BB. NICEFORO DI GESÙ E MARIA e COMPAGNI (+1936)

Vite di Santi, Beati, Venerabili...

Nella città di Manzanares nella Nuova Castiglia in Spagna, i beati Niceforo di Gesù e Maria, provinciale, e cinque compagni della Congregazione della Passione vennero martirizzati. In tempo di persecuzione, essendo rimasti fedeli alla vocazione religiosa, ricevettero la corona del martirio con la fucilazione.
 

La Spagna, durante la prima guerra mondiale (1914-1918), grazie alla sua neutralità, godette di un periodo di espansione economica. Politicamente, però, cadde in una grave crisi a causa della debolezza della monarchia costituzionale, i frequenti cambiamenti di governi – 13 dal 1917 al 1923 -, le ispirazioni autonomistiche della Catalogna, ma soprattutto la irrisolta tensione tra i grandi proprietari terrieri appoggiati dall'esercito e dalla Chiesa, e la classe operaia imbevuta di idee radicali e socialiste. Il 13-9-1923 Miguel Primo de Rivera (1870-1930), governatore militare della Catalogna, con il consenso del re Alfonso XIII (+1941), sciolse il parlamento e instaurò la dittatura, ma non fu gradita dal popolo spagnuolo. Difatti, essa cadde con le elezioni municipali del 13-4-1931, vinte dai sostenitori di un governo repubblicano.
Il nuovo regime fu accettato dai vescovi e da molti cattolici, ma ben presto sfumarono le speranze di pacifica convivenza e collaborazione tra la Chiesa e lo Stato. La politica antireligiosa venne istituzionalizzata dall'art. 26 della nuova costituzione promulgata il 9-12-1931. Sotto la guida di Manuel Azana y Diaz (+1940), il governo decretò, tra infuocati discorsi anticlericali, la separazione della Chiesa dallo Stato, sciolse la Compagnia di Gesù, promulgò la legge del divorzio, proibì ai religiosi di dedicarsi all'insegnamento, e lasciò praticamente all'arbitrio delle autorità municipali il servizio del culto. La S. Sede, tramite il Nunzio Apostolico Federico Tedeschini, cercò di stabilire un proficuo dialogo con il governo repubblicano; l'episcopato spagnuolo il 25-5-1933 intervenne collettivamente a motivo della "legge di confessioni e associazioni religiose" definita antigiuridica e attentatrice ai diritti dell'uomo; Pio XI il 3 giugno successivo pubblicò l'enciclica Dilectissima nobis sulla grave situazione della Chiesa in Spagna, ma tutti questi tentativi risultarono del tutto inefficaci. L'organo del partito socialista, il più forte del parlamento, il 18-8-1931 aveva avuto la sfrontatezza di scrivere: "Bisogna distruggere la Chiesa e cancellare da tutte le coscienze il suo infamante influsso". A El Socialista fece eco una pleiade di giornali nazionali e provinciali tutti diabolicamente impegnati nel presentare la Chiesa Cattolica come nemica del popolo e del regime repubblicano, immensamente ricca e alleata degli oppressori.
La rivoluzione delle Asturie nell'ottobre del 1934, contro un governo repubblicano di destra sorto da regolari elezioni politiche, produsse le prime vittime tra i sacerdoti e i religiosi. Le successive elezioni del 16-2-1936 portarono di nuovo al potere i partiti di sinistra, coalizzati nel cosiddetto "Fronte Popolare", ma la violenza rivoluzionaria anziché diminuire andò crescendo talmente da mettere a repentaglio la stessa stabilità del governo, incapace di controllare l'ordine pubblico. Per aizzare le masse contro la Chiesa e le sue istituzioni, la massoneria, il partito degli anarchici, dei socialisti più radicali, capeggiati da Largo Caballero (+1946), dei comunisti leninisti, giunsero persino a fare circolare delle accuse di crimini mostruosi, infamanti e assolutamente falsi contro suore, preti e religiosi. Non stupisce, perciò, se durante la guerra civile, i popolani armati, detti miliziani, molte volte pronunciarono frasi come queste: "È un prete, è una suora, ammazziamoli!".
