Compendio di Teologia Ascetica e Mistica (1240-1261)

Teologia: fondamentale, ascetica...

Di Adolfo Tanquerey. Parte seconda. Le Tre Vie. LIBRO II. La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti. CAPITOLO III. Le virtù teologali. III. Pratica della carità fraterna. § III. Il Sacro Cuore di Gesù modello e fonte di carità.

III. Pratica della carità fraterna.

1240.   Il principio che ci deve costantemente
guidare è di veder Dio o Gesù nel prossimo 1240-1: “in omnibus Christus“; e di rendere
così la nostra carità più soprannaturale nei motivi e nei mezzi, più
universale nell’estensione, più generosa e più attiva
nell’esercizio.

1241.   1° Gl’incipienti mirano principalmente a
schivare i difetti contrari alla carità e praticarne gli atti di
precetto.

A) Schivano quindi attentamente per non contristare Gesù e il
prossimo:

a) I giudizi temerari, le maldicenze e le
calunnie contrarie alla giustizia e alla carità, n. 1043;
b) le antipatie naturali, che, se acconsentite, sono
spesso causa di mancanze di carità; c) le parole aspre,
canzonatorie, sprezzanti
, atte solo a generare o ad acuire inimicizie; ed
anche le spiritosità sul conto del prossimo che causano spesso cocenti
ferite; d) le contese e le dispute aspre e
superbe in cui ognuno vuol far trionfare il proprio parere e umiliare il
prossimo; e) le rivalità, le discordie, le false
relazioni
, fonte di screzi e dissensioni tra i membri della grande famiglia
cristiana.

1242.   A star lontano da tutte queste colpe così
contrarie alla carità, nulla è più efficace della meditazione di quelle parole
che S. Paolo rivolgeva ai primi cristiani: “Vi scongiuro dunque, io
prigioniero pel Signore, a procedere in modo degno della vocazione a cui foste
chiamati… sopportandovi gli uni gli altri in carità, solleciti di conservare
l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un sol corpo e un solo Spirito,
come anche foste chiamati a una sola speranza della vocazione vostra… Un solo
Dio e Padre di tutti. Saldi nella verità e nella carità, continuiamo a crescere
per ogni verso in colui che è il capo, Cristo” 1242-1… Ed aggiunge: “Se vi è dunque qualche
consolazione in Cristo, se qualche conforto nella carità… rendete perfetto il
mio gaudio: abbiate un solo pensiero, un solo amore, una sola anima, un solo
sentimento. Non fate nulla per spirito di parte nè per vana gloria; ma con
umiltà l’uno reputi l’altro dappiù di sè, mirando ognuno non ai propri interessi
ma agli altrui” 1242-2.

Chi non si sente commosso a queste suppliche dell’Apostolo?
Dimentico delle catene che l’opprimono, non pensa che a reprimere le discordie
che turbavano la comunità cristiana, rammentando che, avendo tanti vincoli che
li uniscono, bisogna lasciar da parte tutto ciò che li divide. Dopo venti secoli
di cristianesimo, questo premuroso invito non è pur sempre opportuno per noi
tutti?

1243.   Vi è poi un male che bisogna ad ogni costo
evitare, lo scandalo, vale a dire tutto ciò che probabilmente potrebbe
indurre altri al peccato. Ed è ciò tanto vero che bisogna diligentemente
astenersi anche da quello che, indifferente o permesso in sè, può per le
circostanze diventare altrui occasione di peccato. È il principio che
S. Paolo inculca a proposito delle carni offerte agli idoli: l’idolo
essendo un nulla, quelle carni in sè non sono proibite; ma poichè molti
cristiani sono convinti del contrario, l’Apostolo vuole che i più istruiti
tengano conto degli scrupoli dei fratelli: perchè altrimenti “il debole,
il fratello per cui morì Cristo, verrebbe a perdersi per la tua scienza. Onde,
peccando contro i fratelli con scandalizzarne la debole coscienza, pecchereste
contro Cristo. Se quindi un cibo scandalizza il mio fratello, io, per non
scandalizzarlo, non mangerò carne in eterno” 1243-1.

