Breve storia delle eresie (6/10)

Apologetica

CAPITOLO VI. LA RIVOLUZIONE PROTESTANTE. Una catastrofe. Le cause del Protestantesimo. Lutero e la rottura dell’unità. Formazione della chiesa protestante. Zwinglio e lo Zwinglianesimo. Giovanni Calvino e il Calvinismo

CAPITOLO VI.


LA RIVOLUZIONE PROTESTANTE.



UNA CATASTROFE


Vi sono due date particolarmente dolorose nella lunga storia della Chiesa. La prima è quella clic segue lo scoppio dello Scisma fra la Chiesa greca e la Chiesa latina, 16 luglio 1054, con la scomunica lanciata a Michele Cerulario, patriarca di Costantinopoli. La seconda è quella che segna l’inizio della Rivoluzione protestante, con le Tesi sulle Indulgenze pubblicate dal monaco Martin Lutero il 31 ottobre 1517.


Lo scisma greco non è un’eresia vera e propria. Perciò non abbiamo creduto necessario trattarla in questo breve compendio delle eresie. Esso aveva avuto due antecedenti: lo scisma di Acacio, che abbiamo segnalato, e lo scisma di Fozio nel IX secolo. Per due volte fu ristabilita l’unione – nel concilio di Lione del 1274 e nel concilio di Firenze del 1438-1439. Ma entrambe le volte la riconciliazione fu soltanto passeggera.


Pochi punti controversi inquinano in definitiva la dottrina della Chiesa greca, die si definisce e che noi stessi chiamiamo Chiesa ortodossa. Nell’insieme la sua fede è autentica. Per questo, quando preghiamo, con tanto ardore, per la riunione delle Chiese, lo facciamo innanzitutto per la riconciliazione delle due Chiese sorelle: la Chiesa romana, madre e centro delle Chiese, e la Chiesa ortodossa.


La Riforma protestante fu purtroppo qualcosa di molto più grave, e perciò, nel parlarne, usiamo qui il sottotitolo: una catastrofe. Della triplice unità voluta da Cristo nella sua Chiesa – unità di fede, unità di comunione, unità di governo – nello scisma si intaccava solo quest’ultima. Invece nella Riforma protestante sono state colpite tutte e tre; l’unità è stata irrimediabilmente spezzata e, secondo il detto consacrato dall’uso, “è stata veramente lacerata la tunica inconsutile del Cristo!”



LE CAUSE DEL PROTESTANTESIMO


Quando si studiano le cause del protestantesimo, si usa fare un quadro a forti tinte degli abusi da cui era contaminata la Chiesa: secolarizzazione del papato e di gran parte del clero in tutti i gradi della gerarchia; invasione del paganesimo dietro il pretesto di un ritorno all’antichità classica greco-latina nell’umanesimo; sviluppo del nazionalismo e inizio di una politica cosiddetta realistica, cioè sdegnosa di ogni regola morale per tenere conto solo dei risultati; politica di cui Machiavelli doveva essere lo storiografo e il teorico entusiasta. Tutto questo è giusto. Ma non è l’essenziale. Potevano esservi dei turbamenti, dei disordini, in seno alla Chiesa. Poteva nascere l’eresia, ma non era certo inevitabile che prendesse la forma di Chiese separate e degenerasse in scismi numerosi e incurabili. La cosa più grave in questa dolorosa rivoluzione fu precisamente il fatto che essa pretese di compiere un rifacimento dei dogmi, ritornare alla purezza del cristianesimo, in una parola accaparrarsi l’altisonante nome di Riforma che circolava da secoli in seno alla cristianità.


Riformare la Chiesa! Grandioso e seducente programma! Ma era necessario evitare un triplice errore:


1. Quello di credere che la Chiesa, per quanto fosse potuta venir meno al suo ideale primitivo, avesse potuto, in quanto Chiesa, errare nella fede; 2. quello di pensare che la fede pura, perdutasi nella Chiesa, potesse essere ritrovata, come si ritrovava l’antichità classica nei manoscritti greci e latini; 3. quello di ritenere che, una volta ritrovata, per merito di uno o più riformatori, la dottrina cristiana potesse essere per sempre preservata da qualunque nuova alterazione.


Vi era un errore riguardo al passato, poiché la Chiesa, anche corrosa dagli abusi, aveva ricevuto dal suo fondatore la promessa di essere assistita dallo Spirito Santo, di modo che non potesse tradire il deposito della vera fede. Vi era un errore riguardo al presente, poiché non spettava ad alcun potere umano il ritrovare la fede, con il semplice espediente del ricorso alla Scrittura, cioè in definitiva con l’esegesi e la filologia. E vi era un errore riguardo all’avvenire, in quanto questo ricorso alla Scrittura, eretto a principio assoluto di restaurazione, doveva rivelarsi invece come un principio di dispersione e di nuove divisioni senza fine, per quelli stessi che avevano riposto in esso tutta la loro fiducia.