L'opposizione al governo del Fronte Popolare si manifestò subito con una coalizione dei movimenti politici di centro-destra, appoggiati dall'esercito, sotto la guida del generale J. Sanjurjo Sacanell (+1936) e, sul piano politico, dal deputato monarchico Calvo Sotelo al quale non era mancato il coraggio di affermare che il governo non riusciva a controllare le attività dell'estrema sinistra.
Quando costui fu assassinato per mano di elementi di sinistra, il 17 luglio 1936 il presidio di Melilla, nel Marocco spagnuolo, si sollevò. Il pronunciamiento il giorno dopo si estese subito a tutto il territorio nazionale, ma ebbe il sopravvento soltanto nella Galizia, nel Leon, nella Vecchia Castiglia e nella Navarra. Toccherà al generale Francesco Franco Bahamonde (1892-1975), con il consistente aiuto in uomini e mezzi dell'Italia e della Germania, ricomporre Punita nazionale. Fino al 1-4-1939, però, la guerra civile sarà condotta con estremo accanimento e con grande brutalità da entrambe le parti, e lascerà sul campo di battaglia non meno di mezzo milione di morti.
Fin dall'inizio della guerra civile i nazionalisti diedero a vedere di possedere unità di comando e di azione, mentre i repubblicani apparivano privi di forza militare e in balia dei comitati operai e anarchici i quali, praticamente, esercitavano tutte le funzioni tanto civili quanto militari.
Tra loro venne a verificarsi, soprattutto nei primi mesi di guerra, una situazione di duplice potere, alla quale pose termine Largo Caballero, soprannominato il "Lenin spagnuolo", con la costituzione nel 1936 di un gabinetto di coalizione. Frattanto, prima del 18 luglio 1936, erano già stati uccisi 17 sacerdoti e religiosi; dal 18 al 31 luglio 861; nel mese di agosto 2077, tra cui 10 vescovi. Dal 18 luglio 1936 al 1 aprile 1939 la Chiesa spagnuola tra i suoi consacrati conterà 6832 vittime di cui 4184 sacerdoti e seminaristi diocesani, 2365 religiosi e 283 suore. Di molti dei martirizzati è stata introdotta la causa di beatificazione.
Tra i primi conventi che i miliziani presero di mira ci fu quello di Daimiel, non molto lontano da Ciudad Real, nella nuova Castiglia, santificato da 31 Passionisti, tra sacerdoti, studenti e fratelli coadiutori, intenti solo alla propria formazione. In quel tempo tra loro, da pochi giorni, si trovava pure il P. Provinciale Niceforo di Gesù e Maria in visita canonica. Costui era nato il 17-2-1893 a Herreruela (Palencia) da Vincenzo Diez e Balbina Tejerina, ferventi cristiani. A 13 anni aveva chiesto di essere ammesso nel collegio che i Passionisti avevano aperto a Penafiel (Valladolid); a 15 anni fu ammesso al noviziato in cui si distinse per il comportamento pio e ubbidiente, e il 17-3-1909 alla professione.
Il beato si preparò al sacerdozio studiando successivamente a Penafiel, Corella (Navarra), Toluca (Messico) e a Chicago (USA) dove fu ordinato sacerdote il 17-6-1916 con dispensa dall'età. In seguito fu destinato dai superiori al convento di Santa Chiara (Cuba) perché facesse scuola, predicasse, confessasse, e dirigesse il canto. Dal 192 lai 1926, P. Niceforo fu mandato nel Messico perché, a tempo pieno, attendesse alla predicazione di missioni popolari e di esercizi spirituali alle comunità religiose un po' dovunque, giacché possedeva una grazia speciale nell'esporre al pubblico la dottrina cristiana. Quando nel Messico scoppiò la persecuzione contro la Chiesa, egli ritornò a Cuba dove, per sei anni, fu nominato superiore del convento di L'Avana, nella cui chiesa confessò e predicò senza posa essendo molto frequentata dai fedeli.