Parole che anche oggidì dovrebbero essere ben meditate. Vi sono cristiani e
cristiane che si fanno lecite [illecite?] letture, spettacoli, balli più o meno
indecenti, col pretesto che non ne ricevono danno. Si potrebbe mettere in dubbio
questa loro asserzione, perchè molti, ahime! che parlano a questo modo, sono
spesso nell’illusione. Ma, in ogni caso, perchè non pensare allo scandalo che ne
viene alle persone di servizio, e al pubblico che ne toglie pretesto di
abbandonarsi, con maggior pericolo, a divertimenti anche più pericolosi?

1244.   B) Gl’incipienti non solo fuggono
queste colpe ma praticano anche ciò che è comandato, massime la
sopportazione del prossimo e il perdono delle ingiurie.

a) Sopportano il prossimo, non ostante i suoi difetti.

Non abbiamo anche noi i nostri che il prossimo deve pur sopportare? E poi è
facile che esageriamo questi difetti, specialmente se si tratta di persona
antipatica. Dovremmo invece attenuarli, pensando che non spetta a noi a notare
la pagliuzza nell’occhio del vicino, quando abbiamo forse una trave nel nostro.
In cambio dunque di condannare i difetti altrui, esaminiamoci se non ne abbiamo
noi di simili e forse di più gravi; e pensiamo prima di tutto a correggerci:
medice, cura te ipsum.

1245.   b) Altro dovere è quello di perdonare
le ingiurie
e riconciliarsi coi nemici, con coloro dai quali abbiamo
ricevuto o ai quali abbiamo fatto qualche dispiacere. Così urgente è cotesto
dovere che Nostro Signore non esita a dire: “Se, mentre stai per far l’offerta
all’altare, ti viene in mente che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te,
lascia l’offerta avanti all’altare e va prima a riconciliarti col
fratello” 1245-1.

Perchè, secondo l’osservazione di Bossuet, 1245-2 “il primo dono che si deve offrire a Dio è un
cuore puro da ogni freddezza e da ogni inimicizia col fratello”. Aggiunge che
non bisogna neppure aspettare il giorno della comunione, ma mettere in pratica
ciò che dice S. Paolo: “Non tramonti il sole sulla vostra collera”; perchè
“le tenebre ci aumentano il cruccio; la collera ci tornerebbe in mente
svegliandoci e diverrebbe più acre”. Non stiamo dunque a pensare se il nostro
avversario abbia forse più torti di noi e se non tocchi quindi a lui a muoversi
per il primo: dissipiamo alla prima occasione ogni malinteso con una franca
spiegazione. Se il nostro nemico ci presenta per primo le scuse, affrettiamoci a
perdonare: “perchè, se voi perdonate agli uomini le offese loro, il vostro Padre
celeste perdonerà pure a voi; ma se voi non predonate loro, il Padre celeste non
perdonerà neppure a voi i vostri peccati” 1245-3. È giusto: perchè chiediamo a Dio di rimettere
a noi le offese nostre come noi le rimettiamo a coloro che offesero noi.

1246.   2° I proficienti si sforzano d’attirare
in sè le così caritatevoli disposizioni del Cuore di Gesù.

A) Memori che il precetto della carità è il precetto suo e che
la sua osservanza dev’essere il distintivo dei cristiani: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate l’un l’altro,
come io ho amato voi:
ut diligatis invicem sicut dilexi vos
” 1246-1.

È comandamento nuovo, dice Bossuet, 1246-2 perchè Gesù Cristo vi aggiunge questa
importante circostanza, di amarci gli uni gli altri come egli amò noi.
Ora egli ci prevenne col suo amore, quando noi non pensavamo a lui; si mosse per
il primo verso di noi; non si aliena da noi per le nostre infedeltà e per le
nostre ingratitudini; ci ama per farci santi, per renderci felici, senza
interesse, non avendo bisogno di noi nè dei nostri servizi”. La carità sarà il
distintivo dei cristiani: “da questo conosceranno tutti che siete miei
discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” 1246-3.

