Beata Maria Elisabeth Hesselblad, vergine

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore di santa Brigida


 


«Indicami dov’è l’unico ovile»


Nacque in Svezia, il 4 giugno 1870, quinta di tredici figli. Di religione luterana, a 18 anni emigrò in America per aiutare economicamente la sua famiglia. Qui visse lunghi anni (1888-1904) solerte infermiera nel grande ospedale Roosvelt di New York, dove a, contatto con la sofferenza e la malattia affinò la sua sensibilità umana e spirituale conformandola a quella della sua compatriota Santa Brigida. Fin dall’adolescenza il suo anelito fu la ricerca dell’Unico Ovile.

Così lei descrive questa sua ansia nelle «Memorie autobiografiche»: «Da bambina, andando a scuola e vedendo che i miei compagni appartenevano a molte chiese diverse, cominciai a domandarmi quale fosse il vero Ovile, perché avevo letto nel Nuovo Testamento che ci sarebbe stato itun solo Ovile ed un solo Pastore». Pregai spesso per essere condotta e quell’Ovile e ricordo di averlo fatto specialmente in un’occasione quando, camminando sotto i grandi pini del mio paese natio, guardai in special modo verso il cielo e, dissi: “Caro Padre, che sei nei cieli, indicami dov’è l’unico Ovile nel quale Tu ci vuoi tutti riuniti”. Mi sembrò che una pace meravigliosa entrasse nelle mia anima e che una voce mi rispondesse: “Sì, figlia mia, un giorno te lo indicherò”. Questa sicurezza mi accompagnò in tutti gli anni che precedettero la mia entrata nelle Chiesa». Guidata da un dotto Gesuita studiò con passione la dottrina cattolica e, con meditata scelta, l’accettò, facendosi battezzare sotto condizione il giorno dell’Assunzione della Beata Vergine Maria del 1902 negli U.S.A. Descrivendo il tempo che precedette questo suo passo nella Chiesa cattolica, scrive: «Per tanto tempo avevo pregato: “O Dio, guidami Luce amabile!”, ed effettivamente mi fu concessa una luce benevola e con essa una pace profonda ed una ferma decisione di fare immediatamente il passo decisivo ed entrare nell’unica vera Chiesa di Dio. Oh! bramavo di essere esteriormente quella che ero da tanto tempo nell’interno del mio cuore…». Nel 1904 si recò a Roma e, con uno speciale permesso del Papa S. Pio X, vestì l’abito brigidino nella casa di Santa Brigida allora occupata dalle Carmelitane. Rispondendo alle istanze e ai segni dei tempi, e rimanendo fedele alla tradizione brigidina per l’indole contemplativa e la celebrazione solenne della liturgia, e dietro ispirazione dello Spirito Santo, ricostituì l’Ordine di Santa Brigida (1911). Il suo apostolato fu ispirato dal grande ideale «Ut omnes unum sint» e questo la spinse a dare la sua vita a Dio per unire la Svezia a Roma. Con molto coraggio e lungimiranza nel 1923 riportò le figlie di santa Brigida in Svezia. Le sofferenze fisiche l’accompagnarono per tutta la vita. La cronaca di questi anni riporta queste sue parole scritte alle Figlie: «Vedete, il dottore non comprende che io ho una ragione per soffrire e donare le mie pene; desidero, se il Signore le accetta, offrire tutte le mie sofferenze e pene per questa attività e per la Svezia». Tutta la sua vita era stata contraddistinta da una continua carità operosa. Durante la Seconda Guerra Mondiale diede rifugio a molti ebrei perseguitati e trasformò la sua casa in un luogo dove le sue figlie potevano distribuire viveri e vestiario a quanti si trovavano in necessità. In una lettera a sua sorella Eva aveva scritto: «…Quaggiù viviamo in condizioni assai difficili, ma la Provvidenza di Dio ci assiste in molti modi meravigliosi. Abbiamo ancora la casa piena di profughi, in quest’anno di afflizione 1944». Il 24 aprile 1957 dopo una lunga vita segnata dalla sofferenza e dalla malattia morì nella casa di santa Brigida a Roma.

