Ci sono sette nella Chiesa?

Chiesa: Papa e Papato, Autorità...

L’OSSERVATORE ROMANO Giovedì 17 Luglio 1997


Riflessioni su una concezione sconcertante
Ci sono sette nella Chiesa?


CHRISTOPH SCHÖNBORN
Arcivescovo di Vienna

I. Chiarificazione del concetto


Da qualche tempo nei media si parla delle «sette intraecclesiali» oppure delle «sette intracattoliche». Questo rimprovero vuol colpire una serie di movimenti e comunità, che sono nati negli ultimi decenni. Mentre prima molti di questi nuovi gruppi venivano etichettati «conservatori» o «fondamentalisti», ora si cerca di isolarli come «sette intraecclesiali» (1). Si mette in guardia contro di esse così come contro le sette classiche o le cosidette «religioni dei giovani», le quali compromettono la salute psichica delle persone e le trattano in modo disumano.
Tanti fedeli sanno che ci sono sempre state, ed esistono pure oggi, separazioni settarie dal cristianesimo. Per molti cristiani risulta però sorprendente che ci siano delle «sette» anche all’interno della Chiesa, sebbene i rispettivi gruppi abbiano ottenuto il riconoscimento e l’approvazione ecclesiali.

1. A proposito della chiarificazione teologica


Il concetto di «setta» ha la sua origine nell’ambito religioso – ecclesiale, ma trova recentemente anche un allargamento in una dimensione politico – sociale. Per questo sta perdendo la sua precisione scientifica e la sua inequivocabilità. Nel linguaggio comune viene usato sempre di più come uno slogan per indicare quei gruppi giudicati «pericolosi», che trasgrediscono i valori fondamentali della società democratica liberale.
Per caratterizzare una setta, oggi i seguenti segni distintivi hanno ottenuto una certa comune validità: la formazione di gruppi elitari che si separano dalle realtà sociali e non raramente si oppongono ad esse; la creazione di forme alternative di vita che spesso conducono ad estremi lontani dalla realtà e ad esagerazioni malsane. Come caratteristiche interne di una setta, accanto all’impegno di conservare una meta oppure un idolo spirituale in contrasto con la convenzione comune, si menzionano: il rifiuto di valori fondamentali di oggi come la libertà personale e la tolleranza, insieme ad un impegno talvolta militante per gli atteggiamenti opposti; uno stile totalitario di vita; la soppressione della coscienza dei membri; la messa al bando di coloro che sono fuori del gruppo; e certe tendenze di voler controllare la società oppure alcuni dei suoi settori. Quando in un gruppo si riscontrano alcune di queste caratteristiche, subito si parla di una setta. Secondo il linguaggio religioso, che è più adeguato (e pertanto più preciso) per trattare il problema, una setta è un gruppo che si è distaccato dalle grandi Chiese, dalle Chiese popolari. Spesso le sette conservano singoli valori, idee religiose o forme di vita delle comunità ecclesiali dalle quali si sono separate. Tali elementi basilari però vengono posti in assoluto, isolati e realizzati in una vita comunitaria, severamente separata dall’unità originaria e diretta verso la conservazione e la protezione di se stessa. Collegati con questi dati fondamentali si possono menzionare i seguenti singoli segni distintivi: idee religiose squilibrate (ad esempio la fine prossima del mondo); la negazione di ogni comunicazione spirituale con persone che pensano diversamente; un entusiasmo esagerato nel presentare e realizzare la propria visione; un proselitismo invadente e una coscienza esagerata per la missione verso un mondo disprezzato; un assolutismo della salvezza che limita la possibilità di raggiungere la salvezza a un numero determinato di persone che appartengono al rispettivo gruppo.