1247.   B) Onde i proficienti
si studiano di imitare gli esempi del Salvatore.

a) La sua è carità preveniente: ci amò per il primo, quando noi
eravamo suoi nemici, “cum adhuc peccatores essemus” 1247-1; venne a noi, che eravamo peccatori,
persuaso che gli infermi abbisognano del medico; la sua grazia preveniente va a
cercare la Samaritana, la donna peccatrice, il buon ladrone per convertirli: A
prevernire e guarire le nostre pene ci volge quel tenero invito: “Venite a me,
voi tutti che siete affaticati ed oppressi, e io vi ristorerò: venite ad me
omnes qui laboratis et onerati estis, et ego reficiam vos
” 1247-2.

Queste divine cortesie dobbiamo imitare, movendi incontro ai fratelli per
conoscere le miserie e alleviarle, come fanno quelli che visitano i poveri per
soccorrerne i bisogni; e i peccatori per ricondurli a poco a poco alla pratica
della virtù senza lasciarsi disanimare dalle prime loro resistenze.

1248.   b) La sua fu carità
compassionevole. Vedendo che il popolo che l’aveva seguito nel deserto
stava per soffrire la fame, moltiplica pani e pesci per nutrirlo; ma
specialmente al vedere le anime prive di alimento spirituale, s’impietosisce
della loro sorte e vuole che si chiedano a Dio operai apostolici a lavorare
nella messe: “rogate ergo Dominum messis ut mittat operarios in messem
suam
” 1248-1. Lasciando per un momento le novantanove
pecorelle fedeli, corre dietro a quella che s’era smarrita e, caricandosela
sulle spalle, la riconduce all’ovile. Appena un peccatore dà segno di
pentimento, s’affretta a perdonarlo. Pieno di compassione per i deboli e
gl’infermi, li guarisce in gran numero, e spesso rende nello stesso tempo la
salute dell’anima, perdonandone i peccati.

Ad esempio di Nostro Signore, dobbiamo aver grande compassione per tutti gli
sventurati, soccorrendoli secondo che le sostanze ce lo permettono, ed esaurite
che siano, facciamo almeno l’elemosina di un po’ di tempo, di una buona parola,
di una cortesia. Non ci ributtino i difetti dei poveri; aggiungiamo anzi
all’elemosina corporale qualche buon consiglio, che tosto o tardi porterà buon
frutto.

1249.   c) La sua fu carità generosa:
acconsente per amor nostro a penare, a soffrire, a morire: dilexit nos et
tradidit semetipsum pro nobis
” 1249-1.

Dobbiamo quindi essere pronti a rendere servizio ai fratelli anche a costo di
penosi sacrifici, pronti a curarli nelle malattie, anche ributtanti, e a far per
loro sacrifici pecuniari. E sarà carità cordiale e simpatica:
perchè il modo di dare vale più ancora di ciò che si dà. Sarà
intelligente, dando ai poveri non solo un tozzo di pane ma, se è
possibile, anche i mezzi per campare onestamente la vita. Sarà
apostolica, facendo del bene alle anime colla preghiera e coll’esempio, e
talvolta, ma con prudenza, con savi consigli. Zelo cosiffatto si richiede
soprattutto dai sacerdoti, dai religiosi e da tutti i migliori cristiani; memori
sempre “che chi farà che un peccatore si converta dal suo traviamento, salverà
l’anima di lui dalla morte e coprirà la moltitudine dei peccati” 1249-2.