Nel 1932 il P. Niceforo dovette ritornare in patria perché nel capitolo provinciale era stato eletto primo consultore. Fu incaricato della fondazione di due piccole case della congregazione, ed egli portò a termine il compito ricevuto a Barcellona e a Valenza. Eletto Provinciale, nel 1935 si stabilì a Saragozza. Poco dopo iniziò la visita canonica ai conventi che dipendevano dalla sua giurisdizione in Venezuela, a Cuba, nel Messico e nella Spagna. Giunse in quello di Daimiel poco prima dell'inizio dell'insurrezione dei nazionalisti. Scrisse difatti il 15-7-1936 al primo consigliere: "Qui i confratelli stanno tutti bene. Sono però talmente spaventati che di notte non riescono a dormire soprattutto adesso, dopo l'assassinio di Calvo Sotelo, perpetrato dai rossi, satelliti del governo". Ne avevano ben donde. Difatti, nel cuore della notte, tra il 21 e il 22 luglio, alcuni miliziani si presentarono alla loro portineria e dissero: "Per ordine dell'autorità entro mezz'ora dovete abbandonare il convento".
Il P. Niceforo ai 9 sacerdoti, ai 18 studenti e ai 4 fratelli coadiutori che componevano la comunità ordinò di alzarsi, di indossare abiti civili e scendere in chiesa. Prevedeva evidentemente momenti dolorosi per i suoi religiosi. Difatti, dopo avere indossato cotta e stola e fatto recitare loro l'atto di contrizione, impartì a tutti l'assoluzione dai loro peccati, a sua volta chiese al P. Rettore che lo assolvesse dai propri e, quindi, prima di consumare le ostie conservate nel ciborio, disse loro con voce rotta dall'emozione: "Figli miei, questo è il nostro Getsemani… La nostra debole natura si sgomenta e viene meno…; però Gesù Cristo sta qui con noi… Egli fu confortato da un angelo, noi siamo confortati e sostenuti dallo stesso Gesù Cristo… Tra pochi istanti staremo con Cristo… Abitanti del Calvario, animo, a morire per Cristo… Spetta a me incoraggiarvi, e io stesso mi sento stimolato dal vostro esempio a farlo". Consumate le sacre specie, il P. Provinciale disse ai religiosi che li lasciava liberi di agire come sembrava loro più opportuno, poi ordinò che fossero aperte le porte della chiesa, e invitò chi fungeva da "capo" dei miliziani ribelli – circa duecento – a dare ad essi subito la morte se era stato decretato che dovevano morire. "Non vi uccideremo – gli rispose costui – vi condurremo alla stazione dalla quale potrete andare dove vi pare. Del vostro convento ha bisogno il popolo". Furono invece condotti, per vie buie e deserte, in doppia fila, fino al cimitero. Strada facendo ciascuno pregò Dio e la Vergine SS. perché gli concedesse la forza di resistere ai dolori del martirio. I miliziani non li fucilarono, ma dissero loro: "Andate avanti e state attenti a non metter più piede a Daimiel perché allora non risponderemo della vostra vita". La feccia del popolo, aizzata dalla stampa anticlericale, li avrebbe evidentemente aggrediti e massacrati senza pietà.
Ottenuta la insperata libertà, al crocicchio della strada che porta a Bolanos, i Passionisti si fermarono e, dopo avere pregato e ricevuto ognuno 25 pesetas dal Provinciale, decisero di separarsi in quattro gruppi e di raggiungere per vie diverse Madrid. Due di essi si diressero alla stazione ferroviaria del "Campillo", tra Daimiel e Almagro. Il gruppo diretto dal P. Niceforo si era proposto di raggiungere Manzanares; quello diretto dal P. Germano di Gesù e Maria, rettore dello studentato, Ciudad Real. Degli altri due gruppi, uno si sarebbe incamminato verso Malagón, e l'altro verso Torralba.