Nella teologia cattolica una setta è caratterizzata soprattutto mediante l’abbandono della comune verità biblico – apostolica e dei contenuti centrali della fede. Perciò, a giudizio della Chiesa, la setta è sempre connessa anche con l’eresia e lo scisma. Non è necessario aver studiato la teologia per riconoscere la contraddizione fondamentale dello slogan «sette intraecclesiali». La presunta esistenza di «sette» all’interno della Chiesa comprende indirettamente anche un rimprovero contro il Papa e i Vescovi. Essi infatti hanno la responsabilità di esaminare le associazioni ecclesiastiche, per vedere se la loro dottrina e prassi siano coerenti con la fede della Chiesa. Per questo il non – riconoscimento da parte della competente autorità ecclesiastica fa parte essenziale della determinazione teologico – ecclesiale di una associazione come «setta».
Le sette si trovano fuori dalla Chiesa (e anche fuori dagli impegni ecumenici). Le sette sono isolate e, per la loro autocomprensione, non vogliono un esame da parte dell’autorità ecclesiastica. Le comunità ecclesiali riconosciute, tuttavia, stanno in un contatto continuo con i responsabili nella Chiesa. I loro statuti e il loro tenore di vita vengono esaminati. È pertanto sconveniente da parte di certe istituzioni, persone o media etichettare delle comunità riconosciute dalla Chiesa come «sette», oppure persino mettere lo stato di vita secondo i tre consigli evangelici in relazione con «pratiche settarie».
Secondo il diritto della Chiesa, i fedeli hanno il diritto di fondare delle associazioni. È compito dei Vescovi e della Santa Sede di esaminare le nuove comunità e i nuovi movimenti — nel linguaggio paolino si parla anche di nuovi carismi — e di riconoscere eventualmente la loro autenticità. L’autorità ecclesiastica ha il dovere di promuovere e di sostenere ciò che lo Spirito opera nella Chiesa. Deve pure intervenire e correggere, se si osservano degli sviluppi malsani o delle deviazioni nella dottrina e nella prassi. Questa è la grande differenza con la setta che non ha e non riconosce un’istanza rispettiva, mentre i gruppi ecclesiali si sottomettono coscientemente e liberamente all’autorità ecclesiastica, sempre pronti e disponibili ad accettare da essa eventuali correzioni.
Che questo sia davvero il caso, si potrebbe dimostrare con molti esempi concreti. I criteri essenziali dei carismi autentici vengono riassunti da Libero Gerosa nei seguenti termini: «I carismi sono “grazie speciali”, che lo Spirito distribuisce a libero giudizio “tra i fedeli di ogni ordine” e “con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere ed uffici, utili al rinnovamento della Chiesa e allo sviluppo della sua costruzione”. Di questi carismi alcuni sono “straordinari”, altri invece “semplici e più largamente diffusi”; ma il giudizio sulla loro genuinità appartiene, senza alcuna eccezione, a “quelli che presiedono nella Chiesa”, ai quali spetta di non estinguere i carismi autentici» (2).
In ogni caso nessuno dovrebbe lasciarsi turbare, se nei massmedia, alcune comunità approvate dalla Chiesa vengono chiamate «sette intraecclesiali». Se vi fossero delle incertezze e domande, esisterebbe sempre la possibilità di informarsi più accuratamente presso gli organi competenti della Chiesa.


