Beato Giovanni XXIII, Papa (1881-1963)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

«Grandi cose» Dio ha operato in questo figlio della nostra terra bergamasca


di ROBERTO AMADEI


Vescovo di Bergamo


Fin dalla più tenera età, come ogni bambino bergamasco, aveva imparato ad aprire e chiudere le giornate nell’incontro con il Signore, introdotto dall’orazione: «Vi adoro, mio Dio, e vi ringrazio per avermi creato, redento, fatto cristiano…»; inoltrandosi nella vita aveva aggiunto il grazie perché «sacerdote e bergamasco». Così aveva confidato all’amico mons. Adriano Bernareggi, Vescovo di Bergamo (1932-1953), che aveva reso pubblica tale confidenza nel saluto di apertura dei festeggiamenti in onore del neocardinale Roncalli (1952) per sottolinearne l’amore e il legame profondo con la tradizione bergamasca.

Venendo a contatto con altre tradizioni – così ricordava Roncalli rispondendo al saluto – aveva potuto constatare la ricchezza di fede operosa presente in quella della sua terra d’origine, e da lui respirata, conosciuta e assimilata in profondità nella famiglia, nella parrocchia di Sotto il Monte, nel seminario di Bergamo, visitando le realtà diocesane come segretario del «suo» Vescovo, Mons. Giacomo Maria Radini Tedeschi (1905-1914) e nei molteplici impegni pastorali esplicati fino alla chiamata a Roma (1921). Nella famiglia, numerosa e modesta per risorse economiche come tutte le famiglie contadine bergamasche dell’epoca, aveva imparato e spontaneamente interiorizzato le linee fondamentali del vivere evangelico, la gioia e serenità della fede cristiana: «Io ho  dimenticato molto di ciò che ho letto sui libri, ma ricordo ancora benissimo tutto quello che ho appreso dai genitori e dai vecchi. Per questo non cesso di amare Sotto il Monte, e godo di tornarvi ogni anno. Ambiente semplice, ma pieno di buoni principii, di profondi ricordi, di insegnamenti preziosi», così scriveva il 20 dicembre 1932 ai familiari. Aveva avuto la fortuna di crescere in un ambiente dalla fede profonda e solida, capace di illuminare e guidare l’intera esistenza. Una fede che si esprimeva nel rivolgersi al Signore con spontaneità, fiducia, rispetto e obbedienza, perché fonte benevola dell’esistenza, fedele compagno di viaggio, Padre che sempre ci attende per l’abbraccio eterno. Alle sue parole e alle sue vie ci si affida con pace e intima gioia, perché sempre apportatrici di salvezza anche quando sono molto diverse dalle nostre.