Detto ciò, ricordiamo sommariamente i fatti essenziali.



LUTERO E LA ROTTURA DELL’UNITÀ


Lutero era nato il 10 novembre 1483 a Eisleben, in Sassonia. Il padre era minatore e non gli lasciò altro in eredità se non un temperamento di ” rozzo sassone” secondo le parole dello stesso Lutero. La madre. Margherita Ziegler era una casalinga molto credente ma anche molto superstiziosa, che aveva un gusto spiccato per le storie di magie e di stregonerie. La vita di scolaro del giovane Lutero fu intessuta di sofferenze e di privazioni. Compì tuttavia dei buoni studi alla maniera del tempo, cioè secondo le norme di una scolastica decadente e inaridita. Ricevette il grado di dottore in lettere e filosofia nel 1505, all’Università di Erfurt. Il padre, orgoglioso dei suoi successi, pensava di farne un giurista, poiché questa era la carriera più adatta a far fortuna. Fu quindi molto scontento allorché venne a sapere che quel figlio di così spiccato talento era entrato, senza il suo permesso, nel convento degli agostiniani di Erfurt, il 17 luglio di quello stesso anno.


Che cosa era accaduto? Il giovane Lutero, di ritorno dalla sua cittadina natale, il 2 luglio 1505, era stato colto, alle porte di Erfurt, da uno spaventoso uragano. Si era trovato di fronte alla morte. Sperduto, aveva fatto precipitosamente il voto di farsi monaco se fosse sfuggito al fulmine. Quindici giorni dopo manteneva la parola. Questa vocazione troppo poco maturata avrebbe pesato su tutta la sua esistenza. Agli inizi, comunque, tutto andava bene. Lutero fece il noviziato, e quindi emise i voti religiosi. Il 2 maggio 1507 veniva ordinato prete. L’anno seguente passava da Erfurt a Wittemberg, come professore alla nuova Università eretta in questa città. Il viaggio compiuto a Roma nel 1510-1511 per gli affari del suo convento non scosse minimamente la sua fede nel papato, qualunque cosa sia stata detta più tardi. Al suo ritorno, tuttavia, si dichiarò contrario alla stretta osservanza nell’Ordine, preferendo stare sotto l’obbedienza dei superiori ” nella fede e nella umiltà “. Si manifesta già in lui una sfiducia verso quella che egli chiamerà più tardi la ” giustizia mediante le opere”, la “giustizia personale”.


Frattanto continuava gli studi, e riceveva nel 1512, il berretto di Dottore in teologia. Disgustato, come molti della sua generazione, della scolastica (la quale era in realtà in piena decadenza, e Lutero subì inconsciamente il nefasto influsso del nominalismo.), si volgeva di preferenza agli studi biblici, non senza convincersi che ritornava in un terreno pressoché abbandonato. Probabilmente egli ignorava, perlomeno agli inizi, che in quel movimento verso la Bibbia non era solo: uomini come John Colet a Oxford, Lefèvre d’Etaples a Parigi ed Erasmo di Rotterdam lo stavano percorrendo con lui.


Iniziò così un commento ai Salmi nel 1514. Dai Salmi passò nel 1515 alla Epistola ai Romani, e qui appunto fece, o credette di fare, scoperte fondamentali per la riforma del dogma cristiano. Noi che abbiamo il modo di guardare panoramicamente la storia, abbiamo la certezza che egli leggesse san Paolo solo attraverso le intime e inconscie esigenze del suo temperamento esuberante ed eccessivo, divorato dagli scrupoli e da tormenti interiori irriducibili.


Noi oggi diciamo che ciò equivale a fare della esegesi soggettiva, cioè piegare i resti all’esperienza intima. Ora, questa esperienza gli rivelava che il peccato, in noi, non può essere vinto, che è inerente alla nostra natura, che la salvezza sarebbe impossibile se consistesse nella purificazione da ogni peccato. Era arrivato infatti a confondere sentire e consentire, a non poter più distinguere tra la concupiscenza e il peccato, a considerare l’uomo e tutte le creature come sottomesse a un ineluttabile fatalismo. Credette di trovare in san Paolo la descrizione precisa del suo stato interiore, e insieme il rimedio sicuro a tutte le sue angosce. Orgoglioso della scoperta, intendeva propagarla in tutta la Chiesa e farne un principio di liberazione, di riforma, di salvezza universale.