I due gruppi di Passionisti che giunsero a piedi al "Campillo" nelle prime ore del mattino del 22 luglio il capo stazione diede quattro pani e un po' di baccalà perché si rifocillassero. I profughi gli dimostrarono la propria riconoscenza facendogli dono di quattro crocifissi. Con il treno delle ore 10 partì per Ciudad Real il gruppo di Passionisti guidati dal P. Germano. Vi giunsero verso mezzogiorno, ma alla stazione furono arrestati. Qualcuno telefonò alla prefettura dicendo: "Si trovano qui alcuni sacerdoti che sparano contro il popolo". Diversi miliziani misero una corda al collo ai nove Passionisti che componevano il gruppo, e poi li condussero alla prefettura in fila indiana tra le scomposte grida della plebaglia. Nel passare accanto a una casa in costruzione un forsennato scagliò un mattone contro lo studente Giuseppe Oséz Sàinz di Gesù e Maria, e lo ferì a un orecchio. Essendo privi di documenti, il prefetto diede ordine all'avvocato Antonio Sànchez Santillana, suo segretario, di procurare ad essi un salvacondotto in cui risultasse che erano religiosi passionisti del convento da Daimiel, e che erano diretti a Madrid. Per impedire che fossero linciati nella stazione di Ciudad Real, li fece trasportare con una camionetta a Malagón perché prendessero il treno Badajos-Madrid delle 16.30.
Strada facendo, non fu difficile ai miliziani che infestavano treni e stazioni, riconoscerli per quello che erano dai loro salvacondotti. Giunti a Madrid verso le nove della notte, alla fermata di Carabanchel Bajo li fecero scendere dal treno e li fucilarono rapidamente e senza pietà contro il muro di cinta di una villa. Un certo Patrocinio, che sarà condannato a morte dopo la guerra civile, a massacro compiuto esclamò: "Questa canaglia non farà più del male!". Il signor Sànchez Santillana, nel processo canonico, dichiarò che era rimasto molto ammirato dell'inalterabile serenità di cui quei religiosi avevano dato prova. "Da quello che vidi e toccai con mano, sono pienamente e intimamente convinto che erano stati condannati a morte fin da quando i miliziani li avevano costretti a lasciare il loro convento, e che si trasmettevano per telefono quest'ordine da una stazione all'altra". Secondo il suo parere erano da considerarsi tutti martiri sia perché non avevano opposto resistenza, e sia perché erano stati fucilati in quanto religiosi.
Il gruppo era costituito dai seguenti religiosi: 1) P. Germano di Gesù e Maria, al secolo Emanuele Pérez Giménez, nato il 7-9-1898 a Cornago (La Rioja). A Roma, nel convento dei SS. Giovanni e Paolo, emise la professione dei voti e fu ordinato sacerdote. Svolse il ministero pastorale a Cuba fino a tanto che, nel 1935, fu nominato Rettore dello studentato del convento di Daimiel; 2) il P. Filippo del Cuore di Maria, al secolo Valcabado Granado, nato il 26-5-1874 a S. Martin de los Rubìales (Burgos). Ordinato sacerdote nel 1897 fu confessore e Rettore in diversi ritiri; nel 1929, trasferito nel convento di Daimiel, fu direttore spirituale di cinque diverse comunità religiose; 3) Maurilio del Bambino Gesù, al secolo Macho Rodriguez, studente di anni 21, nato a Villafria de la Pena (Palencia); 4) Giuseppe di Gesù e Maria, al secolo Osés Sàinz, studente di 21 anni, nato a Peralta (Navarra); 5) Giulio del Cuore di Gesù, al secolo Mediavilla Concejero, studente di 21 anni, nato a La Lastra (Palencia); 6) Giuseppe Maria di Gesù Agonizzante, al secolo Ruiz Martines, studente di 20 anni, nato a Puente la Reina (Navarra); 7) Laudino di Gesù Crocifisso, al secolo Proano Cuesta, studente di 20 anni, nato a Villafria de la Pena (Palencia); 8) Anacario dell'Immacolata, al secolo Benito Nozal, fratello coadiutore di 30 anni, nato a Becerril del Carpio (Palencia); 9) Filippo di S. Michele, al secolo Ruiz Fraile, fratello coadiutore di 21 anni, nato a Quintanilla de la Berzosa (Palencia).