1250.   3° I perfetti amano il prossimo sino
all’immolazione di sè: “Avendo Gesù dato la vita per noi, anche noi
dobbiamo dar la vita pei fratelli” 1250-1.

a) È ciò che fanno gli operai apostolici: non versano il sangue pei
fratelli, ma danno la vita a goccia a goccia, lavorando senza tregua per le
anime, immolandosi nella preghiera, nello studio, nelle ricreazioni stesse,
lasciandosi divorare, come soleva dire il P. Chevrier, espressione
che è in sostanza la traduzione della parola di S. Paolo: “Io
volentierissimo darò e sopraddarò me stesso per le anime vostre: quand’anche più
singolarmente amandovi, dovessi esser meno da voi amato” 1250-2.

1251.   b) Fu questa l’idea che
mosse santi sacerdoti a fare il voto di servitù rispetto alle anime;
obbligandosi così a considerare il prossimo come un superiore che ha diritto di
esigere servizi, e a soddisfarne tutti i legittimi desideri.

c) Questa carità si manifesta pure con una santa premura di prevenire
i minimi desideri del prossimo e rendergli tutti i servizi possibili; talvolta
anche con la cordiale accettazione d’un servizio offerto, essendo infatti questo
il mezzo di render lieto chi l’offre.

d) Si manifesta finalmente con un specialissimo amore ai
nemici
, che vengono allora considerati come esecutori delle divine vendette
sopra di noi, venerandoli come tali, pregando in modo particolare per loro e
beneficandoli in ogni occasione, secondo il consiglio di Nostro Signore: “Amate
i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano; e pregate per coloro che
vi perseguitano e vi calunniano” 1251-1. Così assomigliamo a Colui che fa splendere il
suo sole tanto sui buoni come sui cattivi.

§ III. Il Sacro Cuore di Gesù modello e fonte di
carità
 1252-1.

1252.   1° Osservazioni preliminari. A
conclusione di quanto abbiamo detto sulla carità, non possiamo far di meglio che
invitare i lettori a cercare nel Sacro Cuore di Gesù la fonte e il modello
della carità perfetta;
nelle litanie approvate ufficialmente dalla Chiesa,
noi l’invochiamo infatti come ardente fornace di carità, e pienezza di bontà e
d’amore: “fornax ardens caritatis… bonitate et amore plenum“.

Vi sono infatti nella devozione al Sacro Cuore di Gesù due elementi
essenziali:
un elemento sensibile, il cuore di carne ipostaticamente
unito alla persona del Verbo; e un elemento spirituale simboleggiato dal
cuore materiale, l’amore del Verbo Incarnato per Dio e per gli uomini. Questi
due elementi non ne fanno che uno solo come sono una cosa sola il segno e la
cosa significata. Ora l’amore significato dal Cuore di Gesù è certamente l’amore
umano, ma anche l’amor divino, perchè in Gesù le operazioni divine
e le umane sono unite e indissolubili. È l’amor suo per gli uomini: “Ecco
quel Cuore che tanto amò gli uomini”; ma è pure l’amor suo per Dio,
perchè, come abbiamo dimostrato, la carità verso gli uomini deriva dalla carità
verso Dio, da questa traendo il suo vero motivo.

Possiamo quindi considerare il Cuore di Gesù come il più perfetto modello
dell’amor verso Dio e dell’amore verso il prossimo, e anche come
modello di tutte le virtù, perchè la carità le contiene e le perfeziona
tutte. Avendoci nel corso della vita mortale meritata la grazia d’imitarne le
virtù, Gesù è pure la causa meritoria e la fonte delle grazie che
ci fanno amar Dio e i fratelli e praticare tutte le altre virtù 1252-2.

1253.   2° Il Cuore di Gesù fonte e modello
dell’amore verso Dio.
L’amore è il dono totale di sè; quanto non è quindi
perfetto l’amore di Gesù per il Padre! Fin dal primo istante dell’Incarnazione,
si offre e si dà come vittima per riparare la gloria di Dio oltraggiata dai
nostri peccati.

