelletto e più oscura gli sembra. Come per lo
contrario quando questa conoscenza sta nell’intelletto meno pura e meno
semplice, pare all’intelletto più chiara e di maggior pregio, essendo ella
vestita o mescolata o involta in alcune forme intelligibili, più accessibili
all’intelletto e al senso” 1415-1.
Il che egli
spiega con un paragone: quando un raggio di sole penetra in una stanza, la vista
lo coglie tanto meglio quanto è più carico di polvere; spoglio di questo
polviscolo, è meno percepibile. Lo stesso avviene della luce spirituale: quanto
più è viva e pura, e tanto meno è percepita, così che l’anima si crede allora
nelle tenebre; se invece è carica di alcune specie intelligibili, è più
facilmente percepibile e l’anima si crede meglio illuminata.
1416.   Notiamo qui con S. Giovanno
della Croce che questi tre segni devono trovarsi tutti e tre insieme,
perchè l’anima possa con tutta sicurezza abbandonar la meditazione ed entrare
nella contemplazione. Aggiungiamo pure col medesimo Santo che, nei primi tempi
in cui si gode della contemplazione, è vantaggioso riprendere talora la
meditazione discorsiva; il che anzi diventa necessario se l’anima non si sente
occupata nel riposo della contemplazione; allora infatti occorre la meditazione
finchè l’anima non abbia acquistato l’abitudine di contemplare 1416-1.

Conclusione:
Del desiderio della contemplazione.

1417.   Essendo la contemplazione infusa un
ottimo mezzo di perfezione, è lecito desiderarla ma umilmente e
condizionatamente
, con santo abbandono alla volontà di Dio.

a) Che si
possa desiderarla risulta dai numerosi suoi vantaggi,
n. 1402:
“la contemplazione è come l’inaffiamento che fa crescere le virtù e le
fortifica, onde acquistano l’ultima loro perfezione” 1417-1.
b) Ma
bisogna che questo desiderio sia umile, accompagnato dalla persuasione di
esserne indegnissimi, e dal desiderio di non usarne che per la gloria di Dio e
pel bene delle anime.
c)
Dev’essere condizionato o subordinato in tutto al beneplacito di Dio. Non
sarà quindi nè affannoso nè chimerico, rammentandosi che la contemplazione
suppone normalmente la pratica delle virtù morali e teologali e che sarebbe
persunzione desiderarla prima di essersi lungamente esercitati nelle dette
virtù. Bisogna anche persuadersi bene che, se la contemplazione cagiona gaudi
ineffabili, è pure accompagnata da prove terribili che le sole anime valorose
possono sostenere colla grazia di Dio.
Il che si vedrà
anche meglio dalla descrizione delle varie fasi della contemplazione.

NOTE
1402-1 S. Giovanni della Croce, La Fiamma
d’amor viva
, stanza III, v. 5 e 6.
1403-1 S. Giovanni della Croce, La Fiamma
ecc; stanza III, v. 3, n. 31.
1403-2 La Fiamma, ecc, stanza III, v. 1, n. 3.

1403-3 Vita, XII, n. 5.
1404-1 Joan., XVII, 26.
1404-2 Il Teotimo, l. VI, c. 4.
1404-3 Ibid., c. 3.
1407-1 Cammino della perfezione, c. XVI, n. 8.

1408-1 Concetti sull’Amor di Dio, c. VI.

1409-1 IIª IIæ,
q. 180, a. 2.
1409-2 La Salita del Monte Carmelo, l. II, c.
XIII (certe edizioni c. XV).
1409-3 Castello interiore, quarta mansione, c.
II, n. 9; c. III, n. 3.
1410-1 La Salita, l. I, c. XI, n. 3.
1411-1 “Onde dicono all’anima: “Via, lasciate queste
pratiche, non sono che oziosità e perdita di tempo! Operate, meditate, fate atti
interiori… tutto il resto non è che illusione ed inganno… I maestri di
spirito che operano così non capiscono dunque nulla nè del raccoglimento nè
della solitudine spirituale dell’anima e delle sue proprietà. In questa
solitudine Dio rassoda nell’anima queste preziose unzioni, ed essi invece
sovrappongono o frappongono altri unguenti di più basso esercizio spirituale,
che è il fare che l’anima operi”. (La Fiamma, stanza III, v. 3, n. 40 e
42). Anche S. Teresa si lamenta di quei direttori che fanno lavorare le
potenze anche di domenica (Vita, c. XIII).
1413-1 La Salita del Monte Carmelo, l. II, c. XI
(in certe edizioni XIII).
1413-2 Le
spiegazioni di ognuno di questi tre segni si trovano al c. XII (in certe
edizioni XIII) della Salita.
1415-1 La Salita, l. II, c. XII, n. 6 (in certe
edizioni c. XIV).
1416-1 La Salita, l. II, c. XIII (in certe
edizioni c. XV).
1417-1 Congresso Carmelitano di Madrid, tema VI.