 


Una forte spiritualità vissuta e testimoniata


Em.mo Card. CRESCENZIO SEPE  – Segretario Generale del Comitato del Grande Giubileo dell’Anno 2000


Per conoscere la spiritualità di Madre Elisabeth Hesselblad bisogna collocare la sua opera nel contesto del brigidinismo del suo tempo, perché proprio in questa direzione le difficoltà furono tali che Elisabetta ripiegò per una Fondazione tutta sua e originale, sempre nel comune filone spirituale brigidino. Si tratta di focalizzare soprattutto gli anni tra 1908-1911, quando Elisabetta si pone concretamente in una ricerca più matura della nuova fisionomia brigidina, in relazione e confronto soprattutto con le esperienze brigidine spagnole e tedesche, ma anche con il monastero inglese di Syon. Dopo il suo approdo definitivo in Italia (1904) a Piazza Farnese, sulle tracce di santa Brigida, anzi proprio alla ricerca di questa, Madre Elisabetta viene fatta oggetto di umiliazioni e sofferenze che sono testimoniate nel suo epistolario in modo commovente. Ma quello che disegna l’atteggiamento di Elisabetta è un totale abbandono alla volontà di Dio che, talvolta, assume i toni oscuri del silenzio, nel desiderio struggente di fondare una comunità brigidina a Roma (1906-1907). Intanto, non si possono dimenticare alcune maturazioni interiori che, all’inizio del 1906, si sviluppano nell’anima di Elisabetta.


Elisabetta ebbe forte il desiderio che i membri della sua famiglia umana si convertissero al cattolicesimo; intrattenne rapporti con i vescovi e religiosi della sua Scandinavia, per tentare una mediazione tra la sua terra originaria e la nuova patria spirituale, che scelse a Roma. Soprattutto, ebbe una intensa corrispondenza con le suore brigidine di Syon Abbeg. Questo riveste notevole importanza per la conformazione religiosa di Elisabetta perché si tratta del suo inserimento definitivo nella spiritualità brigidina, anche attraverso l’assunzione esteriore dell’abito delle suore di Syon Abbey (1906). Contemporaneamente, l’urgenza ecumenica diventa impellente e, alla preoccupazione per la Svezia, viene congiunta anche quella per l’Inghilterra. Dalle brigidine di Syon Abbey riceve un modello del vestito brigidino, cucito addosso ad una bambola. Elisabetta dopo molti colloqui con la carmelitana Madre Hedvige, superiora del monastero di Piazza Famese, deciderà d’indossare definitivamente l’abito brigidino. Ciò avviene il 22 giugno festa del S. Cuore. Dopo neanche un mese, il 10 luglio 1906, nella cappella di santa Brigida, emette in forma privati i voti come figlia di santa Brigida e si affretta a darne comunicazione alla madre priora di Syon Abbey. Elisabetta Hesselblad ormai si sente filialmente legata a santa Brigida e nutre un intenso zelo per la causa della santa connazionale, con attenzione particolare a tutti i monasteri che, sparsi in Europa, si ispirano ad essa. Nota dominante in questo tempo è anche la fedele presenza del padre Hagen «uomo molto umile e profondamente spirituale, un grande avvocato di una osservanza monastica di regola austera». Questo ardore brigidino porta Elisabetta a sognare un monastero a Vadstena, sogno che si realizzerà 17 anni più tardi con l’apertura di un casa a Djursholm e dopo 29 anni, a Vadstena, dove ritornano le sue figlie. Tra la fitta corrispondenza con Syon Abbey, Elisabetta indugia su di una fondazione brigidina a Roma e ne scrive alla madre priora, nel senso d’instaurare a Roma un piccolo ramo della Syon Abbey con l’invio di un drappello di suore da quel monastero. Da Syon Abbey, il 3 settembre 1906 le scrivono che, nonostante l’apprezzamento per l’iniziativa, il monastero non può permettersi l’invio delle sorelle, per cui confidi nella preghiera che è l’arma potente con la quale Dio spiana ogni sentiero. Elisabetta ringrazia delle notizie inviatele circa i vecchi monasteri brigidini, ne prende visione e intreccia corrispondenza anche con loro: così con quelli di Paredes de Nava in Spagna, dove fiorisce l’esperienza delle brigidine recolette di Marina di Escobar († 1633), della quale richiede qualche profilo biografico per conoscerne più in profondità l’operosità e le altezze mistiche. La corrispondenza tra Elisabetta e questi monasteri brigidini, soprattutto con quello di Syon Abbey, dimostra anche l’entrata graduale di lei nell’ambiente brigidino vero e proprio. Vi sono delle lettere, indirizzate alla priora di Syon, che trasudano di riflessioni commoventi e di forti accenti mistici, capaci di farci entrare nelle profondità del vissuto della vita di Elisabetta, specialmente in anni così impegnati per la ricerca della verità e della stabilità interiore. Per realizzare il suo sogno, Elisabetta tenta tutte le strade: il 2 gennaio 1907 è ricevuta in udienza, assieme alla sorella Agnes, da Papa Pio X e, l’anno dopo, dal suo Segretario di Stato Merry del Val (17.XI.1908), ricevendone una vaga promessa di aiuto. Le maggiori delusioni vengono dai monasteri brigidini di Spagna, Olanda, Germania ecc. che Elisabetta visitò, nonostante la sua malferma salute, e ai quali si rivolgeva per avere aiuti, per «imparare», non per «riformare», come Ella diceva.