Alla sera di quello stesso giorno, i dodici Passionisti che erano rimasti al "Campino" con il P. Provinciale, presero il treno per Manzanares con la speranza di non essere riconosciuti al loro passaggio di notte per Daimiel. Essi erano: 1) P. Niceforo di Gesù e Maria, di 43 anni, superiore Provinciale; 2)P. Ildefonso della Croce, al secolo Garcia Nozal, di 38 anni, direttore dello studentato, nato a Becerril del Carpio (Palencia); 3) P. Giustiniano di S. Gabriele dell'Addolorata, al secolo Cuesta Redondo, sacerdote di 26 anni, nato ad Alba de los Cardanos (Palencia); 4) Eufrasio dell'Amor Misericordioso, al secolo Celis Santos, studente di 21 anni, nato a Salinas de Pisuerga (Palencia); 5) Tommaso del SS. Sacramento, al secolo Cuartero Garcia, studente di 21 anni, nato aTabuenca (Zaragoza); 6) Giuseppe dei SS. Cuori, al secolo Estalayo Garcia, studente di 21 anni, nato a S. Martin de Parapertù (Palencia); 7) Fulgenzio del Cuore di Maria, al secolo Calvo Sànchez, studente di 19 anni, nato a Cubillo de Ojeda (Palencia); 8) Onorino dell'Addolorata, al secolo Carracedo Ramos, studente di 19 anni, nato a La Lastra (Palencia); 9) Epifania di S. Michele, al secolo Sierra Conde, studente di 20 anni, nato a S. Martin de los Herreros (Palencia); 10) Abilio della Croce, al secolo Ramos Ramos, studente di 19 anni, nato a Resoba (Palencia); 11) Zaccaria del SS. Sacramento, al secolo Fernàndez Crespo, studente di 19 anni, nato a Cintruénigo (Navarra); 12) Giuseppe Maria di Gesù Agonizzante, al secolo Ruiz Martinez, studente di 20 anni, nato a Puente la Reina (Navarra). Strada facendo i Passionisti non erano liberi quanto loro sembrava. Coloro che li avevano cacciati dal loro convento ne seguivano i movimenti. Difatti, appena oltrepassarono Daimiel, per telefono un miliziano avvertì un suo collega a Manzanares dicendogli: "Ti mando carne fresca, non lasciarla passare. Stanno per giungere lì i Passionisti di Daimiel".
Appena arrivarono in stazione furono arrestati, condotti in municipio e chiusi per tutta la notte nelle carceri. La mattina dopo furono ricondotti alla stazione perché prendessero il treno delle 6 per la capitale. Mentre il funzionario dava loro il biglietto, uno dei "capi" rossi gli si avvicinò e lo rimproverò con la pistola in pugno per avere facilitato ai religiosi il passaggio per Madrid. Allora il P. Niceforo gli si buttò ai piedi, e lo supplicò di essere clemente per l'impiegato che aveva compiuto il suo dovere. Il gesto di umiltà del santo religioso mandò su tutte le furie il miliziano e la gente che si trovava nella stazione. Inferociti, afferrarono i dodici Passionisti, li condussero in un campo vicino alla stazione e mentre cercavano di scappare, fecero fuoco su di loro come fossero dei cani randagi. Il P. Niceforo cadde a terra ferito, ma con il sorriso sul labbro. Uno degli assassini gli rinfacciò: "Nonostante quello che ti è capitato, ancora ridi? ". E lo freddò con due colpi sparati a bruciapelo. In terra rimasero immersi nel proprio sangue oltre il P. Niceforo, Giuseppe dei SS. Cuori, Epifanio di S. Michele. Abilio della Croce e Zaccaria del SS. Sacramento.
