Chiesa: da “domestica” a “pubblica”

Apologetica

di Marta Sordi:

Il cammino che porta l’ impero romano a considerare la Chiesa come realtà pubblica. In mezzo a persecuzioni e a riconoscimenti. Anche del Primato del vescovo di Roma.

“Le persecuzioni avvennero realmente, e i martiri furono numerosi, ma lo scontro non fu quasi mai a livello politico: né da parte dei cristiani, (…) né da parte dell’impero, (…) che si ridusse spesso ad essere il braccio secolare del fanatismo religioso delle folle e di una cultura intollerante”…

L’ età apostolica è l’epoca delle chiese domestiche: i viaggi dei missionari apostolici all’interno dell’impero e la loro permanenza, più o meno prolungata, nelle comunità da loro fondate, rendeva necessario un servizio di ospitalità, che fu esercitato da privati, per lo più laici. Gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo ricordano spesso i nomi di questi generosi cristiani, uomini e donne, che misero la loro casa a disposizione della Chiesa: Lidia, la mercantessa di porpora a Filippi (At 16,5), Giasone a Tessalonica (ib. 17,5), Aquila e Priscilla, a Corinto, poi ad Efeso ed infine a Roma (At 18; Rm 16), Tiranno, maestro di scuola, a Efeso (At 19,9); Mnasòne di Cipro a Cesarea (ib. 21,16), Ninfa a Laodicea (Col 4,15), Filemone, presumibilmente a Colossi, in Frigia (Fil 1,1-2), i vari gruppi del cap. 16 della lettera ai Romani.


Nelle lettere paoline sono frequenti i saluti per questi collaboratori e per “la chiesa che si trova nella loro casa”.


Una formula di questo tipo, ma in latino e con la sostituzione al greco ekklesia del latino collegium, si trova in una serie di iscrizioni del II secolo, prevalentemente, ma non esclusivamente, di Roma, relative ad un collegium quod est in domo Sergiae Paullinae: si tratta, chiaramente, di un collegio funerario destinato agli schiavi e ai liberti dei Sergi Paulli, una famiglia senatoria romana, con grandi possedimenti anche in Asia Minore e fabbriche di mattoni in Italia.


Ciò che appare interessante è che il collegio in questione, che, diversamente dagli altri collegi funerari a noi noti, non porta l’indicazione di nessuna divinità pagana (le iscrizioni di schiavi o liberti della stessa Sergia Paullina con dediche a divinità pagane non portano la menzione del collegio), risaliva al padre della matrona, L. Sergio Paulio, figlio del proconsole di Cipro convertito da Paolo (At 13) fra il 46 e il 48 d. C.


L’ipotesi che il collegium che era nella casa di Sergia Paullina fosse in realtà una chiesa domestica cristiana appare legittima, tanto più che, nel II secolo, la famiglia dei Sergi Paulli appare imparentata, per via matrimoniale, con la famiglia degli Acilii Glabriones, un cui membro, console nel 91, fu messo a morte nel 95 da Domiziano “per ateismo e costumi giudaici”, cioè per cristianesimo, nella stessa persecuzione in cui perì Flavio Clemente e fu esiliata Flavia Domitilla. In prossimità della tomba di famiglia degli Acilii Glabriones e in un terreno di proprietà di questi ultimi “furono scavate le catacombe di Priscilia a Roma, il cui nome sembra da collegare ad una donna della gens Acilia.


Le iscrizioni relative al collegium di Sergia Paullina potrebbero essere così non solo alcune tra le più antiche testimonianze epigrafiche del cristianesimo a Roma, ma anche la più antica testimonianza in latino (e non in greco) di una chiesa locale romana e della sua organizzazione: il collegio ha un tesoriere (arcarius) che presuppone una cassa (arca) per le offerte, ed ha dei maiores e minores, che potrebbero indicare i sacerdoti e i laici. L’uso di maiores per indicare dignità ecclesiastiche è noto infatti nel tardo latino cristiano. Con la fine del II secolo cessò la copertura che la proprietà privata dava alla Chiesa e questa uscì dalla clandestinità, rivendicando la proprietà dei luoghi di riunione, di culto, di sepoltura: questo fu reso possibile dalla tolleranza di fatto dei Severi e dal riconoscimento concesso da questi, senza bisogno di autorizzazioni particolari, alle associazioni a scopo religioso (i collegia religionis causa: Dig. 47,22,1).