Non sembra, tuttavia, che mirasse a una rottura con la Chiesa. Questa rottura sopravvenne senza che se ne rendesse conto. Ma, una volta in possesso della sua dottrina, e a dispetto di molte fluttuazioni e modifiche più o meno volontarie e coscienti, non volle più lasciare la presa. L’occasione – soltanto occasione – della rottura fu la Questione delle indulgenze. Si faceva allora intorno alle concessioni di indulgenze, un traffico che ai nostri giorni giudichiamo giustamente deplorevole, ma che si era insinuato, a poco a poco e per motivi talvolta quasi lodevoli, nella pratica della Chiesa. Si trattava questa volta di raccogliere fondi per la costruzione della basilica di San Pietro a Roma. Mormorii di scontento circolarono in Germania, e perfino nelle bettole si criticò l’avidità romana. Lutero aveva già attaccato la dottrina delle indulgenze. Redasse alla svelta 95 Tesi che affisse alle porte della chiesa collegiale di Wittemberg. Vi si leggeva tra l’altro: ” I tesori delle indulgenze sono le reti con le quali si pescano ora le ricchezze degli uomini. Se il papa conoscesse le esazioni dei predicatori di indulgenze, preferirebbe che la basilica di san Pietro fosse ridotta in cenere, piuttosto che costruirla con la pelle, la carne e le ossa delle sue pecorelle”.


L’impressione prodotta fu enorme. Nessuno si presentò per discutere le Tesi di Lutero, ma tra lui e teologi romani si ingaggiò una disputa scritta. Con la sua rudezza di sassone, Martin Lutero dapprima bistrattò i teologi, poi affrontò il legato del papa, il cardinale Gaetano, ad Asburgo. Non potendo cedere alle sue istanze e non sapendo resistere ai suoi argomenti, lanciò un appello al papa meglio informato (22 ottobre 1518) e in seguito un appello del papa al Concilio generale (28 novembre 1518).


Le indulgenze erano del resto passate subito in secondo piano. Si trattava ora del dogma, essenziale per Lutero, della certezza della salvezza mediante la sola fede, senza le opere. Cosa strana, dopo aver accusato la dottrina e ]a pratica delle indulgenze di generare la sicurezza, egli faceva della sicurezza mediante la fede il dogma centrale del suo insegnamento.


La Disputa di Lipsia (27 giugno – 16 luglio 1519) invece di porre rimedio alle cose le aggravò infinitamente. Il teologo cattolico Giovanni Eck, ricordò le definizioni dei concili, e in particolare di quello di Costanza contro Giovanni Huss. Lutero, piuttosto che cedere, negò l’autorità dei concili, rimettendosi alla sola Scrittura. Da quel momento la condanna da parte di Roma non poteva essere evitata.


A questo punto capitale della sua evoluzione, egli ricevette da una parte gli incoraggiamenti degli umanisti rivoluzionari, come Ulrico di Hutten e Crotus Rubeanus; dall’altra, quelli dei nobili tedeschi molto ostili a Roma. Così appoggiato, si decise alla rottura. Nel suo animo questa ebbe luogo il 10 luglio 1520, poiché in tale data scriveva: ” Il dado è gettato? Disprezzo il furore e il favore di Roma: non voglio più riconciliazione né comunione con essa per l’eternità!” E il 17, in una seconda lettera, spiegava: ” Silvestro di chaumberg e Francesco di Sickingen (due nobili rivoluzionari tedeschi) mi hanno ormai liberato da qualunque timore umano”.


In realtà egli avrebbe trovato un aiuto molto più efficace nel suo sovrano, l’Elettore di Sassonia, di cui ignorava ancora le intime disposizioni.



FORMAZIONE DELLA CHIESA PROTESTANTE


A partire dal 1520 i fatti precipitano. Il 1 agosto, Lutero pubblica il suo Manifesto: Alla Nobiltà cristiana di Germania per la Riforma dello Stato cristiano. Vi affermava che tutti i cristiani sono uguali (sacerdozio universale); che tutti hanno ugualmente il diritto di ricorrere alla Bibbia, la quale non è affatto riservata all’interpretazione della Chiesa (biblicismo integrale); che l’imperatore e i principi hanno più diritto del papa a convocare il Concilio generale (cesaropapismo).


Nell’ottobre seguente, pubblicava il suo secondo grande scritto riformatore: Il Preludio sulla Cattività babilonese della difesa, in cui attaccava la dottrina dei sacramenti, da lui ridotti a due, battesimo e eucaristia, o tuttalpiù a tre, con l’aggiunta della penitenza. Infine, nel novembre, pubblicava il suo opuscolo sulla Libertà del cristiano, che è una delle migliori esposizioni della sua dottrina. Dottrina che possiamo riassumere nei seguenti punti:


1. Per il peccato originale, l’uomo è completamente decaduto, e tutto ciò che fa è peccato mortale.


La salvezza mediante le opere è impossibile.