2. A proposito del «fondamentalismo»


Il «fondamentalismo» è originariamente la denominazione per un movimento religioso – ideologico che è nato negli U.S.A. anteriormente alla Prima Guerra Mondiale. Esso si impegnò per una interpretazione strettamente letterale della Bibbia (soprattutto dei racconti sulla creazione) e divenne un movimento collettivo conservatore – protestante. Gli aspetti tipici del fondamentalismo odierno, nel suo Paese di origine, sono: il rifiuto di ogni visione storico – critica dei testi biblici, l’orientazione quasi mitica ad un passato idealizzato, il rifiuto di ogni valutazione positiva dello sviluppo moderno, un moralismo penetrante e critico soprattutto degli eccessi della società dei consumi, talvolta anche certe tendenze politiche di estrema destra ed affermazioni critiche sulla democrazia. Nella filosofia e sociologia moderna tale fondamentalismo americano, come espressione della «American Civil Religion», viene valutato criticamente, ma comunque considerato un fenomeno serio in considerazione delle aporie del liberalismo estremo.
Distinto da questo significato è il concetto, nato soltanto negli anni ’80 in Europa, di un «fondamentalismo religioso» — una espressione piuttosto confusa ed imprecisa. Tale concetto comprende fenomeni così differenti come l’estremismo fanatico musulmano che, nel caso di una deviazione dalla religione, è pure favorevole all’applicazione della pena di morte, e d’altra parte l’impegno di cristiani cattolici di conservare la fede tradizionale della Chiesa. Il «sospetto del fondamentalismo» colpisce, senza alcuna distinzione, sia alcune associazioni ecclesiastiche, che sin dall’inizio aderiscono ai fondamenti della Chiesa e sono fedeli al Concilio Vaticano Secondo, sia i seguaci di Mons. Marcel Lefebvre. In fondo, il concetto del «fondamentalismo» viene spesso utilizzato come slogan per attaccare qualcuno, piuttosto che come espressione per cogliere un fenomeno spirituale chiaramente determinato.
In questo contesto si parla talvolta anche del «dogmatismo», dell’«integralismo», del «tradizionalismo», del «sospetto nei confronti di uomini che pensano e vivono diversamente» oppure della «paura davanti alla propria decisione».
L’intenzione della critica al fondamentalismo è di respingere un atteggiamento della fede caratterizzato dalla paura e dall’incertezza, che non riconosce nessuno sviluppo del dogma e della comprensione della verità, si tiene saldo a forme e formule rigide, e non osa esporsi alla prassi della vita in cambiamento. Questa forma di critica è giustificata. Tuttavia, alcuni critici tendono a valutare come fondamentalisti tutti i gruppi e movimenti, che — nonostante i molteplici cambiamenti attuali — si tengono saldi nel professare l’esistenza di verità permanenti e di valori obbliganti, e che non si distaccano «dalla pienezza, dalla forma strutturata e dalla bellezza del mondo della fede cattolica» (3). Tali critici devono chiedersi se talvolta loro stessi non siano nel pericolo di cadere in un relativismo riguardante i valori e la verità, e di sostenere nel contempo una certa pretesa di assoluto, che da solo vuol decidere sui fondamenti della realtà odierna della vita e della fede.
Nel suo nuovo libro «Il Sale della terra», il Cardinale Ratzinger risponde alla domanda sul significato e sul pericolo del fondamentalismo moderno in modo assai differenziato: «L’elemento comune tra le molte e diverse correnti, che vengono definite fondamentaliste, è la ricerca di sicurezza e semplicità della fede. Non si tratta, di per sé, di qualcosa di negativo, dato che, in definitiva, la fede — come ci ripete spesso il Nuovo Testamento — è destinata proprio ai semplici e ai piccoli, che possono vivere senza complicate sottigliezze accademiche. Se oggi invece è glorificata la vita condotta nell’accettazione di questa insicurezza, mentre la fede, in quanto scoperta della verità, è considerata sospetta, di certo non è comunque questo il genere di vita a cui la Bibbia desidera condurci. La ricerca di sicurezza e di semplicità diventa pericolosa solo quando porta al fanatismo e alla grettezza spirituale. Se poi si sospetta della ragione, allora anche la fede è falsificata e resa come una sorta di ideologia faziosa, che non ha più nulla a che fare con il fiducioso abbandono nel Dio vivo, in quanto fondamento originario della nostra vita e della nostra ragione. Sorgono allora delle forme patologiche di religiosità, come la ricerca di apparizioni, di rivelazioni dall’Aldilà e molte altre cose simili. Ma invece che continuare a battere sul fondamentalismo, continuamente richiamato, i teologi dovrebbero riflettere e chiedersi quanto loro stessi siano responsabili del fatto che sempre più persone cerchino rifugio in forme religiose limitate o malate.
Quando si offrono solo domande e non si mostra alcuna via positiva alla fede, fughe di questo genere diventano inevitabili» (4).