Rinnova l’offerta nella natività e nella presentazione al Tempio. Nella vita
nascosta, mostra l’amore per Dio obbedendo a Maria e a Giuseppe, in cui
vede i rappresentanti della divina autorità; e chi ci potrebbe dire gli atti di
puro amore che dalla casetta di Nazaret s’innalzavano continuamente
all’adorabile Trinità? Nel corso della vita pubblica, non cerca che il
beneplacito e la gloria del Padre: “Quæ placita sunt ei facio
semper
 1253-1Ego honorifico Patrem” 1253-2; nell’ultima Cena può affermare di aver
glorificato il Padre in tutta la vita: “Ego te clarificavi super
terram
; e il domani portava il dono di sè sino all’immolazione del
Calvario: “factus obediens usque ad mortem, mortem autem Crucis“. Chi
potrà mai numerare gli interni atti d’amore che incessantemente gli sgorgava dal
Cuore, onde l’intiera sua vita fu un continuo atto di carità perfetta?

1254.   Ma soprattutto chi potrebbe esprimere la
perfezione di tal amore?

“È, dice S. G. Eudes, 1254-1 amore degno d’un tal Padre e d’un tal Figlio; è
amore che pareggia perfettissimamente le ineffabili perfezioni del prediletto
suo oggetto; è un Figlio infinitamente amante che ama un Padre infinitamente
amabile; è un Dio che ama un Dio… In una parola, il divin Cuore di Gesù,
considerato secondo la sua divinità o secondo la sua umanità, è infinitamente
più infiammato d’amore per il Padre e l’ama in ogni momento infinitamente più
che non possano amarlo insieme tutti i cuori degli Angeli e dei Santi in tutta
l’eternità”.

Ora quest’amore noi possiamo farlo nostro unendoci al Sacro
Cuore di Gesù e offrirlo al Padre, dicendo con S. G. Eudes: “O mio
Salvatore, io mi do a Voi per unirmi all’amore eterno, immenso ed infinito che
portate a vostro Padre. O Padre adorabile, io vi offro tutto l’amore eterno,
immenso, infinito del vostro Figlio Gesù come amore che mi appartiene… Io vi
amo come vi ama il vostro Figlio”.

1255.   3° Il Cuore di Gesù fonte di amore per gli
uomini.
Abbiamo detto, n. 1247,
quanto Gesù li amò sulla terra; ci resta da spiegare come continua ad amarli ora
che è in cielo.

a) È l’amore che lo induce a santificarci coi sacramenti: i
sacramenti infatti sono, come dice S. Giovanni Eudes 1255-1, “tante fonti inesauribili di grazia e di
santità che hanno la loro sorgente nell’oceano immenso del Sacro Cuore del
nostro Salvatore; e tutte le grazie che ne procedono sono come tante fiamme di
questa divina fornace”.

1256.   b) Nell’Eucaristia poi ci dà il
massimo segno di amore.

1) Da venti secoli Gesù è notte e giorno con noi, come un padre che non può
lasciare i figli, come un amico che trova le sue delizie nello stare con gli
amici, come un medico che sta costantemente al capezzale dei suoi ammalati.
2) E vi è sempre operoso, adorando, lodando, glorificando il Padre per noi;
ringraziandolo continuamente di tutti i beni che continuamente ci largisce,
amandolo per noi, offrendo i suoi meriti e le sue sodisfazioni per riparare i
nostri peccati, e assiduamente chiedendo nuove grazie per noi “semper vivens
ad interpellandum pro nobis
“. 1256-1 3) Rinnova sempre sull’altare il
sacrifizio del Calvario, lo fa un milione di volte al giorni, dovunque è un
sacerdote per consacrare, e lo fa per amor nostro, per applicare a ognuno di noi
i frutti del suo sacrifizio, n. 271-273; e non pago d’immolarsi, si dà
tutto intiero a ogni comunicante per farlo partecipe delle sue grazie, delle sue
disposizioni e delle sue virtù, n. 277-281.