Soltanto verso le ore 10 i morti e i feriti furono raccolti e portati dalla Croce Rossa all'Ospedale. I sopravvissuti al vedersi circondati dalla bontà delle Suore della Carità esclamarono con un sospiro di sollievo: "Siano rese grazie a Dio". Più tardi uno di loro dirà: "Molto dovemmo soffrire, ma quando, mentre ci trasportavano in barella, alcuni dei facinorosi ci percossero con le pantofole di corda, la nostra anima ne rimase piagata". Fulgenzio del Cuore di Maria giunse in ospedale privo di sensi. Appena morì il P.Ildefonso esclamò: "Fortunato lui che ha conseguito la palma del martirio, mentre a noi è sfuggita di mano". Nella notte, pur essendo ferito, il Padre si trascinò come poté accanto al letto del suo vicino che stava per morire e gli diede l'assoluzione. Le suore dell'ospedale avevano nascosto il SS. Sacramento. Per impedirne la profanazione da parte dei miliziani il medesimo Padre ne fece parte tanto alle suore quanto ai confratelli. Fu quella la loro ultima comunione. Il giorno dopo, 24-7-1936, i miliziani di Guadalajara (Nuova Castiglia), daranno la morte nello stesso modo e per lo stesso motivo a tre Carmelitane del convento di S. Giuseppe, beatificate da Giovanni Paolo II il 29-3-1987: Suor Maria Filar di S. Francesco Borgia, Suor Maria degli Angeli di S. Giuseppe e Suor Teresa di Gesù Bambino.
Per tre mesi i Passionisti feriti sopportarono nell'ospedale le dolorose medicazioni con ammirabile pazienza, e continuarono a vivere da ferventi religiosi desiderosi soltanto di morire per Cristo. Appena furono in grado di lasciare il letto prestarono il loro aiuto chi come infermiere, chi come cuoco e chi come spazzino, guadagnandosi così la simpatia di tutti. Il P. Giustiniano, benché avesse perso un occhio, durante il lavoro era solito cantare: "Do, re, mi; do, re, fa; morire per Cristo Gesù fu tutto il mio ideale".
L'ospedale era vigilato dai miliziani e dai loro manutengoli. Non vedevano l'ora di impossessarsi di nuovo dei Passionisti e fucilarli. Dicevano: "E' necessario liquidarli, giacché il bue morto non mugge". Ogni tanto li radunavano tutti insieme, li minacciavano con le pistole e dicevano loro: "Quanto più sangue ricupererete, tanto più ne dovrete versare". I religiosi, degni figli di S. Paolo della Croce, anziché lasciarsi deprimere dal loro brutale trattamento, ne approfittavano per moltiplicare le loro preghiere e crescere nell'amore anche dei propri nemici. Il 23 ottobre del 1936 all'ospedale di Manzanares si presentò una camionetta con l'ordine di trasportare i sei Passionisti guariti a Ciudad Real.
Giunsero in Prefettura verso mezzogiorno. Un miliziano chiese al Prefetto: "Che si fa dei Passionisti di Daimiel?". La risposta fu: "Siano fucilati". L'ordine fu subito eseguito non molto lontano dal luogo del loro primo martirio. Il terzo gruppo di Passionisti, che al crocicchio della strada per Bolanos aveva deciso di proseguire il cammino per Malagón, era formato dal P. Pietro del Cuore di Gesù, al secolo Largo Redondo, sacerdote di 29 anni, nato ad Alba de los Cardanos (Palencia); da Felice delle Cinque Piaghe, al secolo Ugalde Irurzun, studente di 21 anni, nato a Mendigorria, i Navarra); e da Benedetto della Vergine del Villar, al secolo Solana Ruiz, fratello coadiutore di 21 anni, nato a Cintruénigo (Navarra). Attraverso i campi costoro si rifugiarono presso una buona famiglia che abitava poco lontano dal loro convento, nella speranza di potervi restare al sicuro. Invece le frequenti ispezioni in zona dei miliziani li costrinsero a fuggire a Malagón evidentemente allo scopo di prendere il treno per Madrid.
