Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1262-1288)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO II. La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti. CAPITOLO IV. I contrattacchi del nemico. Art. I. Risveglio dei vizi capitali. I. Dell’inclinazione all’orgoglio. II. Dei peccati di sensualità. III. L’avarizia spirituale. Art. II. La tiepidezza. I. Natura della tiepidezza. II. I pericoli della tiepidezza. III. I rimedi della tiepidezza. Appendice: Regole sul discernimento degli spiriti per la via illuminativa. Sintesi del Libro secondo.

CAPITOLO IV.
I contrattacchi del nemico.

1262. Mentre noi stiamo lavorando all’acquisto delle
virtù, i nostri nemici spirituali non stanno inoperosi ma tornano di soppiatto
all’assalto, sia ridestando in noi, sotto forma più attenuata i sette
vizi capitali;
sia portandoci alla tiepidezza.

 
ART. I. RISVEGLIO DEI VIZI
CAPITALI.

1263. S. Giovanni della Croce descrive molto bene
questi vizi capitali, quali si trovano in quelli che egli chiama
incipienti, vale a dire in coloro che stanno per entrare nella
contemplazione con la notte dei sensi 1263-1. Non faremo quasi altro che condensarne la fine
analisi psicologica.

 
I. Dell’inclinazione all’orgoglio.

1264. Quest’inclinazione negl’incipienti si manifesta
in sei modi principali:

1) Mirando al fervore e fedeli agli esercizi, questi incipienti si
compiacciono nelle loro opere e hanno eccessiva stima di sè; presuntuosi,
vanno formando molti disegni e non ne mettono quasi nessuno in esecuzione.

2) Parlano di cose spirituali più per dar lezioni altrui che per
metterle in pratica loro; onde condannano aspramente quelli che non approvano il
loro genere di spiritualità.

3) Ce n’è pure di quelli che non possono tollerar rivali; e se per caso se ne
presenta qualcuno, lo condannano e lo screditano.

4) Cercano di cattivarsi la stima e l’intimità del direttore, e se questi non
ne approva lo spirito, vanno da un altro che sia più favorevole. A meglio
riuscirvi, attenuano le proprie colpe, e, se cadono in qualche fallo più grave,
vanno a confessarlo ad altro confessore e non al direttore ordinario.

5) Se accade che commettano un peccato grave, si sdegnano contro di sè e si
scoraggiscono, indispettiti di non essere ancora santi.

6) Godono di fare i singolari con esterne dimostrazioni di pietà, e
raccontano volentieri agli altri le buone loro opere e i loro buoni successi.

Dall’orgoglio nasce l’invidia, che si manifesta con
sentimenti di dispiacere vedendo il bene spirituale altrui; si patisce a
sentirli lodare, si prova tristezza della loro virtù, e occorrendo si aguzza il
dente a morderli e denigrarli.

 
II. Dei peccati di sensualità.

1265. A) La golosità spirituale si
palesa in due modi:

a) Coll’eccessivo gusto delle consolazioni: si cercano perfino
nelle austerità, per esempio nella disciplina, e si importuna il
direttore per ottenere il permesso di mortificarsi nella speranza di averne
consolazioni.

b) Per la stessa ragione, vi sono persone che fanno sforzi di testa
nell’orazione e nella comunione onde procurarsi devozione sensibile, oppure
desiderano confessarsi spesso per trovare consolazioni in tale esercizio. Spesso
questi sforzi e questi desideri restano vani, e allora lo scoraggiamento invade
tali anime più attaccate alle consolazioni che a Dio.

1266. B) La lussuria spirituale si
presenta sotto due forme principali: a) si cercano amicizie
sensibili o sensuali sotto pretesto di devozione, e non ci si vuole rinunziare,
perchè si pretende che tali relazioni giovino a fomentar la pietà.
b) Talora le consolazioni sensibili provate nell’orazione o nella
comunione cagionano in persone di indole dolce e affettuosa sensazioni d’altro
genere, che possono diventare fonte di tentazione o di inquietudine 1266-1.