Parole e vie radicate nella mente e nel cuore


Parole e vie radicate nella mente e nel cuore dalla diuturna e costante catechesi parrocchiale, nutrite dalle frequenti celebrazioni sacramentali e dalle numerose e sostanziose devozioni. Una fede che con spontaneità diventava operosa sia nella vita personale che in quella sociale: «Diversamente da ciò che accade quasi in tutta l’Italia dove le organizzazioni economiche e sociali sono state e rimangono un mezzo per ricondurre a Cristo e alla Chiesa, attraverso conquiste di carattere materiale, le masse lavoratrici traviate, a Bergamo la vasta e potente organizzazione non fu e non è se non una emanazione spontanea del sentimento religioso della folla…», così si esprimeva nel discorso pronunciato al Congresso Eucaristico Nazionale tenuto a Bergamo nel settembre del 1920. Ha ulteriormente approfondito il suo immergersi nella vita della Chiesa e della terra bergamasca, con la conoscenza e la graduale, costante e personale assimilazione del modello di prete, visto con venerazione nel suo parroco, accolto con docile impegno nella vita di seminario, e contemplandone le ricchezze nel contatto quotidiano, rispettoso, benevolo e attento con i confratelli, sia nel compito di segretario del Vescovo sia nell’esercizio dei molteplici ministeri che gli sono stati affidati, sia come membro esterno della Congregazione dei Preti del Sacro Cuore, istituita dal Vescovo Radini Tedeschi. Gli elementi portanti di questo progetto erano quelli comuni nella letteratura ascetica dell’800: altissimo senso della dignità del sacerdozio e delle sue gravi responsabilità, ricerca costante della volontà di Dio, zelo infaticabile per le necessità spirituali e materiali dei fedeli; zelo da esplicare soprattutto nei «luoghi» che il prete doveva considerare come la sua «casa»: l’altare, il confessionale, il pulpito. Per realizzare tale ideale era necessario adottare uno stile di vita diverso da quello dei laici, caratterizzato dalla solitudine, povertà, distacco dai parenti, rigorosa ascesi, e disponibilità alle richieste della Chiesa e capacità di interpretare e condividere le problematiche quotidiane del popolo. Roncalli, fin dai primi giorni di seminario, si è costantemente impegnato alla realizzazione di questo ideale. Tenace e continuo è stato l’impegno a lasciarsi plasmare dai modelli concreti che gli venivano offerti dalla tradizione sacerdotale bergamasca; seguire con gioia ciò che lo Spirito Santo aveva scritto e stava scrivendo nei confratelli e dei disegni che il Signore aveva su di lui. Impegno che è continuato, anzi intensificato, nei primi 16 anni di sacerdozio vissuti a servizio della diocesi in molteplici ministeri: segretario del Vescovo, redattore unico della rivista «La Vita Diocesana», insegnante e direttore spirituale in Seminario, generoso e intelligente protagonista del movimento cattolico per l’Unione Donne Cattoliche e per la Gioventù Femminile, cappellano militare, fondatore e primo direttore della Casa degli studenti, ricercato predicatore di esercizi spirituali e nelle diverse festività delle parrocchie, ricercatore appassionato della storia della Chiesa bergamasca. E questo non per attivismo ma per aderire alla volontà di Dio, accolta nell’obbedienza ai superiori e alle vicende concrete: «Il completo distacco da se stessi, la preoccupazione costante di non cercare che Dio in tutto, la sua gloria, la sua Chiesa, è un gran pegno di successo nei vari ministeri nostri. Io mi sforzo di tenermi a questi principii e mi accorgo con grande compiacenza che il Signore mi aiuti e mi benedica», così scriveva, quasi sul finire del laborioso e fecondo periodo bergamasco, a un superiore del Seminario Romano.


Quell’approccio benevolo e misericordioso alle persone


In questo periodo appaiono anche altri elementi che hanno caratterizzato il suo ministero sacerdotale svolto in luoghi, momenti, ruoli e tradizioni molto diversi. L’approccio benevolo e misericordioso alle persone, accolte ed amate nella concretezza delle situazioni: «Altro che tuoni dal cielo! Carità, carità e verità semplice, schietta, amorevole!». Fedeltà al presente da leggere con attenzione, amore, fiducia e speranza, per aprirlo al Vangelo. La tradizione viva della Chiesa amata e ricercata, con rispetto della verità, soprattutto nelle sue espressioni migliori, i santi. Nella loro esperienza è infatti possibile scorgere, con più chiarezza, le ricchezze suscitate dallo Spirito Santo nel cammino di una Chiesa, e imparare il metodo per continuare nell’oggi il mai finito lavoro di coniugare la fede con ogni momento dell’esistenza personale e sociale. Proprio per avere penetrato a fondo, sia con gli studi che con l’assimilazione personale, la tradizione religiosa della sua terra, più di ogni altro ha potuto apprezzarne la ricchezza. E più di ogni altro ha saputo coglierne l’apertura alle altre esperienze da lui incontrate nel suo servizio a Dio e agli uomini; esperienze da lui accolte, studiate e amate con altrettanto amore e rispetto. In questo fecondo dialogo, l’esperienza di Sotto il Monte e di Bergamo si è maggiormente arricchita nelle sue componenti più significative.


Dopo il 1920 i bergamaschi l’hanno un po’ perso di vista, perché impegnato in terre lontane e in ministeri non particolarmente brillanti agli occhi umani. Lui non ha mai dimenticato Bergamo, ha continuato a vivere, con l’affetto della prossimità evangelica, le vicende diocesane, il legame con la famiglia, con la parrocchia d’origine, con i Vescovi sempre amati e rispettati, con i confratelli nel sacerdozio custoditi nella sua prodigiosa memoria e nel suo straordinario cuore. Non poteva dimenticare le radici profonde di ciò che era, la realtà nella quale gli era venuto incontro il Padre misericordioso che lo aveva chiamato alla vita, alla fede, al sacerdozio. Era impossibile dimenticare le esperienze dove aveva intravisto il Vangelo del Padre misericordioso diventare vivo, concreto, credibile e desiderabile nella bontà, semplice ma genuina, dei gesti più quotidiani dei suoi genitori, del parroco, dei sacerdoti che lo hanno preparato al sacerdozio, del Vescovo e di tanti umili confratelli. E dove aveva imparato a stare davanti a questo Padre con fiduciosa docilità e con paziente attesa, nella certezza che soltanto così permette al Signore di raddrizzare le strade dell’umanità orientandole verso la verità di Dio e di Gesù Cristo.