Quando nel marzo del 1911, la Hesselbad ritorna a Roma dopo la visita al monastero di Altomunster, le Carmelitane del monastero di Piazza Farnese non l’ammisero più nella clausura, ma la relegarono in una stanza vicina alle Camere di santa Brigida. Il significato di questa segregazione apparirà provvidenziale, ma più tardi. In realtà, tutte queste delusioni le affinano lo spirito e la rendono più docile ad accogliere la volontà di Dio. Ciò appare chiaramente dall’epistolario nel quale l’abbandono al Signore tinge di profondità ascetiche e altezze mistiche il cammino spirituale di Elisabetta. Questi brevi cenni all’attività della Hesselblad sono finalizzati all’inserimento della sua figura nel contesto brigidino che lei trova deludente. È proprio questo confronto-scontro con gli elementi staticamente monastici e brigidinismo europeo che sconforta Elisabetta e l’inoltra positivamente in altri sentieri che non sono ancora chiari all’orizzonte. Su questo sfondo bisogna leggere il difficile cammino della sua Fondazione e valutare tutti quegli elementi di novità e sintesi che Ella ha saputo inserirvi. Gli anni 1900-1911, quelli della riflessione amara e deludente, sono anche gli anni dello studio e della conoscenza del brigidinismo europeo; soprattutto sono gli anni della sua totale conformità alla volontà di Dio, esperita come abbandono mistico. Sta in questi tratti la fisionomia spirituale di Madre Elisabetta. Gli anni che seguono saranno di operosità e strutturazione della nuova spiritualità brigidina che diventa cristocentrica-trinitario, ma anche ecclesiale, espressa nel servizio al Successore di Pietro e come impegno ecumenico per la realizzazione del desiderio di Gesù di essere una cosa sola. Nell’adorazione eucaristica e nella devozione mariana si completi quella forte spiritualità di Madre Elisabetta che oggi continua ad essere vissuta e testimoniata dalle sue figlie spirituali.