1267. C) L’accidia porta:
a) ad annoiarsi negli esercizi spirituali quando non vi si prova
gusto sensibile, ad abbreviarli o sopprimerli; b) a lasciarsi
abbattere quando si ricevono dal superiore o dal direttore ordini o consigli che
paiono troppo penosi: vorremmo una spiritualità più condiscendente, che non ci
turbasse i comodi e non ci guastasse i piccoli disegni.

 
III. L’avarizia spirituale.

1268. Quest’avarizia è così descritta da San Giovanni
della Croce 1268-1:

a) “Vi sono incipienti che non si saziano mai di ascoltare consigli e
precetti spirituali e di avere e leggere quantità di trattati speciali,
consumando piuttosto il tempo in questo che in mortificarsi ed esercitarsi nel
perfetto spogliamento interiore dello spirito. b) Si caricano
inoltre di immagini, di rosari, di croci molto curiose e costose. Ora lasciano
queste e prendendo quelle; ora fanno baratti e li disfanno; le vogliono così e
così; attaccandosi più a questa che a quella, perchè più curiosa e preziosa”.
Tutto questo è apertamente contrario allo spirito di povertà, e mostra nello
stesso tempo che si dà troppa importanza all’accessorio, trascurando ciò che è
principale nella devozione.

1269. Conclusione. È chiaro che tali
imperfezioni sono di gran danno al progresso spirituale. Ecco perchè, dice
S. Giovanni della Croce, Dio, per correggerli, li introduce nella notte
oscura
di cui presto diremo. Le anime poi che non vi sono introdotte si
studieranno di liberarsi da questi impacci, praticando quanto abbiamo detto sul
modo di trar profitto dalle consolazioni e dalle aridità, n. 921-923;
sull’obbedienza, sulla fortezza, sulla temperanza, sull’umiltà e sulla dolcezza,
nn. 1057,
1076,
1127,
1154.

 
ART. II. LA
TIEPIDEZZA 1270-1.

Chi non combatte gl’indicati difetti, cade presto nella tiepidezza, malattia
spirituale molto pericolosa, di cui esporremo:


  • 1° la
    natura;

  • 2° i
    pericoli;

  • 3° i
    rimedi.



I. Natura della tiepidezza.

1270.Nozione. La tiepidezza è malattia
spirituale che può assalire gl’incipienti o i perfetti, ma che si manifesta
soprattutto nel corso della via illuminativa. Suppone infatti che si sia
acquistato un certo grado di fervore e che poi uno si lasci andare a poco a poco
alla rilassatezza.

La tiepidezza consiste in una specie di rilassamento spirituale che
allenta le energie della volontà, ispira orrore dello sforzo e conduce così al
deperimento della vita cristiana. È una specie di languore e di torpore, che non
è ancora la morte, ma che insensibilmente vi conduce affievolendo a grado a
grado le forze morali. Si può paragonare alle malattie di consunzione, che, come
l’etisia, corrodono a poco a poco qualcuno degli organi vitali.

1271. 2° Le cause. Due cause principali
contribuiscono a svilupparla: alimentazione spirituale diffettosa, e
invasione di qualche germe morboso.

A) A vivere e progredire l’anima ha bisogno di buona alimentazione
spirituale; ora ciò che la alimenta sono i vari esercizi di pietà, meditazione,
letture, preghiere, esami, adempimento dei doveri del proprio stato, pratica
delle virtù, che la mettono in comunione con Dio, fonte della vita
soprannaturale. Se quindi si fanno questi esercizi con negligenza, se uno
s’abbandona volontariamente alle distrazioni, se non combatte l’abitudine o il
torpore, viene a privarsi di molte grazie, si nutrisce male, diventa debole,
incapace di praticare le virtù cristiane per poco che siano difficili.

Notiamo di passaggio che questo stato è molto diverso dall’aridità o dalle
prove divine: in queste, in cambio di ammettere le distrazioni, si è dolenti e
umiliati di averle, e si fanno seri sforzi per diminuirne il numero; nella
tiepidezza invece, uno si lascia facilmente andare a pensieri inutili, vi prova
piacere, non fa quasi nessuno sforzo per cacciarli, e presto le distrazioni
invadono quasi intieramente le preghiere.