Le ricchezze seminate dallo Spirito Santo


Abbiamo incominciato a scoprire le «grandi cose» che Dio aveva operato in questo figlio della nostra terra, quando è stato chiamato alla Cattedra di Pietro. La beatificazione ci stimoli a continuare questa scoperta per sempre meglio comprendere la parola che Dio ci rivolge mediante la sua storia. Conoscerlo per esprimergli la gratitudine per quanto ha dato in affetto, in lavoro apostolico e in testimonianza alla storia della nostra Chiesa. Conoscerlo per meglio capire le ricchezze seminate dallo Spirito Santo nella vita della nostra comunità. Individuare queste ricchezze per riviverle nel presente, con la sua fedeltà e gratitudine, per renderle dialogo aperto, fiducioso, accogliente di ogni altra esperienza umana, perché dono del Padre di tutti.



Il «Papa della bontà»


di LORIS F. CAPOVILLA


Arcivescovo titolare di Mesembria, già Segretario particolare di Giovanni XXIII


Tra i fasti dell’anno giubilare si iscrive la beatificazione del «Papa della bontà», decretata da Giovanni Paolo II, che ha accolto il voto di ecclesiastici e laici del mondo intero, tra i primi dell’Episcopato Polacco e del suo Primate Card. Stefan Wyszyñski, la cui testimonianza mi appare ora tra le più sollecite e convincenti.


Giovanni XXIII Successore di Pietro, Vescovo di Roma, chiuse gli occhi alle vicende terrene 37 anni or sono, lunedì di Pentecoste. Per molti di noi risentire la viva voce di lui, non le registrazioni meccaniche, suscita nostalgia inappagabile; ripensare ai suoi insegnamenti, conforto ed incitamento al bene e al meglio. Da quando egli si è dipartito, sentimenti contrastanti si susseguono: abbiamo come l’impressione del definitivo allontanamento di lui e, al tempo stesso, della sua riapparizione nelle sembianze del sacerdote anziano, dal volto mite, l’incedere tranquillo, la parola spoglia di ricercatezze. Lo rivediamo nei bimbi di Sotto il Monte: ce n’è un nugolo quassù, che gli rassomigliano e gli sono consanguinei, ed hanno tutti, ancora, lo sguardo limpido, il volto pulito. Le commemorazioni protocollari servono poco. Solo se ci si mette di mezzo il cuore, qualcosa in noi rinasce e la gioia di ieri si tramuta nell’impegno perseverante di oggi. Lo potessimo incontrare una volta ancora e parlare con lui, noi, i superstiti, a lui sopravvivente nella memoria degli uomini e donne di buon volere, ci sentiremmo incoraggiati alla confidenza del colloquio familiare.


Alcuni si sbagliarono nel giudicarlo


Sia egli benedetto per essersi collocato accanto a noi, averci insegnato a servire e a saperci dimenticare. Sia benedetto per essere stato un cristiano schietto e contento; un prete, uno dei tanti, che passano inosservati al punto che manco ci si accorge di averli accanto sinché la morte non ce li strappa, aggravando in noi il senso pungente dell’orfanezza. Si è pur detto che egli fu un maestro inatteso, Papa di transizione. Camminava infatti in punta di piedi. Nel suo stesso ambiente ecclesiastico si faceva notare per la assoluta e disarmata sincerità di modi. Lo confidò un giorno: «Io dico la verità, la dico con scrupolo, non mi nascondo dietro a nessun artificio e la gente se ne meraviglia e magari mi ritiene un diplomatico di eccezione». Egli è vissuto come uno degli ultimi, onorando ciò che più lo faceva rassomigliare ai suoi confratelli meno segnalati: la Messa, il breviario, le devozioni popolari, la cura pastorale delle anime, alla stregua del modesto curato di campagna.