 


La «donna più straordinaria di Roma»


PIERGIORGIO SILVANO NESTI – Segretario della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica


La Venerabile Maria Elisabetta Hesselblad, secondo la testimonianza della sua biografa Marguerite Tjader, fu definita dal celebre Card. Merry del Val, «la donna più straordinaria di Roma» (Tjader, Ed. Paoline 1975, p. 5). Certamente nella Città eterna, ai tempi di Madre Elisabetta, vivevano altre donne fornite di straordinarie virtù e fondatrici di nuove Congregazioni religiose, ma l’osservazione del Cardinale rispecchia la realtà di una esperienza di vita singolare, caratteristica e di spiccata esemplarità per la Chiesa del nostro tempo. La Venerabile sintetizza nella sua vita esperienze di alto valore umano e spirituale, da attrarre l’attenzione, l’ammirazione e l’emulazione di chi vive in varie situazioni esistenziali, ma in particolare di chi è alla ricerca della verità e della vera Chiesa di Cristo. Madre Elisabetta è un autentico dono di Dio alla Chiesa ed un messaggio credibile per i fratelli separati, specialmente luterani, per i migranti, per gli operatori sanitari, per chi è al servizio domestico, per la vita consacrata, per un autentico ecumenismo, fondato sul dialogo, sul rispetto reciproco, sempre illuminato dalla Parola di Dio, meditata e assimilata, senza preconcetti. Questa esemplarità si fonda sulle virtù eroiche che fin da giovane Madre M. Elisabetta praticò con generosità e costanza, come risulta dalle testimonianze raccolte nel suo processo di beatificazione. La sua fede sincera ed umile si è nutrita con la lettura e la meditazione della Bibbia, che imparò ad apprezzare ed amare in famiglia e nella Chiesa luterana di Svezia. Accolta nella Chiesa cattolica il 15 Agosto 1902, dopo aver percorso un itinerario faticoso e sofferto, espresse la sua fede in una grande devozione verso la SS. Trinità, l’Eucarestia, il Cuore Sacratissimo di Gesù, il Crocifisso, Maria Santissima, che cominciò a conoscere ed ad amare, mentre assisteva gli ammalati cattolici a New York, san Giuseppe, gli Angeli custodi. Particolare devozione ed entusiasmo ebbe per santa Brigida, che considerò sua particolare protettrice ed ispiratrice della sua opera. Su ispirazione della grande Santa Svedese coltivò un grande amore per la Chiesa e per il Papa. Madre Tekla Famiglietti testifica: «La SdD… fondò il nostro Ordine con lo scopo principale di riavvicinare i paesi Scandinavi alla Chiesa di Roma. In ciò è implicata la virtù della fede, non solo per possederla e servire il Signore, ma anche per diffonderla. Il mezzo usato dalla SdD per raggiungere quel traguardo si sintetizza nelle tre parole: “Contemplazione – Adorazione – Riparazione”. In questo suo programma erano inclusi non solo coloro che non avevano conosciuto la Chiesa cattolica, ma anche quelli che, per ragioni storiche, se ne erano allontanati, professando una fede diversa. Ne facevano parte anche gli stessi cattolici, che non vivevano nella pienezza la loro fede. Per questo la SdD volle che in tutte le nostre case ci fosse l’Adorazione Eucaristica quotidiana, appunto per riparare alle offese a Dio da parte, sia dei cristiani, che dei non cristiani… (Positio, Summ. p. 560). Nello spendersi senza riserve, nel dono totale di sé, la Venerabile Elisabetta era completamente abbandonata alla Volontà di Dio misericordioso, nel quale confidava che non l’avrebbe mai lasciata sola. Si abbandonava con fiducia tra le braccia del Signore, affrontando con sereno distacco le avversità della vita, le difficoltà economiche, le incognite durante le due guerre, le sofferenze fisiche e spirituali. Sono molto belle le espressioni tratte dai suoi scritti sulla virtù della speranza: «Egli ci guida sempre verso ciò che è meglio per il nostro bene eterno purché noi, con sincera fiducia, speriamo in lui e la nostra volontà sia sottomessa alla sua santa