E allora, vedendo il poco frutto che si ricava da tali esercizi, si comincia
ad abbreviarli, aspettando il momento di sopprimerli. Così, per esempio, l’esame
di coscienza, diventato noioso, molesto, semplice abitudine, finisce coll’essere
omesso; onde uno, non rendendosi più conto delle sue colpe e dei suoi difetti,
lascia che piglino il sopravvento. Non si fanno più sforzi per acquistare le
virtù, e presto i vizi e le cattive inclinazioni accennano a rifiorire.

1272. B) Il risultato di questa apatia
spirituale è il progressivo infiacchimento dell’anima, una specie di anemia
spirituale
che apre la via all’invasione d’un germe morboso, vale a dire ad
una delle tre concupiscenza, o talora anche a tutte e tre insieme.

a) Essendo le vie di accesso all’anima mal custodite, i sensi interni
ed esterni s’aprono facilmente alle perniciose suggestioni della curiosità e
della sensualità e sorgono frequenti tentazioni che vengono spesso respinte
solo a metà
. Il cuore si lascia talora arretire in pericolosi affetti; si
commettono imprudenze, si scherza col fuoco; i peccati veniali crescono e se ne
ha appena qualche dispiacere: si scivola su un pericoloso pendìo, si fiancheggia
l’abisso, ed è gran ventura se insensibilmente non vi si trabocca.

b) D’altra parte l’orgoglio, non mai ben represso, rinnova i
suoi assalti; si continua a compiacersi di sè, delle proprie doti, dei buoni
successi esterni. A meglio glorificarsi, uno si paragona con altri più rilassati
di lui, disprezzando come animi gretti e meticolosi i fedeli al dovere.
Quest’orgoglio porta all’invidia, alla gelosia, a impeti d’impazienza e di
collera, ad asprezze nelle relazioni col prossimo.

c) La cupidigia si riaccende: occorre denaro onde procacciarsi
maggiori godimenti e fare miglior comparsa; e a procurarselo si ricorre a mezzi
poco delicati, poco onesti, che rasentano l’ingiustizia.

1273. Quindi peccati veniali numerosi e
deliberati
, a cui appena si bada, perchè il giudizio della mente e la
delicatezza della coscienza a poco a poco s’affievoliscono: si vive infatti in
dissipazione abituale e si fanno male gli esami di coscienza. Quindi diminuisce
l’orrore del peccato mortale, le grazie di Dio si fanno più rare e se ne trae
minor profitto; insomma tutto l’organismo spirituale s’infiacchisce e
quest’anemia prepara vergognose cadute.

1274. 3° I gradi. Risulta da quanto abbiamo
detto che vi sono molti gradi nella tiepidezza; ma in pratica basta distinguere
la tiepidezza iniziata e la tiepidezza consumata.

a) Nel primo caso si ha ancora orrore del peccato mortale, benchè si
commettano imprudenze che possono condurvi: si cade però facilmente in
peccato mortali deliberati
, massimamente in quelli che dipendono dal difetto
dominante; si mette poi poca attenzione negli esercizi di pietà che si fanno
spesso per abitudine. b) A forza di lasciarsi andare a tali
colpevoli negligenze, l’orrore istintivo per il peccato mortale cessa e l’amore
del piacere cresce così che si arriva a deplorare che questo o quell’altro
diletto sia proibito sotto pena di colpa grave. Onde si cacciano ormai molto
fiaccamente le tentazioni e viene il momento in cui uno dubita, e non senza
ragione, se sia ancora in istato di grazia: è la tiepidezza consumata.

 
II. I pericoli della tiepidezza.

1275. Il pericolo speciale di questo stato sta nel
progressivo indebolimento delle forze dell’anima che è ancor più
pericoloso di un peccato mortale isolato. In questo senso Nostro Signore dice al
tiepido: “Conosco le opere tue e che non sei nè freddo nè caldo. Sarebbe meglio
che tu fossi o freddo o caldo. Ora perchè sei tiepido, nè freddo nè caldo,
comincerò a vomitarti dalla mia bocca. Tu vai dicendo: sono ricco e dovizioso e
non ho bisogno di nulla; e non sai che sei meschino e miserabile e povero e
cieco e nudo” 1275-1. Tal è del resto la differenza che corre tra le
malattie croniche e le acute: queste, guarite che siano, non si lasciano spesso
dietro nessun molesto vestigio; le prime invece, avendo lentamente esaurito il
corpo, lo lasciano a lungo in stato di grande debolezza. Vediamo la cosa un poco
più ampiamente.