2. Dio senza dubbio ci impone la sua Legge nell’Antico Testamento, ma essa è impraticabile. Non ha altro scopo che quello di scoraggiarci, farci disperare, spingerci nelle braccia della misericordia.


3. Quando la legge ci ha portati alla disperazione, la fede fa d’improvviso risplendere ai nostri occhi la certezza della salvezza per i meriti di Gesù Cristo morto per noi sulla croce.


4. Da tutta l’eternità Dio ha predestinalo gli uni all’inferno (quelli ai quali nega la fede), e gli altri al paradiso (quelli ai quali la concede).


5. Il sacramento del Battesimo e quello dell’Eucarestia non hanno altra efficacia se non quella della fede che essi eccitano nei nostri cuori.


Frattanto Roma aveva parlato. La Bolla Exurge Domine del 15 giugno 1520 condannava 41 proposizioni tratte dalle opere di Lutero. Per tutta risposta, egli bruciò pubblicamente la Bolla a Wittemberg, il 10 dicembre, alla presenza degli studenti dell’Università. Il 3 gennaio 1521 veniva scomunicato. L’imperatore lo fece comparire alla Dieta di Worms, per indurlo a ritrattare i suoi errori. Era imperatore a quel tempo il giovane Carlo di Asburgo, noto con il nome di Carlo V. Il 18 aprile 1521, alla sua, seconda comparizione, Lutero fece alla Dieta la seguente dichiarazione che è rimasta famosa: “A meno di essere convinto con prove scritturali e con ragioni evidenti – poiché non credo nè al papa, né ai soli concili, i quali, questo è certo, si sono spesso ingannati e contraddetti – sono legato dai testi che ho recati e la mia coscienza è prigioniera delle parole di Dio. Non posso né voglio ritrattare alcunché, poiché non è né sicuro né conveniente andare contro la propria coscienza. Che Dio mi aiuti. Amen! “


Lo scisma era consumato.


Subito dopo il suo rifiuto di ritrattare l’eresia, Lutero fu messo al bando dall’Impero, ma, protetto da un salvacondotto, prese la via del ritorno e, lungo la strada, per ordine segreto del suo principe, l’Elettore di Sassonia, fu rapito da alcuni uomini a cavallo e portato al castello di Wartburg, sopra Eisenach. Qui sarebbe rimasto dieci mesi, sotto le vesti di cavaliere. In sua assenza, gli amici di Wittemberg continuarono il movimento, e molto presto oltrepassarono le sue previsioni e i suoi piani.


Il canonico Carlostadio e il monaco Zwinglio, con gran stupore di Melantone, meno intraprendente, si mettono a capo della rivoluzione, e predicano il matrimonio dei preti, la soppressione dei voti monastici, l’apertura dei conventi e l’abolizione della messa. Da lontano, Lutero freme di impazienza, approva un po’ a malincuore, ed è spiaciuto di questa effervescenza eccessiva.


Un bel giorno, vengono a Wittemberg dei profeti che si dicono ispirati dallo Spirito Santo e prescrivono di ribattezzare gli adulti, poiché, secondo loro, il battesimo dei bambini è del tutto senza valore.


Lutero non regge più. Con grave rischio, violando il bando imperiale da cui era stato colpito e contando sulla protezione del suo principe, lascia il proprio rifugio, torna a Wittemberg e vi predica per otto giorni di seguito, per ristabilire l’ordine, ma soprattutto per riprendere l’autorità. Condanna decisamente gli estremisti, che chiama ” fanatici ” e mette in rotta Carlostadio, il suo rivale e Munzer, il capo dei ribattezzanti o anabattisti. Ma invece di far ritorno alla Chiesa romana, dove, secondo lui, regnava l’anticristo (il papa), organizza una Chiesa regionale, che finisce per porre sotto l’alta autorità del principe. Dopo aver sognato una Chiesa di libertà egli arriva cosi, per una singolare contraddizione, alla Chiesa di Stato (Dopo aver criticato Roma in nome del Vangelo, Lutero fondava così una ortodossia garantita dallo Stato!).