volontà» (Bibliografia Documentata p. 361). Un riconoscimento dell’eroica speranza di Madre Elisabetta ci proviene dal suo Direttore spirituale, Padre Hagen S.J., che nel 1917 così le scriveva: «So che ti sostiene soltanto la confidenza nell’amorosa provvidenza di Dio. Hai veramente ragione di avere confidenza in Dio, lavorando, come fai, solo per lui e la sua Chiesa». Ed aggiunge: «Mi sento sempre consolato quando leggo nelle tue lettere, la tua speranza senza legami e lo zelo ardente. Questi sono doni di Dio» (BD, p. 691). L’amore per Dio in Madre M. Elisabetta si è manifestato veramente eccezionale nel tradurre in concreto il primo e il più grande dei comandamenti, perché Dio è stato realmente il centro della sua esistenza, a Lui ha consacrato tutta se stessa, possiamo dire, fin dagli anni della sua giovinezza. In tutta la sua vita ha cercato soltanto la gloria di Dio, la dilatazione del suo regno, aspirando con tutte le sue forze all’unità della Chiesa, aborrendo il peccato, zelando l’espiazione delle offese dei peccatori e la salvezza delle anime. In una significativa conferenza, tenuta alle sue figlie il 20 novembre 1941, Madre Elisabetta si esprime con accenti mistici, che sgorgano certamente dal suo grande cuore: «L’AMORE! Sì, l’amore generoso, perché è l’amore che soffre tutto, sopporta tutto, vince tutto! L’amore non diminuisce mai, ma brucia sempre di più. Dobbiamo nutrire un grande amore verso Dio e verso il prossimo; un amore forte, ardente, che bruci tutte le imperfezioni…» (BD p. 1050). E dagli appunti personali si legge: «Dio è Amore! Solo l’amore può favorire l’unione delle Chiese cristiane nell’urico vero ovile» (BD, p. 893). Sollecitudine, disponibilità e sensibilità per i bisogni del prossimo hanno accompagnato tutta la vita della nostra Venerabile. Per aiutare la famiglia numerosa non esitò a partire per gli Stati Uniti in cerca di lavoro, ancora molto giovane. Mentre era infermiera all’Ospedale Roosevelt di New York si dedicava con premura materna verso tutti gli ammalati. Questa dedizione atterrita e generosa la riversò verso tutte le persone bisognose delle sue cure. Significativo e, possiamo dire quasi profetico, l’episodio raccontato nella biografa di Marguerite Tjader. Per una disattenzione, mentre era infermiera all’Ospedale di New Yotk Madre Maria Elisabetta rimase chiusa per una notte nella camera mortuaria. In attesa del mattino, quando qualche infermiere avrebbe riaperto la porta «per mantenersi calda e per dare un senso alla sua veglia forzata per i morti, decise di passare da una bara all’altra e di pregare per ciascuno dei trapassati». Nel profondo silenzio le parve di sentire un tenue rumore, le sembrava un respiro. Si avvicinò ad ogni cadavere, finalmente si accorse che la salma di un giovane era più calda delle altre. «Maria invocò il Signore per avere aiuto e grida… Avvicinò il suo orecchio al petto del giovane ma non udì nulla. Provò la respirazione artificiale. Nel biglietto era specificato che era morto per un attacco al cuore. Maria lavorò ora dopo ora. Alla fine udì rinnovarsi il suono del respiro. Si tolse tutti i vestiti che poteva, per riscaldare il corpo… (dopo qualche tempo) l’uomo aprì la bocca… Quando finalmente giunse il mattino, trovarono un’infermiera esaurita, ben lungi dall’essere vestita secondo la forma convenzionale, seduta presso una bara nella camera mortuaria. Ma nella bara, riscaldato dall’abito di lana della sua uniforme, vi era un giovanotto riportato alla vita». L’Autrice afferma di aver appreso questo episodio dagli scritti inediti di Okar Eklund, che incontrò più volte Madre Elisabetta e afferma: «In questi incontri raccontò molte cose contenute in questo racconto, compresa la storia della camera mortuaria dell’ospedale. Ma come si espresse Madre Elisabetta: Non chiedetemi come avvenne. Non lo so. Dio operò. Io ero solo un semplice mezzo» (Tjader, o.c. pp. 23-24).