1276. 1° Il primo effetto della tiepidezza è una
specie di accecamento della coscienza; a forza di voler sempre scusare e
palliare le proprie colpe, si giunge a falsarsi il giudizio e considerar come
leggere colpe che in sè sono gravi; onde uno si forma una coscienza
lassa
, che non sa più rilevare la gravità delle imprudenze o dei peccati che
si commettono, che non ha più sufficiente virtù per detestarli e che cade presto
in colpevoli illusioni: “Tal via pare ad uno diritta che poi finisce in fondo
alla morte: est via quæ videtur homini justa, novissima autem ejus ducunt ad
mortem
” 1276-1. Uno si crede ricco perchè è superbo, ma in
realtà è povero e miserabile agli occhi di Dio.

1277. 2° Ne segue un progressivo
infiacchimento
della volontà.

a) A furia di concessioni fatte alla sensualità e all’orgoglio in cose
piccole, si giunge a cedere in cose più importanti; perchè tutto è connesso
nella vita spirituale. La S. Scrittura c’insegna che chi trascura il poco
che ha, andrà presto in rovina 1277-1; che chi è fedele nelle cose piccole, lo è pure
nelle grandi, e che chi è ingiusto nelle cose piccole lo è pure nelle
grandi 1277-2; il che significa che l’attenzione o la
negligenza che uno mette in certe azioni, la mette poi anche in azioni simili.

b) Si arriva presto alla ripugnanza allo sforzo: essendo
allentata l’energia della volontà, uno si abbandona alle inclinazioni della
natura, alla noncuranza, all’amore del piacere. Pendìo pericoloso che, chi
presto non lo risalga, conduce a colpe gravi.

c) Infatti, così operando uno abusa delle grazie, resiste spesso alle
ispirazioni dello Spirito Santo, e quindi ascolta più facilmente la voce del
piacere, cede alle cattive inclinazioni e finisce col peccare gravemente.

1278. Caduta tanto più difficile a riparare in
quanto che è quasi insensibile; si scivola, a così dire, in fondo
all’abisso senza gravi scosse. Uno tenta allora d’illudersi cercando di
persuadersi che il peccato è solo veniale, che, se la materia è grave, non ci fu
però pieno consenso, che fu peccato di sorpresa da non potere arrivare a
mortale.

Così uno si falsa la coscienza e non fa che una confessione superficiale come
le precedenti. Il confessore ne resta ingannato, e può essere l’inizio di una
lunga serie di sacrilegi. Quando una palla piomba dall’alto ha forza di
rimbalzare, ma se scivola in fondo all’abisso, vi rimane: tal è qualche volta la
sorte delle anime tiepide! Conviene quindi indicarne i rimedi.

 
III. I rimedi della tiepidezza.

1279. Nostro Signore stesso indica questi rimedi: “Ti
consiglio di comprare da me dell’oro provato al fuoco onde tu ti arricchisca
(è l’oro della carità e del fervore) e delle vesti bianche da vestirtene,
onde non apparisca la vergogna della tua nudità (le vesti bianche della
purità di coscienza)
e del collirio da ungertene gli occhi onde tu vegga (il collirio della sincerità con se stesso e col confessore). Io quelli
che amo li riprendo e li castigo. Abbi adunque zelo e fa penitenza. Ecco che io
sto alla porta e picchio: se qualcuno udrà la mia voce e m’aprirà la porta,
entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me” 1279-1. Non bisogna dunque mai disperare: Gesù è
sempre pronto a restituirci la sua amicizia e anche la sua intimità, se ci
convertiamo. Onde:

1280. 1° Bisogna ricorrere frequentemente a un
savio confessore
, aprirgli francamente l’anima e pregarlo sinceramente di
scuoterci dal nostro torpore; e poi riceverne e seguirne i consigli con energia
e costanza.