Da quel momento, egli sostiene due posizioni diverse; vuole una Chiesa ordinata, regolare, controllata, in cui tutti, pastori e fedeli, obbediscano alla lettera; ma questa Chiesa rimane ostile a Roma. Egli è quindi ostile a ogni rivoluzione diversa dalla sua. Diventa profondamente conservatore, ma della propria costruzione, e rifugge da ogni compromesso. Quando i contadini, nel 1525, si sollevano in nome del suo Vangelo, egli si erge contro di essi e ne approva la sanguinosa repressione dei nobili: “Nobili diletti – scrive – liberateci, aiutateci, abbiate pietà della povera gente che siamo: infilzate, colpite, sgozzate finché potete… Un anarchico non è degno che gli si portino delle ragioni, poiché non le accetta. E’ con il pugno che si deve rispondere a questa gente! ” E siccome i suoi amici protestano contro tanta durezza, egli replica ancor più duramente: “L’asino vuol ricevere percosse e il popolo vuole essere governato con la forza. Dio lo sapeva bene, dal momento che non ha dato ai governanti una coda di volpe, bensì una spada! “


Quasi nello stesso tempo Lutero, infrangendo i voti monastici, sposa una ex-religiosa, Caterina de Bora (13 giugno 1525), dalla quale avrà in seguito cinque figli, tre maschi e due femmine.


Dietro l’esempio della Sassonia, altri Principati abbracciano intanto la sedicente Riforma luterana. Interi paesi disertano la Chiesa cattolica: l’Assia, molte città dell’Impero, la Svezia, la Danimarca, la Norvegia, come pare, mediante la secolarizzazione, alcune signorie ecclesiastiche e il ducato di Prussia in Polonia.


Si potè costatare la forza crescente dello scisma luterano allorché, nella Dieta di Spira del 1529, cinque principi e 14 città dell’Impero protestarono contro le decisioni della maggioranza cattolica. Da quel momento, i dissidenti ricevettero il nome di protestanti.


Quando Lutero mori, il 18 febbraio 1546, la sua “Chiesa ” era solidamente stabilita e aveva preso posto nello scacchiere politico dell’Europa. Ma, avendo rotto l’unità cristiana, i protestanti non poterono conservarla loro. Si formarono altre Chiese, spesso altrettanto ostili le une verso le altre quanto lo erano nei riguardi della grande Chiesa, Prima di lasciare Lutero, segnaliamo le sue opere principali posteriori alla rottura: nel 1525 il De Servo Arbitrio (Il Servo arbitrio), scritto per confutare Erasmo die aveva difeso l’esistenza del libero arbitrio senza il quale non è concepibile alcuna morale e di conseguenza alcuna genuina religione. Nel 1529 il Piccolo e quindi il Grande Catechismo. Nel 1537 gli Articoli di Smalkalda, esposizione completa della dottrina luterana; e infine, nel 1545, uno scritto veemente determinato dalla convocazione del Concilio di Trento: Contro il Papato fondato a Roma dal Diavolo.


Lutero fu un’anima passionale; un cuore ardente e impetuoso; una mente fertile ma avvolta di bruma, favorita da una prodigiosa sicurezza, da una eloquenza spesso triviale, ma popolare e affascinante; un temperamento violento, incapace di controllo, di ponderazione, di lealtà verso l’avversario, e tuttavia amante dell’ordine materiale, della disciplina civile e religiosa; infine, una immaginazione accesa, ripiena di visioni strane e di ossessioni irresistibili. Gli è stato anclie dato il soprannome di Doctor hyperbolicus – Il Dottore eccessivo)



ZWINGLIO E LO ZWINGLIANESIMO


Parallelo alla ribellione di Lutero contro l’autorità di Roma, del resto tanto favorita dalla reazione regionalista contro l’autorità dell’imperatore, un altro movimento si verificava a Zurigo, in Svizzera, ma con forme un po’ diverse. A capo del movimento si trovava un parroco della città, Ulrico Zwinglio. Era nato a Wildhaus, il 1 gennaio 1484, 50 giorni dopo Lutero. Dopo aver compiuto dei buoni studi, molto più impregnati di umanesimo che non quelli di Lutero, a Berna, a Basilea e a Vienna, era diventato parroco di Glaris, cappellano militare in Italia al seguito di truppe svizzere, e infine parroco di Einsiedeln. Nutriva, contrariamente a Lutero, la più viva ammirazione per Erasmo, e prese ben presto l’abitudine di leggere il Nuovo Testamento in greco, ciò che Lutero gli rimprovererà come un segno di orgoglio! Pur restando profondamente attaccato al papa e a Roma, la sua condotta privata era poco edificante. Quando sposò ufficialmente, dopo la rottura con la Chiesa, una vedova di nome Anna Reinhard, non fece che regolarizzare a modo suo un legame precedente, poiché Anna gli diede un figlio dopo appena quattro mesi di matrimonio.