Appena vi giunsero la gente si insospettì di loro tanto apparivano all'esterno modesti, umili e riservati. Li fece quindi arrestare e chiudere in prigione. Il giorno dopo, allo spuntare del giorno, furono rimessi in libertà perché alle 6 potessero prendere il treno per Madrid. Essi ignoravano che i miliziani li attendevano al varco. Difatti, appena salirono sul treno, li coprirono di insulti e li minacciarono di morte. A Urda, distante pochi chilometri da Malagón, li costrinsero a scendere dal treno e li fucilarono senza tanti preamboli vicino al deposito dell'acqua per le macchine.
Il quarto gruppo di Passionisti, che al crocicchio della strada per Balanos avevano deciso di proseguire il cammino per Torralba allo scopo di giungere in tempo a prendere l'autobus per Ciudad Real, era formato dal P. Giovanni Pietro di S. Antonio, al secolo Bengoa Aranguren, sacerdote di 46 anni, vicario dello studentato, nato a Mondragón (Guipùzcoa); da Paolo Maria di S. Giuseppe, al secolo Leoz Portillo, fratello coadiutore di 54 anni, nato a Leoz (Navarra), e da altri cinque confratelli. Costoro, però, dopo aver sofferto per otto mesi il carcere ed essere stati condannati ai lavori forzati tra i repubblicani, quasi per miracolo ebbero salva la vita. Poterono così testimoniare sulla sorte toccata ai loro confratelli di Daimiel.
P. Pietro e Fratel Paolo ottennero di essere ospitati in una pensione della città in seguito alla raccomandazione dei Figli del Cuore di Maria. Quando però seppero quello che era accaduto ai loro confratelli di Manzanares e di Carabachel Bajo, trascorsero i loro giorni nella convinzione che sarebbero stati uccisi allo stesso modo qualora fossero caduti nelle mani dei miliziani. Dicevano, perciò, alla padrona della pensione e alla sua figlia: "Se qualcuno ci farà uscire di qui per fucilarci, vi chiediamo di non conservare ne odio, ne rancore per il male che ci faranno. Il Signore lo permette per la nostra santificazione".
I due religiosi, traditi da una spia, il 25 settembre furono arrestati alle 10 del mattino da alcuni miliziani e trasportati in automobile alla polizia che si era installata nel seminario. Poiché erano religiosi e dimostravano di esserlo con la santità della vita, furono condannanti ad essere fucilati sulla sponda di un pozzo nel cimitero di Carrión de Calatrava, a 12 chilometri da Ciudad Real. Alcuni giorni dopo gli stessi miliziani ritornarono alla pensione per requisire gli oggetti che erano appartenuti ad essi. Alla padrona prima dissero che avevano dato ai Passionisti il "passaporto" per l'altro mondo, poi chiesero perché aveva detto loro che non erano religiosi quando li arrestarono. Poiché la padrona della pensione continuava a insistere sulla negativa, uno di loro le disse: "Non faccia la tonta. Non neghi che erano religiosi. Lo hanno dichiarato loro medesimi, e noi lo abbiamo costatato dalla maniera con cui sono morti: con il crocifisso in mano e il grido di "Viva Cristo Re" sul labbro".
Dopo la guerra le salme dei 26 martiri Passionisti furono riesumate e identificate. Dal 23 aprile del 1941 sono venerate nella cripta della chiesa del convento di Daimiel. Giovanni Paolo II ne riconobbe il martirio il 28-11-1988 e li beatificò il 1-10-1989.
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Sac. Guido Pettinati SSP,
I Santi canonizzati del giorno, vol. 7, Udine: ed. Segno, 1991, pp. 224-234
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