2° Sotto la sua direzione si tornerà alla pratica fervorosa degli esercizi
spirituali
, soprattutto di quelli che assicurano la fedeltà agli altri,
l’orazione, l’esame di coscienza e l’offerta spesso rinnovata delle proprie
azioni, n. 523-528.
Il fervore di cui qui si tratta non è il fervore sensibile, ma la generosità
della volontà che si sforza di non ricusar nulla a Dio.

3° Si riprenderà pure la pratica assidua delle virtù e dei doveri
del proprio stato
, facendo a mano a mano l’esame particolare sui punti
principali e rendendone poi conto in confessione, nn. 265,
468-476.

Si tornerà così al fervore; non si dimentichi però che le colpe
passate esigono riparazione in spirito e opere di penitenza.

 
APPENDICE: REGOLE SUL DISCERNIMENTO DEGLI
SPIRITI PER LA VIA ILLUMINATIVA.

1281. Abbiamo già esposte, seguendo S. Ignazio,
le regole sul discernimento degli spiriti per gl’incipienti, n. 953-957.
È utile compendiare or qui quelle che questo santo dà per la via
illuminativa
, o per la seconda settimana degli Esercizi. Si riferiscono a
due punti principali:


  • 1° le
    consolazioni spirituali;

  • 2° i
    desideri o disegni per l’avvenire.



1282.Regole
sulle consolazioni. a
) È proprio dello spirito buono, quando si
avvicina a un’anima di buona volontà, darle la vera letizia spirituale,
quella che è accompagnata dalla pace. È proprio dello spirito
cattivo
combattere questa letizia con ragioni speciose, con sottigliezze,
con illusioni: si direbbe un astuto avvocato che difende una cattiva causa.
Questa regola è fondata sul fatto che Dio è autore della pace, mentre il demonio
getta il turbamento nell’anima per scoraggiarla.

b) Dio solo può dare la vera consolazione senza che ci sia
preceduta alcuna causa
capace di produrla: egli solo infatti può penetrare
nell’intimo dell’anima per attirarla e volgerla a sè. Diciamo che la
consolazione non ebbe causa precedente quando nulla si presentò atto a farla
nascere. Poniamo che, mentre l’anima sta immersa nella desolazione, si senta
tutt’a un tratto rassicurata, piena di gioia, di forza e di buona volontà; tale
ful il caso di S. Francesco di Sales dopo i violenti scrupoli che l’avevano
assalito.

c) Quando è preceduta da una causa, la consolazione può provenire
dallo spirito buono o dal cattivo: viene dal primo, se rende l’anima più
illuminata e più forte nel bene; viene dal demonio, se produce il rilassamento,
la mollezza, l’amor dei godimenti o dell’onore, la presunzione. Ossia si giudica
l’albero dai frutti.

d) È proprio dell’angelo cattivo di trasformarsi in angelo di luce, di
assecondare sulle prime i sentimenti dell’anima pia e finir poi con ispirarle i
suoi. Così, quando vede che un’anima si dà alla virtù, le suggerisce da
principio sentimenti conformi alle virtuose sue disposizioni; poi, toccandone
l’amor proprio, le suggerisce sentimenti di vana compiacenza o di presunzione,
eccessi nelle penitenze, per condurla poi allo scoraggiamento; o per opposto
qualche addolcimento nel genere di vita, sotto pretesto di salute o di studi.
Onde la fa a poco a poco decadere.