II. Singoli rimproveri


Mentre nella prima parte di questo articolo si è cercato di offrire un breve chiarimento sui concetti di «setta» e di «fondamentalismo», nella seconda parte si prenderà posizione su singoli concreti rimproveri nei confronti delle nuove comunità ecclesiali. Gruppi e movimenti riconosciuti dalla Chiesa — così si è concluso — non possono essere qualificati come «sette», poiché attraverso l’approvazione ecclesiastica si è attestato il loro radicamento nella Chiesa. I rimproveri contro nuovi carismi, nonostante il loro riconoscimento da parte della Chiesa, sono talvolta massicci. A tale proposito, occorre tener presente che si deve distinguere tra dottrina e prassi di queste comunità, riconosciute dalla Chiesa come carismi, e le debolezze di singole persone. Tutti sappiamo della imperfezione dell’agire umano. Pertanto si sottolinea ancora una volta che l’autorità ecclesiastica deve intervenire dove si trovano degli sviluppi malsani.
Concreti rimproveri sollevati sono: lavaggio del cervello, isolamento e separazione dal mondo, alienamento dai familiari, dipendenza da figure carismatiche, istituzione di proprie strutture intraecclesiastiche, violazione dei diritti umani, problema degli ex – membri. Come rispondere a tali rimproveri?
Lavaggio del cervello: Questo termine non è applicabile neanche al cambiamento della personalità spesso riscontrato nelle sette. Con esso, infatti, si intendono metodi disumani, applicati dai regimi totalitari, di influenzare e di cambiare la personalità dell’uomo. Tale termine non è in nessun modo applicabile alla formazione dei membri di comunità ecclesiali. Infatti, la formazione è una trasformazione voluta liberamente che rispetta la dignità umana, una trasformazione di tutta la persona in Cristo che deriva dall’appello programmatico di Gesù a convertirsi e a credere (cfr Mc 1, 14s.). Chi segue l’appello di Gesù nella grazia e nella libertà, acquista una visione credente della vita in tutte le sue dimensioni. In una delle sue lettere anche Paolo parla di questa trasformazione, quando afferma: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto» (Rm 12, 2). Nella tradizione cristiana tale processo è stato chiamato «metanoia»: conversione della vita. Tale cambiamento della vita si basa sull’esperienza di essere chiamato dal Dio vivente a seguirlo in un cammino particolare. La conversione è un processo di vita, che richiede sempre di nuovo la libera decisione del cristiano. È dovere delle comunità ecclesiali osservare che la decisione alla sequela sia libera. Una serie di direttive canoniche vigila su questo punto.
Isolamento e separazione dal mondo: Il vangelo dice che i cristiani non sono «del mondo» (Gv 17, 16), ma adempiono la loro missione «nel mondo» (Gv 17, 18). Separazione dal mondo non significa separazione dagli uomini e dalle loro gioie, preoccupazioni e necessità, ma separazione dal peccato. Pertanto Gesù prega per i suoi discepoli: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno» (Gv 17, 15). Se i cristiani non fanno certe cose come gli altri, o se non si adattano perfettamente alla moda, ciò non vuol dire che «disprezzano» il mondo. Essi abbandonano solo ciò che contrasta con la fede, o ciò che non ritengono più importante perché hanno trovato il «tesoro nascosto in un campo» (Mt 13, 44). L’unione con Cristo deve spingerli a non ritirarsi in un mondo proprio, ma a santificare il mondo, trasformandolo nelle verità, nella giustizia e nella carità. In una società dei massmedia, nella quale la Chiesa deve essere una «casa di vetro», esiste anche la sfida di essere trasparenti nel senso della prima lettera di Pietro, e cioè «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt3, 15). Questo vale pure per le comunità contemplative che vivono dietro le mura del monastero e, nella preghiera e nel sacrificio, si dedicano al bene degli uomini. Infatti, la Chiesa è da una parte una «società di contraddizione» (5), dall’altra una comunità missionaria in mezzo al mondo.
Molte volte il Concilio Vaticano Secondo ha messo in evidenza tale aspetto, citando — tra l’altro — l’antica «Lettera a Diogneto». In questa lettera del II o III secolo si sottolinea che i cristiani, come tutti gli uomini, vivono nel mondo, ma nel contempo si oppongono allo spirito del mondo, perché mirano ad una meta al di là di questo mondo. Proprio così adempiono la loro missione per il bene del mondo. «In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l’anima nel corpo. L’anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L’anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L’anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile. Anche i cristiani si sa che sono nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