La descrizione che Tertulliano dà, nel cap. 39 dell’Apologetico, della vita delle comunità cristiane, ricalca deliberatamente, anche nella terminologia usata, l’organizzazione di tali collegia, al punto che l’offerta per il fondo comune, che Giustino mezzo secolo prima presentava come settimanale, diventa, come nel rescritto Severiano, mensile: l’unica differenza è che le offerte servivano, non per i banchetti, ma per aiutare i bambini e i vecchi privi di mezzi, e per seppellire i poveri.


All’epoca dei Severi, soprattutto di Severo Alessandro, la Chiesa appare ben conosciuta e rispettata: l’imperatore stesso assegnò con un arbitrato alla Chiesa di Roma un’area (forse quella di S. Maria in Trastevere) ad essa contesa da un collegio di tavernieri (popinarii) ed additò come modello da seguire la probatio dei sacerdoti cristiani. Condannato come religione illecita a livello individuale il Cristianesimo era, di fatto, riconosciuto paradossalmente come Chiesa.


Questa situazione cambiò con la persecuzione di Valeriano, che, dopo il fallimento della persecuzione di Decio, si rese conto che, se l’impero voleva combattere il Cristianesimo, ormai presente nei più alti livelli dello Stato, doveva colpire la Chiesa e nominò esplicitamente nei suoi editti i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, distinguendo il clero dai laici, le insignes personae (senatori e cavalieri) dai semplici fedeli.


Questo riconoscimento in negativo permise a Gallieno, figlio e successore di Valeriano, di riconoscere ufficialmente, per la prima volta, il Cristianesimo come religione lecita: non era più possibile ormai, se si voleva riportare la pace, tornare ad un’ambigua situazione di fatto. La lettera a noi conservata da Eusebio, con cui Gallieno estendeva nel 262 all’Egitto, da poco riconquistato, i benefici dell’editto generale del 260, era rivolta al vescovo di Alessandria in quanto autorità legittimamente riconosciuta dall’impero e lo invitava a far rispettare, in nome dell’editto, i suoi diritti, ricuperando i beni confiscati della Chiesa.


L’impero aveva preso atto della Chiesa, con le sue strutture e la sua gerarchia: lo rivela, una decina di anni dopo Gallieno, l’arbitrato di Aureliano, a cui i Vescovi d’Asia si rivolsero per la restituzione della “casa della Chiesa di Antiochia”, occupata dallo scismatico Paolo di Samosata. Aureliano rispose che la chiesa doveva essere data a coloro che erano riconosciuti dal Vescovo di Roma e da quelli d’Italia. Questa è forse la più antica testimonianza, da parte di un impero pagano, del primato del Vescovo di Roma.


 


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“Le persecuzioni avvennero realmente, e i martiri furono numerosi, ma lo scontro non fu quasi mai a livello politico: né da parte dei cristiani, che continuarono per lo più ad affermare, anche durante le persecuzioni, il loro lealismo verso lo stato romano e a proclamarsi buoni cittadini di tale stato, né da parte dell’impero, che non avvertì quasi mai nei cristiani un pericolo per la sua sicurezza e che si ridusse spesso ad essere il braccio secolare del fanatismo religioso delle folle e di una cultura intollerante”. (Marta Sordi, I cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano 1984, p. 10).


 


Bibliografia


Marta Sordi, I cristiani e l’impero romano, Jaca Book, Milano 1984, p. 10.
August Franzen, Breve storia della Chiesa, Queriniana, Brescia 1970.
K. Bihlmeyer – H. Tuechle, Storia della Chiesa. L’antichità cristiana, Iº vol., Morcelliana, Brescia 1986.
Pietro Cantoni – Marco Invernizzi, Guida introduttiva alla storia della Chiesa, Mimep Docete, Pessano (MI) 1994.