 


Gli aspetti eccezionali di una vocazione ecumenica


LINO LOZZA


Quando a Roma è sorta la prima associazione per l’unità dei cristiani chiamata «Unitas» (1946) con la rivista omonima, promossa dal celebre teologo gesuita padre Carlo Boyer, la Madre Elisabetta offrì con gioia e generosità la sua casa di piazza Farnese come sede della neonata opera, unitamente alla collaborazione delle sue suore. Come segretario di Unitas, il mio rapporto con la venerata Madre è stato continuo ed assiduo per circa dieci anni. Quasi tutte le fondatrici di ordini religiosi sono candidate alla beatificazione e di loro vengono esaminati i molteplici aspetti della personalità, la professione di virtù eroiche, la santità della vita e del comportamento, così da formare un «de communi» di base consimile a tutte. Per Madre Maria Elisabetta sono emersi alcuni aspetti non comuni che costituiscono una eccezionalità veramente singolare. Gli aspetti che desideriamo ricordare sono due: le immani sofferenze interne che tormentarono la sua anima e la passione per l’ecumenismo che coinvolse tutta la sua vita. Le sofferenze cui facciamo cenno non sono quelle fisiche che l’afflissero per oltre cinquant’anni, ma quelle morali che martirizzarono la sua anima durante la giovinezza quando si è posto il problema di abbracciare il cattolicesimo e, successivamente, negli ultimi anni della sua vita.