«La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all’anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono ai piaceri… I cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l’incorruttiblità celeste. L’anima, mortificata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare» (6).
Alienamento dai familiari: Il rispetto e la cura amorevole per i genitori e i familiari fa parte essenziale del messaggio cristiano. Se però si tratta della chiamata alla sequela particolare, Gesù chiede di distaccarsi anche dalla famiglia: gli apostoli hanno lasciato la famiglia, la professione, la patria. Tale modo di seguire il Cristo continua nella storia fino ai nostri giorni. Alcuni genitori si rallegrano di una simile decisione di un figlio o di una figlia. Ma a questo riguardo possono nascere anche conflitti con i familiari; Gesù stesso ne parla (cfr Mt 10, 37).
Lasciar andare un figlio non è sempre facile, neanche nel caso del matrimonio. Se, comunque, si lascia la casa per la chiamata di Gesù e in piena libertà, non si tratta di alcuna fuga dai doveri familiari, e non si può sollevare la critica di una influenza ingiustificata da parte di una comunità. Una sola critica sarebbe opportuna, e cioè se si cercasse volutamente una rottura con i familiari che si impegnano pure in una vita di fede cristiana.
Infatti, ogni membro della famiglia è libero di scegliere il suo cammino della vita. Anche a questo proposito occorre essere tolleranti, rispettando la decisione della coscienza individuale. Certamente nel passato c’erano delle situazioni difficili e anche oggi esistono dei conflitti, ad esempio se delle comunità influenzano i minorenni contro la volontà dei genitori, oppure se i genitori non capiscono o non accettano la decisione di un figlio che vuol entrare in una comunità religiosa. Se, tuttavia, si vive la sequela di Cristo con amore, con decisione e con rispetto cristiano e se si tiene conto della libera decisione di ognuno, si può creare un rapporto di fiducia tra la famiglia «naturale» e quella «spirituale» con degli effetti molto positivi. Tanti uomini, per propria esperienza, ne possono dare testimonianza.
Dipendenza da figure carismatiche: Bisogna distinguere accuratamente tra persone che utilizzano le loro capacità in modo egoistico e falso per dominare su altri e renderli docili, e le persone veramente carismatiche, che sono anche oggi da trovare nella Chiesa. Esse offrono tutto il loro essere «con purezza» (2 Cor 6, 6) per la Chiesa e per il bene degli uomini. Nella storia della salvezza incontriamo sempre di nuovo simili figure particolarmente dotate. Il loro «prototipo» è Gesù Cristo stesso. Alla sua scuola innumerevoli uomini e donne hanno trovato il loro cammino della vita e la loro felicità. Fondatori e altri uomini carismatici, come ad esempio Benedetto o Ignazio, Chiara o Angela Merici, si sono impegnati a guadagnare altri uomini per Cristo. Dio li ha mandati come un dono alla sua Chiesa. Nella libertà dei figli di Dio essi hanno trasmesso ad altri la ricchezza soprannaturale della loro vita, e si sono sempre sottomessi all’autorità ecclesiastica. Non dobbiamo essere riconoscenti a Dio poiché dona anche oggi persone così piene di spirito? Non dobbiamo, oltre a conservare le strutture cresciute e consolidate, anche essere aperti al soffio dello Spirito Santo, che è l’«anima» della Chiesa?
Istituzione di proprie strutture intra-ecclesiastiche: Spesso si solleva il rimprovero che certi gruppi formano una «chiesa nella Chiesa». Per evitare tale pericolo, occorre sempre di nuovo cercare una relazione equilibrata tra strutture ecclesiastiche esistenti, soprattutto la struttura parrocchiale, e i nuovi gruppi. A proposito, il Cardinale Ratzinger afferma: «Nonostante tutti i cambiamenti che ci si può aspettare, è mia convinzione che la parrocchia rimarrà la cellula fondamentale della vita comunitaria. … Come quasi sempre nella storia, ci saranno anche gruppi che saranno tenuti assieme da un certo carisma, da una personalità fondatrice, da uno specifico cammino spirituale. Tra parrocchia e “movimento” è necessario un fecondo scambio reciproco: il movimento necessita del legame con la parrocchia per non diventare settario, la parrocchia ha bisogno dei movimenti per non chiudersi su se stessa e irrigidirsi. Già ora si sono costituite nuove forme di vita religiosa in mezzo al mondo. Chi osserva con cura la realtà della Chiesa, può trovare già oggi un numero sorprendente di forme di vita cristiana, nelle quali appare già presente tra noi la Chiesa di domani»(7).