Era diventato parroco della principale chiesa di Zurigo nel 1519. Già da allora, le idee di Lutero cominciavano a fare gran rumore. Zwinglio negò sempre di essere stato suo discepolo. Ma non c’è dubbio che volle essere suo emulo e imitatore.


Dal 1519 al 1520 egli muove al pari di Lutero un attacco violento contro le indulgenze; nel 1522, contro il digiuno quaresimale, contro il celibato ecclesiastico che non aveva mai potuto osservare seriamente, e contro l’autorità dei concili e quella del papa. Si può datare dal 1522 la sua rottura con la Chiesa. Fortemente appoggiato dal Consiglio della città di Zurigo giunge ben presto a misure radicali: espulsione dei monaci, distruzione delle immagini (1524), abolizione della messa (1525), obbligo per i cittadini di Zurigo di assistere alle prediche di Zwinglio sotto pena di sanzioni legali. Proprio come Lutero, Zwinglio passa da una Chiesa di libertà a una Chiesa di autorità, sotto il controllo repubblicano della città. E nel suo campo si mostra intollerante come Lutero nel proprio, poiché gli anabattisti vengono violentemente perseguitati a partire dal 1527.


Tuttavia, il principio biblico al quale Zwinglio si a da al pari di Lutero, lo porta a tutt’altre conclusioni riguardo alla eucaristia.


Fra i due capi della nuova Riforma ha inizio una violenta disputa a partire dal 1525, e il conflitto esiste ancor oggi. Mentre Lutero, pur rigettando il dogma cattolico della transustanziazione, riteneva la presenza reale, sotto la forma di una consustanziazione, simile a quella sostenuta da Wyclef in Inghilterra, Zwinglio rigetta categoricamente la presenza reale, e traduce le parole di Cristo ” Questo è il mio Corpo “, con ” Questo rappresenta il mio Corpo “. Carlostadio, a sua volta, aveva dato delle stesse parole una ben diversa traduzione. Un altro ” riformatore “, Ecolampadio, che domina a Basilea, si schiera dalla parte di Zwinglio, traducendo: “Questo è l’immagine del mio Corpo”. Il biblicismo integrale porta alla diversità e alla confusione.


Fu questa la più grave fra le ” varianti ” del protestantesimo nascente e che preoccupa acutamente i protestanti anche ai nostri giorni. Invano il principe luterano Filippo d’Assia, che trattava la questione da uomo politico, cercò di riportare l’unità su questo punto fondamentale, con il Colloquio di Marburgo del 1529. Gli fu impossibile eliminare le divergenze dottrinali tra zwingliani e luterani.


Zwinglio era riuscito a creare una Chiesa dissidente, abbastanza diversa da quella di Wittemberg, non solo a Zurigo, ma in parecchi Cantoni della Svizzera e in un certo numero di città dell’Impero. Tra il luteranesimo e lo zwinglianesimo, Strasburgo, sotto la guida di Bucero e di Capito teneva una posizione intermedia. Ma avendo Zwinglio commesso l’imprudenza di mettersi a capo delle truppe di Zurigo, in guerra contro i Cantoni cattolici del circondario, fu battuto e ucciso nella battaglia di Cappel l’11 ottobre 1531. Fu sostituito a Zurigo da Bullinger, che era di carattere molto più calmo. Lo zwinglianesimo continuò a sussistere, fondendosi a lungo andare con il calvinismo, di cui stiamo per parlare.



GIOVANNI CALVINO E IL CALVINISMO


Lutero, Zwinglio e Calvino sono i tre grandi nomi della Riforma protestante. Calvino, il più giovane dei tre, fu certamente il più sistematico, il più vigorosamente logico e intransigente, e anche il più energico organizzatore.


Era nato a Noyons nella Piccardia, il 10 luglio 1509. Fu dotato molto presto di un piccolo beneficio, la cui rendita lo aiutò a compiere gli studi. Nel mese di agosto del 1523 si recò a Parigi ed entrò nel collegio di Montaigu, dove poco dopo apparve anche Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù.


Era allora un giovane amante dello studio, posato, piuttosto scontroso e che i compagni – come è risaputo – avevano soprannominato l’accusativo.