Ora questo Cuore divino vivamente desidera di comunicarci i suoi
sentimenti di carità: “Il divino mio cuore, diceva Gesù a S. Margherita
Maria, è così appassionato d’amore per gli uomini, e per te in particolare, che,
non potendo più contenere in sè le fiamme del’ardente sua carità, è costretto a
diffonderle per mezzo tuo, e a manifestarsi loro per arricchirli dei preziosi
suoi tesori” 1256-2. E fu allora che Gesù le chiese il cuore per
unirlo al suo e mettervi una scintilla del suo amore. Ciò che fece in modo
miracolosa per la santa, lo fa in modo ordinario per noi nella santa comunione,
e ogni volta che uniamo il nostro cuore al suo; perchè venne sulla terra e
portare il fuoco sacro della carità e null’altro maggiormente brama che
accenderlo nei nostri cuori: “ignem veni mittere in terram et quid volo nisi
ut accendatur?
” 1256-3

1257.   Il Cuore di Gesù fonte e
modello di tutte le virtù.
Nella S. Scrittura il cuore indica spesso
tutti i sentimenti interni dell’uomo in opposizione agli atti esterni: “L’uomo
non vede se non ciò che apparisce al di fuori, ma Dio vede il cuore: Homo
videt ea quæ parent, Deus autem intuetur cor
” 1257-1. Quindi il cuore di Gesù simboleggia non solo
l’amore ma tutti i sentimenti interni dell’anima sua. Tale fu l’aspetto sotto
cui considerarono la devozione al Sacro Cuore i grandi mistici del Medio Evo, e
dopo di loro S. Giov. Eudes. Lo stesso fece S. Margherita Maria; è
vero che insiste principalmente, e con ragione, sull’amore di cui questo divin
Cuore è ripieno. Ma nei vari suoi scritti, ci mostra questo Cuore come modello
di tutte le virtù; e il Padre de la Colombière, suo confessore e suo interprete,
ne compendia il pensiero in un atto di consacrazione che si trova alla fine del
Ritiri spirituali 1257-2.

“Quest’offerta si fa per onorare questo Cuore divino, sede di tutte le
virtù
, fonte di tutte le benedizioni e rifugio di tutte le anime sante. Le
principali virtù che si intende di onorare in lui sono: primieramente,
l’amore ardentissimo a Dio Padre, unito a un profondissimo rispetto e alla più
grande umiltà che fosse mai; in secondo luogo, la infinita pazienza nelle
tribolazioni, il sommo dolore per i peccati di cui si era caricato, la
confidenza per le nostre miserie, e, non ostante tutti questi affetti, la calma
inalterabile causata da conformità così perfetta alla volontà di Dio, da non
poter essere turbata da alcun evento”.

Del resto, derivandi tutte le virtù dalla carità e trovando in lei
l’ultima loro perfezione, n. 318-319,
il Cuore di Gesù, che è fonte e modello della divina carità, lo è pure di tutte
le virtù.

1258.   Con ciò la devozione al Sacro Cuore s’accosta
alla devozione alla Vita Interiore di Gesù esposta dall’Olier e praticata
a S.-Sulpizio. Questa vita interiore, egli dice, consiste “in queste
disposizioni e interni sentimenti rispetto a tutte le cose: per esempio, nella
sua religione verso Dio, nel suo amore verso il prossimo, nel
suo annientamento verso se stesso, nel suo orrore rispetto al
peccato
, e nella sua condanna rispetto al mondo e alle sue
massime.
” 1258-1