Ha catechizzato giorno dopo l’altro, con l’aria di chi non si impone, né impone un giogo sulle spalle altrui, insegnando ad amare gli uomini senza escluderne alcuno, a perdonare e a dimenticare le offese. Poiché non presumeva di presentarsi con eleganza e non era preoccupato di far bella figura, né di suscitare simpatie, da principio, oppure osservandolo superficialmente, taluni e molti si sbagliarono nel giudicarlo. Adesso non lo possono più. Egli parla attraverso le rivelazioni del suo Giornale dell’anima, che narra il suo mai intermesso colloquio con Dio; parla attraverso gli atti e i documenti di un diuturno servizio della Chiesa e dell’Umanità. Le affrettate definizioni di ieri, elogiastiche o riduttive, cedono il posto a valutazioni più ponderate, e noi riconosciamo in lui bontà e non debolezza, semplicità e non semplicismo, misericordia e non bonarietà; fiducia e non dabbenaggine, disponibilità interiore e non credulità, candore e non ingenuità, spontaneità e non impulsività, coraggio intrepido e non fatalismo, speranza incrollabile e non illusione.


La prova della sua fortezza cristiana


Conveniamo finalmente che egli era schietto e non arrendevole, generoso e non accomodante; fermo e rigido nei principi, longanime e magnanimo nella comprensione delle nostre debolezze.


Più volte egli diede prova di fortezza umana e cristiana in circostanze innumerevoli prima di farla risplendere dal letto della sua agonia. La incrollabile fede in Dio generava in lui speranza inespugnabile, così da fissare gli occhi su sorella morte corporale senza sentirsene intimidito o spaventato. Ricordo il pomeriggio dell’11 novembre 1953. Gli annunziai la morte di sua sorella Ancilla. Era al tavolo intento a preparare un’omelia. Volevo esprimergli con parole di circostanza la partecipazione al suo dolore. Mi fece cenno con la mano : «Lasciami solo». E subito, a passi rapidi si recò in cappella. Dopo il Rosario della sera, a cena, il volto disteso, come di chi ha ricevuto risposta al più difficile quesito, aggiunse questo breve commento: «Non ti crucciare per me. Due lagrime le ho versate per la morte della mia Ancilla, veramente Ancella del Signore; ora basta. A tanto bisognava arrivare. Al cospetto dell’Altissimo, mia sorella mi sarà d’oggi in avanti di maggior aiuto. La morte è spaventevole per chi non crede. Ma noi, nos qui vivimus benedicimus Domino, noi i viventi benediciamo il Signore ora e sempre (Sal 115, 18)». Senza avvedersene, diede una lezione ai suoi collaboratori. Il giorno dopo riprese le ordinarie udienze, presenziando, inoltre, ad un vivace raduno di cooperatrici domestiche. Si dimostrò, al solito, lieto pieno di brio, arguto, amabilissimo. Alla fine della giornata, avvertii una nota di mestizia nel tremito della voce «Prepara la valigia. Andremo domattina a Sotto il Monte, al funerale». Molti rammentano la sua presenza al capezzale degli ammalati, alcuni particolarmente assistiti da lui, ammirandone l’inimitabile arte di consolare e di incoraggiare, senza l’ombra di restrizioni mentali.


Non mentiva mai, preoccupato di annunciare all’ammalato, con accorta dolcezza, l’imminenza dell’incontro col Signore. Mi par di vederlo all’ospedale di Treviso, ove l’ancor giovane Vescovo Egidio Negrin si dibatteva tra gli spasimi di una martoriante agonia, chinato su di lui, gli occhi negli occhi, il Crocifisso in mano: «Monsignore, coraggio. Diamolo insieme l’ultimo bacio alla croce in segno di fraternità episcopale che si prolunga dalla terra e dal cielo sino al giorno del finale ricongiungimento. Noi Vescovi la portiamo sul petto, ma talora ne viviamo lo strazio nel nostro cuore di pastori». Non parlava così perché anziano. Il tema della morte lo aveva attratto sin dalla giovinezza. Morte e paradiso erano due temi consueti delle sue catechesi, non certo finalizzati alla alienazione dell’uomo, ma piuttosto ad impegnarlo al compimento, financo eroico, dei doveri personali e comunitari, ad impedire l’accusa al cristiano di sottrarsi alle proprie responsabilità. Vive bene e opera santamente chi crede nell’incontro col suo Creatore.