La Francia non era certo rimasta in disparte dalle controversie riguardanti la Riforma. Uno dei più illustri professori della Università di Parigi, Lefevre d’Etaples, uomo pieno di pietà e di scienza, aveva preconizzato il ritorno agli studi biblici, ma in un senso perfettamente ortodosso. Il vescovo di Meaux, Guglielmo Briconnet, facendosi suo discepolo, aveva formato a Meaux un cenacolo riformista, noto sotto il nome di Gruppo di Meaux. Ma la Sorbona, che aveva preso netta posizione contro Lutero e condannato oltre cento proposizioni tratte dalle sue opere, si adombrò di ciò che avveniva a Meaux, e il Gruppo dovette presto disperdersi (1524); alcuni membri ritornarono al cattolicesimo integrale, altri conservarono un riformismo moderato, e altri infine passarono con ardore nel campo rivoluzionario. Fra questi ultimi, il più acceso era un certo Guglielmo Farel, che passò presto in Svizzera, dove lo ritroveremo tra poco. Perfino a Parigi, l’opposizione all’eresia si era manifestata con delle esecuzioni capitali, la più clamorosa delle quali era stata quella del nobile Luigi di Berquin, nel 1529. Si può essere certi che nel mondo degli studiosi gli eventi erano stati commentati con passione e in senso abbastanza diverso.


Calvino resistette a lungo alla tentazione riformista. Si sentiva portato più allo studio del diritto che a quello della Bibbia, e mostrava gusti di umanista. Fu tuttavia orientato verso la Bibbia dal cugino Roberto Olivétan, a partire dal 1528, e quindi da un professore luterano di greco, Melchiorre Wolmar, che insegnava a Bourges. Pare che fosse anche inasprito dai dissidi che misero il padre, Gerardo Cavino, contro il Capitolo di Noyons e gli procurarono la scomunica.


Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1531, Calvino abbandonò il diritto per gli studi classici umanistici. E solo al principio del 1533 si associò a Parigi ad un gruppo riformista di tendenze nettamente luterane. Si distinse subito per il vigore della sua mente e l’eleganza del suo stile. Si appassionò alla teologia di Lutero, che gli insegnò ad entrare in se stesso, a sentire lo spavento del peccato, a disperare della propria salvezza, a gettarsi nella fede di Cristo per trovarvi la consolazione. Si può dire che una delle attrattive più forti della dottrina luterana fu quella specie di romanticismo mistico della consolazione messo in voga dal monaco di Wittcmberg. Calvino redasse, per un collega di nome Nicola Cop, eletto rettore dell’Università, un sermone che fu pronunciato il giorno di Ognissanti del 1533..


Il discorso, tutto infarcito di idee luterane, produsse scandalo. Nicola Cop, che lo aveva pronunciato dovette fuggire, e Calvino che ne era l’autore ritenne prudente imitarlo. Questo incidente decise del suo avvenire. Egli rinunciò ai benefici ecclesiastici il 4 maggio 1534, e lasciò la Francia verso la fine dello stesso anno.


Rifugiatesi a Basilea, vi redasse in latino il suo famoso trattato dal titolo Istituzione della religione cristiana, che non cessò di perfezionare in seguito e che divenne il manuale di teologia della sua Chiesa, nella redazione francese del 1559. Ma restava da trovare per il giovane Calvino un teatro d’azione. Questo gli fu assicurato, in maniera inattesa, da quel Guglielmo Farel che aveva fatto parte, come si è visto, del Gruppo di Meaux. Da Basilea Calvino era passato a Ferrara, per mettersi sotto la protezione della principessa francese Renata di Ferrara. Ma non avendo potuto restarvi, ritornava verso Basilea o Strasburgo per stabilirvisi, quando passò per caso a Ginevra. Farel, che ne conosceva il valore, ebbe sentore della sua presenza. Andò a trovarlo, e in una patetica perorazione, lo indusse a restare a Ginevra, per attendere insieme con lui alla Riforma! Calvino restò. Eravamo nel mese di agosto del 1536. Egli si mise subito all’opera, con un vigore immensamente superiore a quello di Lutero e Zwinglio. Questi avevano sottoposto la Chiesa allo Stato, ciascuno a suo modo, conservando naturalmente la direzione teologica in nome della loro scienza biblica. Calvino, sempre in nome della Bibbia, risolse di sottoporre lo Stato alla Chiesa. Si dichiarò subito rappresentante di Dio. I cittadini di Ginevra si videro minacciati di trovarsi sotto il giogo di una teocrazia che non era altro se non una bibliocrazia dominata da Calvino. Incontrò naturalmente delle opposizioni: Calvino e Farel furono infatti espulsi una prima volta nel 1538. Calvino si ritirò a Strasburgo dove sposò una vedova di nome Idelette de Bure, dalla quale ebbe un solo figlio, morto in tenera età. Ma i suoi segnaci ripresero il sopravvento a Ginevra. Egli fu richiamato in questa città e, dopo aver chiaramente imposto le sue condizioni, vi ritornò, ma come vincitore assoluto, il 13 settembre 1541. Si può dire che vi ” regnò ” senza interruzione fino alla morte, avvenuta nel 1564. Due cose l’avevano colpito nel luteranesimo: l’accusa di immoralità che si muoveva ai luterani a causa del principio della inutilità delle opere e della salvezza mediante la sola fede; e l’accusa di indisciplina dottrinale.