Chi è nato nella Chiesa cattolica assorbendone la linfa vitale fin da quando prendeva il latte dalla propria madre, non può assolutamente comprendere il dramma di chi vi è approdato da altri lidi. Maria Elisabetta nacque in Svezia il 4 giugno 1870 in una famiglia di confessione luterana molto devota e religiosa. Fu la quinta di tredici figli. Nella chiesa luterana svedese ricevette il Battesimo (12 luglio 1870) e poi la prima Comunione, la Confermazione (1885) ed una adeguata istruzione religiosa. Il passaggio dal luteranesimo al cattolicesimo è stato molto difficile, combattuto, sofferto in un modo quasi drammatico. Maria Elisabetta ebbe i primi contatti con il cattolicesimo negli Stati Uniti d’America dove si era recata all’età di 18 anni (1888) per lavorare in un ospedale di New York al fine di aiutare la sua famiglia che, dal benessere era caduta in gravi difficoltà economiche. Maria Elisabetta si sentiva senza radici e senza quiete, il suo rifugio, in definitiva, rimaneva: «la calda fede interiore della sua fanciullezza, ricevuta nella Chiesa luterana» (cfr Biografia Documentata, 23). Quando il cammino spirituale verso la Chiesa cattolica e molti dubbi erano stati chiariti, nella sua anima tornavano le angosce per il pensiero di tradire la sua Chiesa luterana che le aveva insegnato a conoscere Gesù, Dio incarnato, ad amarlo e pregarlo; le sembrava un tradimento anche verso la famiglia tanto retta e religiosa. Quasi nell’imminenza di compiere il passo decisivo, scriveva ancora queste parole: «Passarono alcuni mesi durante i quali la mia anima fu immersa in un’agonia che credetti mi avrebbe tolto la vita. Avevo sempre pregato: “O Dio, luce amabile, guidami a fare il passo decisivo”». La luce poi venne e con essa la forza. Il 15 agosto 1902 fece il suo ingresso nella Chiesa cattolica ricevendo il Battesimo «sotto condizione» e poi la S. Comunione dal padre gesuita Giovanni Giorgio Hagen, e la sua anima fu ricolma di gioia. Maria Elisabetta aveva tenuto nascosto alla famiglia la sua adesione alla Chiesa cattolica. Quando per la prima volta stava per tornare in famiglia da cattolica, mentre la nave si avvicinava alla terra, si accese dentro di lei una terribile lotta: «Era come se migliaia di demoni mi circondassero dicendo: Stolta, come puoi comparire di fronte al tuo popolo tanto buono e retto? Come puoi presentati a tua madre che ti nutrì al suo petto e della quale hai spezzato il cuore? Che cosa dirai quando pregheranno come pregavi nella tua giovinezza? Il sangue mi sembrava mi gelasse nelle vene e la lotta era così violenta che per ore non potei far altro che camminare velocemente su e giù per il ponte» (Biografia Documentata). Giunta a casa fu accolta con gioia ed affetto dalla mamma e da tutta la famiglia. Quando furono tutti radunati intorno alla tavola per dire le preghiere prima del pranzo, Maria Elisabetta fece il segno di croce dicendo: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». In quell’istante gli occhi si fissarono su di lei e una sorella le disse che era bello e sufficiente dire la preghiera come facevano i buoni fedeli della chiesa luterana. Durante il pranzo sentirono tutti il bisogno di cambiare argomento di conversazione. Più tardi, nel pomeriggio, quando fu sola con una sua madre, questa la supplicò di tenere segreta questa strana cosa che aveva fatto di rendersi cattolica, per non scandalizzare la famiglia e altri. «Le mie sorelle che sopraggiunsero mi dissero: “Che cosa puoi trovare, cara sorella, in quella strana religione che ti attira?”. Maria Elisabetta sentì nell’anima la forza della sua fede ed iniziò una garbata conversazione dove espose e spiegò i punti contestati della religione cattolica. In questo travaglio della sofferenza drammatica di Maria Elisabetta Hesselblad troviamo il riscontro del martirio incruento che aveva oppresso l’anima del grande John Henry Newman fino alla vigilia dell’adesione al cattolicesimo. Tornata in Svezia aveva portato a termine – con molto tatto ed intelligenza per non urtare la suscettibilità del suo popolo di fede protestante – il desiderio di far risorgere nella sua patria, l’Ordine fondato da santa Brigida, realizzando il progetto di farvi tornare le suore rivestite dall’antico, caratteristico abito: cosa che non si era più vista dal tempo della Riforma del XVI secolo. Si vedeva improvvisamente esautorata a dirigere il suo Ordine, sparso oramai in tutte le parti del mondo, tra cui l’India e l’America, per disposizioni che sembravano ingiuste e che, in seguito, dimostrarono di essere tali. Fu per lei un atroce dolore accettato con forza d’animo, umiltà, obbedienza e silenzio che portò con sé nella tomba. La sua opera non subì, malgrado questa crisi, nessuna conseguenza, ma trovò lo stimolo per espandersi in tutte le parti del mondo. La forza dinamica di quella «misteriosa energia della sofferenza» che ha santificato l’anima di Madre Maria Elisabetta, continua a vibrare ancora oggi e costituisce il vigore che è stato impresso all’attività di coloro che le sono succedute: Madre Riccarda, Madre Hilaria e l’attuale Madre Tekla, per diffondere l’Ordine del SS. Salvatore di santa Brigida. Madre Tekla ha potuto realizzare, con molto coraggio, in questi ultimi tempi, ben sedici nuove fondazioni di case brigidine, le ultime delle quali in tutte le nazioni scandinave e in quelle limitrofe del Baltico: Estonia e Polonia. Nel «decreto» della Congregazione delle Cause dei Santi, emanato il 27 marzo 1999, sulle virtù della Serva di Dio Madre Maria Elisabetta Hesselblad, è messo in grande rilievo il suo eccezionale carisma ecumenico che fu l’ideale di tutta la sua vita.


© L’OSSERVATORE ROMANO Domenica 9 Aprile 2000