Alla fine, nei giorni di maggio-giugno 1963, richiamando attorno al suo letto miriade di figli e di amici, egli ricapitolò in unum l’emblematica lezione e tramutò l’inevitabile mestizia di quelle ore in un rito pontificale: una grande Messa con la sua omelia, la preghiera universale, l’offerta dei doni, l’immolazione generosa e contenta. Lui agonizzante, una voce anonima delle lontane Americhe commentò: «Papa Giovanni dopo averci insegnato a vivere, ora ci mostri come si deve morire».


Io ho obbedito senza farmi avanti


Moriva un uomo anziano, duramente colpito da morbo inesorabile, non moriva però un sorpassato, un deluso, un pavido. Moriva sapendo di andare incontro al suo Dio, preannunciando ai vicini e ai lontani l’alba sicura dell’immortalità.


Sul principio del suo governo pastorale veneziano gli era giunto all’orecchio che qualcuno, più d’uno, della stessa cerchia domestica, osservava: «È vecchio, viene a noi dopo una troppo lunga missione all’estero. Non potrà mettersi al passo con noi». Probabilmente, il Patriarca Roncalli avvertì la puntura di spillo sulla sua pelle, ma non si scompose gran che. «A questa vigna mi ha mandato il Papa. Lui ha deciso, non io. Io, al solito, ho obbedito senza farmi avanti, senza tirarmi indietro. Il Signore lo sa e deve aiutarmi, giorno dopo giorno, sino a quando l’arco della mia vita, sollevatosi nel mio villaggio nativo, si piegherà tra le cupole e i pinnacoli di San Marco». In questo non fu profeta. Il Signore gli chiese ulteriore e definitiva variazione di servizio ed egli accettò. E gli uomini, forse gli stessi che non l’avevano subito compreso, che magari avevano pronosticato, a ragion veduta, umanamente parlando, diversa successione al prestigioso pontificato di Pio XII, toccarono poi con mano che l’umile prete della tradizione – quella dei santi e dei profeti, esaltata da Charles Péguy che scriveva: «Una rivoluzione è un richiamo di una tradizione meno perfetta a una tradizione più perfetta, il richiamo di una tradizione meno profonda a una più profonda, un arretramento di tradizione» – l’obbediente figlio della campagna, l’uomo che aveva appreso la difficile arte di «mettere il proprio io sotto i piedi», venne salutato come segno della sempre rifiorente giovinezza della Chiesa. Molti si sentirono invitati a tornare a scuola, a frequentare con impegno e diligenza la scuola del Vangelo: il Vangelo del povero, del dimenticato, dell’ultimo ebbe un senso di freschezza e di novità. Il Vangelo delle opere di misericordia acquistò intonazione solenne, come nelle Messe grandi di un tempo, non più solo nelle rappresentazioni plastiche dei nostri sommi artisti, i Della Robbia dell’Ospedale di Pistoia, ma nei quadri viventi attuati, alla maniera dei fioretti francescani, dal Successore dell’Apostolo Pietro.


Riaccompagnati per mano alle sorgenti della vita cristiana, non pochi si resero conto di aver coltivato presunzioni e dimenticato talora l’essenziale, l’anima dell’apostolato, che è silenzio e contemplazione, nascondimento ed interiorità, povertà di mezzi, semplicità di parola e di metodo. Mille esempi potrebbero illustrare il successo pastorale riportato da Angelo Giuseppe Roncalli, non il successo senza fatica, prove, rischi, contrarietà e ombre; bensì quello che si manifesta attraverso limitazioni e difficoltà, proprio quando tutto sembra finito e si ritiene non a torto, che un uomo settantasettenne declini verso il riposo e non risalga incontro ad ulteriore testimonianza di servizio.