Violazione dei diritti umani: Sin dai tempi antichi il nucleo della vita consacrata è stata la sequela di Cristo nel celibato (nella verginità), nell’obbedienza e nella povertà. Chi sceglie questo cammino e, dopo più anni di riflessione e di preghiera, assume i rispettivi impegni, lascia determinati diritti per una libera decisione di coscienza: il diritto di contrarre matrimonio; il diritto all’autodeterminazione; il diritto all’indipendente amministrazione ed acquisto di beni. Il Concilio insegna: «I consigli evangelici della castità consacrata a Dio, della povertà e dell’obbedienza, essendo fondati sulle parole e sugli esempi del Signore e raccomandati dagli Apostoli, dai Padri e dai Dottori e Pastori della Chiesa, sono un dono divino, che la Chiesa ha ricevuto dal suo Signore e con la sua grazia sempre conserva» (8). La decisione per una tale forma di vita, se assunta volontariamente, non contraddice i diritti umani, ma è la risposta ad una chiamata particolare di Cristo. I responsabili delle diverse comunità sono comunque obbligati ad appoggiare la disponibilità dei membri con animo sincero e a farla fruttificare nello spirito di una vera «communio», per l’edificazione della chiesa e per il bene degli uomini.
Ex membri: Per i nuovi membri esiste in tutte le comunità religiose un tempo di reciproca conoscenza, di crescita e di autoesame, in preparazione ad un impegno definitivo. I superiori hanno anche il diritto di licenziare qualcuno, se si verificano certi fatti gravi. Il lasciare oppure il licenziare esiste purtroppo anche quando qualcuno ha già fatto un passo definitivo. Tra coloro che hanno abbandonato una comunità, ci sono poi alcuni che hanno conservato un buon contatto e, d’intesa comune, continuano il loro cammino. Naturalmente le comunità riconosciute dalla Chiesa offriranno ai loro membri ed ex membri anche la possibilità di rivolgersi, in casi di conflitto, alle istanze ecclesiastiche competenti. Tra gli ex membri ci sono però anche alcuni che diffondono le loro esperienze negative sulla tribuna dei media. Dove alcuni uomini vivono assieme, ci sono dei limiti e delle debolezze. Non è giustificato, tuttavia, presentare le proprie difficoltà all’interno di una comunità come valide in generale. Insomma, tali esperienze negative di taluni sono dolorose per la comunità intera della Chiesa. Simili esperienze vengono ripresentate spesso dalla pubblicità secolare, la quale comunque non si interessa delle questioni di dottrina, ma dei comportamenti e conseguenze che ne derivano. Nella discussione si evidenzia che la Chiesa, nelle sue varie comunità, è una «società di contraddizione» davanti alla società liberale e secolare. «Chi accetta la religione soltanto nella forma di una religione civile adatta alla mentalità sociale, giudicherà ogni cosa radicale come sospetta» (9). Se una critica si basa su sviluppi veramente problematici, essa sarà occasione di un serio esame da parte dell’autorità ecclesiastica; una critica può anche condurre ad una purificazione e crescita migliore di tale comunità. A proposito si afferma nel Rapporto vaticano del 1986 su «Il fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi», che atteggiamenti settari (come ad esempio l’intolleranza e il proselitismo aggressivo, che vengono richiamati nel Rapporto) non bastano per costituire una setta, ma che tali atteggiamenti possono riscontrarsi anche in comunità ecclesiali. Testualmente si afferma che questi gruppi però «possono evolversi grazie ad un approfondimento della loro formazione ed a contatti con altri cristiani. Possono, così, progredire verso un atteggiamento più “ecclesiale”» (10). Questo atteggiamento ecclesiale è richiesto da ambedue le parti: dalle comunità, perché presentino il loro carisma come un dono tra tanti altri (resistendo così alla tentazione di una «pretesa ecclesiastica di assoluto»), e anche da coloro che non hanno un accesso immediato a tali forme di vita ecclesiastica, perché riconoscono in queste comunità un dono dello Spirito che dà la vita, un dono che apre a molti uomini un accesso alla fede.
Oggi in vari Paesi del mondo si sveglia un nuovo desiderio di vivere più decisamente il messaggio di Cristo, nonostante tutte le debolezze umane, di servire la Chiesa in unità con il Santo padre e i Vescovi. Molti vedono nei nuovi carismi un segno di speranza. Altri li giudicano come realtà strane, ed altri ancora come una sfida o persino una accusa contro la quale si difendono, talvolta anche con dei rimproveri. Qualcuno promuove pure un umanesimo che si distacca sempre di più dalle sue radici cristiane. Ma non dobbiamo dimenticare che «la parola conciliare della “ecclesia semper reformanda” rinvia non solo alla necessità di riflettere sulle strutture, ma anche alla sempre nuova apertura e messa in questione di accordi troppo favorevoli con lo spirito del tempo» (11).