1283.Regole sui desideri o
disegni. a
) Nei nostri desideri e nei nostri disegni dobbiamo
attentamente esaminare se il principio, il mezzo e il fine
tendono al bene; perchè, se in alcuno di questi momenti c’è qualche cosa di
cattivo, di dissipato, o di meno buono di quello che ci
eravamo già proposti; o se questi desideri ci inquietano l’anima, la turbano e
la indeboliscono, è prova che procedono dal cattivo spirito, nemico del nostro
progresso e della nostra eterna salute. La ragione è che, perchè un’azione sia
buona, non ci dev’essere nulla di contrario alla volontà di Dio o al bene
spirituale dell’anima; se quindi in alcuno dei suoi elementi si scorge qualche
difetto, è questo il segno dello spirito maligno.

b) Scoperto che sia questo intervento del demonio, è cosa utile rifare
il corso dei buoni pensieri e vedere in che modo i demonio si sia a poco a poco
introdotto nell’anima per turbarla e tentare d’indurla al male. Questa
esperienza ci somministrerà i mezzi di stare più tardi in guardia contro gli
artifizi del nemico.

c) C’è pure un’altra regola tratta dal modo di operare del
buono e del cattivo spirito: il primo opera dolcemente sull’anima che
progredisce, come rugiada che penetra una spugna; il secondo opera
rumorosamente, come temporale che picchia sui sassi.

d) Anche quando la consolazione viene da Dio, bisogna saper
distinguere tra il tempo della consolazione e quello che la segue: nel primo si
opera sotto l’ispirazione della grazia; nel secondo si formano risoluzioni e
disegni che non sono immediatamente ispirati da Dio e che devono quindi essere
diligentemente esaminati secondo le regole precedenti.

1284. 3° A queste regole tracciate da S. Ignazio
se ne possono aggiungere alcune altre che risultano da quanto abbiamo detto in
questo secondo libro.

a) Aspirare a una perfezione intempestiva, al di fuori dei
doveri del proprio stato, praticando virtù di parata e rendendosi
singolare, è segno dello spirito cattivo, perchè il buono ci porta
certamente ad alta perfezione ma compatibile coi doveri del nostro stato e con
la vita umile e nascosta.

b) Il disprezzo delle cose piccole e il desiderio di
santificarsi in grande non sono segno dello spirito buono, che inclina alla
perfetta fedeltà ai doveri del proprio stato e alla pratica delle piccole virtù:
iota unum aut unus apex non præteribit a lege, donec omnia
fiant
” 1284-1.

c) Il volontario compiacersi di sè quando si crede di aver fatto bene,
il desiderio di essere stimati per la pietà e la virtù, sono cose opposte allo
spirito cristiano che cerca prima di tutto di piacere a Dio: “Si adhuc
hominibus placerem, servus Christi non essem
” 1284-2. Quindi la
falsa umiltà che dice male di
sè per farsi lodare, e la falsa dolcezza che non è in fondo se non
desiderio di piacere agli uomini, sono contrarie allo spirito di Dio.

d) Lagnarsi, impazientirsi, disanimarsi nelle prove e nelle aridità, è
segno dello spirito umano; lo spirito di Dio ci porta invece all’amore della
croce, alla rassegnazione, al santo abbandono, e ci fa perseverare nell’orazione
anche fra le aridità e le distrazioni.

 
SINTESI DEL LIBRO SECONDO.

1285. 1° Il fine della via illuminativa
è di metterci alla sequela di Gesù, imitandone le virtù, per quanto lo consente
la nostra debolezza; e così si cammina alla luce dei suoi esempi: “Qui
sequitur me, non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitæ
” 1285-1.
Far di Gesù il centro dei nostri pensieri,
dei nostri affetti, dell’intiera nostra vita:
ecco l’ideale a cui ci
studiamo di avvicinarci ogni giorno più.

Egli è per questo che l’orazione diventa affettiva, e che teniamo
continuamente Gesù dinanzi agli occhi per adorarlo, nel cuore per
amarlo e attirarlo in noi, nelle mani per praticare le virtù in unione
con lui. Le virtù che pratichiamo sono le virtù teologali e le virti morali; e si prestano scambievolmente aiuto. Vi sono però come due fasi
nello sviluppo della nostra vita: nella prima insistiamo di più sulle virtù
morali, nella seconda sulle virtù teologali.

1286. 2° Bisogna infatti prima indocilire le
nostre facoltà per unirle a Dio. Il che fanno le virtù morali:

1) La prudenza indocilisce l’intelletto, abituandolo a
riflettere prima di operare, a consigliare con Dio e coi suoi rappresentanti, e
lo fa quindi partecipare alla divina sapienza.