Una volta padrone di Ginevra, egli si impegnò a sfatare tali accuse. Fece in modo di mantenere il principio della inutilità delle opere e della salvezza mediante la sola fede, pur affermando ad alta voce la necessità delle opere come segno della fede. E il suo insegnamento su questo punto diede origine a un rigorismo morale che è stato soprannominato puritanesimo. Si può dire che questo rigorismo sia venuto a sostituire la mistica della consolazione che egli aveva attinta da Lutero e che dapprima l’aveva sedotto. Nel calvinismo, la consolazione non risiede, come per Lutero, nella certezza della salvezza mediante la fede in Gesù Cristo, ma nel sentimento miracoloso della elezione divina resa sensibile dalla purezza della virtù personale. Ed è questo uno degli aspetti che diversificano il calvinismo dal luteranesimo.


Un altro punto nel quale il vigore di Calvino non si rivela meno sorprendente, è la pratica della scomunica. Lutero aveva conservato il dogma della presenza reale, ma non aveva saputo fare in definitiva alcun uso della scomunica. Calvino invece riuscì a svuotare il sacramento dell’eucaristia della presenza reale, negando insieme la transustanziazione e la consustanziazione, e facendo dell’eucaristia un semplice simbolo; ma rese cosi terribile la privazione della comunione a questo simbolo (la scomunica) che i più illustri personaggi della città di Ginevra ebbero un vero timore panico di essere colpiti con una simile censura!


Aveva fatto adottare dal Consiglio le Ordinanze ecclesiastiche che regolavano tutta l’organizzazione della sua Chiesa. Vi distingueva quattro Specie di uffici: i pastori, i dottori, gli anziani e i diaconi. La direzione generale  della Chiesa calvinista era attribuita a un Concistoro, composto di sei pastori e di dodici anziani per la sorveglianza disciplinare dei fedeli. Il Concistoro doveva riunirsi ogni settimana e far comparire i rei denunciati dai sorveglianti del quartiere, pronunciare le scomuniche e deferire ai tribunali civili i recalcitranti. La condotta, il linguaggio, le opinioni dei cittadini furono sottoposti ad una inquisizione continua e onnipresente. Vi furono pene decretate per colpe puramente religiose o morali, per il gioco anche innocente, per la stessa danza non scandalosa. Dal 1541 al 1546 si contarono 58 esecuzioni capitali e 76 bandi.


La storia ha registrato alcuni dei processi più clamorosi, come quello di Sebastiano Castellione, escluso dal ministero pastorale per non essersi trovato d’accordo con Calvino in materia biblica; di Pietro Ameaux, membro del Piccolo Consiglio, condannato a fare onorevole ammenda, in camicia e con un cero in mano, per aver parlato male di Calvino (1546); di Franceschina Perrin, moglie del comandante supremo, punita con la prigione per aver ballato e per aver trattato un ministro come pouacre (zotico, villano); di Giacomo Gruet, decapitato nel luglio 1547, per aver minacciato Calvino e rivendicato il diritto di ” ballare, saltare e menare vita allegra “; di Gerolamo Bolsec, medico, bandito per aver negato il dogma della predestinazione (1551); e soprattutto di Michele Servet, condannato al rogo il 27 ottobre 1553, per aver negato il dogma della Santissima Trinità. Non si può parlare di Calvino senza ricordare il dogma al quale egli teneva sopra ogni altra cosa e in cui si riflette più chiaramente il suo genio fosco e poderoso: il dogma della predestinazione, attinto da Lutero, ma che egli fece proprio con una particolare intransigenza, Ecco come lo definisce; “Noi chiamiamo predestinazione l’eterno consiglio di Dio con il quale Egli ha determinato ciò che voleva fare di ciascun uomo, poiché non li crea tutti nella stessa condizione, ma ordina gli uni alla vita eterna e gli altri all’eterna dannazione “.


Aggiungiamo che questo dogma spaventoso, dopo aver causato in seno alle Chiese calviniste, e soprattutto in Olanda, controversie di inaudita violenza, ha finito per essere rigettato come immorale da oltre un secolo, e sembra sia stato abbandonato da tutti in seno alle sette protestanti, in cui si tenderebbe piuttosto a negare l’eternità dell’inferno e a far ritorno a quella restaurazione universale di cui aveva parlato Origene nel III secolo.