 


NOTE


1) Cfr Hans Gasper, Ein problematisches Etikett. Mit dem Sektenbegriff sollte man behutsam umgehen: Herder Korrispondenz 50 (1996) 577580; Hans Majer, Sekten in der Kirche? Es muß Platz geben für unterschiedliche Wege: Klerusblatt 76 (1996) 208.

2) Libero Gerosa, Charisma und Recht, Trier 1989, 66; Citazioni nel testo da «Lumen Gentium», n. 12.

3) Leo Scheffezyk,Katholische Glaubenswelt. Wahrheit und Gestalt, Aschaffenburg 1977, p. 351.

4) Joseph Ratzinger, Il Sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Torino 1997, pp. 156s.

5) Cfr Gerhard Lohfink, Wie hat Jesus Gemeinde gewollt?, Freiburg 1993, pp. 142ss., 181ss.

6) Lettera a Diogneto, n.6.

7) Joseph Ratzinger, Cit., pp. 229s.

8) «Lumen gentium», n. 43.

9) Hans Gasper, cit., (cfr nota 1).

10) Segretariato per l’Unione dei Cristiani, Segretariato per i non Cristiani, Segretariato per i non Credenti, Pontificio consiglio per la Cultura. Rapporto provvisorio «Il fenomeno delle sette o nuovi movimenti religiosi», Introduzione: Enchiridion Vaticanum 10 (1986 1987), p. 254.

11) Hans Maier, cit., (cfr nota 1).