Ora queste disposizioni si trovano nel Sacro Cuore di Gesù, e là si devono
attingere. Quindi a una pia persona che si ritirava volentieri nel Cuore di
Gesù, l’Olier scriveva: “Inabissatevi mille volte il giorno nell’amabile suo
Cuore a cui vi sentite così potentemente attratta… È la parte scelta il Cuore
del Figlio di Dio; è la pietra preziosa dello scrigno di Gesù; è il tesoro di
Dio stesso in cui versa tutti i suoi doni e comunica tutte le sue grazie… In
questo sacro Cuore e in quest’adorabile Interiore si operarono primieramente
tutti i misteri… Arguite da ciò a quale grandezza vi chiami Nostro Signore
aprendovi il suo Cuore, e quanto profitto dovete trarre da questa grazia che è
una delle più grandi che abbiate ottenuta nella vostra vita. Le creature non vi
traggano mai da questo luogo di delizie, e rimanetevi inabissata per il tempo e
per l’eternità con tutte le sante spose di Gesù” 1258-2. Altrove aggiunge 1258-3: “Che cuore il Cuore di Gesù! Che oceano
d’amore vi si raccoglie e ribocca su tutta la terra! O feconda e inesausta
sorgente d’ogni amore! O profondo e inesauribile sorgente d’ogni religione! O
centro divino di tutti i cuori!… O Gesù, permettete che io vi adori nel vostro
interno, che io adori l’anima vostra benedetta, che io adori il Vostro Cuore
che ho visto ancora questa mattina.
Vorrei descriverlo, ma non posso, tanto
è incantevole. L’ho visto come un cielo tutto pieno di luce, d’amore, di
riconoscenza e di lode. Esaltava Dio e ne esprimeva le grandezze e le
magnificenze”. Per l’Olier, l’Interno di Gesù è una cosa sola col sacro suo
Cuore; è il centro di tutte le sue disposizioni e delle sue virtù, è il
santuario dell’amore e della religione, in cui Dio è glorificato e dove le anime
fervorose si ritirano volentieri.

1259.   Conclusione. Affinchè la devozione al
Sacro Cuore produca questi santi effetti, deve consistere in due atti
essenziali: amore e riparazione.

1° L’amore è il primo e il principale di questi doveri, secondo
Sta Margherita Maria come pure secondo S. Giovanni Eudes.

Rendendo conto al P. Croiset della seconda grande apparizione,
l’Alacoque gli scrive 1259-1: “Mi fece vedere che il gran desiderio da lui
sentito di esere amato dagli uomini e di ritrarli dalla via della
perdizione, gli aveva fatto concepire il disegno di manifestare il suo Cuore
agli uomini con tutti i tesori d’amore, di misericordia, di grazia, di
santificazione e di salute, affinchè quelli che volessero rendergli e
procurargli tutto l’onore, l’amore e la gloria che fosse in loro potere, ei li
potesse arrichire con copiosa profusione dei divini tesori del Cuore di Dio che
ne è la sorgente”. E in una lettera a Suor de la Barge, conclude così: “Amiamo
dunque quest’unico amore delle anime nostre, perchè egli ci amò per il primo e
ci ama ancora con tanto ardore, che ne arde continuamente nel
SS. Sacramento. Basta amare questo Santo dei Santi per diventar santi. Chi
dunque c’impedirà di esserlo, avendo noi cuori per amare e corpi per patire…?
Non c’è che il suo puro amore che ci faccia fare tutto ciò che gli piace; non
c’è che questo perfetto amore che ce lo faccia fare come a lui piace: e non ci
può essere che questo amore perfetto che ci faccia fare ogni cosa quando a lui
piace” 1259-2.

1260.   2° Il secondo di questi atti è la
riparazione; perchè l’amore di Gesù è oltraggiato dalle ingratitudini
degli uomini, come Nostro Signore stesso dichiara nella terza grande
apparizione:

“Ecco quel Cuore che tanto amò gli uomini e che nulla risparmiò sino a
esaurirsi e consumarsi per dimostrar loro il suo amore; e, per ricompensa, io
non ricevo dalla maggior parte di loro che ingratitudine
per le irriverenze
e i sacrilegi e per le freddezze e i disprezzi che hanno per me in questo
sacramento d’amore”. E le chiede quindi di riparare queste ingratitudini col
fervor del suo amore: “Figlia mia, io vengo nel cuore che t’ho dato, affinchè tu col tuo ardore ripari le ingiurie che ho ricevute dai cuori tiepidi e
codardi che mi disonorano nel Santo Sacramento”.