La vita diplomatica è come una grande Messa


Sull’accomiatarsi da Parigi, dopo otto anni di Nunziatura, il 5 febbraio 1953, Roncalli invitò a colazione i Presidenti del Consiglio succedutisi in Francia dal 1944 al 1952 e i Presidenti dei due rami del Parlamento. La proposta gli era venuta spontanea: mettere tutti insieme, almeno una volta, nella casa del Papa uomini di diverso ed anche contrastante indirizzo politico. Attorno al Nunzio essi si trovarono a loro agio. Quello che doveva apparire un congedo, e per il Card. Roncalli l’ora del rientro in Italia, dopo trent’anni di missione all’estero, in realtà divenne il segno misterioso della missione cui la Provvidenza lo destinava: convocare al convito della pace anzitutto i figli della Chiesa cattolica, e poi i cristiani di tutte le denominazioni ed infine l’umanità intera. In quell’occasione l’anziano Edouard Herriot trovò accenti inconsueti per celebrare le doti di un Ecclesiastico, con cui aveva spesse volte conversato sui temi più disparati di cultura umanistica e di storia: «Voi non vi siete accontentato di risiedere a Parigi e di rappresentarvi degnamente il Sovrano Pontefice, avete messo il vostro cuore accanto al cuore dei francesi. Non ce ne dimenticheremo».


Così lo avevano scoperto persone dai nomi altisonanti, insieme agli innominati abitatori della periferia parigina e delle parrocchie di campagna convenendo con lui che «per un ecclesiastico, la diplomazia così detta deve essere permeata di spirito pastorale, diversamente non conta nulla e volge al ridicolo una missione santa». Persino i saccenti e i furbi al cospetto del Nunzio, che era un prete, si resero conto che le loro armi si spuntavano, perché «il generato di carne è carne, il generato di Spirito è spirito»: «La vita diplomatica di un Prelato della Santa Sede è come una Messa grande e continuata col suo canone che avvolge di misterioso segreto la celebrazione sostanziale del sacrificio; ma, e prima del canone, e al di là, intreccio di insegnamenti, di preghiere e di canti, che sono gioia dello spirito, soavità incantevole del cuore sacerdotale ed edificazione commossa dei fedeli».


Vi ringrazio per quello che non mi avete detto


Accadeva inoltre che qualche personaggio, rotto a tutte le malizie, volesse mettere in imbarazzo il Nunzio. Un giovane diplomatico ci si provò, raccontando una storiella condita con allusioni certo non edificanti. Il Nunzio ascoltò con l’atteggiamento disarmato di sempre. Alcuni ridevano, in attesa della reazione. Due occhi vivissimi fissarono altri due esprimenti baldanza e rottura di ogni tabù convenzionale. Allora Mons. Roncalli abbassò i suoi, gli si spense il sorriso. Un breve silenzio imbarazzato e poi il congedo, senz’ombra di risentimento, mormorando a fior di labbro: «Laetari et facere bene. Non c’è nulla di meglio nella vita che custodire la gioia e agire bene» (Qo 3, 12). Passarono due giorni. Il Nunzio passeggiava tutto solo nel Lungosenna prossimo alla Nunziatura. Da una veloce macchina scese il giovane diplomatico. Due mani si tesero. L’uomo si chinò a baciare la mano del vecchio: «Monsignore, vi ringrazio per quello che non m’avete detto l’altra sera e m’avete lasciato benissimo intendere con la citazione biblica». Era uno stile di vita. Correggere senza umiliare. Anche al Patriarcato di Venezia venivano sovente studiosi, accademici, artisti italiani ed esteri. Bernahard Berenson scrisse nelle sue memorie d’essersi ambientato subito, mentre il Cardinale rivelandosi un «gagliardo bibliofilo» era felice di mostrargli gli acquisti fatti a Istanbul: «Avevo dimenticato il Cardinale, il Patriarca, il successore di San Marco, mi sono comportato come se fossi stato là con un compagno bibliofilo… ed ha espresso il desiderio di rivedermi». Attraverso l’erudizione faceva passare un soffio, un lampo di spiritualità: «La vostra fede è come quella di mia madre», gli disse un giorno un illustre cattedratico. «Se avete una madre che crede e prega per voi, commentò il Cardinale, riceverete un giorno la luce, purché non vi rifiutiate».