2) La giustizia indocilisce la volontà, abituandola a
rispettare i diritti di Dio e del prossimo con la pratica della perfetta onestà,
della religione e dell’obbedienza ai superiori; avvicinandoci così alla
giustizia di Dio.

3) La fortezza indocilisce le passioni violente, ne modera e ne
raffrena i traviamenti, ne dirige le forze vive verso il bene soprannaturale
difficile a conseguire; ci fa praticare la magnanimità, la
munificenza, la pazienza, la costanza, e ci avvicina così
alla fortezza di Dio.

4) A smorzare e disciplinare l’amor del piacere, la temperanza
ci aiuta a mortificar la gola con la sobrietà, a vincere la voluttà con
la castità, a dominar la superbia con l’umiltà e la collera con la
dolcezza. Così l’anima potrà praticar meglio le virtù unificative.

1287. 3° Viene allora la seconda fase della
via illuminativa che ci unisce direttamente a Dio.

1) La fede, con le sue chiarità temperate da una certa oscurità,
assoggetta e unisce l’intelletto a Dio e ci fa partecipare al pensiero
divino.


2) La speranza, come leva potente, inalza la volontà, la
distacca dalle cose terrene, ne rivolge i desideri e le ambizioni al cielo, e ci
unisce a Dio, fonte della nostra felicità, onnipotente e infinitamente
buono, dal quale fiduciosamente aspettiamo tutti gli aiuti necessari a
conseguire il fine soprannaturale.

3) La carità ci solleva anche più in alto, ci fa amar Dio per se
stesso, perchè è in sè infinitamente buono, e ci fa amare il prossimo per Dio,
come riflesso delle divine sue perfezioni. Unisce quindi l’anima intieramente
a Dio.


Questo doppio amore andiamo ad attingere nel Sacro Cuore di
Gesù:
strettamente uniti a lui, trionfiamo del nostro egoismo, e
appropriandoci l’amore e i sentimenti di Gesù, viviamo per Dio com’è vissuto
lui: “Ego vivo propter Patrem” 1287-1.

1288. 4° Nel corso delle nostre ascensioni bisogna
certo che ci aspettiamo i contrattacchi del nemico: i sette peccati
capitali
tentano d’insinuarcisi, in forma attenuata, fin nel più intimo
dell’anima e, se non stiamo all’erta, ci fanno cadere nella tiepidezza. Ma le
anime vigilanti, appoggiandosi sopra Gesù, respingono questi assalti, anzi se ne
giovano per rassodarsi nella virtù preparandosi così ai gaudii e alle
prove della via unitiva.

 
NOTE

1266-1 S. Teresa, scrivendo al fratello
Lorenzo de Cepeda che s’era lagnato di noie cosiffatte, gli dà questo consiglio:
“Quanto alle miserie di cui vi lagnate, non bisogna farne caso. Benchè io non
possa parlarne per esperienza, perchè Dio mi ha sempre preservata da tali
passioni, pure mi spiego la cosa. L’intensità stessa delle delizie dell’anima
produce cotesti moti nella natura. È cosa che con la grazia di Dio passerà, se
baderete a non impensierirvene”. (Versione del P. Federico da
S. Antonio
, T. III, Parte I, Lett. XXXII, p. 139).

1268-1 Notte oscura, c. III, n. 1.

1270-1 Bellecio, Solidæ virtutis
impedimenta
, P. I, c. II; Bourdaloue, Ritiro, 3° giorno,
med. Iª; e in generale tutti gli autori di Esercizi spirituali; G. Faber,
Progressi dell’anima, c. XXV (Marietti, Torino).

1275-1 Apoc., III, 15-17.

1276-1 Prov., XIV, 12.

1277-1 Eccli., XIX, 1.

1277-2 Luc., XVI, 10. — In senso
letterale la cose piccole indicano i beni temporali e le
grandi i beni celesti.

1279-1 Apoc., III, 18-20.

1284-1 Matth., V, 18.

1284-2 Gal., I, 10.

1285-1 Joan., VIII, 12.

1287-1 Joan., VI, 58.