1261.   Questo due atti grandemente contribuiranno a
santificarci: l’amore, unendoci intimamente al sacro Cuore di Gesù, ci
farà partecipare alle sue virtù e ci darà il coraggio di praticarle, non ostante
tutte le difficoltà; la riparazione, associandoci ai patimenti di Gesù,
stimolerà vie più il nostro fervore e ci indurrà a sopportar coraggiosamente per
amore tutte le prove che si degnerà mandarci.

Così intesa, la devozione al Sacro Cuore non avrà nulla di sdolcinato, nulla
di effeminato; sarà lo spirito stesso del cristianesimo, un felice misto d’amore
e di sacrificio, accompagnato dalla pratica progressiva delle virtù morali e
teologali. Sarà come una sintesi della via illuminativa e
un’ottima iniziazione alla via unitiva.

NOTE
1240-1 È bene spiegato da S. Giov.
Eudes in «La vita e il regno di Gesù ecc., P. 2ª, § 35,» (Marietti,
Torino): «Guardate il prossimo in Dio e Dio nel prossimo: ossia guardatelo come
uscito dal cuore e dalla bontà di Dio, come partecipazione di Dio, come creato
per ritornare in Dio, per essere collocato nel seno di Dio, per glorificarlo
eternamente, e in cui Dio sarà di fatti eternamente glorificato o con la
misericordia o con la giustizia.»

1242-1 Ephes., IV, 1-16.

1242-2 Phil., II, 1-4.

1243-1 Cor., VIII, 13.

1245-1 Matth., V, 23-24.

1245-2 Medit., XIV° giorno.

1245-3 Matth., VI, 14-15.

1246-1 Joan., XIII, 34.

1246-2 Meditazioni, La Cena, P. Iª,
75° giorno.

1246-3 Joan., XIII, 35.

1247-1 Rom., V, 8.

1247-2 Matth., XI, 28.

1248-1 Matth., IX, 38.

1249-1 Ephes., V, 2.

1249-2 S. Jac., V, 20.

1250-1 I Joan., III, 16.

1250-2 II Cor., XII, 15.

1251-1 Matth., V, 44.

1252-1 S. G. Eudes, Le cœur
admirable de la T. S. Mère de Dieu
, l. IV, e l. XII;
Croiset, La devozione al S. Cuore; S. M.-Maria
Alacoque,
Opere, ed. Gauthey; P. De Gallifet, Excellence de la dévotion au S. Cœur;
Dalgairns, Devozione
al S. Cuore;
Manning, Le Glorie del Sacro Cuore;
J. B. Terrien, La dévotion au S. Cœur;
P. Le Doré, Les Sacrés Cœurs et le V. J. Eudes; Le
Sacré Cœur;
Bainvel, La devozione al S. Cuore, dottrina e
storia;
(Libreria Vita e Pensiero, Milano); L. Garriguet,
Le Sacré Cœur, exposé historique et dogmatique.

1252-2 In questa breve esposizione, senza
insistere sulle differenze accessorie tra la devozione insegnata da
S. G. Eudes e quella di Paray-le-Monial, ci studiamo di conciliare ciò
che vi è di comune in queste due forme d’una medesima devozione.

1253-1 Joan., VIII, 29.

1253-2 Joan., VIII, 49.

1254-1 Le Cœur admirable, l. XII, c.
II.

1255-1 Ibid., c. VII. Non facciamo
qui quasi altro che compendiarne il pensiero.

1256-1 Hebr., VII, 25.

1256-2 Nella prima delle grandi
rivelazioni
, 1673.

1256-3 Luc., XII, 49.

1257-1 I Reg., XVI, 7.

1257-2 Œuvres complètes,
Grenoble, 1901, VI, p. 124.

1258-1 Catéch. chrétien, P. 1ª, lez.
1ª.

1258-2 Lettres, t. II, lettera 426.

1258-3 Esprit de M. Olier, t. I,
186-187, 193.

1259-1 Lettres inédites, IV, p. 142.

1259-2 Lettre CVIII, t. II, p. 227.