Una carezza ad Andrea Una carezza a Ivan


Sono memorabili le udienze a due donne diversissime per rango sociale ed educazione: Elisabetta d’Inghilterra (5 maggio 1961) e Rada Krusciova Adjubei (7 marzo 1963). Ad entrambe la stessa domanda lasciata cadere nel bel mezzo della conversazione come un fiore: «Come si chiamano i vostri figli? È così dolce sentirne pronunciare i nomi dalle labbra di una mamma». Risponde la prima : «Anna, Carlo, Andrea». Commenta il Papa: «Anna significa grazia. Anche mia madre, umile donna dei campi si chiamava così; Carlo mi ricorda il grande amore dei miei studi, il santo Arcivescovo di Milano che tanta parte ebbe nella riforma della Chiesa; Andrea: Dilexit Dominus Andream in odorem suavitatis. Auguro che sia motivo di consolazione per i genitori. Una carezza ad Andrea che è l’ultimogenito». Risponde Rada con voce timida sillabando in un francese delicatissimo : «Nikita, Alexis, Ivan». Commenta il Papa:


«Nikita, il nonno. Ci sono parecchi santi venerati con questo nome, ma uno, un austero anacoreta, ho venerato a Venezia. Alexis: egli racconta una misteriosa storia di penitenza e di nascondimento. Lo veneravo in Bulgaria. Ivan! Ivan sarei io che ho voluto chiamarmi Giovanni. Prediligo il Battista e l’Evangelista, al punto che, eletto Papa, li invitai a farmi da angeli tutelari nel corso del mio Pontificato. Una carezza a Ivan. Gli altri due non se n’avranno a male».


A raccontare questi fioretti, dove un nonnulla ha vibrazioni delicatissime, si teme di storpiare tutto. Negli incontri con gli uomini, egli si attaccava al filo che gli tendeva la Provvidenza: «Per esile che esso sia, non ho il diritto di disfarmene». Non il telefono rosso o bianco dei grandi della terra, ma la semplicità. Sempre la strategia del piccolo Davide: «O Golia, tu vieni a me armato di tutto punto; io vengo a te nel nome del Signore».


Su questo libricciolo egli si è fatto santo


Papa Giovanni camminò sulle strade del mondo col passo misurato dei contadini della sua terra. A piedi giunse per la prima volta al seminario di Bergamo, ragazzo undicenne, la rozza sacca a tracolla con pochi indumenti e quattro libri. Giunto sulle rive del Tevere ad anni 77, nemmeno più i suoi libri, lasciati a Venezia, portò con sé. Ma subito si premurò di cercarne uno nella biblioteca di Pio XII e vi appose questa nota: «Dalle intimità del Santo Padre Pio XII passato a quelle del suo umile successore». Era L’Imitazione di Cristo. Lo stesso libriccino che s’era fatto dare in dono alla morte del parroco Rebuzzini che l’aveva battezzato: «Ci sono riuscito ad ottenere per prezioso ricordo del Parroco il suo Kempis, quello istesso che egli, fin da quando era chierico usava tutte le sere. E pensare che su di questo libricciolo egli si è fatto santo».


Quest’uomo colto ed erudito, questo cristiano e prete sin nelle intime fibre del suo essere, concluse il suo servizio «tutto contento del messale, del breviario, della Bibbia, dell‘Imitazione di Cristo e del Bossuet, Meditazioni ed elevazioni». Nel suo testamento, egli ebbe la carità di ricordare tutti coloro, defunti o sopravviventi, che aveva incontrato lungo il suo cammino. Dopo aver raccomandato la esecuzione delle sue estreme volontà e ringraziato dei servizi che gli erano stati resi, promise al suo segretario la grande benedizione «che gli assicuro dal Paradiso dove lo starò attendendo per il finale ricongiungimento e per la festa eterna». Ora che Papa Giovanni sta per affacciarsi non più alla finestra dell‘Angelus, ma ad una loggia della Basilica Vaticana, gli chiedo di mantenere la promessa a mio riguardo e nei confronti di quei cristiani che mentr’era tra noi lo riconobbero «allo spezzar del Pane», tanto era manifesta la sua bontà; ed anche a vantaggio di coloro che familiarizzarono più tardi con lui, attratti dal suo Giornale dell’anima. La stanchezza è molta in questi giorni di trepidazione e di smarrimento. La malinconia ci tenterebbe sottilmente a ripiegarci e a conchiudere colloqui ed esperienze. Ci ottenga egli, il Padre Santo, la grazia di volgere gli occhi, come lui volgeva i suoi, alle realtà celesti con gaudio e speranza, senza perdere di vista il dovere quotidiano di deporre sui solchi, fecondati da lacrime e sangue di intere generazioni, il seme del Vangelo.


© L’OSSERVATORE ROMANO Domenica 3 Settembre 2000